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Meno zucchero nella dieta?

Alimentazione

Dall’indicazione di mantenere entro il 10% delle calorie l’apporto di zuccheri semplici, gli esperti dell’OMS sono passati alla raccomandazione di contenerli entro il 5% sia per gli adulti che per i ragazzi. Come mai questo sapore che storicamente rimanda la memoria dell’uomo all’infanzia, al divino, al conforto, è sempre più sul banco degli imputati? Tranquilli, nessuno vuole avvelenare il piacere del tripudio di dolci che rallegra le classiche festività invernali, ma un pensiero in più su come affrontiamo quotidianamente lo zucchero e quanto sia diffuso al di fuori della pasticceria vale la pena di farlo.

 

Il dolce è il sapore che il piccolo mammifero apprende appena nato grazie al latte materno, ma in natura la sua presenza non è così comune. I nostri progenitori lo trovavano nel miele e nella frutta, e spesso i frutti non erano zuccherini come quelli che siamo riusciti a selezionare in secoli di agricoltura. Il primo grande salto culturale in materia zuccherina coincide con la diffusione di una graminacea originaria della Nuova Guinea: la canna da zucchero. Diffusasi nel 6000 a.C. in Estremo Oriente, fu introdotta dai persiani nel 600 a.C in Mesopotamia, successivamente venne coltivata in Arabia e in Siria e diffusa durante le conquiste musulmane in tutto il Nord Africa. Tra il XII e il XV secolo d.C. i crociati portarono in Europa la pianta e il suo prodotto, lo zucchero, come una spezie pregiata. Il colonialismo e lo sfruttamento delle terre del Nuovo Mondo consentirono la diffusione dell’uso dello zucchero, tanto che in Inghilterra, alla fine del XVIII secolo, lo zucchero era di uso comune in tutti gli strati sociali. Solo verso la metà del XIX secolo lo zucchero si diffuse in tutta Europa grazie alla produzione industriale a partire da barbabietola da zucchero per diventare così un alimento comune.
È, quindi, solo dal secolo scorso che abbiamo a che fare con grandi quantità di zucchero, eppure ci si è accorti abbastanza rapidamente del suo risvolto amaro. Consumi elevati di zuccheri semplici sono associati a rischio di obesità, carie dentali, malattie cardiovascolari, diabete, fegato grasso e persino alcuni tipi di cancro. Che cosa intendiamo per zuccheri semplici? Sono i monosaccaridi, zuccheri formati da una sola molecola, come il glucosio, il galattosio o il fruttosio, e i disaccaridi, zuccheri formati da due molecole unite a formare, per esempio, il saccarosio, il comune zucchero da cucina che è formato dall’unione di una molecola di glucosio e una di fruttosio. Sono sostanze dal sapore dolce che si trovano anche nel miele e nella frutta, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è concentrata sugli zuccheri aggiunti a alimenti e bevande, escludendo quelli naturalmente presenti in frutta intera e verdura, perché qui gli zuccheri sono da considerare intrinseci e incapsulati all’interno delle cellule vegetali e, quindi, più lentamente assorbiti a livello intestinale. Jim Mann è membro del gruppo consultivo di esperti dell’OMS per l’aggiornamento delle linee guida e chiarisce che con il termine free sugar, “zuccheri liberi” si è pensato di essere più precisi rispetto all’uso del termine “zuccheri aggiunti”. Per esempio, nel caso di un succo di frutta concentrato non è certo che contenga zuccheri aggiunti, ma è chiaro che contiene zuccheri liberi.

Strudel di mele e noci

Ingredienti per 6 persone:
• 500 g di mele renette mature o mele dolci e tenere
• 250 g di farina più un po’
• 80 g di burro
• 60 g di uvetta sultanina
• 10 gherigli di noci
• 2 cucchiai di zucchero (anche meno se le mele sono dolci)
• 1 bicchiere di latte (o acqua)
• 1 uovo+1 tuorlo
• scorza di un limone non trattato
• sale

Scaldare leggermente il latte senza farlo bollire, versare la farina su una spianatoia e impastarla con un uovo, un pizzico di sale e una noce di burro; lavorare il tutto con le mani, aiutandosi con il latte necessario fino a ottenere un impasto sodo; avvolgere la pasta in una pellicola di plastica e lasciare riposare per circa un’ora in luogo tiepido. Mettere in ammollo in acqua tiepida l’uvetta; lavare, sbucciare le mele, tagliarle in 4 spicchi, eliminare il torsolo e tagliare gli spicchi di mela a fette sottili. Stendere la pasta con il mattarello infarinato e tirarla fino a ottenere una sfoglia sottilissima, aiutandosi anche con le mani chiuse a pugno e infilate sotto la sfoglia tirata con il mattarello per aiutarsi ad allargarla con delicatezza. Stendere la pasta, distribuire le fettine di mela, cospargerle con l’uvetta strizzata, i gherigli di noci tritati, lo zucchero, il burro fuso e la scorza di limone grattugiata senza la parte bianca. Arrotolare la pasta su se stessa in modo da formare un rotolo ripieno, da accomodare su una teglia unta. Spennellare con una miscela di tuorlo d’uovo e poco latte la superficie del rotolo e infornare a 180°C per circa 30′ (aprire ogni tanto il forno e raccogliere con un cucchiaio il liquido che dovesse uscire dall’impasto, versandolo sulla superficie del rotolo stesso).

Già nel 2003 l’OMS si era pronunciata a favore di una riduzione degli zuccheri liberi al di sotto del 10% delle calorie della dieta. In pratica per una dieta di 2000 kcal, il consiglio era di restare al di sotto delle 200 kcal, equivalenti a 50 g di zucchero. Con quanti dolci avremo a che fare durante le feste invernali ancora non lo sappiamo, ma non sarà il panettone di Natale a farci sentire in colpa perché questo quantitativo di zucchero è più facilmente raggiungibile con bevande e alimenti che molti ragazzi e molti adulti consumano in qualunque occasione. Una lattina di Cola contiene 39g di zucchero e superiamo i 50g se beviamo due succhi di frutta da 200 mL, inoltre sono molti gli alimenti industriali che contengono zuccheri semplici tra gli ingredienti. Basta abituarsi a leggere le etichette per scoprire che persino il ketchup contiene 4 g di zucchero per ogni cucchiaio. Molti produttori alimentari sostennero già a quell’epoca che le raccomandazioni dell’OMS erano troppo restrittive e non basate su studi certi. Il dibattito fu particolarmente acceso soprattutto negli Stati Uniti che insieme a Brasile, Argentina, Australia e Messico sono tra i maggiori consumatori di zucchero al mondo. Secondo un’infografica pubblicata sulla rivista Forbes, un nordamericano medio consumava, nel 1822, 45 g di zucchero, poco più del contenuto di una lattina di bevanda zuccherata, ogni 5 giorni. Nel 2012, il consumo era salito a 765 g di zucchero, 14 lattine di bevanda zuccherata, ogni 5 giorni, circa 55 kg in un anno. Restando alle precedenti indicazioni dell’OMS e delle principali associazioni mediche come l’American Heart Association, il consumo avrebbe dovuto limitarsi a circa 9 cucchiaini al giorno (calcolati sul consumo calorico del maschio medio), mentre la media degli adulti ne consuma 22 e i bambini addirittura 32 cucchiaini. I principali colpevoli sono per il 33% soft drinks, quasi il 10% succhi di frutta e meno del 30% dolciumi, torte, pasticcini, caramelle e zucchero. Se gli Stati Uniti sono i maggiori consumatori con circa 680 kcalorie della loro dieta provenienti dallo zucchero comune e da sciroppo di glucosio e fruttosio, seguiti a breve distanza da Australia e molti Paesi del Centro e Sud America, sembra che l’Europa abbia ormai superato le 400 kcalorie al giorno. È evidente quale modello alimentare stiamo rincorrendo, non certo la dieta mediterranea!
Gli zuccheri sono effettivamente una importante fonte energetica.. Tutti i tipi di zuccheri o carboidrati forniscono quasi 4 kcalorie per grammo e tutti possono essere trasformati in glucosio, la vera forma di energia utilizzabile da tutte le cellule. Vi sono alcune cellule come i neuroni e come i globuli rossi che utilizzano come unica fonte energetica il glucosio, non potendo utilizzare i grassi. È bene, dunque, che ci sia una sufficiente quantità di glucosio nel nostro organismo, ma non è detto che il cibo che noi assumiamo debba contenerlo nella forma più semplice. Un sistema che viene impiegato nel differenziare uno zucchero dall’altro è l’indice glicemico (IG), un indice utile per indicare la capacità con cui uno zucchero o un alimento che contiene carboidrati è in grado di aumentare la glicemia in seguito ai processi di digestione, assorbimento e trasformazione che avvengono dopo il pasto. Pane bianco, riso brillato, patate e altri alimenti glucidici hanno un elevato indice glicemico e stimolano fortemente il rilascio di insulina, in questo modo attivano anche l’immagazzinamento delle riserve energetiche sotto forma di grassi.

Pandolce con frutta secca

Ingredienti per 6 persone:
• 300 g di pane integrale raffermo
• 30 g di uvetta sultanina
• 30 g di mandorle
• 20 g di pinoli
• 5-6 albicocche secche
• 1 uovo
• 1 noce di burro
• 1 cucchiaio di pangrattato
• 1/2 L di latte
• 1 pizzico di cannella
• miele di acacia (facoltativo)

Togliere la parte della crosta eventualmente troppo abbrustolita e tagliare a pezzi il pane. Disporre il pane spezzettato in una ciotola con latte tiepido, lasciando ammorbidire per circa un quarto d’ora. Mettere in ammollo l’uvetta in acqua tiepida. Unire in una ciotola capace il pane intriso di latte, l’uvetta strizzata, le albicocche spezzettate, le mandorle e i pinoli tritati, l’uovo sbattuto, la cannella e 20 g di burro fuso; mescolare bene e amalgamare aiutandovi con le mani. Ungere una teglia, cospargere con il pangrattato e distribuire l’impasto, livellando con una spatola di legno e infornare a 180°C per 40 minuti o fino a che il dolce sarà asciutto. Distribuire un filo di miele sulla superficie e servire.

L’indice di riferimento è stato assegnato al glucosio, con un IG per convenzione pari a 100. Gli indici glicemici indicati in molte tabelle reperibili in internet possono modificarsi a seconda del trattamento che ha subito un alimento: per esempio, la pasta “al dente” ha un indice glicemico basso rispetto alla pasta cotta più a lungo. Così pure le diverse varietà di riso hanno IG diversi e il grado di maturazione di alcuni frutti come la banana incide sull’IG o il terreno in cui è stato coltivato un pomodoro.
Lo zucchero è utilizzato come dolcificante, ma nell’industria alimentare serve a molti scopi: per esempio, corregge l’acido nelle conserve di pomodoro e lo si aggiunge anche nei condimenti per le insalate e nelle salse. È importante per dare consistenza alle marmellate e ne migliora la conservazione legando le molecole d’acqua e sottraendole all’utilizzo dei batteri. Nei prodotti da forno aumenta la temperatura a cui l’amido gelatinizza e, intrappolando le bolle d’aria che si sviluppano in forno, conferisce una consistenza morbida alle torte. Durante la lievitazione fornisce alimento per i lieviti per permettere all’impasto di gonfiarsi. Quando si preparano i gelati, la presenza di zucchero consente di abbassare il punto di congelamento, migliorando il processo. Lo zucchero è anche indispensabile perché avvenga una trasformazione tipica dei prodotti da forno come biscotti e pane: la formazione di una crosta di colore bruno e dal caratteristico aroma. Questa reazione si chiama reazione di Maillard e avviene quando reagiscono, a temperatura elevata, i gruppi amminici di amminoacidi, che formano le proteine, con zuccheri semplici come il glucosio, il fruttosio o il maltosio. La tostatura del pane e del caffè e il profumo che si sprigiona sono tra gli effetti più apprezzabili, ma è possibile sperimentarla in molte altre occasioni culinarie, anche quando si fa soffriggere una cipolla. Sapore e colore caratteristici vengono anche dalla caramellizzazione degli zuccheri, una reazione che avviene a alte temperature, anche in assenza di proteine.

Clafoutis di pere e mandorle

Ingredienti per 6 persone:
• 800 g di pere kaiser
• 400 mL di latte di soia
• 50 g di farina tipo 2
• 50 g di mandorle tritate
• 10 mandorle affettate a lamelle
• 2 uova
• 1 cucchiaio di miele
• 1 pizzico di cannella
• 1 pizzico di sale

Sbucciare le pere e affettarle molto sottilmente; ungere una teglia di ceramica e disporre le fette di pera disposte a raggiera e leggermente sovrapposte le une sulle altre. Unire le mandorle tritate, la farina, le uova, il miele, il sale e la cannella in un recipiente con il bordo alto e mescolare il tutto con l’aiuto di un mixer ad immersione. Versare la pastella ottenuta così sulle fette di pera, distribuire le mandorle affettate a lamelle e infornare a 180°C per circa tre quarti d’ora o fino a quando l’impasto sarà solidificato e leggermente colorato.

Evidentemente non è facile per l’industria alimentare sostituire lo zucchero. Soprattutto dopo la campagna di demonizzazione dei grassi, il consumatore ha cominciato a leggere le etichette dei prodotti che utilizzava abitualmente concentrandosi sul contenuto di grassi e, in particolare, grassi saturi e colesterolo. A questo punto i banchi dei supermercati si sono riempiti di prodotti che pubblicizzavano a grandi caratteri l’assenza di colesterolo e percentuali di grassi sempre più basse. I cereali della prima colazione hanno sostituito il pane, burro e marmellata nelle prime colazioni di molti di noi, il latte di soia ha sostituito il latte vaccino e gli yogurt alla frutta a basso tenore di grassi hanno soppiantato lo yogurt intero. Togliere i grassi vuol dire anche ridurre la tipica cremosità, la palatabilità e il potere saziante che conferiscono agli alimenti. Per rendere più gradevoli i prodotti, l’industria ha pensato di giocare sugli zuccheri e quindi il consumatore non si è accorto che i cereali per la colazione sono spesso poveri di grassi, ma ricchissimi di zucchero, che è difficile trovare latte di soia non zuccherato e anche gli yogurt alla frutta contengono spesso zuccheri aggiunti.
Ma l’apoteosi dello zucchero è attualmente nelle bevande. Sia che si tratti di cole, sia che si tratti di aranciate o succhi di frutta, lo zucchero ha lo scopo di attenuare l’acidità presente, che può essere dovuta a acido citrico o altri acidi organici della frutta oppure all’acido fosforico presente nella Coca-Cola e nella Pepsi-Cola. L’aspro dà una sensazione di freschezza in bocca, ma il dolce permette di attenuare le percezioni sgradevoli. A sua volta l’acidità rende tollerabile le grandi quantità di zucchero presenti. Insomma, per ottenere il sapore che fa apprezzare al consumatore il soft drink preferito, ci vuole una grande quantità di zucchero.
Oltre al saccarosio, nelle bevande è molto utilizzato lo sciroppo di glucosio e fruttosio, una miscela di zuccheri, tra i quali il 42% è glucosio e il 55% è fruttosio, ottenuta dal mais. Il fruttosio è più dolce del saccarosio e, pur essendo uno zucchero semplice, ha un basso indice glicemico dato che prima deve essere trasformato in glucosio dal fegato. Eppure è uno zucchero con alcune ombre perché, se viene assunto in quantità, viene trasformato in grasso e depositato nel fegato. Il fruttosio è uno zucchero con un metabolismo diverso da quello del glucosio e il genere umano non è abituato ad avere a che fare con grosse dosi di fruttosio come quelle attualmente in circolazione, soprattutto sotto forma di soft-drinks. In attesa di conferme dagli studi epidemiologici, vale la pena di essere cauti con gli alimenti e le bevande che contengono fruttosio o sciroppi di glucosio e fruttosio come dolcificanti. In pochi individui, circa uno ogni ventimila, esiste una patologia genetica che impedisce il metabolismo del fruttosio, ma non sono pochi gli adulti che hanno disturbi intestinali a causa del fruttosio. Se un adulto che ha sempre mangiato frutta e miele senza esserne disturbato, manifesta fastidiosi sintomi intestinali è possibile che abbia qualche difficoltà con il fruttosio. Tra le ipotesi formulate c’è la riduzione di trasportatori di questo zucchero nell’intestino, magari legata all’eccesso di fruttosio nella dieta, ma anche di zucchero in generale, dato che il saccarosio è formato da glucosio e fruttosio. Un’altra ipotesi è che la flora batterica intestinale si sia modificata favorendo la crescita di batteri che utilizzano il fruttosio in modo poco piacevole per il loro ospite. In tutti i casi prima di ridurre la frutta e rischiare carenze nutrizionali, è bene ridurre gli zuccheri aggiunti, a partire dalle bevande zuccherate.

Castagnaccio

Ingredienti:
• 450 g di farina di castagne
• 120 g di uvetta sultanina
• ­­­50 g di pinoli
• 50 g di gherigli di noci
• olio di oliva e sale

Lasciare in ammollo l’uvetta in acqua tiepida per 20 minuti. In una terrina impastare la farina aggiungendo un po’ di acqua alla volta, fino a ottenere un impasto molto morbido. Tritare i gherigli di noce. Strizzare l’uvetta e aggiungerla all’impasto insieme a un pizzico di sale, ai pinoli e alle noci tritate (tenere da parte una piccola quantità di pinoli per decorare la superficie). Ungere una teglia bassa e versare l’impasto, cospargere la superficie con i pinoli tenuti da parte, versare sulla superficie anche un filo di olio e infornare a 190°C per circa mezz’ora o fino a quando si formerà una crosticina.

Abbiamo detto, all’inizio, che la decisione dell’OMS di consigliare un’ulteriore riduzione al 5% delle calorie per la dose massima consigliata di zuccheri liberi ha trovato una forte validazione da studi concentrati sull’obesità e sulla prevenzione delle carie. Uno studio recente finanziato dagli americani National Institutes of Health (NIH) e pubblicato in ottobre sulla rivista scientifica Obesity, ha cercato di rispondere alla domanda se sia proprio lo zucchero in se a essere nocivo o se sia l’incremento di peso che deriva dall’assunzione di bevande zuccherate a essere il responsabile di malattie che intervengono nel lungo periodo. Questi scienziati hanno così deciso di reclutare un gruppo di ragazzini tra i 9 e i 18 anni di età a cui hanno tolto dalla dieta gli zuccheri aggiunti e li hanno sostituiti con carboidrati di altro genere, in modo da non modificare l’apporto calorico complessivo. Tutti erano sovrappeso e avevano almeno uno o più sintomi tipici della sindrome metabolica, un insieme di fattori di rischio che comprendono ipertensione, iperglicemia, ipercolesterolemia e un eccessivo girovita. Dopo soli dieci giorni, anche senza perdere peso, i risultati furono sorprendenti perché si abbassarono tutti i valori critici: il colesterolo LDL, i trigliceridi nel sangue, la pressione sanguigna diastolica e così pure la glicemia a digiuno. Lo studio è stato breve per carenza di fondi, ma sicuramente incisivo. Persino la Food and Drug Administration (F.D.A.) ha affermato di voler cambiare le etichette nutrizionali per aiutare il consumatore a distinguere tra zuccheri naturalmente presenti nell’alimento e zuccheri aggiunti.
Rimane da considerare la possibilità di sostituire lo zucchero con i dolcificanti artificiali. Forse una bevanda dietetica potrebbe essere meglio della cola classica? Anche in questo caso la scorciatoia non sembra del tutto innocua. Uno studio condotto dall’immunologo Eran Elinav dell’Istituto di Scienze Weizmann in Israele e pubblicato su Nature, fa temere che i dolcificanti artificiali possano interferire con la capacità del nostro organismo di regolare la glicemia, causando squilibri metabolici che possono essere l’anticamera del diabete. Un’ipotesi è che ci possa essere una modifica nel microbioma, uno squilibrio a carico dei microrganismi che popolano il nostro intestino. Mentre attendiamo che la scienza sia in grado di darci risposte più chiare, non ci resta che affinare le nostre capacità culinarie e ridurre al massimo il cibo industriale.

The Beat generation

La bandiera, Robert Frank
La bandiera

Nell’America che combatte nella Seconda guerra mondiale sotto le insegne della democrazia e che, nel dopoguerra, precipita nella guerra fredda, trova ragioni di essere un’arte anarchica, sovversiva nelle sue espressioni e nella personalità dei suoi protagonisti. Vale per la letteratura, per la pittura, per la musica. È la bomba nucleare e la gara nucleare-spaziale a tenere la scena. La guerra si è chiusa con Hiroshima e Nagasaki, in Cina vincono i ‘rossi’ di Mao, nella guerra ‘per procura’ tra le due Coree si fronteggiano capitalismo e comunismo. Le principali città del Paese vengono investite da due paralleli fenomeni: la criminalità organizzata (commissione Kefauver) e la psicosi del ‘pericolo rosso’ (commissione McCarthy). Gli ideali di democrazia piena e società giusta della generazione precedente (Dos Passos, il primo Steinbeck, i pittori Levine ed Hopper, Hemingway) sono cancellati. In questa situazione agiscono Pollock in pittura, Kerouac in letteratura, Ginsberg in poesia, Burroughs nelle nuove possibilità creative, e Charlie Parker nel jazz (be-bop). “Charlie Parker quel malinconico, angelico incosciente che racchiudeva in sé tutta la storia del jazz, figlio della notte americana del be-bop” è Kerouac Sulla strada, il romanzo della generazione scritto su uno spartito musicale. (pdg)

testo e schede Paolo Prezzavento foto Allen Ginsberg e Robert Frank

 

Nei primi anni Quaranta, a New York, si forma un gruppo di amici che hanno in comune gli interessi letterari e una notevole propensione a cacciarsi nei guai.
La deriva verso l’illegalità e la tossicodipendenza è dovuta in gran parte all’influsso di William Burroughs, che si era trasferito a New York dal 1943. Si deve soprattutto a Burroughs il collegamento tra due mondi che sembravano agli antipodi: quello dei primi tossicodipendenti di Times Square, tra cui il leggendario Herbert Huncke, un hipster che viveva di espedienti (fu lui il primo ad utilizzare la parola beat nella sua accezione negativa di “sballato, sfinito, abbattuto”) e gli studenti della Columbia University, tra cui Allen Ginsberg. Ma il vero evento fondante del movimento beat è un delitto, un delitto a sfondo omosessuale che attirò l’attenzione dei media newyorkesi negli anni ’40, l’uccisione di David Kammerer, un insegnante di inglese, ad opera del suo discepolo Lucien Carr, enfant prodige del primo gruppo beat, di cui Kammerer si era perdutamente innamorato. Di fronte alla corte spietata di Kammerer, alla fine Carr, esasperato, reagì alle sue ‘attenzioni’ accoltellandolo e gettandone il corpo nell’Hudson. Carr confessò il delitto dopo due giorni, fu condannato e successivamente scarcerato dopo aver scontato solo due anni di prigione. William Burroughs e Jack Kerouac, che furono arrestati e poi rilasciati su cauzione per favoreggiamento, presero ispirazione dal delitto Kammerer per scrivere un romanzo sperimentale a quattro mani dal titolo E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche (And the Hippos Were Boiled in Their Tanks). Per molti anni Lucien Carr si è opposto alla pubblicazione di questo libro, che è uscito in versione integrale solo di recente, nel 2008.
Il termine beat nasce ufficialmente nel 1952, a New York, ad opera del critico-scrittore-giornalista John Clellon Holmes, che lavorava al New York Times. Nell’ambito di una serie di articoli sulla poesia contemporanea, Holmes pubblicò un pezzo intitolato This is the Beat Generation, in cui per la prima volta veniva presentato all’opinione pubblica americana questo gruppo di scrittori ribelli che stavano rivoluzionando la letteratura americana.
Uno degli elementi di spicco del gruppo beat è un giovane ragazzo ebreo proveniente da Newark, nel New Jersey, che studia alla Columbia University e vuole fare l’avvocato, Allen Ginsberg. Ginsberg frequenta la Columbia, ma i suoi strani amici di Times Square e del Greenwich Village, tra cui Huncke e Burroughs, cominciano a creargli qualche problema con la giustizia. Alla fine viene espulso dalla Columbia e diventa il poeta-profeta di punta dei beat grazie ad un altro evento fondante del movimento: il leggendario poetry reading del 7 Ottobre 1955 alla Six Gallery di San Francisco, durante il quale Ginsberg declama per la prima volta i potenti, lunghissimi versi del poema L’Urlo (Howl), vero e proprio manifesto della Beat Generation. Ginsberg diventa successivamente un vero e proprio guru, un leader spirituale del movimento beat dopo la sua conversione al buddismo Zen e anche uno dei più influenti leader politici del movimento del sessantotto americano, quando i beat e gli hipster degli anni ‘50 si trasformano negli hippy e nei contestatori degli anni ‘60.
Alla fine degli anni cinquanta esplode il fenomeno del romanzo Sulla Strada (On the Road, 1957) di Jack Kerouac, che diventa la Bibbia della generazione. Kerouac è il primo fra i beat che sconvolge i canoni del bello scrivere che avevano dominato la letteratura americana fino a quel momento. Kerouac introduce un’altra accezione del termine beat, non quella che rimanda a beaten, “battuto”, oppure al beat, al ritmo del be bop di Charlie Parker, ma quella che rimanda a beatific, “beato”, indice di un’incessante ricerca spirituale.

Urlo

per Carl Solomon

Ho visto le menti migliori della
mia generazione distrutte dalla
pazzia, affamate nude isteriche,
trascinarsi all’alba per strade di
negri in cerca di una siringata
rabbiosa di droga, hipster aureolati
bramare l’antico contatto paradisiaco
con la dinamo stellata
nel macchinario della notte…

Nel 1959 la casa editrice francese Olympia Press pubblica Naked Lunch (Pasto Nudo) di William Burroughs, l’opera che, insieme a L’Urlo di Ginsberg e Sulla Strada di Kerouac, meglio rappresenta la rivolta totale della Beat Generation. Si tratta di un romanzo di fantascienza che è anche una spy-story, un romanzo pornografico e un drug-novel, ma è soprattutto la narrazione sconclusionata delle vicende assurde e inconcludenti di una serie di personaggi bizzarri, che si avventurano in pericolose avventure, per lo più a sfondo sessuale, narrate con una forte componente di humor nero.
Nel 1962 Naked Lunch viene pubblicato anche in America, in un numero speciale della rivista Big Table e poi dalla Grove Press. Subito le copie vengono sequestrate e l’autore e l’editore vengono denunciati per oscenità. Ne derivò un celebre processo che si tenne a Boston nel 1965, processo che in pratica segnò la fine della censura negli Stati Uniti.
Tra i membri originari del gruppo beat tra New York e San Francisco, ve ne sono alcuni che hanno continuato per decenni a diffondere il verbo beat, ma senza proporre alcunché di nuovo, come è accaduto a Gregory Corso e allo stesso Ginsberg (per non parlare di Kerouac, che si chiuse in se stesso e sprofondò nell’alcolismo) altri hanno dimostrato una maggiore capacità di superare quel particolare momento storico, di saper aggiornare e arricchire la loro poetica. In questo ultimo gruppo vanno annoverati William Burroughs, che ha avuto influsso su tutti i maggiori sviluppi della narrativa postmoderna contemporanea, Lawrence Ferlinghetti, fondatore nel 1955 della casa editrice dei beat, la City Lights, che a più di novant’anni riesce ancora ad essere promotore culturale di spicco nella sua San Francisco e ha saputo arricchire la sua poetica dedicandosi ad altri ambiti artistici (ad esempio la pittura), e Gary Snyder, approdato a una visione spirituale ed ecologista diventando uno dei leader più autorevoli del movimento regionalista, fautore di un ritorno alla natura e alla poetica dei native americans.

 

Allen Ginsberg
Allen Ginsberg

Allen Ginsberg

Allen Ginsberg, nato nel 1926 a Newark, nel New Jersey, è il principale rappresentante del Movimento Beat. Segue l’evoluzione del Movimento Beat fin da quando i Beat sono semplicemente un gruppo di amici provenienti da varie parti dell’America che si ritrovano a New York e qui iniziano un sodalizio che dura almeno fino a tutti gli anni ’50 e ’60. All’inizio degli anni ’40 Ginsberg è a Manhattan e frequenta la Columbia University e rappresenta il trait d’union tra la Columbia e i tossici di Times Square tramite il suo amico William Burroughs. Dopo un periodo iniziale in cui si comporta da studente modello (voleva diventare un avvocato difensore dei lavoratori oppressi) si allontana sempre di più dalla rispettabilità borghese cui aveva aspirato. Divenuto poeta sulla scia di Walt Whitman e William Blake, Ginsberg scrive circa dieci anni dopo quella che è stata considerata la poesia-manifesto della Beat Generation, Howl (Urlo), che viene recitata per la prima volta il 7 Ottobre 1955 alla Six Gallery di San Francisco, suscitando un enorme scalpore. Questo poema ribelle e osceno fu anche oggetto di un celebre processo che finisce per diventare una enorme cassa di risonanza e uno straordinario battage pubblicitario per il libro. L’attacco rabbioso del poema di Ginsberg segna una rottura totale con tutti i canoni della poesia accademica e con la letteratura dei tranquillizing fifties: «Ho visto le migliori menti della mia generazione/ distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche/ trascinarsi all’alba per strade di negri in cerca di droga rabbiosa, / hipster dal capo d’angelo bramare l’antico contatto celeste / con la dinamo stellata nel macchinario della notte…». Da quel momento in poi il Movimento Beat si trasforma in un movimento di massa e Ginsberg, con i suoi capelli lunghi e la sua enorme barba nera, ne è il suo principale guru. La sua immagine comincia a campeggiare in tutte le manifestazioni del neonato Movimento Hippy, i suoi poetry readings diventano dei veri e propri happenings che hanno un’influenza enorme sui giovani lettori/spettatori. Il suo stile di vita privo di qualsiasi inibizione nei confronti del sesso o delle droghe, fuori da qualsiasi schema di rispettabilità borghese, viene adottato da milioni di giovani americani. Anche quando il movimento si politicizza, nel biennio 1966-1968, Ginsberg non si sottrae al suo ruolo di guida spirituale della Controcultura, e organizza diverse manifestazioni di protesta contro la Guerra in Vietnam e soprattutto la grande manifestazione in occasione della Convention del Partito Democratico di Chicago (1968), che segna l’apice del Movimento di protesta contro l’America bigotta e liberticida. Negli ultimi anni della sua vita e nella fase finale della sua carriera, Ginsberg continua la sua infaticabile serie di tour poetici e di iniziative pacifiste, ma negli anni ’80 le sue parole e le sue poesie hanno perso quella presa fortissima che avevano sui giovani. Muore nel 1997 a New York. È sepolto nel cimitero di Newark.

 

Viaggio in India, autoscatto, Allen Ginsberg
Viaggio in India, autoscatto

 

Sogno: 8 Giugno 1955

Poesia della raccolta Sandwiches di Realtà (Reality Sandwiches, 1963). Ginsberg rievoca la figura di Joan Vollmer, moglie di Bill Burroughs, uccisa dal marito in un tragico incidente in Messico nel 1949. Ginsberg la ricorda poco prima del tragico momento in cui il maritò la colpì in fronte con una pallottola. Dopo averle chiesto notizie di Bill Burroughs, di Kerouac e di Herbert Huncke, il celebre tossico di Times Square inventore del termine beat, si rende conto che Joan è già morta e che la sua apparizione è solo un sogno. L’immagine di Joan svanisce lasciando il posto ad una squallida tomba in “un giardino abbandonato nel Messico”.

 

Una notte ubriaca in casa mia con un
ragazzo, San Francisco: giaccio nel sonno:
buio:
ritornai a Mexico City
e vidi Joan Burroughs piegata
in avanti in una sedia da giardino, con le braccia
sulle ginocchia. Mi studiò con
occhi limpidi e sorriso abbattuto, con
la faccia restituita a raffinata bellezza
che la tequila e il sale avevano reso strana
prima della pallottola nella fronte.
Parlammo della vita da allora.
Beh, che cosa sta facendo Burroughs, adesso?
Bill sulla terra, è in Nord Africa.
Oh, e Kerouac? Jack continua a saltare
con lo stesso genio beat di prima,
i taccuini pieni di Buddha.
Spero che faccia l’amore, rise.
E Huncke è ancora nei guai? No,
l’ultima volta l’ho visto a Times Square.
E come sta Kenney? Sposato, ubriaco
e dorato nell’Est. E tu? Nuovi
amori nell’Ovest –
Allora capii
che era un sogno: e le chiesi
– Joan, che specie di conoscenza hanno
i morti? Puoi ancora amare
i tuoi amici mortali?
Che cosa ricordi di noi? –
Allora
svanì davanti a me. L’attimo dopo
vidi la sua tomba macchiata di pioggia
dietro un epitaffio illeggibile
sotto il ramo nodoso di un
alberello nell’erba selvaggia
di un giardino abbandonato nel Messico.

 

 

1953, William Burroughs
1953, William Burroughs

William Seward Burroughs

William Seward Burroughs, nasce nel 1914 a St Louis in una famiglia borghese medio-alta. La sua prima prova letteraria si intitola Autobiografia di un lupo, scritta a soli 8 anni. Nel 1938, mentre si trova ad Harvard, scrive una bizzarra storia insieme all’amico Kells Elvins intitolata Ultimi bagliori dell’alba, storia di un capitano di nave che, per salvarsi durante un naufragio, si traveste da donna. Dopo la laurea, i genitori decidono di assicurargli una rendita mensile di 200 dollari, una somma che gli consente di non lavorare e di nutrire i suoi interessi letterari, ma anche di viaggiare in cerca di avventure a New York, in Messico, in Colombia, in Marocco, a Parigi e a Londra, e di frequentare un gruppo di gente piuttosto strana che vive nella zona del Greenwich Village e che sarebbero poi diventati i poeti e gli scrittori Beat – Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gregory Corso.
Nel 1949 Bill Burroughs si trasferisce in Messico per sfuggire alle forze dell’ordine a causa dei suoi problemi di droga, ma in Messico accade un incidente che gli cambierà la vita. Durante una festa Bill, completamente ubriaco, uccide la moglie Joan Vollmer sparandole un colpo in testa, convinto di poter emulare l’impresa di Guglielmo Tell. Viene accusato di omicidio, fugge dal Messico. Nel 1951 pubblica La scimmia sulla schiena (Junky), che racconta le sue esperienze di droga e nel 1953 Checca (Queer), in cui affronta con grande franchezza il tema della propria omosessualità. Nel 1953 si trasferisce in Colombia. Ha sentito dire che nella giungla colombiana si trova lo Yage o Ayahuasca, leggendaria pianta da cui si estrae un potentissimo allucinogeno. Di questa esperienza rimane un resoconto nelle celebri Lettere dello Yage (The Yage Letters, 1963), scambio epistolare con Allen Ginsberg.
Parte poi per il Marocco e si stabilisce a Tangeri, dove continua a provare le più svariate droghe. Conosce lo scrittore Paul Bowles, l’autore di Tè nel deserto (The Sheltering Sky, 1949) e il pittore Brion Gysin, che gli darà lo spunto per il suo celebre metodo letterario del cut-up, mescolare ritagli di giornali, registrazioni e frasi rubate da altri libri. Nel 1958 Burroughs si trasferisce a Parigi insieme a Brion Gysin, l’anno successivo l’Olympia Press di Maurice Girodias pubblica Pasto Nudo (Naked Lunch), il suo libro più celebre, grazie all’interessamento di Allen Ginsberg. Dopo Naked Lunch, Burroughs scrive la cosiddetta Prima Trilogia o Trilogia Nova, inaugurata da La Macchina morbida (The Soft Machine, 1961), proseguita con Il biglietto che è esploso (The Ticket that Exploded, 1962) e Nova Express (1964), e inizia ad esplorare varie altre tecniche di scrittura sperimentale, per approdare infine a una nuova poetica con la cosiddetta Seconda Trilogia. La Seconda Trilogia inizia con Città della Notte Rossa (Cities of the Red Night, 1981), che racconta le avventure del Capitano Mission, prosegue con Strade Morte (The Place of Dead Roads, 1983), un western a sfondo omosessuale che narra le avventure del pistolero Kim Carsons, e si conclude con Terre Occidentali (Western Lands, 1987), i cui protagonisti sono il pistolero Joe il Morto e il misterioso agente Neferti, alla ricerca del Paradiso dell’antica religione egizia: le Terre Occidentali.
William Burroughs è morto nel 1997 a New York.

 

William Burroughs e Jack Kerouac
William Burroughs e Jack Kerouac

Strade Morte

Qui Burroughs condensa la visione del mondo cui era giunto dopo anni e anni di tossicomania e di una vita di vero e proprio ‘fuorilegge della letteratura’: gli uomini sono schiavi e mantenuti in un perenne stato di soggezione e di asservimento dagli Dei Schiavi delle religioni ufficiali; nella storia un solo leader spirituale è riuscito a ritrovare la strada perduta verso il Giardino dell’Eden, le Terre Occidentali dell’antica religione egizia, la stazione spaziale dalla quale gli umani sono stati banditi: Hassan al Sabah, alias il Vecchio della Montagna, il fondatore della setta Ismaelita asserragliato nella Fortezza di Alamut, nel Nord dell’Iran, una sorta di proto-terrorista del dodicesimo secolo. Le armi utilizzate da al Sabah sono i suoi fidati assassini, giovani seguaci addestrati ad uccidere, che lui può inviare in ogni parte del mondo per eliminare quei capi politici o spirituali che si mettono sulla sua strada. Compito degli assassini è spargere il terrore in tutto il mondo…Gli assassini potevano rimanere dormienti ed aspettare anni prima di intervenire. La via indicata da Hassan al Sabah e quindi da Burroughs per superare l’eterno dualismo della cultura e della filosofia occidentale è quella della ribellione totale a qualunque religione tradizionale, al consueto dualismo vita-morte, uomo-donna, etc, attraverso il medesimo che cerca il medesimo, attraverso l’amore per il medesimo, cioè l’omosessualità, il sesso tra maschi. Ancora una volta la donna è completamente bandita, eliminata, dal mondo di Burroughs, trattata come un essere alieno….
Qui a è l’ultima profezia del Grande Vecchio della Controcultura, la sua ultima sfida alla società.
“Hassan i Sabbah era un membro del culto ismaelita che era stato accanitamente perseguitato dai musulmani ortodossi. Erano già entrati in clandestinità e avevano costituito una rete di agenti segreti.
Hassan si attirò l’antipatia di un potente e si salvò con la fuga. Fu durante questa fuga che ricevette la visione dell’Imam e si mise a capo della setta ismaelita con tutte le sue ramificazioni clandestine. Passò diversi anni in Egitto. Di nuovo la fuga. Si salvò su un battello e si dice che abbia placato una tempesta. Radunò alcuni seguaci e, dopo anni di pericoloso vagare, si stabilì con essi nella fortezza di Alamut, in quello che ora è l’Iran settentrionale… (la fortezza esiste ancora). Visse lì per trent’anni e addestrò i suoi assassini, che sparsero il terrore per tutto il mondo musulmano.
Il Vecchio poteva colpire anche a Parigi. Le fonti non ci dicono nulla dell’addestramento ricevuto dai suoi assassini ad Alamut, ma sappiamo che talvolta ci volevano anni prima che l’assassino venisse mandato in missione. Nessuno ha spiegato come il Vecchio inviasse un ordine di omicidio per centinaia di migliaia di miglia. La biblioteca di Alamut a quanto sembra era un mito e nessun insegnamento scritto è sopravvissuto. Chi assassinava e perché? La maggior parte dei colpiti erano califfi, sultani e leader religiosi, mullah e roba del genere. Hassan i Sabbah non attaccava per primo. Aspettava finché il nemico faceva una mossa contro di lui. In questo modo la sua posizione era simile a quella di Kim…Limitarsi a badare ai fatti propri finché qualche balordo che cerca di costruirsi una reputazione uccidendo il famoso Kim Carsons viene ad attaccare briga.
Hassan i Sabbah era ben conosciuto in tutto il mondo musulmano proprio come Kim era conosciuto come pistolero in tutto il Vecchio West. Così ogni generale, califfo, mullah, sultano poteva tentare di uccidere il Vecchio. Lui individuava quelli che avevano intenzione di provarci prima ancora che lo sapessero loro, e aveva un uomo di guardia pronto a uccidere appena tentavano una mossa.
La base del culto ismaelita è un rapporto diretto tra potere divino e leadership attraverso il contatto con l’Imam. Si tratta di qualcosa che non può essere simulato. Non potete falsificarlo più di quanto non possiate falsificare un dipinto, una poesia, un’invenzione o un pasto. C’è o non c’è. Uno sguardo e lo sapete. Il potere del vecchio sui suoi assassini è basato su una verità spirituale che si evidenzia da sola.
Durante l’esilio in Egitto apprese alcuni segreti fondamentali per mezzo dei quali si realizzò il suo futuro potere. Alcuni studiosi hanno erroneamente dedotto che questo segreto consistesse nell’uso dell’hashish. L’hashish era semplicemente un sovrappiù. Ciò che Hassan i Sabbah imparò in Egitto era che il paradiso esiste davvero e può essere raggiunto. Gli Egizi lo chiamavano le Terre Occidentali. È questo il Giardino che il Vecchio mostrava ai suoi assassini… Non può essere finto più di quanto possa essere finto il contatto con l’Imam. Non è un vago paradiso eterno per il giusto. È un luogo reale al termine di una strada molto pericolosa.
Il Giardino dell’Eden era una stazione spaziale dalla quale siamo stati banditi, condannati a vivere sulla superficie del pianeta col sudore della fronte in una lotta costantemente persa contro la legge di gravità. Ma banditi da chi? Da un Dio bastardo che si fa chiamare Jehovah o chissà cosa. Soltanto un leader spirituale scoprì questo, e trovò una chiave per un giardino…perché una volta che avete la chiave non c’è un giardino solo ma molti giardini, un numero infinito.
Lui trovò la chiave in Egitto. Ma gli egiziani non avevano una chiave. Gli Dei avevano tutte le chiavi e ammettevano solo mortali eletti. Ed eletti perché?
Perché servivano come condotti di energia per mantenere la stazione. Erano in realtà vampiri addestrati e messi sulle tracce delle mummie per succhiare l’energia di cui la stazione spaziale ha bisogno, perché la stazione, dalla notte dei tempi, è radicata nel tempo e rifornita dal tempo.
Il Vecchio era un rinnegato. I suoi assassini colpivano i capisquadra e i supervisori che amministrano il Grande Ranch. E ogni volta che lo facevano, si impadronivano di una chiave. Così il Vecchio creò la sua stazione, il Giardino di Alamut. Ma il Giardino non è la fine della corsa. Può essere visto come un luogo di riposo e un centro di mutazioni. Libero da persecuzioni, il manufatto umano può evolversi in un organismo adatto alle condizioni di vita dello spazio e dei viaggi nello spazio.
Fino a che punto la situazione è cambiata? Non di molto. La mummia è stata sostituita da una coltura di virus, inserita in idonei ospiti umani. Il Virus 23 ha esattamente la stessa funzione di una mummia: un condotto di energia per tenere in attività il ranch e il bestiame umano laggiù al pascolo dove ingrassa e si prepara… Come era al principio, e ora, e sempre… Nei secoli dei secoli MUU MUU MUU.
Mucche spinte al mattatoio…Dio, il Padre, il Figlio e Spirito Santo, e quando lo Spirito Santo si affievolisce loro semplicemente negano che la stazione spaziale esista. Questa è la direttiva attuale. A ogni modo, abbiamo le nostre mucche che vanno con il Vaticano e che vengono con il Cremlino, e l’enorme serbatoio del materialismo, proprio fanatico quanto il più demente Inquisitore. «Chiunque scriva sul cosiddetto Programma Spaziale Evolutivo dovrebbe essere condannato alla fustigazione in pubblico e bandito da ogni ulteriore attività» disse qualcuno il cui nome era così prossimo a Condom che se gli entrasse se lo dovrebbe mettere.
Ben fatto, sincero e fedele servitore. Abbiamo convenientemente cessato di esistere. E ci sono stati momenti in cui hanno tenuto il cielo cucito stretto come il culo di una puttana tossicomane… ma succede sempre, i grossi allevatori si rilassano nel gabinetto esterno.
Il Vecchio aveva trovato il modo di evitare la trafila della mummia. Gli immortalisti attuali si sono arrangiati diversamente. Hanno semplicemente ridotto la loro vecchia mummia puzzolente a cristalli virali per inserirli in un ospite umano, come insetti schifosi che vanno in giro a deporre le loro uova nelle persone. La via del Vecchio è il sesso tra i maschi. Il sesso forma la radice di un dualistico e quindi solido e reale universo. È possibile risolvere il conflitto dualistico in un atto sessuale, dove il dualismo non ha bisogno di esistere.
Come faceva il Vecchio a trasmettere l’ordine di morte a distanza? La parola telepatia è fuorviante. Comunicazione organica sarebbe una definizione più esatta, dal momento che è coinvolto tutto l’organismo.
Si trasmette e si riceve tanto con l’alluce del piede quanto con il cervello e ciò che è trasmesso è una forte reazione emotiva, non dati neutri come triangoli, cerchi e quadrati. Pensate agli esperimenti russi descritti in Scoperte psichiche oltre la Cortina di Ferro. Dei coniglietti della stessa nidiata in un sottomarino russo a tremila miglia dalla mamma coniglia. Vengono poi uccisi in modo accuratamente calcolato per sollecitare la più forte delle reazioni, afferrati da bestiali marinai russi e fatti roteare in aria per le zampe di dietro, e mentre orinano e defecano per il terrore i loro cervelli vengono fracassati contro un lanciasiluri. A tremila miglia di distanza, la mamma coniglia mostrava sei forti reazioni sul poligrafo nel preciso istante in cui i suoi coniglietti venivano liquidati…«Così faremo conigli dei nostri nemici» bofonchiano i russi mentre mescolano il loro cocktail Bloody Rabbit fatto con sangue di coniglio e vodka. Così il Vecchio trasmetteva una reazione per attivare un piano preordinato. «Niente è vero. Tutto è permesso». Le ultime parole di Hassan i Sabbah. E qual è il più autentico tratto distintivo della razza umana? Nascita e Morte. Il Vecchio mostrò ai suoi assassini la libertà da rinascita e morte. Creò dei veri esseri, concepiti per i viaggi spaziali. La capacità di respirare aria deve avvenire prima della transizione dall’acqua all’aria. Altrimenti per delle creature d’acqua incapaci di respirare aria è semplicemente suicida trasferirsi nell’aria. Allo stesso modo il potenziale per un’esistenza nello spazio si deve sviluppare prima della transizione dal tempo allo spazio. Qui stiamo considerando alterazioni biologiche dimostrabili. Nuovi esseri. Non si possono falsificare. Non si può respirare con polmoni finti”.

(Strade Morte, Elliot edizioni, Roma, 2008, pp. 230-235, traduzioe di Giulio Saponaro)

 

 

1959, Tangeri, Jack Kerouac
1959, Tangeri, Jack Kerouac

Jack Kerouac

Nato nel 1922 a Lowell, nel Massachussetts, da una famiglia di origine canadese. Nel 1950 Kerouac pubblica un primo romanzo nel solco della narrativa della memoria di Thomas Wolfe, La città e la metropoli, che riscuote un certo successo tra la critica, ma ben presto il giovane scrittore si rende conto che la sua strada è un’altra, e comincia a esplorare un nuovo modo di scrivere che rappresenti veramente una rottura con tutti i canoni della narrativa precedente. Da questa ricerca stilistica nasce il suo romanzo più famoso, Sulla Strada (On the Road), pubblicato nel 1957, che riprende le esperienze di vagabondaggio di Kerouac. Sulla Strada rappresenta, insieme all’Urlo di Ginsberg, il manifesto della Beat Generation, il libro che tutti in quegli anni avevano letto e a cui si erano ispirati. Jack Kerouac è lo scrittore americano che più di ogni altro scrittore del Novecento ha saputo cantare l’America dei grandi spazi, dei grandi viaggi, che ha saputo rinnovare il tema dell’attraversamento e della vera e propria lotta contro l’immenso corpo dell’America che avevano caratterizzato la letteratura americana a partire da Moby Dick di Herman Melville e Leaves of Grass di Walt Whitman. Dopo il grande successo di Sulla Strada, Kerouac, a differenza di Ginsberg, rifiuta di mettersi a capo del Movimento Beat e si chiude in se stesso. Negli anni ’60 si allontana progressivamente dai suoi amici di un tempo, di cui non condivide la battaglia politica pacifista contro l’intervento in Vietnam. Muore nel 1969, a 47 anni, devastato dall’alcool.

 

Sulla Strada

“A Oakland mi feci una birra tra i barboni di un saloon che aveva una ruota di carro per insegna, e poi via di nuovo sulla strada. Attraversai a piedi tutta Oakland fino alla strada per Fresno. Due passaggi consecutivi mi portarono a Bakersfield, più di seicento chilometri a sud. Il primo me lo diede un ragazzone biondo pazzo come un cavallo a bordo di una macchina truccata. «Vedi il mio alluce?» disse spingendo quell’affare a centotrenta e sorpassando tutti lungo la strada. «Guardalo». Era avvolto in una fasciatura. «Me l’hanno amputato questa mattina. Quei bastardi volevano che restassi in ospedale. Ho preso la mia roba e me ne sono andato. Quante storie per un dito!» Sì, proprio, dissi tra me e me, ma adesso stai attento, e mi tenni forte. Non avevo mai visto un pazzo del volante come quello. Arrivò a Tracy in un batter d’occhio. Tracy è un paese di ferrovieri. I  frenatori consumano i loro pasti cupi nei locali disseminati lungo le rotaie. I treni attraversano la valle fischiando. Il sole al tramonto è lungo e rosso. Sfrecciavamo via davanti ai  magici nomi della valle: Manteca, Madera eccetera. Dopo poco scese il crepuscolo, un crepuscolo color dell’uva, violetto sulle coltivazioni di aranci e sui lunghi campi di meloni; il sole del colore dell’uva spremuta, con squarci di rosso borgogna, i campi del colore dell’amore e dei misteri di Spagna. Infilai la testa fuori del finestrino e inalai grandi boccate di aria fragrante. Fu il momento più bello. Il pazzo era un frenatore della Southern Pacific e abitava a Fresno; anche suo padre era un frenatore. Aveva perso l’alluce negli scali di Oakland azionando uno scambio, non avevo capito bene come. Mi portò in una Fresno brulicante e mi fece scendere nella parte sud della città. Andai a bere una Coca veloce in un piccolo negozio vicino alle rotaie, e lungo la fila di carri merci rossi vidi arrivare un giovane armeno malinconico, e proprio in quel momento una locomotiva fischiò e io dissi tra me e me: “Sì, sì, la città di Saroyan”.
Dovevo andare verso sud; mi misi sulla strada. Un uomo con un furgone nuovo di zecca mi prese su. Era di Lubbock, Texas, e commerciava in roulotte. «Vuol comprare una roulotte?» mi chiese. «Faccia un salto da me in qualunque momento». Mi raccontò di suo padre a Lubbock. «Una sera il mio vecchio lasciò l’incasso della giornata sopra la cassaforte, se lo dimenticò e basta. E cosa succede…durante la notte arriva un ladro con fiamma ossidrica e tutto il resto, forza la cassaforte, sparpaglia carte dappertutto, butta a terra qualche sedia e se ne va. E quei mille dollari erano proprio là, sopra la cassaforte, che ne dice, eh?»
Mi fece scendere a sud di Bakersfield, e fu allora che cominciò la mia avventura. Faceva sempre più freddo. Mi misi l’impermeabile militare leggero che avevo comprato a Oakland per tre dollari e aspettai rabbrividendo sulla strada. Ero proprio davanti a un motel decorato in stile spagnolo, illuminato come un gioiello. Le macchine passavano veloci dirette a L.A. Io gesticolavo freneticamente. Faceva davvero troppo freddo. Restai là fino a mezzanotte, due ore buone, e imprecare e imprecare. Proprio come a Stuart, Iowa. Non avevo altra scelta che spendere due dollari e rotti  e fare in autobus i chilometri che mi separavano da Los Angeles. Tornai indietro a piedi lungo la strada per Bakersfield, fino alla stazione, e mi sedetti su una panca.
Avevo comprato il biglietto e stavo aspettando l’autobus per LA quando all’improvviso mi passò davanti una ragazza messicana in pantaloni, assolutamente deliziosa. Era scesa da uno degli autobus appena arrivati con un gran sospiro di freni ad aria; facevano scendere i passeggeri per una sosta di ristoro. I seni della ragazza erano alti e sporgenti; i fianchi stretti e deliziosi; i capelli lunghi e di un nero splendente; e gli occhi erano due grandi cose azzurre venate di timidezza. Avrei voluto salire sul suo autobus. Ebbi una fitta al cuore, come tutte le volte che vedevo una ragazza che amavo andare nella direzione opposta alla mia in questo mondo troppo grande. L’altoparlante annunciò l’autobus per LA. Presi la mia borsa e salii, e chi trovai seduta dentro tutta sola se non la ragazza messicana? Mi lasciai cadere nel sedile di fronte al suo e cominciai subito a far lavorare il cervello. Mi sentivo così solo, così triste, così stanco, così tremante, così spezzato, così distrutto, che raccolsi tutto il coraggio che avevo, il coraggio necessario ad avvicinare una ragazza sconosciuta, e agii. E anche così passai cinque minuti a battermi le cosce nel buio mentre l’autobus partiva giù per la strada.
“Devi farlo, devi o morirai! Brutto cretino, parlale! Cosa ti succede? Non sei stanco di star solo?” E prima di sapere esattamente cosa stessi facendo mi sporsi attraverso il corridoio verso di lei (stava cercando di dormire) e dissi: «Signorina, vuole usare il mio impermeabile come cuscino?»
Lei alzò gli occhi, sorrise e disse: «No, ma grazie, grazie».
Tornai ad appoggiarmi al sedile tremando; accesi un mozzicone. Aspettai che mi guardasse, un triste sguardo obliquo d’amore, poi mi alzai di colpo e mi chinai su di lei. «Posso sedermi vicino a lei, signorina?»
«Se vuole»
Lo feci. «Dove sta andando?»
«A L.A.» Il modo in cui disse L.A. era adorabile; tutti dicono L.A. in modo adorabile, sulla Costa; è la loro unica città mitica e dorata, dopotutto.
«Anch’io vado a Los Angeles!» esclamai «sono molto contento che mi abbia permesso di sedere accanto a lei, mi sentivo molto solo e viaggio da tanto tempo». E cominciammo a raccontarci le nostre storie. La sua era questa: aveva un marito e un bambino. Il marito la picchiava, e così l’aveva lasciato, a Sabinal, a sud di Fresno, e stava andando a L.A. da sua sorella per un po’. Aveva lasciato il bambino dai suoi genitori, che facevano i braccianti e abitavano in una baracca nei vigneti. Non aveva niente da fare se non rimuginare e arrabbiarsi. Mi venne voglia di abbracciarla stretta, lì, subito. Continuammo a parlare e parlare. Disse che le piaceva parlare con me. Dopo un po’ disse che anche lei avrebbe voluto andare a New York. «Ma potremmo farlo!» esclamai ridendo. L’autobus risalì ansimando il Grapevine Pass e poi cominciò a scendere giù dentro la grande distesa di luci. Senza aver deciso niente in particolare cominciammo a tenerci per mano e allo stesso modo, silenziosi e belli e puri, decidemmo che quando fossi andato nella mia camera d’albergo a L.A. lei sarebbe stata accanto a me. La desideravo da sentir male; appoggiai la testa ai suoi bellissimi capelli. Le sue piccole spalle mi facevano impazzire; la abbracciai e la abbracciai. E lei era felice.
«Amo l’amore» disse, chiudendo gli occhi. Le promisi un amore meraviglioso. La guardai con occhi carichi di desiderio. Ci eravamo raccontati le nostre storie; ci lasciammo andare al silenzio e a dolci pensieri su quello che sarebbe successo. Era così semplice. Voi potete avere tutte le Peach, le Betty, le Marylou, le Rite, le Camille e le Inez di questo mondo; io avevo la mia ragazza, la mia anima gemella, e glielo dissi. Confessò di essersi accorta che la guardavo alla stazione. «Pensavo che fossi uno studente universitario». «Oh, uno studente, ma lo sono!» la rassicurai. L’autobus arrivò a Hollywood. Nell’alba grigia, sporca, l’alba in cui Joel McCrea incontra Veronica Lake in un diner, nel film Sullivan’s Travels, lei mi si addormentò in grembo. Io guardavo avidamente fuori del finestrino: case di stucco, palme e drive-in, l’intera follia di quella terra promessa frantumata, del fantastico lembo estremo d’America. Scendemmo dall’autobus in Main Street, che non era diversa dalle altre strade in cui si scende dall’autobus a Kansas City o a Chicago o a Boston: mattoni rossi, sporcizia, strani personaggi alla deriva, tram che stridono nell’alba disperata, l’odore da puttana della grande città.
A quel punto la mia mente cominciò a vaneggiare, non so perché. Era attraversata da visioni idiote e paranoiche in cui Teresa, o Terry – si chiamava così – era una banale puttanella che viaggiava sugli autobus per spillare soldi agli ingenui portandoseli a L.A., come stava facendo con me, in qualche locale dove c’era il pappone ad aspettarla e poi in un certo albergo dove alla fine arrivava lui con la pistola o che altro. Non gliel’ho mai confessato, questo. Facemmo colazione e c’era davvero un pappone che ci osservava; immaginai che Terry gli stesse lanciando occhiate di nascosto. Ero stanco e mi sentivo stranito e sperduto in una terra lontana, disgustosa. Quella stupida sensazione di terrore cancellò ogni altro pensiero e mi fece agire in modo meschino e volgare. «Lo conosci quel tipo?» le chiesi.
«Quale tipo, tesoro?» Lasciai perdere. Era lenta e inibita in tutto quello che faceva o diceva; ci mise molto a mangiare; masticava piano e fissava il vuoto, continuava a parlare e a fumare la sua sigaretta, e io ero come un fantasma tormentato, sospettoso di ogni mossa che faceva, sicuro che stesse prendendo tempo. Era come una malattia. Sudavo mentre scendevamo giù per la strada tenendoci per mano. Il primo albergo che trovammo aveva una camera, e prima di rendermi conto di quello che stava succedendo mi ritrovai a chiudere la porta a chiave e lei era seduta sul letto e si stava togliendo le scarpe. La baciai umilmente. Meglio che non si accorgesse di niente. Per rilassarci sapevo che avevamo bisogno di whisky, specialmente io. Corsi giù e setacciai dodici isolati, frenetico, fino a quando non trovai una bottiglia da mezzo litro di whisky in vendita a un’edicola. Tornai su di corsa, pieno di energia. Terry era in bagno e si stava truccando. Riempii un bicchiere e lo sorseggiammo insieme. Oh, era dolce e delizioso e valeva quell’intero lugubre viaggio. Andai a mettermi alle sue spalle davanti allo specchio, e ballammo così, in bagno. Cominciai a parlare dei miei amici della costa orientale.
Dissi: «Dovresti conoscere questa ragazza fantastica che si chiama Dorie. È una rossa alta un metro e ottanta. Se tu venissi a New York lei ti troverebbe subito un lavoro».
«Chi è questa rossa alta un metro e ottanta?» mi chiese sospettosa. «Perché mi parli di lei?» La sua anima semplice non riusciva a capire quel mio parlare felice, nervoso. Lasciai perdere. Lei cominciò a ubriacarsi in bagno.
«Vieni a letto!» continuavo a dire io.
«Una rossa alta un metro e ottanta, eh? E io che pensavo che tu fossi uno studente, ti ho visto con quel bel maglione e mi sono detta: “Ummm, com’è carino”. E invece no e no e no! Devi essere uno stronzo di pappone come tutti gli altri!»
«Ma cosa stai dicendo?
«Non vorrai farmi credere che quella rossa alta un metro e ottanta non è una puttana, perché io la riconosco subito una puttana dalla descrizione, e tu, tu sei solo un pappone come tutti gli altri che ho incontrato, tutti gli uomini sono papponi».
«Ascolta, Terry, io non sono un pappone. Te lo giuro sulla Bibbia che non sono un pappone. Perché dovrei essere un pappone? M’interessi solo tu».
«E io che credevo di aver incontrato un bravo ragazzo. Ero così contenta, mi sono congratulata con me stessa e mi sono detta: “Ummm, un bravo ragazzo questa volta invece del solito pappone”».
«Terry» la supplicai con l’anima. «Ti prego ascoltami e cerca di capire, non sono un pappone». Un’ora prima avevo pensato che lei fosse una puttana. Che tristezza. Le nostre menti, con il loro bagaglio di follia, erano andate ciascuna per conto proprio. Che vita orribile, la supplicavo, gemevo. Poi mi arrabbiai e mi resi conto che stavo supplicando una sciocca ragazza messicana qualunque e glielo dissi; e prima di capire quello che stavo facendo presi su le sue scarpe rosse e le scaraventai contro la porta del bagno e le dissi di andarsene. «Avanti, vattene via, via!» Volevo dormire e dimenticare; avevo la mia vita, la mia vita triste e frantumata, per sempre. C’era un silenzio assoluto nel bagno. Mi spogliai e mi infilai nel letto. Terry uscì dal bagno con lacrime di pentimento negli occhi pieni di lacrime di dispiacere. Nella sua mente semplice e assurda era stabilito che i papponi non lanciano le scarpe di una donna contro la porta del bagno e non le dicono di andarsene: in un silenzio dolce e tenero e rispettoso si tolse tutti i vestiti e infilò il suo corpo minuscolo sotto le lenzuola accanto a me. Era del colore dell’uva. Vidi il suo povero ventre con la cicatrice di un cesareo; aveva i fianchi così stretti che non poteva partorire senza squarciarsi. Le sue gambe sembravano stecchini. Era alta meno di un metro e cinquanta. Feci all’amore con lei nella dolcezza di quel mattino stanco. Poi, come due angeli esausti, perdutamente abbandonati in uno scaffale di L.A., dopo aver trovato insieme la cosa più intima e bella della vita, ci addormentammo e dormimmo fino al tardo pomeriggio”.

(Sulla Strada, pp. 90-96, Milano, Mondadori, 2001, traduzione Marisa Caramella)

 


 

Jack-Levine-Il-funerale-del-gangster-1952-53-olio-su-tela-cm-63x72Alla Morgue

un sogno

Ricordo che ne ho visto le foto sui giornali;
Nudi, sembravano più forti.
Nel mio stomaco il proiettile provava ch’ero morto.
Guardai l’imbalsamatore stappare una boccetta.
Mi esaminò e sorrise alla mia vita-minuto-morte
E poi tornò a quei due corpi di là da me
E continuò a stappare.

Quando sei morto non puoi parlare
Ma ti sembra che potresti.
Era gustoso vedere quei due gangster di là da me sforzarsi di parlare.
Allargando le labbra sottili e mostrando denti grigio-blu…

Gregory Corso

 

 

Von Suttner, Liebknecht,
Luxemburg, Freud

Italico Brass, Dirigibile a Codroipo, 1914, olio su tavola, cm. 38x46
Italico Brass, Dirigibile a Codroipo, 1914, olio su tavola, cm. 38x46

Ultimo capitolo del ciclo dedicato alle letterature europee e al pensiero europeo contro la Grande guerra. Bertha von Suttner, Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e Sigmond Freud, quattro personalità del pensiero, si battono con testi e interventi contro la guerra, qui significativamente rappresentati.

cura di Piero Del Giudice, traduzioni di Eva Banchelli e Valentina Parisi

 

Bertha von Suttner
Bertha von Suttner

Bertha von Suttner

Bertha Sophie Felicitas nasce a Praga, da un ramo dell’aristocrazia austro-ungherese, nel 1843 e muore a Vienna il 21 giugno 1914 – a pochi giorni dall’attentato di Sarajevo e a poche settimane dall’inizio della Prima guerra mondiale. Premio Nobel per la pace nel 1905, scrive nel 1889 Die Waffen Nieder ! (Bas les armes !), testo cardine della causa pacifista.

 

Giù le armi

Siamo davanti a qualcosa di estremamente nuovo e grande – qualcosa che cambierà completamente il volto della nostra terra: è stato inventato il dirigibile. Cosa significherà questo fatto?
Che l’inferno della guerra si impadronirà ora anche dell’aria – o che sarà posta fine alla guerra? Interroghiamo l’oracolo di Delfi.
Abitualmente la tecnica militare si impadronisce di tutte le nuove invenzioni, che hanno dato buoni risultati nell’uso pacifico, per poi impiegarle a scopi bellici. Nel caso del dirigibile è accaduto che esso si è affermato prima che altrove in campo militare e che ha debuttato come strumento di guerra. E allora è successo questo: il sistema militare vuole monopolizzare il nuovo mezzo di trasporto; è già stata resa nota la proposta che prevede che debba essere proibito l’uso privato del dirigibile, che ad ogni dirigibile straniero sia interdetto il passaggio dei confini e che, in caso di superamento, sia da trattare come spia e da abbattere – e altre simili amichevoli misure. Lo spirito bellico rivela qui tutta intera la sua inciviltà.
Ci sarebbero davvero dei bei progressi nella civiltà se ogni nuova conquista dovesse servire a scopi bellici solo nel paese dove avviene, invece di arrecare all’umanità nel suo insieme un più alto guadagno! Seguendo questa logica, uno stato potrebbe anche porre l’interdetto sulla scoperta di un siero; giacché anche la salute si annovera fra quelle qualità che fanno un esercito più pronto al combattimento; sarebbe perciò antipatriottico rendere accessibile questo prodotto a eserciti stranieri.
(1907)­­­

È andato perso il dirigibile Zeppelin! E di conseguenza le offerte spontanee del popolo tedesco per costruirne uno nuovo, affinché “sia assicurata la signoria tedesca sull’aria”. Già affluiti tre milioni.
Si stanno formando compagnie di flotte aeree! In tutti gli altri paesi, analogamente, un gran fabbricare di palloni e di macchine volanti per scopi bellici! Un nuovo campo per inghiottire miliardi. Il genio umano proteso in una nuova complicità con l’inferno! La conquista dell’aria – da lungo tempo auspicata dai militanti pacifisti come una decisa vittoria per l’avvicinamento dell’umanità, cioè l’affratellamento per il superamento dei confini doganali, per la messa fuori uso delle fortificazioni – tale conquista servirà dunque a portare fino alle stelle la follia del reciproco assassinio? Così non si può andare avanti. Questo parossismo provocherà forse la fine del parossismo degli armamenti.
Il grido tonante “Basta!” proromperà dall’umanità. E il futuro si vergognerà di noi, si vergognerà fino nei secoli più lontani, perché la splendida conquista del dominio dell’aria arrivò in un’epoca in cui si consentì di prenderla in considerazione dal punto di vista della sua massima utilizzazione per scopi di distruzione.
(1908)

Occorre considerare gli armamenti anche dal punto di vista del clima morale che creano. Un clima nel quale l’unione dei popoli, l’elaborazione del diritto internazionale (per tacere dei sentimenti di fraternizzazione), non possono prosperare. Non è possibile sorridere digrignando i denti e non si possono stringere mani tenendo i pugni chiusi. Ugualmente è inconcepibile riuscire a vivere e a tenere relazioni in mezzo a tutte queste minacce di annientamento, andare tranquillamente a passeggio sui terreni minati e davanti alla bocca dei cannoni ovunque puntati. Conservare maniere cortesi e perfino benevole, mentre ci si prepara a sbranarci l’un l’altro reciprocamente col più ampio spiegamento di mezzi (alle spese non si bada).
Tale anomalia perdura soltanto perché si è diventati insensibili per abitudine. Non si guarda dentro alle cose, non le si prendono in seria considerazione, «non ci si rende conto della loro realtà in sé», come è così bene espresso nel verbo inglese «to realize». Per un’improvvisa grande fortuna o sfortuna, le cose sono solite andare così – si sa che qualcosa accadrà; passa però un po’ di tempo prima che la cosa venga «realized». Ma questa comprensione non si verifica affatto, nella maggior parte dei casi, nelle cose già esistenti, quelle radicate in antiche abitudini e che si trasformano a poco a poco. Così, si lasciano risuonare al proprio orecchio parole come «guerra», «armamenti»; il loro significato scivola via dalla mente come un’astrazione – ma l’approfondimento, la comprensione, l’appropriazione, l’esperienza mentale non c’è nei confronti di simili trite e ritrite ovvietà; è invece cresciuta, nella coscienza, a causa di innumerevoli ripetizioni, una dura callosità protettiva.
«Essere armati» ha una certa risonanza di sicurezza, di essere protetti e pronti contro e per tutte le eventualità. Si dimentica che l’eventualità sta proprio nell’armamento e non si va a fondo nei dettagli del concetto generale; questo lo si lascia agli specialisti…
È vero che si legge nel giornale di nuove acquisizioni e di nuove invenzioni nel campo della tecnica della guerra, ma non si pensa a dove portino questi strumenti di annientamento che crescono in continuazione; quanto più distruttiva viene descritta la loro azione, tanto più ci si sente protetti.
(1909)

La follia europea dei superarmamenti ha registrato un nuovo eccesso – si potrebbe già chiamarlo parossismo -, al quale nessuno poteva essere preparato. Nel bel mezzo di un’epoca in cui l’intera diplomazia europea è, a quel che si dice, impegnata ad appianare difficoltà e a comporre dissidi; in cui ovunque ci sono, fra i gruppi di potenze, ‘distensioni’, avvicinamenti e cose simili; in cui, a causa degli accresciuti oneri delle spese militari e della contemporanea crescita di tasse, diritti doganali e prezzi al consumo, i popoli sono condotti al limite della disperazione; nel bel mezzo di questa nostalgia di pace e di questa necessità di pace, accanto alle asserzioni ufficiali di pace, esplode improvvisamente in Germania una nuova richiesta di miliardi per il potenziamento dell’esercito, a cui, in Francia, si è risposto immediatamente con la proposta di reintroduzione del servizio militare di durata triennale. Da tutte e due le parti, per assicurare la pace, è naturale. Non si stancano mai di ripetere questa bugia del “si vis pacem”. Non che vogliano la guerra; è la posizione di forza ciò che vogliono. La proposta tedesca era difatti anche una risposta. E precisamente a quella musica militare parigina che negli ultimi tempi ha risvegliato tutti gli elementi nazional-sciovinisti e li ha incoraggiati a gridare di nuovo: “A Berlino!”. E così queste reciproche minacce trovano una giustificazione a ritroso, formando una catena dagli innumerevoli anelli; ma questa catena dovrà davvero prolungarsi all’infinito anche in futuro? No di certo. Una fine violenta dovrà pur arrivare. O la guerra o la rivoluzione o – cosa anche possibile – un risveglio della ragione. La benda cadrà dagli occhi…
(1913)

(Giù le armi. Fuori la guerra dalla storia, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1989, traduzione di Annapaola Laldi)

 

Italico Brassa, Piazza San Marco e fari antiaerea, 1917, olio su tela, cm. 50x50
Italico Brassa, Piazza San Marco e fari antiaerea, 1917, olio su tela, cm. 50×50

 

Karl Liebknecht

Nasce a Lipsia nel 1871, fermo oppositore della guerra, alla fine del 1914, assieme a Rosa Luxemburg, Leo Jogiches, Paul Levi, Ernest Meyer, Franz Mehring e Clara Zetkin fonda la Spartakusbund (Lega di Spartaco). Arrestato e inviato sul fronte orientale della Grande guerra, si rifiuta di combattere, presta servizio seppellendo i morti. Per serie ragioni di salute è rimandato in Germania nell’ottobre 1915. Con Rosa Luxemburg, Leo Jogiches e Clara Zetkin, è tra i protagonisti della sollevazione spartachista berlinese del gennaio 1919. A sollevazione repressa, Liebknecht e Rosa Luxemburg vengono sequestrati dai Freikorps, portati all’Hotel Eden di Berlino, torturati e uccisi, il 15 gennaio 1919.

Militarismo e antimilitarismo

Karl Liebknecht
Karl Liebknecht

Il proletariato non ha da attendersi alcun vantaggio dalla politica che rende necessario il militarismo verso l’esterno, i suoi interessi vi si oppongono anzi nel modo più radicale. Quella politica è al servizio mediato o immediato degli interessi di sfruttamento delle classi dominanti. Essa cerca, con minore o maggiore abilità, di spianare la via alla produzione selvaggia e sregolata, alla concorrenza insensata e spietata del capitalismo nel mondo intero, calpestando tutti i doveri civili nei confronti delle popolazioni meno sviluppate; e tuttavia, con le sue macchinazioni tese a provocare guerre mondiali, essa non ottiene se non di mettere follemente a repentaglio l’intero patrimonio della nostra civiltà.
Anche il proletariato saluta il grandioso sviluppo economico dei nostri giorni. Esso sa tuttavia che questo sviluppo economico potrebbe realizzarsi anche in modo pacifico, senza il braccio armato del militarismo di terra e di mare, senza il tridente nel nostro pugno e senza le bestialità della nostra economia coloniale, se solo fosse promosso da collettività ispirate dalla ragione, interessate al dialogo internazionale e al rispetto dei doveri e degli interessi civili. Esso sa che la nostra politica internazionale altro non è, in gran parte, che una politica di lotta violenta e ottusa contro le difficoltà interne, sociali e politiche, che le classi dominanti si trovano a dover affrontare e dalle quali vogliono distogliere l’attenzione. Esso sa che i vantaggi dello sviluppo economico, nel cui sfruttamento quella politica è impegnata, e in modo particolare tutti i vantaggi della nostra politica coloniale, finiscono nelle capienti tasche della classe imprenditoriale, del capitalismo, il nemico storico del proletariato.
Esso sa che le guerre, che le classi dominanti conducono per sé, imporranno a lui i più inauditi sacrifici materiali e di vite umane per i quali, al termine della fatica, sarà ripagato con la regalia di miserande pensioni per invalidi, assistenza ai veterani, organetti e calci nel culo di ogni sorta. Esso sa che a ogni guerra si riversa sui popoli belligeranti una colata lavica di selvaggia rozzezza e che la civiltà ne sarà per anni imbarbarita. Esso sa che la patria per la quale deve battersi non è la sua patria, che per il proletariato di ogni paese esiste un solo e unico nemico: la classe capitalista che opprime e sfrutta il proletariato; che il proletariato di ogni paese è strettamente collegato dai propri interessi con il proletariato di ogni altro paese; che di fronte agli interessi comuni del proletariato internazionale tutti gli interessi nazionali arretrano e che alla coalizione internazionale dello sfruttamento e dell’oppressione deve contrapporsi la coalizione internazionale degli sfruttati e degli oppressi. Esso sa che se il proletariato venisse impiegato in una guerra, sarebbe condotto a combattere contro i propri fratelli e compagni di classe e dunque contro i propri stessi interessi.

 

Necessità di una propaganda
specificamente antimilitarista

È indubbio che il militarismo contenga in sé, sia pur in forma embrionale, il principio della sua autodistruzione, ed è altrettanto indubbio che la cultura capitalistica nel suo complesso contenga molti elementi contraddittori che si escludono e si sbranano a vicenda, non ultime quelle stesse tendenze scientifiche, artistiche ed etiche che hanno dato forma al militarismo. Tutti i conflitti sanguinosi generati dallo scontro tra il popolo e la violenza dello Stato rinvigoriscono una forma di suggestione, di ipnosi o di logica del sangue che consente di rimandare momentaneamente la resa dei conti.
I pericoli specifici che il militarismo comporta sono chiari. Il proletariato si trova davanti un brigante armato fino ai denti – il militarismo stesso – il cui ultimatum non è tuttavia la bourse ou la vie – “o la borsa, o la vita” – bensì la bourse et la vie . Dacci la borsa e dacci la vita! intima il militarismo. E non bisogna dimenticare che, al di là dei gravi pericoli futuri, esso rappresenta sempre una minaccia costante, anche se non colpisce nell’immediato. Perché non è soltanto il moloch della vita economica, il vampiro del progresso civile, il falsario della solidarietà di classe. Infatti è sempre lui a stabilire – in modo più o meno occulto – la forma in cui si svolge l’azione politica e sindacale del proletariato, la tattica assunta dalla lotta di classe che, in tutte le questioni importanti, si volge a lui in quanto pilastro fondamentale del brutale potere capitalista. È lui a paralizzare la nostra attività, è lui che opprime come l’afa che precede un temporale, addormenta la vita del nostro partito, è lui a far sì che il parlamentarismo cada sempre più spesso in preda alla paralisi e al sonno.
Indebolire il militarismo significa sostenere la possibilità di uno sviluppo organico pacifico o, quantomeno, limitare i rischi di uno scontro violento; ma significa anche e innanzitutto risanare, rivitalizzare la vita politica e la lotta di partito. Perché solo una lotta sistematica e spietata contro il militarismo può rafforzare la
coscienza rivoluzionaria.

[…]

Ne deriva la necessità non solo di combattere il militarismo, bensì di combatterlo in modo speciale. Un fenomeno così ramificato e pericoloso può essere contrastato solo attraverso un azione altrettanto ramificata, energica, ampia e audace, capace di scovare il militarismo in tutti i suoi nascondigli e di essere sempre all’erta.
Nel contempo, i rischi che la lotta contro il militarismo comporta impone l’esigenza di un’azione particolare, molto più elastica e flessibile dell’agitazione politica in generale.

[…]

L’esigenza di una propaganda specifica contro il militarismo non ha niente a che vedere con l’opposizione astorica, anarchica a tale fenomeno. Siamo infatti in sommo grado consapevoli del ruolo che il militarismo svolge all’interno del capitalismo, e non pensiamo minimamente a estrapolarlo dal capitalismo, perchè esso non è
che una componente del capitalismo o, meglio, una manifestazione vitale particolarmente dannosa e pericolosa del capitalismo. In altri termini: siamo antimilitaristi in quanto anticapitalisti.
Se storicamente l’antimilitarismo si è trasformato da posizione generale e teoretica a principio pratico solo ed esclusivamente in parallelo all’utilizzo di truppe nelle guerre civili o contro il nemico interno, ciò tuttavia non costituisce un’argomentazione a sfavore della necessità di una specifica propaganda antimilitarista in quei paesi dove tale utilizzo è stato per ora più o meno evitato, oppure si è verificato in epoche talmente remote da essere scomparso dalle coscienze delle masse. Infatti, l’intelligenza della socialdemocrazia non consiste nello spegnere gli incendi una volta che sono scoppiati, bensì di trarre insegnamento dalla storia e dalle esperienze della società e dei partiti fratelli, utilizzandoli in maniera previdente e costruttiva. E la storia e le esperienze della società oggi parlano inequivocabilmente a favore dell’antimilitarismo.
(da Militarismus und Antimilitarismus unter besonderer Berücksichtigung der internationalen. Jugendbewegung, Militarismo e antimilitarismo, con particolare riferimento al movimento giovanile internazionale, febbraio 1907)

Mario Sironi, Scena di guerra, 1917-18, tempera su carta, cm.33x50
Mario Sironi, Scena di guerra, 1917-18, tempera su carta, cm.33×50

No alla guerra

«Motivo come segue il mio voto alla seduta odierna: questa guerra – che nessuno dei popoli belligeranti ha voluto – non è scoppiata per il bene né del popolo tedesco, né di alcun altro. Si tratta di una guerra imperialista, di una guerra per il controllo dei mercati internazionali e l’acquisizione di importanti settori per l’industria e il capitale bancario. La Germania, complice dello zarismo (fino a oggi considerato modello di oscurantismo politico) non può arrogarsi il diritto di liberare alcun popolo. Il popolo russo così come quello tedesco dovranno liberarsi da sé.
Una pace rapida, che non risulti umiliante per alcuna parte coinvolta, una pace senza annessioni, ecco che cosa va richiesto. Tutti gli sforzi in tal senso andranno salutati favorevolmente.
Solo il rafforzamento simultaneo di tutte le correnti che in ogni paese belligerante si adoperano per ottenere una simile pace potrà fermare il bagno di sangue ed evitare che i popoli coinvolti si annientino l’un l’altro.
Solo la pace cresciuta sul terreno della solidarietà internazionale della classe operaia e della libertà di tutti i popoli potrà essere duratura.
È per questo che i proletari di tutti paesi dovranno perseverare anche in tempo di guerra nel comune lavoro socialista per la pace»

(dichiarazione di voto contro i crediti di guerra, 2 dicembre 1914)

 

 

 

Rosa Luxemburg
Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg

Nasce a Zamo, in Polonia, nel 1871, naturalizzata tedesca è tra i teorici del socialismo rivoluzionario marxista. Nella sua Juniusbroschüre (1915) la vulgata socialismo o barbarie, il socialismo come unica via dell’umanità. Ne La Rivoluzione Russa (1918), critica alcune scelte dei bolscevichi dopo la rivoluzione d’ottobre (limitazione delle libertà democratiche, scioglimento dell’Assemblera costituente, Terrore, etc). Viene uccisa con Liebknecht a Berlino nel 1919.

Cari compagni,
con gioia e contemporaneamente con un profondo dolore ogni socialdemocratico tedesco, restato fedele nelle sue convinzioni all’Internazionale proletaria, deve cogliere l’occasione di inviare ai compagni all’estero fraterni saluti socialisti. Sotto i colpi mortali della guerra mondiale imperialista ciò che è stata la nostra fierezza e la nostra speranza, l’Internazionale della classe operaia, è crollata vergognosamente e più vergognosamente ancora, è vero,
la nostra sezione tedesca dell’Internazionale che aveva la missione di marciare alla testa del proletariato mondiale. È necessario esplicitare quest’amara verità, non certo per abbandonarsi ad una disperazione e una rassegnazione sterile, ma per trarre, al contrario, dal riconoscimento severo e franco degli errori commessi e dalla situazione attuale delle lezioni ricche di promesse per il futuro. Ciò che sarebbe più terribile per il futuro del socialismo sarebbe vedere i partiti operai dei diversi paesi decidersi ad
adottare la teoria e la pratica borghesi secondo le quali sarebbe del tutto normale ed inevitabile che i proletari delle differenti nazioni si scannino a vicenda durante la guerra, per ordine delle loro classi dominanti, per poi dopo la guerra di nuovo scambiarsi, come se niente fosse, abbracci fraterni. Un’Internazionale che in tal modo riconoscesse coscientemente che la sua attuale e terribile bancarotta costituisce una pratica normale, valida anche
per il futuro e che comunque non ammettesse la propria fine, sarebbe una caricatura rivoltante del socialismo, un risultato dell’ipocrisia così come lo sono la diplomazia degli Stati borghesi, le loro alleanze e i loro trattati internazionali. No! Questo spaventoso massacro reciproco di milioni di proletari al quale assistiamo attualmente con orrore, queste orge dell’imperialismo assassino che accadono sotto le insegne ipocrite di ‘patria’, di ‘civiltà’,
‘libertà’, ‘diritto dei popoli’ e che devastano città e campagne, calpestano la civiltà, minano alle basi la libertà e il diritto dei popoli, rappresentano un tradimento clamoroso del socialismo.
Ma il socialismo internazionale ha delle radici troppo forti e troppo profonde nella situazione attuale per potersi attestare a questa disgregazione. L’imperialismo e le sue spaventose conseguenze contribuiscono anch’esse a resuscitare l’Internazionale dalle macerie, come unico mezzo per salvare l’umanità dall’inferno di un dominio di classe giunto alla fine e condannato dalla storia.
Fin da ora, dopo solo qualche mese di guerra, si attenua anche in Germania l’ubriacatura sciovinista tra le masse lavoratrici, abbandonate a se stesse dai loro capi in quest’importante epoca storica; si ritrovano le proprie convinzioni politiche e, ogni giorno, aumenta il numero dei proletari che, per quello che oggi sta succedendo, si fanno rossi di vergogna e di collera. Le masse popolari non usciranno da questa guerra se non per serrarsi ancora più combattive sotto la vecchia bandiera della nostra Internazionale socialista, non certo per tradirla nuovamente alla prossima orgia imperialista, ma per difenderla come un sol uomo contro l’insieme del mondo capitalista, i suoi intrighi criminali, le sue infami menzogne e le sue penose frasi sulla «patria» e la «libertà» e per rifondarla vittoriosamente sulle macerie dell’imperialismo sanguinario.
Con i miei più cordiali e fraterni saluti socialisti,
R. Luxemburg

(Lettere contro la guerra, Roma, Prospettiva, 2004, traduzione di Anna Bisceglie)

Luther Bradley, Gli unici sopravvissuti, 1914, penna su carta per stampa, cm. 20x28
Luther Bradley, Gli unici sopravvissuti, 1914, penna su carta per stampa, cm. 20×28

Sigmund Freud

Nasce Freiberg 1856 e muore a Londra, in volontario esilio, nel 1939. Del fondatore della psicanalisi molto è noto, ma poco la sua argomentata opposizione alla guerra che espone nello scambio epistolare con Albert Einstein.

 

Considerazioni attuali
sulla guerra e sulla morte

Sigmund Freud
Sigmund Freud

Presi nel vortice di questo tempo di guerra, privi di informazioni obiettive, senza la possibilità di considerare con un certo distacco i grandi mutamenti che si sono compiuti o che si stanno compiendo, o di prevedere l’avvenire che sta maturando, noi stessi non riusciamo a renderci conto del vero significato delle impressioni che urgono su noi e del valore dei giudizi che siamo indotti a pronunciare. Ci sembra che mai un fatto storico abbia distrutto in tal misura il prezioso patrimonio comune dell’umanità, seminato confusione in tante limpide intelligenze, degradato così radicalmente tutto ciò che è elevato. Anche la scienza ha perduto la sua serena imparzialità; i suoi servitori, esacerbati nel profondo, cercano di trar da essa armi per contribuire alla lotta contro il nemico. L’antropologo è indotto a dimostrare che l’avversario è un essere inferiore e degenerato; lo psichiatra a diagnosticare in lui
perturbazioni spirituali e psichiche.
Il singolo, che non sia egli stesso un combattente e non sia quindi divenuto un semplice ingranaggio della gigantesca macchina di guerra, ha smarrito ogni orientamento e si sente inibito nelle sue facoltà. Penso perciò che accoglierà con favore ogni minima indicazione che lo aiuti a sentirsi a proprio agio, almeno nella sua vita interiore. Tra i fattori che più sono responsabili della miseria
spirituale in cui è piombato chi è rimasto a casa, e contro cui è tanto difficile lottare, ve ne sono due che vorrei mettere in rilievo e di cui intendo qui occuparmi: la delusione provocata da questa guerra, e il mutamento impostoci da questa, come da ogni altra guerra, nel nostro atteggiamento verso la morte.
Quando parlo di delusione, certamente ognuno comprende ciò che intendo dire. Anche senza alcun fanatismo pietistico, e pur comprendendo la necessità biologica e psicologica della sofferenza nell’economia della vita umana, non si può non condannare la guerra, nei suoi scopi e nei suoi mezzi, e aspirare alla cessazione delle guerre. Dicevamo sì a noi stessi che le guerre non avrebbero potuto scomparire fintanto che i popoli vivono in condizioni di esistenza così diverse, fintanto che il loro modo di valutare la vita individuale è talmente diverso e gli odi che li separano sono alimentati da così potenti forze motrici psichiche. Eravamo dunque preparati ad attenderci che guerre tra popoli primitivi e popoli civili, tra razze divise da differenze di colore, persino guerre con o tra nazioni europee meno progredite o civilmente in regresso avrebbero tenuto occupata l’umanità ancora per lungo tempo. Ma ci si cullava in un’altra speranza. Dalle grandi nazioni di razza bianca dominatrici del mondo, nelle cui mani è affidata la guida del genere umano, che si sapevano intente a perseguire interessi estendentisi al mondo intero e a cui erano dovuti i progressi tecnici per il dominio della natura, oltre a tanti altri valori culturali, artistici e scientifici, da questi popoli almeno era legittimo attendersi che giungessero a risolvere per altre vie i loro malintesi e i loro contrasti d’interesse.

Adriana Bisi Fabbri, La falce, 1914, matita e carboncino su cartone, cm. 28,7x33,9.
Adriana Bisi Fabbri, La falce, 1914, matita e carboncino su cartone, cm. 28,7×33,9.

All’interno di ciascuna di queste nazioni erano state instaurate, per il singolo, norme morali elevate, e ad esse il singolo individuo doveva uniformare la sua condotta di vita se voleva partecipare ai beni comuni della civiltà. Queste norme, spesso troppo rigorose, esigevano molto da lui: un forte dominio di sé, una vasta rinuncia al soddisfacimento pulsionale. Gli era soprattutto interdetto di approfittare dei grandi vantaggi che si possono trarre, nei confronti dei propri simili, dall’uso della menzogna e della frode. Lo Stato civile considerava queste norme morali come il proprio stesso fondamento, interveniva inflessibilmente contro chi cercasse di attentarvi, dichiarava spesso illecito anche soltanto il sottoporle a esame critico in sede teorica. Si poteva perciò pensare che lo Stato intendesse rispettare per parte sua tali norme e che non le avrebbe mai violate, non foss’altro per non contraddire alle basi stesse della sua esistenza. È anche vero che si poteva costatare che nell’interno di queste nazioni civili erano qua e là frammischiate minoranze etniche quasi sempre non gradite e perciò ammesse solo controvoglia e non completamente a partecipare al comune lavoro civile, benché si fossero dimostrate sufficientemente idonee a un tale lavoro. Ma gli stessi grandi popoli, si pensava, dovevano aver acquisito tanta comprensione per ciò che fra loro vi è di comune, e tanta tolleranza per quanto vi è di diverso, da non dover più, come ancora avveniva nell’antichità classica, confondere in un unico concetto lo ‘straniero’ e il ‘nemico’.

[…]

La guerra a cui non volevamo credere è scoppiata, e ci ha portato… la delusione. Non soltanto è più sanguinosa e rovinosa di ogni guerra del passato, e ciò a causa dei tremendi perfezionamenti portati alle armi di offesa e di difesa, ma è anche perlomeno tanto crudele, accanita, spietata, quanto tutte le guerre che l’hanno preceduta. Essa infrange tutte le barriere riconosciute in tempo di pace e costituenti quello che si diceva il diritto delle genti, disconosce le prerogative del ferito e del medico – non distingue fra popolazione combattente e popolazione pacifica, viola il diritto di proprietà. Abbatte quanto trova sulla sua strada con una rabbia cieca e come se dopo di essa non dovesse più esservi avvenire e pace fra gli uomini. Spezza tutti i legami di comunità che possono ancora sussistere fra i popoli in lotta e minaccia di lasciar dietro di sé un tale rancore da rendere impossibile per molti anni una loro ricostituzione.
Questa guerra ha inoltre rivelato, in modo del tutto insospettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un altro con odio e con orrore. Una delle maggiori nazioni civili è diventata tanto odiosa agli altri popoli che si tenta di escluderla come ‘barbara’ dalla comunità civile e ciò benché essa abbia da gran tempo dimostrato, con contributi altissimi, le sue prerogative di civiltà. Ci conforta la speranza che un giorno uno storico imparziale possa dimostrare che proprio questa nazione, nella cui lingua sto scrivendo e per la cui vittoria stanno lottando le persone che ci sono care, ha violato meno delle altre le leggi della umana moralità; ma chi può di questi tempi erigersi a giudice della propria causa?

 Louis Raemakers, Osservando l’accordo di tregua, 1916, matita a colori su carta, cm 24x20
Louis Raemakers, Osservando l’accordo di tregua, 1916, matita a colori su carta, cm 24×20

I popoli, più o meno, sono rappresentati dagli Stati che hanno istituito; questi Stati dai governi che li guidano. Il privato cittadino ha modo durante questa guerra di persuadersi con terrore di un fatto che forse già in tempo di pace aveva intuito: e che cioè lo Stato ha interdetto al singolo l’uso dell’ingiustizia, non perchè intenda sopprimerla, ma solo perchè vuole monopolizzarla, come il sale e i tabacchi. Lo Stato in guerra ritiene per sé lecite ingiustizie e violenze che disonorerebbero il singolo privato. Si serve contro il nemico non solo di una legittima astuzia, ma anche della cosciente menzogna e dell’inganno intenzionale; e ciò in una misura che sembra sorpassare tutto ciò che è stato fatto nelle guerre precedenti.
Lo Stato richiede ai suoi cittadini la massima obbedienza e il massimo sacrificio, ma li tratta poi da minorenni, esagerando nella segretezza e sottoponendo ogni manifestazione ed espressione del pensiero a una censura che rende coloro che sono stati intellettualmente repressi indifesi di fronte a qualsiasi situazione sfavorevole che possa determinarsi e a qualsiasi voce pessimistica che possa esser propalata. Lo Stato scioglie ogni convenzione e trattato stipulato con altri Stati e non teme di confessare la propria rapacità e cupidigia di potenza: e il cittadino è tenuto ad approvare tutto ciò in nome del patriottismo.
Né si venga a dire che lo Stato non può rinunciare all’uso dell’illecito per non trovarsi in condizioni di inferiorità. Anche per il singolo l’osservanza delle norme morali e la rinuncia all’uso brutale della forza sono in genere assai poco vantaggiose, ed è raro che lo Stato sia in grado di indennizzarlo per il sacrificio che gli ha imposto. Né possiamo meravigliarci se il rilassamento di tutti i vincoli morali tra i grandi personaggi dell’umanità si ripercuote anche sulla moralità privata, posto che la coscienza morale, lungi dall’essere quel giudice inflessibile di cui parlano i moralisti, altro non è alle origini che «angoscia sociale». Là dove vien meno il biasimo della comunità cessa anche la repressione degli impulsi malvagi, e gli uomini
si abbandonano ad atti di crudeltà, di perfidia, di tradimento, di brutalità, che sembrerebbero incompatibili col livello di civiltà che hanno raggiunto.
Come non può, il cittadino del mondo civile di cui ho detto più su, non sentirsi smarrito in un mondo che gli è divenuto straniero: la sua grande patria è distrutta, il patrimonio comune devastato, i concittadini divisi e umiliati!

(Sigmund Freud/Albert Einstein, Riflessioni a due sulle sorti del mondo. Bollati Boringhieri, Torino, 1989)

Al confine con Boko Haram

Boko Haram nei disegni dei bambini
Boko Haram nei disegni dei bambini

Sebbene negli ultimi mesi abbia subito delle battute d’arresto, il gruppo jihadista nigeriano di Boko Haram continua saccheggi, rapimenti e attentati kamikaze. Le incursioni colpiscono in particolare l’area attorno al fiume Komadougou Yobé, nella regione di Diffa, sud-est del Niger. Un mese fa alcuni suoi membri si sono fatti esplodere nel centro di Diffa, città già stremata dalle violenze della setta estremista. Il Komadougou Yobé, che segna il confine tra Niger e Nigeria, ostacola l’avanzata di Boko Haram, ma non la blocca. L’esercito nigerino – per altro noto per le sue ritirate ‘strategiche’ – non è certo all’altezza di un nemico così temibile e dalle infinite risorse.

testo e foto di Luca Salvatore Pistone

 

Spesso nelle carte geografiche il fiume Komadougou Yobé non è nemmeno segnato. E nei mesi di siccità il suo letto è privo d’acqua. Al momento, fortunatamente per la popolazione locale e i profughi nigeriani, di acqua ce ne è. Il livello del fiume è sufficiente a contenere gli attacchi di Boko Haram (in lingua hausa “l’istruzione occidentale è proibita”), tuttavia qualche jihadista riesce ad attraversare a nuoto il fiume, infiltrarsi nella popolazione e farsi saltare in aria. Proprio come è successo agli inizi di ottobre nel quartiere Koura di Diffa, quando quattro uomini carichi di tritolo hanno lasciato un saldo di una decina di morti.
«Boko Haram attraversa il fiume e spara all’impazzata contro la gente. Non importa se contro donne e bambini. Spara e basta», racconta Gambo, l’anziano capo del villaggio di Gagamari, alle porte di Diffa. Con le mani mima il gesto del fucile: «Con quelli di Boko Haram devi essere veloce: scappare, scappare e scappare. Se finisci nelle loro mani…credimi, è meglio darsi la morte prima». Il villaggio di Gagamari, come il vicino villaggio di Chetimari e alcuni quartieri della stessa Diffa, sono stati per alcune settimane sotto il ferreo controllo jihadista. Su edifici e capanne è sventolata la bandiera nera di Boko Haram, che recentemente ha iniziato a farsi chiamare Stato Islamico dell’Africa Occidentale, logica conseguenza dell’alleanza con lo Stato Islamico. «Io e quasi tutti gli abitanti di Gagamari siamo scappati in tempo, ma alcuni sono rimasti perché pensavano che in quanto bravi musulmani i Boko Haram li avrebbero lasciati in pace. Ma si sbagliavano, gli uomini sono stati uccisi e le donne sono state fatte schiave».
Il capo Gambo viene interrotto continuamente dalle donne del villaggio. Ognuna vuole dire la sua. Su tutte ha la meglio Mansurah, 24 anni, madre di tre bambini: «Stuprano tutte le femmine. Non importa che siano bambine, adulte o vecchie. Le violentano e poi per divertirsi le torturano e le uccidono. Lentamente. Una bambina di Chetimari, avrà avuto 7 anni, è passata da un Boko Haram all’altro per una giornata intera. Dico, una giornata intera. Non si sa come ma è riuscita a scappare e a raggiungere un villaggio vicino. Non sono serviti a niente le cure mediche, è morta dopo pochi giorni. Aveva perso molto sangue. Io lo so, si è lasciata morire».

Occhiali da sole, infradito, moto-taxi
Nella città di Diffa vivono 500 mila persone, nell’area della città sopravvivono 150 mila profughi nigeriani. Poi ci sono gli sfollati nigerini nomadi e sempre in fuga da un villaggio all’altro, a seconda del buono e del cattivo tempo di Boko Haram. Nonostante la militarizzazione di Diffa, i jihadisti riescono ad attraversare il Komadougou Yobé e a camuffarsi da semplici cittadini. Secondo i locali, l’identikit del Boko Haram è il seguente: maschio, nigeriano, tra i 14 ai 25 anni, occhiali da sole, vestito sportivo, infradito ai piedi.
Ma Boko Haram non è solo questo. È composto anche da giovani donne, convintedella bontà del martirio, che entrano in scena come kamikaze. Il gruppo nigeriano ha da poco introdotto una novità nelle missioni di morte – novità che stride con il jihad nella sua versione più classica – nei gilet colmi di esplosivo viene installato un detonatore che può essere azionato a distanza, nel caso in cui, all’ultimo, il candidato martire o la candidata martire ci ripensino.

I teorici del jihad ‘puro’ affermano di contro che il kamikaze deve essere realmente convinto di ciò che sta facendo, che deve credere sacra la sua missione

I teorici del jihad ‘puro’ affermano di contro che il kamikaze deve essere realmente convinto di ciò che sta facendo, che deve credere sacra la sua missione.
A completare un quadro già di per sé drammatico c’è la questione dei moto-taxi. Nella regione di Diffa, come in tutta l’Africa occidentale, quella del moto-tassista è una delle professioni più diffuse. Ma da un paio di mesi a questa parte, in base ad un decreto di emergenza, è assolutamente vietata la circolazione dei moto-taxi. Questo perchè la maggior parte degli attentati viene consumata a bordo delle motociclette. Uno studio condotto dal Programma Statale di Coesione Comunitaria del governo nigerino afferma che i giovani autisti di moto-taxi della regione di Diffa rimasti senza lavoro sono ufficialmente 358. Vanno aggiunti a questi i mille ufficiosi. Un progetto finanziato da USAID, il gigante della cooperazione a stelle e strisce, ha fornito a una cinquantina di queste ‘vittime collaterali’ della lotta a Boko Haram quattro montoni a testa, da allevare e rivendere a proprio piacimento. Non basta certo, su una piazza già impoverita, sono alla ricerca di qualsiasi lavoro altri mille giovani disoccupati, arrabbiati e affamati. Un esercito di disperati facilmente reclutabili da Boko Haram, che raccoglie consensi e adepti tra le fasce più povere della popolazione.
«Fare il moto-tassista non ti rende certo ricco, ma quantomeno ti permette di portare qualche soldo a casa a fine serata. Hai bisogno delle sigarette? Chiami un moto-tassista e quello te le va a prendere. Hai bisogno di trasportare una capra dal centro città ad un villaggio? Monti dietro al moto-tassista e la porti senza problemi. La legge di emergenza ci ha messo tutti nei guai, Boko Haram ci sta facendo affondare giorno dopo giorno. So di ragazzi che avendo perso il lavoro di moto-tassista sono passati dalla parte di Boko Haram, almeno ora possono sgranocchiare qualcosa. In più il decreto di emergenza prevede il coprifuoco per veicoli e pedoni dalle otto di sera, e i giovani impazziscono a rimanere in casa», spiega Mussa, 23 anni, che da quando non può più circolare sulle due ruote passa intere giornate all’angolo di uno stradone di Diffa offrendo le sue braccia al migliore offerente. «Nel corso dell’ultimo anno alcuni uomini di Diffa per disperazione, mancanza di lavoro, sogni e alternative sono partiti verso la capitale Niamey. Molti altri, invece, hanno aderito a Boko Haram e oggi agiscono come infiltrati dall’interno della città. Sono spesso ragazzi di Diffa quelli che si fanno saltare in aria».

Una pattuglia nigerina sorveglia il fiume Komadougou Yobé
Una pattuglia nigerina sorveglia il fiume Komadougou Yobé

I divieti, l’emergenza
L’esercito nigeriano monitora giorno e notte il Komadougou Yobé e ogni tanto capita di avvistare gli uomini di Boko Haram sull’altra sponda. Balarabe è il più loquace della sua unità, probabilmente anche perché il più brillo. La birra calda di cui dispongono le truppe è uno dei principali alleati di Boko Haram. «Se quei cani attraversano il fiume li sterminiamo a colpi di kalashnikov. Ci devono solo provare», dice sicuro di sé Balarabe, mentre i suoi commilitoni lo prendono in giro appollaiati sul retro di una jeep.
Il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, è originario di queste parti ed è quindi un profondo conoscitore del territorio. Sua probabilmente l’idea di nascondere pistole e fucili da consegnare all’interno di Diffa nei camion di pepe, spezia conosciuta come ‘l’oro rosso di Diffa’ e la cui coltivazione è uno dei pilastri dell’economia locale. O meglio, era. Sempre in base al decreto di emergenza le coltivazioni di pepe sono vietate: tra i grani di pepe venivano occultate armi ed esplosivi, soprattutto perché i poliziotti e militari nigerini sono sprovvisti di metal-detector. Stessa sorte è toccata al commercio del pesce del sempre più prosciugato Lago Ciad, poco distante da Diffa. Pescare è vietato da quando si è scoperto che i proventi della pesca venivano spartiti dai commercianti coi jihadisti attraverso un sistema simile al pizzo. Nuovi disoccupati e nuove potenziali leve per Boko Haram.
La chiesa evangelica della Vita Abbondante si trova nel centro di Diffa. I jihadisti sembrano non fare troppe distinzioni tra musulmani e cristiani, ma questi ultimi, in netta minoranza, sembrano ancora più terrorizzati: le immagini delle chiese piene di credenti mandate in fiamme nella confinante Nigeria anticipano uno scenario sempre più verosimile da questa parte del fiume. Ciononostante, ogni domenica mattina, continuano a ritrovarsi a messa danzando e cantando a squarciagola.

I cristiani di Diffa
“Boko Haram è un animale ferito”, questo il pensiero che va per la maggiore a Diffa, e il fatto che ora si faccia chiamare Stato Islamico dell’Africa Occidentale altro non sarebbe che una mossa di marketing per tenere alto il livello di terrore nella regione. Ma, ammesso che ci troviamo di fronte a un ‘animale ferito’, si sa che una fiera ferita, messa alle strette, è capace di tutto. E quando la bestia in questione è Boko Haram, è certo, il sangue abbonda. «Si sa benissimo che quelli di Boko Haram hanno fame, sono stremati. Per questo motivo si scagliano solo verso civili, come qui accade spesso. In uno degli ultimi attacchi ne hanno uccisi più di venti, anche il sindaco è morto. Hanno rubato cibo, non hanno le forze per combattere contro i nostri soldati. Però rimangono pericolosi, s’infiltrano tra di noi e si fanno esplodere o sparano all’impazzata», spiega Paul, il guardiano tuttofare della chiesa evangelica della Vita Abbondante, mentre fa parcheggiare nel cortile le macchine dei primi fedeli arrivati.

Chiesa evangelica della Vita Abbondante, canti e balli durante la messa della domenica
Chiesa evangelica della Vita Abbondante, canti e balli durante la messa della domenica

Questa chiesa evangelica e una cattolica sono le due uniche strutture cristiane di Diffa. Le incursioni lampo dei jihadisti in città, tra febbraio e giugno, non ha toccato i quartieri in cui esse si trovano. Ma la paura che Boko Haram possa bussare alla porta della parrocchia è più che motivata. Il pastore Jean è rimasto coraggiosamente a difendere la sua chiesa, preferendo però mettere al sicuro la moglie e i due figli nella capitale Niamey: «Ci siamo dovuti dividere, farli rimanere qui sarebbe stato da incoscienti. Io rimango a confortare la mia gente. In Niger noi cristiani siamo pochissimi e per di più maltrattati. Noi tutti ricordiamo le chiese bruciate a Niamey e in altre città a gennaio per quella vignetta su Maometto pubblicata da Charlie Hebdo. I musulmani erano impazziti e hanno dato alle fiamme ogni simbolo cristiano. Boko Haram in un certo senso sarebbe stato solo la ciliegina sulla torta, ma non ci ha sfiorato, almeno fisicamente. Mentalmente invece ci ha devastato».

Nel villaggio di Chetimari, alle porte di Diffa
Nel villaggio di Chetimari, alle porte di Diffa

Da quando Diffa è entrata nel raggio d’azione di Boko Haram, prima di ogni funzione il pastore Jean tiene una sorta di tavola rotonda in cui cerca di spingere i suoi parrocchiani a discutere delle proprie paure relative alla minaccia jihadista. «È un modo per esorcizzare quei demoni. Parlarne ci fa bene. Lo so che può sembrare assurdo, ma a volte penso che sarebbe stato meglio aver subìto un attacco reale, piccolo chiaramente, anziché vivere nella costante angoscia di un imminente attentato. Vedere passeggiare un ragazzotto fuori dal nostro cancello, per la nostra strada, ci fa mettere subito sull’attenti e così ci chiediamo: “Sarà uno di Boko Haram? Dove tiene nascoste le armi o l’esplosivo?”».
Fortunatamente nelle quasi due ore di messa i cattivi pensieri sono tenuti lontani. Musiche, canti e balli mantengono alto il morale di questa piccola comunità di una cinquantina di persone. Al momento di mostrare le proprie doti canore, vecchiette rimaste sedute per tutto il tempo si trasformano in autentici animali da palcoscenico con acuti da fare invidia alle più popolari cantanti. E giovani donne come Godiya, seguono egregiamente il loro esempio.

Godiya
Godiya (il cui nome in lingua hausa significa “grazie”) ha appena compiuto vent’anni. È nigeriana e la sua città natale è Maiduguri, proprio dove una dozzina anni fa nacque Boko Haram. Fuori dalla chiesa Godiya è molto meno spigliata, e quando si decide a raccontare la sua storia si fa piccola piccola, cercando addirittura un riparo dietro un albero nel cortile di casa sua. Alcuni mesi fa si è trasferita con la famiglia, stanca del perenne assedio di Boko Haram, a Diffa. Credeva di essersene liberata, ma non è stato così.

“Entra subito dentro altrimenti ti spariamo”. Poi hanno sparato tre colpi a mio padre. Urlavo urlavo ma nessuno è venuto ad aiutarci

«È accaduto il 7 maggio, di notte. Sono corsa fuori e ho visto mio padre che veniva malmenato, sdraiato per terra, da due ragazzi di neanche 16 anni. Gli hanno rubato tutto, soldi, chiavi del negozio e documenti. Gli urlavano: “Dove hai il telefono?”. Sono corsa dentro e ho detto a mia madre: “Mamma, stanno uccidendo papà”. Allora mia madre è uscita fuori e si è messa a urlare e piangere, ma i Boko Haram le hanno detto: “Entra subito dentro altrimenti ti spariamo”. Poi hanno sparato tre colpi a mio padre. Urlavo urlavo ma nessuno è venuto ad aiutarci».
Godiya non è sicura del fatto che i due di Boko Haram abbiano derubato e ucciso suo padre in quanto cristiano o perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ciò di cui però è certa è che i due giovani fossero dei Boko Haram:«Pochi giorni dopo li ho rivisti, sempre di sera. Giravano dalle parti di casa mia. Ho iniziato a seguirli. Volevo parlare con loro, chiedere perché avessero ucciso mio padre che era un brav’uomo. Ma loro, dopo avermi riconosciuta, hanno iniziato a insultarmi e rincorrermi. Però, correndo come mai nella mia vita, sono riuscita a seminarli. Anche in quel caso nessuno è venuto in mio soccorso. Boko Haram è libero di arrivare dove vuole. Anche nelle piccole rapine che fanno quando sono in difficoltà spesso ci scappa il morto. Come mio padre, che non aveva neanche reagito».

Assaga
Il campo di Assaga ospita gli sfollati nigerini e i rifugiati nigeriani. Il campo prende nome da un villaggio di frontiera, il cui territorio è a cavallo tra Niger e Nigeria. Oggi tutti gli abitanti di Assaga vivono in una vasta tendopoli, non molto distante dal loro villaggio natale, che è divisa in due da uno stradone asfaltato: da un lato c’è Assaga Niger, con solo nigerini, e dall’altro Assaga Nigeria, con solo nigeriani. Tutti pensavano di essere al sicuro al campo, ma la realtà è un’altra: gli attacchi dei terroristi sono frequenti e il fenomeno degli infiltrati prende sempre più piede.
Il campo di Assaga si trova a circa 20 chilometri da Diffa e poche centinaia di metri dal confine con la Nigeria, e ospita 2.517 nigeriani e 3.771 nigerini flagellati da malaria, diarrea e malnutrizione. Non appena eletto presidente della Nigeria, alla fine dello scorso maggio, Muhammadu Buhari ha fatto una promessa al suo popolo: «Entro dicembre non si sentirà più parlare di Boko Haram in Nigeria». E la sta mantenendo, nel senso che l’esercito nigeriano sta spingendo verso nord il gruppo terroristico, portandolo ad oltrepassare i confini nazionali e penetrare in Niger e Chad.

Bambini del campo di Assaga, lato profughi nigeriani
Bambini del campo di Assaga, lato profughi nigeriani

Il villaggio di Assaga è situato sulla strada di quella che può essere la direzione della momentanea ritirata dalla Nigeria di Boko Haram. Migliaia di suoi abitanti, sia nigerini che nigeriani che sono riusciti a mettersi in salvo, hanno trovato rifugio nella regione di Diffa. In fretta e furia diversi attori internazionali, come l’Organizzazione per le Migrazioni (OIM), l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e Medici Senza Frontiere (MSF), si sono adoperati per organizzare un campo di accoglienza per queste persone.
Il campo di Assaga esiste dalla scorso giugno. Centinaia e centinaia di tende ricavate da un po’ di legna e teli di plastica si susseguono per circa un chilometro ai lati dello stradone che conduce all’aeroporto di Diffa. Da una parte c’è Assaga Niger, terra di sfollati nigerini, e dell’altra Assaga Nigeria, dei nigeriani. Questa divisione è stata così tanto interiorizzata che quando qualcuno attraversa la strada, magari per acquistare del latte in polvere in una delle bancarelle sorte nel campo, esclama: “Vado all’altra Assaga, torno presto”. In questa riproduzione in scala del villaggio di Assaga spuntano bambini da tutte le parti. In loro presenza, per non fargli rivivere il trauma degli attacchi dei terroristi, è proibito nominare Boko Haram’. I ‘cattivi’ vengono scherzosamente chiamati dagli adulti ‘Bon Homme’, gli ‘Uomini Buoni’.

I bambini non possono e non vogliono dimenticare ciò che hanno vissuto negli ultimi mesi

I bambini non possono e non vogliono dimenticare ciò che hanno vissuto negli ultimi mesi. Hanno inventato delle canzoni che nelle lingue locali hausa, kanourì e peul, prendono in giro e addirittura sfidano Boko Haram. Alcuni versi recitano: “Non osate venire qui, i piccoli di Assaga Niger e Assaga Nigeria vi prenderanno a pugni”. Alcune ONG muniscono i bambini di fogli e pennarelli per fargli rappresentare l’esperienza avuta con Boko Haram. Ed ecco omoni grandi e grossi con fucili e maceti; donne kamikaze con lunghe vesti che coprono l’esplosivo; taniche di benzina per dare fuoco a chiese, scuole e mercati. Cadaveri dappertutto.
I jihadisti sono muniti di armi di ogni sorta e hanno un solo obiettivo: mettere tutto a ferro e a fuco, città dopo città. E lo fanno con una meticolosità che ha dello sbalorditivo. Lo sa bene Musa, che nella parte nigeriana di Assaga aveva due piccoli negozi, uno di alimentari e l’altro di ricariche telefoniche. “Ci avevano riuniti tutti nella piazza. Ci accusavano di averli denunciati all’esercito, che eravamo delle spie. Ma non era vero. Hanno tirato fuori i fucili e hanno iniziato a spararci contro, all’altezza della testa. Quel giorno sono morte almeno venti persone. Quei Boko Haram erano dei ragazzi, poco più che bambini. Dicono di essere loro i bravi musulmani, ma i bravi musulmani non uccidono le persone senza motivo”. Non appena iniziati gli spari, data la grande confusione, Musa riuscì a scappare, riportando però una profonda ferita sul fianco, frutto di un incontro con la lama del machete di un jihadista.
Con cadenza quasi settimanale il campo di Assaga viene preso di mira da Boko Haram. L’intera regione è militarizzata, ma a difesa diretta della struttura non c’è nessuno. Al fine di reclutare nuove forze e rubare viveri, Boko Harma mette sempre più guerriglieri tra la gente del villaggio. Così, spesso all’appello manca qualcuno, misteriosamente ucciso o rapito. In questo secondo caso sono soprattuto le donne ad essere protagoniste. Servizi igienici e corrente elettrica non ci sono, e così di notte per fare i propri bisogni occorre allontanarsi. Numerose donne non hanno mai fatto ritorno in tenda. «Mia cugina Jamilah non doveva andare a fare le sue cose da sola di notte. Tutti sanno i rischi che si corrono. Sempre meglio farsi accompagnare da un uomo. È più di un mese che è scomparsa. Sarà finita nelle mani di Boko Haram. Ad Assaga, la vera Assaga, non si viveva bene, ma almeno era un posto tranquillo. Si andava in bagno sapendo di potere tornare a letto sani e salvi», racconta Samirah, nigerina di 19 anni, aspirante sarta.

Le stragi
Coloro che non sono subito scappati ai primi avvistamenti di Boko Haram sono stati testimoni e vittime di orrendi soprusi. Tra questi c’è Atikah, nigeriana di 33 anni, che mentre fa la fila al pozzo per la sua tanica di acqua racconta: «La prima volta che sono venuti a casa mia mi hanno chiesto perché mio marito non fosse in moschea. Gli ho risposto che non lo sapevo e se ne sono andati via. Sono venuti la seconda volta ed è successa la stessa cosa. Alla terza ridevano con le facce cattive e m’hanno preso di forza e condotto in moschea. Lì ho trovato mio marito, morto, ucciso con un colpo di pistola alla testa. Gridavano: “Visto che alla fine è venuto a trovarci in moschea?”».
Il terrore per Boko Haram si sta tramutando in vera e propria fobia. Nella regione di Diffa i rifugiati nigeriani, in particolar modo i più giovani, sono sospettati di essere terroristi. E questo solo perché provengono dalla terra di Boko Haram. Zainab, nigeriana di 21 anni, teme di essere diventata vedova: «Mio marito era andato al mercato di Diffa per acquistare della frutta. Non era la prima volta che ci andava. Alcuni venditori ambulanti hanno iniziato a dirgli: “Sei nigeriano, vero? Allora sei un Boko Haram”. Alle prime sembravano solo divertirsi, ma poi uno di loro, che per qualche strano motivo ha iniziato a insospettirsi sul serio, ha chiamato un poliziotto che passava da lì. Quel poliziotto lo ha arrestato e portato via. Questo è quanto mi hanno raccontato degli amici che erano con lui. Sono settimane che non ho sue notizie. Vivo, morto? Solo Allah lo sa».

Ingo Schulze

Ingo Schulze

INoi nella crisi Ingo Schulzen una scrittura del genere short storie, Ingo Schulze indossa nel suo esordio narrativo la maschera del mimo e simula un confronto con la grande letteratura russa e americana del secolo scorso.
In realtà egli si svela subito come il narratore più efficace delle vite in mutazione degli abitanti della DDR e dei paesi dell’Est a regimi collassati, lo sceneggiatore del teatro di crisi delle moltitudini in fuga dal socialismo reale. Tuttavia nessun “ordine nuovo” si profila all’orizzonte e le storie della ferina mutazione, le storie della “caduta del comunismo”, mutano in storie della più grande crisi: le storie di tutti, la vita che si vive in un mondo di sistemi mutanti. Vite a braccio, esistenze a tentoni, ombre lunghe sulla scena del villaggio globale scossa dagli sciami sismici della crisi.

Qui e su questi temi, lo scrittore berlinese si misura in due lunghe interviste con la germanista Anna Chiarloni e con Piero Del Giudice, parlando della sua opera, della crisi, di se stesso e del mondo.
Il libro si completa con due scritti di analisi sociale e politica di Schulze sulla attualità della democrazia e sull’attacco a cui la via democratica viene sottoposta nel tempo della Grande Crisi.

Ingo Schulze (Dresda, 1962)

Cresce e si forma nella DDR. Compie gli studi classici a Jena e l’apprendistato intellettuale occupandosi di teatro e giornalismo. Nel 1992 riceve l’incarico di fondare un giornale di inserzioni commerciali a San Pietroburgo e, nella città di Gogol, dove va a vivere e lavorare, scrive il libro del debutto 33 attimi di felicità. Opera che lo pone subito alla attenzione generale della critica letteraria. Al libro d’esordio fanno seguito Semplici storie, Bolero Berlinese, Vite nuove, Adam e Evelyn, Arance e angeli etc. capitoli di una produzione letteraria e di impegno sociale e politico di crescente interesse. Schulze vive e lavora nella sua città elettiva, la Berlino cosmopolita.

 

Noi nella crisi, chi paga il conto?
è pubblicato da
edizioni ADV Publishing House

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La mappa per Pétur

La mappa per Pétur ruota attorno ai ricordi dell’infanzia del narratore, trascorsa in un villaggio sulla riva del lago; attraverso un linguaggio che a tratti suggerisce l’impasto lessicale proprio dei giochi, tra l’italiano, il dialetto e l’inglese derivato da telefilm e fumetti d’avventura, viene ricostruito l’ambiente in cui i bambini si trovavano a crescere agli inizi degli anni Sessanta. Il racconto non procede tuttavia seguendo il filo temporale ma attraverso una struttura originale e complessa, che intreccia componenti diverse tra loro.
Innanzitutto i ricordi sono raggruppati e ordinati attorno a nuclei tematici che corrispondono a luoghi e ambienti topici dell’infanzia: il bosco e gli orti del gioco, la casa e la famiglia, la scuola e la chiesa,… a cui sono dedicati i dieci capitoli di cui è composto il testo.
Copertina de La mappa per PéturA questa prima dimensione memorialistica se ne aggiunge poi una seconda, anticipata dal titolo (e suggerita dal disegno della copertina), che pone al centro una vera e propria mappa che il protagonista traccia, capitolo dopo capitolo, ricostruendo il tessuto dei propri ricordi. Se è proprio della memoria fondere spazi, tempi ed emozioni in una dimensione immaginativa simile a quella dei sogni, nella mappa non ci si dovrà tuttavia aspettare di riconoscere i luoghi geografici di oggi, o come erano allora, ma di vedere costituirsi l’universo personale del protagonista, con tutte le sue particolarità.
Troviamo poi un terzo filone narrativo, che a sua volta contribuisce a moltiplicare le prospettive: il racconto del passato avviene all’interno del dialogo del protagonista con Pétur, il personaggio in qualche modo misterioso che compare fin dal titolo come destinatario della mappa. Ed è il rapporto con lo straniero venuto dal Nord, portatore di visioni esistenziali e ricordi diversi, ad ampliare gli orizzonti all’interno dei quali si dipana la memoria del narratore.
Ma ancora non basta: una quarta dimensione della trama segue la curiosità per il linguaggio che caratterizza le scoperte infantili sviluppando, in modo piacevolmente divulgativo, una serie di riflessioni dell’adulto di oggi sulla storia di alcune delle parole che hanno dato forma al nostro pensiero.
I diversi momenti narrativi si intrecciano con naturalezza in un discorso limpido ed equilibrato, nel quale il linguaggio ricco e vario, che qui gioca piacevolmente con toni, registri e sonorità, si coniuga con la passione per le parole, dando forma ad un disegno affascinante e ricchissimo.

 

Fabio Contestabile (1954)

Si è laureato in linguistica e letteratura italiane a Zurigo, per poi insegnare in diversi istituti del Cantone. Ha pubblicato raccolte poetiche presso Alla Chiara Fonte (Non c’è che il fluire crescente, 2010; Screziato di metallo il suono, 2013, con traduzione in tedesco a fronte di Marisa Rossi), l’editore Manni (Spazi e tempi, 2011), le Edizioni dell’Ulivo (Con parole semplici, 2007).

Altri suoi testi sono apparsi su riviste letterarie (L’Immaginazione, La Clessidra), nella silloge Sempre, senza misura. Omaggio a Giovanni Orelli, 2013, a cura di Pietro de Marchi e Fabio Pusterla (Edizioni Sottoscala) e nel catalogo della mostra Le carte dei poeti, Pagine d’Arte – MuseoVilla dei Cedri, Bellinzona, 2015.

 

La mappa per Pétur è un romanzo pubblicato da
edizioni ADV Publishing House – alla chiara fonte

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Happy. Il regalo di Natale perfetto

Happy. Il regalo di Natale perfetto

Il gattino Rookie da piccolo ha avuto un incidente. La vita da randagio non è sempre facile, anche se i suoi amici gatti fanno del loro meglio per prendersi cura di lui.
La notte di Santa Lucia trovano una lettera per Babbo Natale, che non è partita.
Riusciranno a esaudire l’unico desiderio di Dario, il bambino che l’ha scritta?

Happy. Il regalo di Natale perfetto
è un libro per bambini pubblicato da
edizioni ADV Publishing House

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Gli scrittori tedeschi e il Bruch

Le generazioni nate in Germania dopo il ’45 hanno avuto l’urgenza di dedicare un enorme impegno nell’elaborazione dell’esperienza nazionalsocialista e delle sue conseguenze, elaborazione su cui si è fondata saldamente l’attuale identità tedesca.
Ma la frattura, il Bruch che ha sfigurato la civiltà occidentale tra il 1939 e il 1945, lungi dal relativizzarsi, si allarga sotto i nostri occhi fino a comprendere la carneficina che nel 1914 inaugura l’ininterrotta, sempre più feroce catena di massacri che devastò il “secolo breve”. Fu allora che la guerra si trasformò in industria per l’annientamento di massa, polverizzando il senso della vita e della morte e annullando i loro reciproci confini.

a cura di Eva Banchelli

 

In nessun’altra nazione il progresso tecnologico e industriale impegnato in funzione di una guerra futura ha saputo legarsi all’ideologia militarista e permeare di sé la società intera come nella Germania a cavallo tra i due secoli.
Qui, in un contesto generale più letterario, si danno esempi di come, con l’inizio delle ostilità, quando i massacri sulla Marna e la cruda realtà della guerra di posizione spengono l’esaltazione interventista e la retorica patriottica, ai toni profetici fanno seguito le analisi e le denunce dai fronti più diversi. Voci forti, autorevoli, a volte ferocemente dissacranti come quella del giovane Brecht. Esse – al pari delle frequenti rivolte e dei boicottaggi, che censura e repressione riescono a contenere e nascondere all’opinione pubblica – si ripropongono oggi alla nostra attenzione nella loro forza argomentativa e, insieme, nella loro tragica impotenza. La guerra, che doveva essere una breve, esaltante avventura di conquista, nonostante l’autorevolezza dei moniti, durerà oltre quattro anni.
«Una guerra come il mondo non ne ha mai viste», scrive in una lettera a casa il medico-poeta Wilhelm Klemm già il 3 dicembre 1914.  «Nessuno uscirà da questa guerra senza essere diventato una persona diversa», osserva un soldato tedesco sul fronte occidentale. Dal fuoco delle mitragliatrici, dal sibilo degli shrapnels, dal fango delle trincee e dai grovigli di filo spinato il corpo, la vita e la coscienza del singolo sono stati irrevocabilmente travolti e mutilati per sempre, così come il volto e il corso del mondo.
I testi scelti, nel loro insieme, nella varietà dei registri linguistici e, nel contempo, nel sorprendente richiamarsi delle situazioni, delle impressioni e dei sentimenti, restituiscono la cronaca angosciante di un violento disincanto. Una nuova luce svela agli occhi sbigottiti dei sopravvissuti un territorio esteriore reso irriconoscibile dalle “tempeste d’acciaio” quanto quello interiore: natura devastata, azzerata; così la coscienza dei soldati, così i resti di umanità fatta a pezzi, macerie di identità cancellate. L’unica salvezza diventa allora lo sforzo di dare parola e memoria a quelle esperienze, prendere la penna, rintanati in un angolo sottratto al macello e sfidare l’afasia, estrema condanna che il trauma indicibile può infliggere.
Scritti, dunque, pagine che testimoniano una disperata volontà di dare un ordine al caos.

 

Bertolt Brecht

(1898-1956)

Leggenda del soldato morto
[Legende vom toten Soldaten,1917]

E siccome non c’erano speranze
di pace dopo quattro primavere,
il soldato tirò le conseguenze:
da eroe volle cadere.

Ma la guerra non era ancora in porto,
per questo al Kaiser spiacque
che il suo soldato se ne fosse morto;
in anticipo gli parve.

Mentre l’estate sfiorava le fosse
ed il soldato dormiva di già,
la commissione medico-militare
una notte si mosse.

La commissione medica si spinse
fino al cimitero,
disseppellì con vanga benedetta
il defunto guerriero.

Ed il dottore visitò con scrupolo
il soldato o i resti del soldato.
Dichiarò ch’era “abile-arruolato”
e s’imboscava di fronte al pericolo.

Il soldato si presero con sé
nella bella notte blu.
Senza l’elmo si potevano vedere
le stelle della patria lassù.

Acquavite bruciante gli versarono
nella salma imputridita,
due infermiere appesero al suo braccio
e una donna per metà svestita.

E siccome lui puzza di putredine
davanti un prete zoppica
e sulla testa gli agita un turibolo
perché non puzzi troppo.

Davanti la banda fra il chiasso dei piatti
suona una marcia briosa.
Ed il soldato, esperto del mestiere,
scaraventa le gambe dal sedere.

Il braccio intorno a lui, fraternamente,
due sanitari marciano, se no
lui nella melma gli ripiomberebbe
­­­e questo accadere non può.

Hanno dipinto il sudario del morto
di nero di bianco di rosso
e glielo portano davanti; lo sporco
sotto i colori rimane nascosto.

Precedeva un signore con il frak
e la camicia dura
come ogni buon tedesco che si sa
il dovere non trascura.
Passarono così tra il chiasso dei piatti
per lo stradale ombroso
ed il soldato barcollava come
un bioccolo in un giorno nevoso.

I gatti e i cani gridano
e i topi nei campi con fischio selvaggio:
non saranno mai francesi
sarebbe per loro un oltraggio.
E quando i villaggi traversano
un mucchio di donne era là.
Si chinano le piante. Splende la luna piena.
E tutti gridano hurrà.

Con il chiasso dei piatti e gli arrivederci!
E donna e cane e pretonzolo!
E in mezzo il soldato morto
come uno scimmiotto sbronzo.

E quando i villaggi traversano
nessuno riesce a vederlo
tanti gli stanno in cerchio
con il chiasso dei piatti e gli hurrà.

Tanti ballano e schiamazzano intorno
a lui che nessuno lo vede.
E forse lo vedresti ma dall’alto
dove splendono solo le stelle.

Le stelle non ci sono sempre
e l’aurora sorge.
Marcia il soldato, esperto del mestiere,
verso un’eroica morte.

(traduzione Roberto Fertonani)

 

Fanteria tedesca, 1918
Fanteria tedesca, 1918

 

Georg Trakl

(1887-1914)

Grodek
ottobre 1914

La sera risuonano i boschi autunnali
di armi mortali, le dorate pianure
e gli azzurri laghi e in alto il sole
più cupo precipita il corso; avvolge la notte
guerrieri morenti, il selvaggio lamento
delle lor bocche infrante.
Ma silenziosa raccogliesi nel saliceto
rossa nuvola, dove un dio furente dimora,
Il sangue versato, lunare frescura;
tutte le strade sboccano in nera putredine.
Sotto i rami dorati della notte e di stelle
oscilla l’ombra della sorella per la selva che tace
a salutare gli spiriti degli eroi, i sanguinanti capi;
e sommessi risuonano ne canneto gli oscuri flauti de
l’autunno.
O più fiero lutto! Voi bronzei altari,
l’ardente fiamma dello spirito nutre oggi un possente
dolore,
i nipoti non nati.

(Le poesie, Garzanti,1983. Traduzione Vera degli Alberti e Eduard Innerkofler)

 

Anonimo

Servizio sanitario in Lorena
agosto/settembre 1914

Il nostro ospedale militare entrò in funzione per la prima volta il 20 agosto. Battaglia di Lorena. Nella notte era giunto un ordine del corpo di spedizione, che cominciava con queste parole: “Alle ore 6 inizia la battaglia!”. Ci tremavano i nervi quando, prima delle sei, attendevamo gli ordini per allestire gli ospedali – quattro ospedali militari. Il bagliore dei primi shrapnel! Le esplosioni nell’aria! Nuvolette grigie. Il tremendo rimbombo dei cannoni! Il fumo dei villaggi in fiamme! Il sole sorgeva e irradiava i propri raggi ardenti! Mezzogiorno! I primi feriti e prigionieri! Niente riposo, niente rancio. Uomini e cavalli pronti a marciare. I primi ospedali militari entrano in funzione. Sotto il fuoco! E di sera, Lucy! I vicoli coperti di paglia con Bavaresi e Francesi feriti. Gemiti e lamenti! Entriamo nel paesino alla luce delle fiaccole! La vettura viene aperta con rapidità. In sala operatoria si predispongono strumenti chirurgici, cloroformio, garze e bende. Il collega dell’altro ospedale da campo, che era entrato in funzione qualche ora prima, aveva esaurito quasi tutto il materiale ospedaliero; esausto, si sdraiò per un momento nella propria vettura. […]  Alcuni giorni più tardi arriviamo a Château Salins. In tre giorni 3000 feriti! Dovevano essere curati, bendati, operati e, prima di qualunque altra cosa, sistemati da qualche parte. I medici erano costantemente impegnati. Si dormiva solo qualche ora, dandosi il cambio. Gli ispettori dovevano uscire a recuperare paglia e alimenti.

(traduzione Andrea Rota)

 

autocarro

 

Wilhelm Klemm

(1881-1968)

Lettere dalla ritirata della Marna

27.9.1914

La guerra può essere una cosa talmente spaventosa che si agogna, letteralmente, l’arrivo di una pallottola che ti liberi da queste emozioni e da questi tormenti. Sta qui il segreto che permette di resistere a tanta indicibile sofferenza. I giorni in trincea sotto la pioggia e le intemperie, stipati, senza cibo, non un solo panno asciutto addosso, notte e giorno sotto il fuoco incrociato, i fucili arrugginiti, diarrea e reumatismi. […] Avresti dovuto vederli quelli che rientravano alla spicciolata: il colorito gialloverde dei loro volti scarni, le labbra pallide e bluastre, i movimenti lenti, tutta la figura come rimpicciolita, rattrappita. Faceva paura guardarli.

28.9.1914

Non c’erano dubbi, stavamo ritirandoci precipitosamente. E’ stata una sera orribile: stanchezza e, colonne in ritirata. La gente era di nuovo per le strade e ci guardava con disprezzo, nei boschi dove passavamo si sparava. Abbiamo attraversato campi di battaglia ricoperti di elmetti, zaini, cinghie e carcasse di cavalli che mandavano una puzza di cavolo marcio nonostante la pioggia. […] E di nuovo alle nostre spalle il rombo dei cannoni che ci inseguiva. Cattivi presagi.

(da Tot ist die Kunst. Briefe und Verse aus dem ersten Weltkrieg, Mainz, Dieterich’sche 2013. Traduzione Eva Banchelli).

 

August Stramm

(1874-1915)

Poesie dal fronte occidentale 1914-1915

 

Annientamento
[Vernichtung]

I cieli soffiano
Sangue marchia
Marchia
Su
Mille piedi.
I cieli soffiano
Sangue assalta
Si sfascia
Su
Mille lame.
I cieli soffiano
Sangue cola
Si sfascia
In
Mille fili.
I cieli soffiano
Sangue perde
Si sfascia
In
Mille feritoie.
I cieli soffiano
Sangue dorme
Si sfascia
In
Mille morti.
I cieli soffiano
Morte si sfascia
Si sfascia
In
Mille piedi.

Assalto
[Sturmangriff]

Dappertutto rimbombano paure volere
Strilla
Frusta
La vita
Davanti
A sé
L’ansimo della morte
I cieli si squarciano
Il terrore macella selvaggio i ciechi

Pattuglia (Patrouille)
Le stelle inimicano
Finestra sghignazza tradimento
Rami strozzano
Monti cespugli sfaldano frusciando
Stridulano
Morte.

(traduzione Stefanie Golisch)

 

Cavalli-gas

Max Beckmann

(1884-1950)
20.4.1915
Qui la situazione è molto drammatica. Gli inglesi voglio sfondare proprio da queste parti. Oggi allarme generale. Verso sera uno spaventoso tuonare di cannoni. Ora c’è più calma, ma è la cosa peggiore perché si prepara l’attacco.
Sono appena salito di nuovo sulla collina dove c’è una villa bianca che è stata trasformata in lazzaretto. Sono andato sul tetto e ho potuto avere una visione precisa del fronte intero in tutta la sua vastità. Piccole nuvole fredde, scure, grigie contro il sole al tramonto. In lontananza le alture di Ypres, e lungo tutto l’orizzonte le terrificanti esplosioni di granate e di shrapnel.
Sotto, nel lazzaretto, molti feriti degli ultimi giorni. Uno era stato appena portato e stava morendo con un’enorme fasciatura alla testa ormai di nuovo intrisa di sangue sebbene fosse stata cambiata mezz’ora prima.  Un volto ancora giovane, molto fine. Terribile: vicino all’occhio sinistro la faccia aveva una crepa e sembrava un vaso di porcellana rotto. Completamente privo di coscienza, gemeva forte e muoveva le mani senza requie. Lo hanno sdraiato in una cassa di legno come si fa con i malati di tifo.
Fuori i feriti lievi erano aggrappati alle finestre a guardare lo spettacolo della battaglia. I loro occhi erravano inquieti sull’immensa distesa.

(traduzione Eva Banchelli)

Anonimo

Cronaca della battaglia
Pasqua 1915, tra Mosa e Mosella

Con grande sforzo ero riuscito a lasciarmi dietro la prima linea che già, senza avere ancora ripreso fiato, si avvicinava la seconda. Il comandante nemico doveva aver dato l’ordine di avanzare perché vedemmo distintamente l’espressione di terrore dipinta sui volti dei francesi. Vuoi che l’ordine non fosse stato eseguito, vuoi per un qualche altro motivo, fatto sta che il comandante si voltò e sparò a due dei suoi connazionali. L’energico ufficiale non ebbe tuttavia da compiacersi a lungo della sua azione perché, poco dopo, lo vedemmo crollare sotto le pallottole dei suoi uomini. L’impressione fu che tutti avessero atteso la morte del comandante perché, non appena questi fu caduto, l’intera orda dei soldati gettò i fucili e si precipitò a mani alzate verso la nostra posizione.
Era tempo che i nostri nervi tesi si calmassero. Anche la fame cominciava a poco a poco a farsi sentire. Già mi crogiolavo al pensiero delle prelibatezze che avevo messo da parte in giorni migliori. Nella tasca sinistra del cappotto conservavo due pezzi di pane e forse dieci sigarette. Sarebbe bastato un gesto per entrare in possesso dei miei averi. E invece – ahinoi! – tutta la parte sinistra del pastrano, tasche comprese con le leccornie che contenevano, era stata disintegrata da schegge di granata. La mia delusione fu indescrivibile e ancora adesso faccio fatica a pensarci senza essere sopraffatto dalla rabbia.  Con una speranza in meno, mi accorsi per giunta all’improvviso che mi mancavano gli stivali a entrambi i piedi. La mia prima preoccupazione fu dunque: come diavolo te lo procuri adesso un paio di stivali? Furono i morti che giacevano innumerevoli attorno a me a dare risposta alla mia domanda. Ben presto avevo trovato un camerata caduto i cui stivali a occhio dovevano andarmi abbastanza bene. Glieli sfilai, li ripulii sommariamente del sangue e del fango che li incrostava e constatai che i miei calcoli non erano stati sbagliati: gli stivali infatti mi andavano a pennello. Lieto di avere di nuovo una calzatura conveniente, tornai dai miei camerati a far ammirare il mio bottino. Arrivavo al momento giusto. Il nostro sottotenente stava infatti cercando qualcuno che possedesse un paio di stivali. Naturale che si rallegrasse sinceramente quando mi vide; la sua gioia non aveva tuttavia per oggetto la mia persona, bensì i miei stivali. « “Dal momento che, a quanto vedo, lei è ancora ben messo con i piedi, potrebbe accompagnarmi”. Si trattava di fare una ricognizione per stabilire la posizione del nemico. E così ci mettemmo in marcia».

(traduzione Eva Banchelli)

 

incendio-in-villaggio

Ernst Jünger

(1895-1998)

Nelle tempeste d’acciaio
[In Stahlgewittern, 1920]

Avanti! I gruppi si ammassarono in una strettoia bat­tuta da una violenta pioggia di proiettili. A terra! Un continuo e nauseabondo odore ci rivelò che quel passaggio aveva già fatto numerose vittime. Corremmo inseguiti dalla morte per arrivare a un’altra strettoia, dove si trovava il rico­vero del comandante delle truppe in linea; poi ci sperdemmo ed effettuammo un altro dietro-front in mezzo allo scompiglio dei soldati ormai nervosissimi. A cinque metri al massimo dal punto dove Vogel e io ci trovavamo una granata di medio calibro cadde con un tonfo sordo sul dorso della scar­pata ricoprendoci di terra, mentre brividi mortali ci correvano lungo la schiena. Infine la guida ritrovò la strada grazie al riferimento costituito da un mucchio di cadaveri curio­samente disposto. Uno di quei morti era disteso con le braccia aperte, come su una croce, sul pendio calcareo della scarpata. Quale immaginazione avrebbe potuto trovare un cartello indi­catore più adatto a quel genere di paesaggio?
Avanti! Avanti! Durante la corsa alcuni uomini, improvvi­samente, si lasciavano cadere; con minacce terribili li forzava­mo a tirare dai loro corpi spossati le ultime energie. I feriti ca­devano invocando aiuto, a destra e a sinistra nei crateri scavati dalle granate senza che nessuno vi facesse caso. Si avanzava sempre, gli occhi fissi sull’uomo che era davanti, lungo un fos­sato che ci arrivava appena al ginocchio, costituito da una ca­tena di enormi imbuti dove i morti si susseguivano in fila. Il piede calpestava con disgusto i corpi flaccidi che cedevano sot­to il nostro peso; l’oscurità copriva le loro forme. Il ferito che cadeva lungo il cammino era ugualmente destinato a essere calpestato dagli stivali di quelli che proseguivano in fretta la loro strada.
E sempre quell’odore dolciastro! Il mio aiutante, il piccolo Schmidt, compagno di parecchie avventure pericolose, cominciava a vacillare. Gli tolsi il fucile dalla mano benché quel bra­vo ragazzo si schermisse anche in un simile momento.
Arrivammo finalmente alla prima linea, tenuta da uomini rannicchiati e serrati l’uno contro l’altro nelle buche, e le cui voci atone vibrarono di gioia quando appresero che il cambio era arrivato. Un sottufficiale bavarese mi consegnò, con qual­che parola, il settore e la pistola da segnalazione.
Il settore affidato al mio plotone si trovava sull’ala destra della posizione occupata dal reggimento e consisteva in una strada incassata tra due pareti di scarsa profondità, appiattita dalle bombe, tagliata in terreno scoperto sulla sinistra, a qual­che centinaio di metri, da Guillemont, e sulla destra, a una mi­nore distanza, dal Bois de Trônes. Dall’unità più vicina su questo lato, il 76° reggimento di fanteria, ci separava uno spa­zio vuoto di cinquecento metri, dove nessuno poteva rimanere a causa dell’estrema violenza del fuoco concentrato in quel punto.
Il sottufficiale bavarese era immediatamente scomparso; mi ritrovai dunque solo con la pistola da segnalazione in mano, in mezzo a quel funereo paesaggio a imbuti, velato in maniera minacciosa e misteriosa da strisce di nebbia stagnanti sul ter­reno. Leggeri rumori sordi e snervanti si levavano dietro di me: scoprii che provenivano dal cadavere di un uomo gigante­sco in via di putrefazione.
Non rendendomi conto del luogo dove più o meno poteva trovarsi il nemico, tornai verso i miei uomini e li consigliai di tenersi preparati al peggio. Restammo tutti svegli; trascorsi notte con Paulicke e con i due aiutanti in una tana di volpe non più grande di un metro cubo.
All’alba il paesaggio si svelò a poco a poco ai nostri occhi. La strada ci appariva ora come una serie di enormi imbuti pieni di lembi di uniformi, di armi e di mor­ti; a perdita d’occhio il terreno circostante si presentava scon­volto dai grossi calibri. Non un filo d’erba. Il campo di batta­glia arato a quel modo era spaventoso. I soldati morti giaceva­no in mezzo a quelli vivi. Scavando qualche fosso per proteg­gerci constatammo che i cadaveri erano ammucchiati a strati gli uni sugli altri. Le compagnie rimaste sotto il bombarda­mento erano state falciate una dopo l’altra. I morti erano poi stati sepolti dalle masse di terra sollevate dai proiettili e gli uo­mini giunti per il cambio ne avevano preso il posto. Ora tocca­va a noi.
La strada e il terreno retrostante erano coperti di tedeschi, il terreno antistante di inglesi. Braccia, gambe, teste fuorusci­vano dalla scarpata; davanti alle nostre tane membra strappate e corpi sui quali a volte erano stati gettati, per evitare un con­tinuo spettacolo di facce sfigurate, cappotti o teli da tenda. Nonostante il calore nessuno si sognava di ricoprire di terra i cadaveri.
Il villaggio di Guillemont sembrava completamente scom­parso; soltanto una macchia biancastra tra i crateri indicava ancora il luogo dove la calce delle sue case era stata polverizza­ta. Davanti a noi c’era la stazione, fracassata come un giocat­tolo da bambini; e più in là il bosco di Delville ridotto in trucioli. Appena fatto giorno, un aereo inglese che volava a bassa quota cominciò a girare sopra le nostre teste come un avvol­toio: raggiungemmo in un attimo le nostre tane. Ma l’occhio penetrante dell’osservatore doveva averci egualmente indivi­duati, perché subito dopo udimmo risuonare dall’alto, a brevi intervalli, segnali di sirena bassi e prolungati. Si sarebbe detto l’urlo di un essere fantastico che vola minaccioso su un de­serto.
Una batteria dovette captare quei segnali. Uno dopo l’altro arrivarono fischiando, con una forza incredibile, granate a tiro teso. Restammo nelle tane accendendo di tanto in tanto un si­garo e buttandolo subito via, nell’attesa continua di rimanere seppelliti. Schmidt ebbe la manica della giubba lacerata da una scheggia.
Alla terza salva, l’occupante del fosso accanto al nostro fu sepolto da un colpo violento. Lo dissotterrammo subito; ma il peso della massa di terra lo aveva straziato: il suo viso incavato era simile alla testa di un morto. Si trattava del soldato scelto Simon che, ammaestrato dall’esperienza, quando nel corso della giornata gli uomini si muovevano allo scoperto, e quindi visibili da un aereo, faceva sentire la sua voce furiosa e agitava minacciosamente il pugno attraverso un’apertura del suo fosso mimetizzato da un telo.
Alle tre del pomeriggio gli uomini dislocati sul lato sinistro vennero a riferirmi di non essere più in condizioni di resistere: i loro fossati erano completamente appiattiti dalle granate. Dovetti far sentire il peso della mia autorità per rimandarli ai loro posti. D’altra parte mi trovavo nel punto più pericoloso ed è proprio in questi casi che si acquista una più forte auto­rità.
A sera, poco prima delle dieci, una tempesta di fuoco si ab­batté sull’ala sinistra del reggimento e giunse su di noi venti minuti più tardi. In un attimo fummo completamente som­mersi dal fumo e dalla polvere, ma i colpi cadevano per la mag­gior parte proprio davanti o dietro la trincea, se è possibile da­re questo nome a quella piega del terreno passata al rullo com­pressore. Mentre l’uragano si scatenava attorno a noi, ispezio­nai il settore tenuto dal mio plotone. Gli uomini avevano inne­stato la baionetta sulle canne dei fucili. Stavano in piedi, im­mobili come statue, sulla scarpata anteriore della strada guar­dando in avanti. Di tanto in tanto, alla luce di un razzo, vede­vo gli elmetti d’acciaio serrati l’uno all’altro, le baionette bril­lare lama contro lama. Sentivo nascere dentro di me la co­scienza di essere invulnerabile; ci potevano schiacciare, ma non vincere.
Nel plotone vicino, sulla nostra sinistra, il sergente Hock, lo sfortunato cacciatore di topi di Monchy, decise di tirare un razzo bianco; sbagliò, e un razzo rosso, usato per chiedere tiri di sbarramento, si levò soffiando, ritrasmesso da tutti i lati. In un batter d’occhio la nostra artiglieria iniziò un fuoco fittissimo. Uno dopo l’altro i colpi di mortaio caddero dal cielo urlan­do e frantumandosi in migliaia di schegge e scintille. Un mi­scuglio di polvere, di gas soffocanti e di fetore proveniente dai cadaveri proiettati in aria, si levò dai crateri.
Terminata questa orgia di distruzione, il fuoco ritornò al suo livello normale. Il gesto sconsiderato di un solo uomo ave­va messo in moto l’enorme macchina della guerra. Hock era e restò uno scalognato; quella stessa notte, mentre caricava la pistola da segnalazione, si tirò un razzo sullo stivale e dovette essere allontanato per le gravi ustioni che si era provocate.
L’indomani piovve a dirotto, il che non ci fu affatto sgradi­to perché le nostre gole secche soffrirono meno quando la pol­vere si posò, bagnata, e le grosse mosche di color blu-nero, che si erano raccolte in masse enormi nei luoghi assolati, formando come cuscini di velluto scuro, dovettero velocemente battere in ritirata. Restai seduto quasi tutto il giorno davanti alla mia tana a fumare e, nonostante lo scenario, mangiai con buon ap­petito.

(Nelle tempeste d’acciaio, Parma, Guanda 1990. Traduzione Giorgio Zampaglione)

 

Lanciafiamme

Diario da Verdun del soldato Fiedler
96. reggimento di fanteria

8 maggio 1916

Quota 304. Si fa buio. Avanziamo col nostro battaglione in direzione dell’altura. L’operazione procede abbastanza bene, ma nella valle finiamo sotto il fuoco di sbarramento. Veniamo sbaragliati. Perdiamo i contatti tra di noi. Chi ancora è in grado cerca di avanzare. Salto tra i buchi prodotti dalle granate. Ovunque morti e feriti.
Nella trincea ci sono già dei camerati. Salto dentro anch’io, felice di poter finalmente tirare il respiro. Ma quello che è arrivato poi è stato l’inferno. Stavamo stretti l’uno all’altro, lo zaino sulla testa, mentre le granate francesi ininterrottamente piovevano su di noi sibilando. Molti camerati caddero, furono feriti, sepolti. Ogni minuto qualcuno che era stato colpito urlava. Esplosioni, grida, lamenti. Terribile. E a ogni nuova granata ognuno pensava: adesso tocca a me. Siamo rimasti così per tutta la lunga notte e l’ancora più lungo giorno seguente. Nessuno di quanti vissero quelle venti ore pensò a mangiare.
Finalmente si fa buio. Colgo l’occasione, avanzo e m’infilo nel cratere scavato da una granata. Lì non arrivano gli spari dei francesi. Nonostante il rombo dei cannoni riesco a dormire un po’ durante la notte.
Così mi appare l’altura il mattino del 20 maggio: una voragine dopo l’altra. Sparita l’erba verde, sparito il boschetto che c’era prima. Solo terra e pietre. Buchi su buchi. E senza sosta e granate si abbattono e sconvolgono la terra. La nostra artiglieria ha infuriato spaventosamente. Sul terreno è come fosse passato un aratro.  La valle davanti all’altura è sotto il fuoco di sbarramento dei francesi. I cannoni tuonano giorno e notte. Nessuno si azzarda a scendere per recuperare dei viveri. Il 20 maggio succede anche che ci arriva fuoco dalla nostra stessa artiglieria, proiettili di 21 cm. A sera la 27esima e la 96esima compagnia danno battaglia ai francesi a colpi di bombe a mano.

[…]
Il 3 settembre ci appostiamo di nuovo a quota 304. I francesi ci accolgono di nuovo con granate da fucile e mine. Sto ancora portando le conseguenze della granata che mi ha ferito il 17 agosto. Io e un camerata siamo alloggiati in una galleria che ha solo tre gradini di accesso. Stavamo appollaiati sul gradino più basso. Mi ero appena appena appisolato, quando ho avuto un sussulto. Qualcosa deve essere caduto sulla piastra di ferro del lanciagranate, penso. E in quel momento ecco una granata da fucile rotolare sul primo gradino. Un pensiero mi attraversa la mente: gettare via quella roba, in fretta, ma poi… La granata sta là, sul primo gradino in alto, noi siamo seduti sotto, sul terzo. Urlo al mio camerata: «Attento!» e mi piego più che posso su me stesso. Tutto in una frazione di secondi. Poi l’esplosione, io che esco barcollando dalla trincea e i camerati fuori che mi gridano qualcosa. Credo di aver perso l’udito. Solo molto più tardi riprendo a sentire. Si è capito allora che ho una lieve ferita al fianco, mentre il mio camerata è ferito gravemente alla mano e alla testa. Dormiva già profondamente e non è riuscito a rannicchiarsi come me…

(da Frontalltag Verdun Tagebuch Fiedler. Traduzione di Eva Banchelli)

 

Lettera dal fronte del soldato Paul Diekmann
Trincea davanti a Beaucourt sur Ancre – B6, U.29

Sabato, 16 settembre 1916, ore 7 di sera

Cara, adorata Lieschen!
Ieri sera non ho ricevuto posta ma la foto di te e di Bubi basta, per il momento, a non farmene sentire troppo la mancanza. Tengo sempre la bella fotografia davanti a me sul tavolo e la sera le dedico il mio ultimo sguardo. Non mi sazio mai di guardare il mio piccolo e non mi sembra possibile di vedermelo davanti già così grande e giudizioso. La foto qui è una gioia per tutti. E come gli stanno bene quei suoi vestitini coi calzoncini e il grembiule! E che atteggiamento libero e spontaneo! Non sei anche tu sempre in adorazione del tuo bambino?
Ogni volta che fuori incomincia il fuoco dell’artiglieria, io mando uno sguardo a voi due. Allora so perché guardo in faccia la morte, e poi ripongo la foto nel portafoglio. Vorrei averla con me nell’ultimo istante o se dovessi cadere in mano nemica. Mi sarebbe di aiuto.
Dell’attacco di ieri mattina ti ho già raccontato.  Ieri sera si è ripetuta la stessa cosa. Stavolta ne è stata bersaglio la 12ma compagnia alla mia sinistra. Un’agguerrita pattuglia inglese ha cercato di attaccare ma è stata scoperta per tempo e bloccata. Un tenente inglese è stato fatto prigioniero insieme al suo attendente. Il tenente era gravemente ferito ed è morto poco dopo. In quel mentre il mio settore è stato raggiunto da uno spaventoso fuoco di mine e di artiglieria. Mi ero appena coricato, sfinito. La vostra foto accanto a me. Un attimo dopo ero di nuovo in armi e con l’elmo in testa. Nel medesimo istante c’è stata una scossa nell’intera trincea e dalla scala è venuta giù una massa di pietre e detriti…
Mi hanno appena chiamato perché dobbiamo attaccare Thiepval con il gas. Non l’avevo ancora visto da vicino. Il gas, verde e venefico, striscia lentamente sulle linee inglesi, portando morte e devastazione. E intanto i nostri stanno lì a fregarsi le mani e a fare battute pesanti.  Così riduce la guerra. Gli inglesi, del resto, farebbero di certo altrettanto. Ma adesso sono laggiù che tremano in attesa del nostro attacco. La loro artiglieria attacca con un fuoco di sbarramento come non ne avevo mai visti le nostre trincee sull’altura a sinistra di Thiepval. Intanto, a occidente, il sole tramonta quieto e pacifico come sempre nelle belle serate di settembre, quasi non vedesse tutto questo sangue e la disperazione e la morte.
Devo raggiungere in fretta la compagnia. Arrivederci, Lies, e ‘Dio t’assista’! Saluti e baci a te e ai nostri ragazzi con tutto il mio amore e gratitudine
Tuo Paul

(Traduzione Eva Banchelli)

 

Trincea-gas

Ludwig Renn

(1889-1979)
[pseud. di Arnold Friedrich Vieth von Golβenau]

[…]

«Che hai?»
Nessuna risposta; ma ora vedo che la coperta ha un gran strappo. La sollevo da un lato e vedo la faccia di Sander e della carne rossa senza forma. Non voglio pensarci. So che sta morendo.
Adesso tocca a me occuparmi del plotone. Tro­vo Weickert nel suo buco con un viso pieno di ter­rore.
«Eri solo qua dentro?»
«No, c’era anche Elsner»
«Che gli è successo?»
«Una granata gli ha aperto il cranio. Aveva tutto fuori»
«Ma è ancor vivo?»
«Non so, se ne è andato via tranquillamente da solo. Che orrore!»
Weickert continua a guar­darmi con gli occhi sbarrati.
Più in là stanno fasciando dei feriti. Tutta una squadra se ne è andata, fe­riti o morti.
Di nuovo la pioggia dei razzi «Giù nelle bu­che!» grido e mi precipito nella nostra tana. Hänsel non c’è più.
Gente corre verso di me; uno tiene alzata in aria una mano rossa come una torcia.
Bramm! krapp! rams! pè-arr!
Passano due ufficiali. Uno è il nostro colonnello, cammina diritto; si guarda spau­rito attorno.
Ramm! App! Ramms! Karr!
Ho l’impressione che l’attacco sia fallito.
Un volo di schegge di pietra attorno; mi rannic­chio ancor più nella tana. Ma che fa Hänsel an­cora fuori?
E scoppi ancora, più vicini, più lontani; i nuvoloni dei colpi passavano bassi su di noi, e attorno  un forte odore di polvere.
Ecco un colpo sulla mia gamba sinistra rannic­chiata. Qualcosa cade a terra. Faccio per raccoglierlo, ma faccio un salto inditero, è; e rovente.
Uno passa di corsa urlando; ma non è Hänsel.
La scheggia di granata non mi ha fatto nulla grazie alla coperta ben ripiegata, che ha ceduto. Bisogna sempre stare attenti a piegarsi bene ad­dosso la coperta. Aggiungo alla mia anche la coperta di Hänsel ed esamino la scheggia di prima – è grossa come una lama di pugnale e con due spigoli seghettati.
A un tratto sento un suono legnoso avvicinarsi, sem­pre più forte. App! Dev’essere un grosso calibro che non è scoppiato – penso.
Ma no. Ra…um…pa…pa! La terra trema. È invece uno di quei granatoni che scoppiano solo entro terra. Sento grida da più parti e un colpo sulla coperta. La scheggia stavolta non è più grande di una gomma da cancellare.
L’odor di polvere è sempre più forte.
Guardo l’orologio. Da un’ora che sparano ininterrottamente. Andranno avanti così tutta la gior­nata? E se a furia di tirare…Già, bisogna bene aspettarsela una volta o l’altra. Heee-iu! così vicina questa, che zolloni di terra m’arrivano sulla coperta. E quando si è feriti, si può andarsene da qui. Ma che pensieri son questi? Bisogna tener duro! Wramms! Mi scuoto. Ma perché mi spavento così? E Hänsel dov’è?
Il bombardamento sembra calmarsi, mi alzo. Ancora un paio di granate nella valletta. C’è luce ormai, e il sole vuole sbucare dalle nuvole.
«Avete visto Hänsel? » chiedo a Brand.
«No»
Ho una paura per lui che mi paralizzava.
«Vieni un po’ qua» mi grida Hartenstein «abbiamo trovato laggiù un deposito di viveri con acqua di soda e gallette; è vero che sono un po’ muffite, ma van sempre bene»
Mi mostra un sacchetto di gallette.
«Sai niente di Hänsel?»
«No»
Prendo un po’ di galletta e una bottiglia di soda. Arriva Lamm: «La quarta compagnia ha avuto delle brutte perdite. Il nostro comandante di battaglione e il comandante della seconda sono feriti»
«E l’attacco?»
«Fallito, quasi tutti i comandanti uccisi. Nel buio sono andati troppo a destra e son passati di fianco ai Francesi. Mancano ancora notizie esatte. I superstiti stanno dentro alle buche delle granate, vicinissimi ai Francesi»
«Attenti che ricominciano!» saltiamo nelle nostre tane.
Granate passano ronzando, schegge cigolano e sibilano tutt’attorno. Arrivano con uno scroscio pigro di ferraglia granatoni che scuotono la terra e schiz­zano zolle tutt’attorno. Mi rannicchio in fondo alla mia buca e sgranocchio gallette. Forse lo sapranno i portaferiti che cosa è successo di Hänsel.
Il fuoco dura fino alle dodici e dieci; ma mi pare più debole di quello prima. Quando esco dal mio buco vedo alzarsi anche Lamm.
Il sergente Poehner del secondo plotone arriva tra­scinandosi e cade ai ginocchi di Lamm, premendosi il petto con le mani:
«Ah signor tenente» geme «una granata mi ha colpito…. io… il petto….»
«Non parli» dice Lamm «Lei non ha bisogno di scusarsi! Renn, conduci un po’ il sergente al posto di medicazione»
Lo prendo per il braccio e lo conduco giù per il dirupo alle nostre spalle; scendo prima io un passo alla volta e poi lo aiuto. Può appena muoversi. Appoggio Poehner all’ingresso del ricovero, ove si sta abbastanza riparati.
«Avete notizie di Hänsel?»
«Sì, è qui. Ma»  sussurra il portaferiti «parlagli poco. Gli ha portato via mezzo il sedere»
«È grave?»
«L’articolazione sembra intatta, ma è una ferita così grande che fa paura»
Vado avanti per la galleria e lo vedo a bocconi sopra un pancone con le scarpe verso di me.
«Hansel» chiamo piano.
Gira il capo e mi guarda.
«Sei stato gentile a venire. Ma adesso è meglio che te ne vada. Hai da fare. Te la caverai sempre, tu»
Non riesco a rispondere. Fuori è molto chiaro. Alcune betulle ancor nude si levano dal pendio.
Lamm mi chiama; ha già altri due accanto a lui.
«Bisogna riformare la compagnia. Tre coman­danti di plotone e un terzo della compagnia non ci sono più. Il caporalmaggiore Renn riunisce in un solo plotone al suo comando il primo e il secondo plotone che hanno avuto le maggiori perdite. Il terzo plotone lo conserva il sergente Trepte, e il quarto lo prende il caporalmaggiore Langenohl. C’è una dif­ficoltà; il caporalmaggiore Busch è più anziano di Renn, ma arriva adesso per la prima volta alla fronte e non posso dargli un plotone. Passa al plotone Trepte. Glielo dirò io stesso, non voglio che qualcuno faccia insinuazioni su Busch.
Riordino le mie squadre e prendo come portaordini Israel e Wolf che colloco nella buca ormai vuota accanto alla mia per averli sempre sottomano.
Il fuoco dell’artiglieria ricomincia. Di nuovo puzza di granate, scoppi, ronzio di schegge, vulcani di terra. Dopo mezz’ora torna la calma. Tutt’attorno coperte, vanghette, bombe a mano, elmi, cinghie, fu­cili, zaini, brandelli sanguinosi di stoffa. Ad uno gli è arrivata una scheggia nella bomba a mano che teneva alla cintura e lo scoppio gli aveva squarciato il ventre. L’altro che era con lui nel buco corre at­torno urlando, uscito di senno. Lo faccio portare via. Chissà dove può finire così esaltato.

(La guerra, Milano, Fratelli Treves Editori, 1929. Traduzione di Paolo Monelli)

 

Ucraina, i colori del separatismo

Piazza Lenin

In piazza Lenin il sole batte con forza sull’acciaio della struttura del palazzo del governo. Poco più in là, dall’altra parte della strada, in questo spazio enorme costruito seguendo le linee del realismo socialista, svetta, insieme a una gigantesca statua del politico e rivoluzionario russo, una colonna in marmo sulla quale è incisa una frase: “Donbass, non una semplice regione ma una regione senza la quale la costruzione del comunismo sarebbe rimasta soltanto una pia speranza”. All’entrata dell’edificio si trovano di guardia diversi miliziani, alcuni con le toppe del battaglione di appartenenza, come l’Oplot o il Vostok. C’è anche un cosacco, con la lunga barba e gli stivaloni da cavallerizzo. Una miscellanea di nazionalità, di combattenti locali e di internazionalisti, di volontari russi, con la loro croce ortodossa appesa al collo, e musulmani abkhazi e ceceni che invocano Allah prima della battaglia; di antimperialisti europei e innamorati dello zar di un tempo e del nuovo zar Vladimir Putin; di fascisti e comunisti: tutti uniti da un incerto panslavismo e da un informale ancora più bislacco antiamericanismo.

testo e foto di Luca Pistone e Cristiano Tinazzi

 

Così è per ‘Toro’, nome di battaglia di Alejandro, nato a Barcellona sessant’anni fa. Mentre si prepara una sigaretta sotto la statua del fondatore dell’Unione Sovietica, Toro racconta come e perché dalla Spagna si trova ora a combattere nel Donbass. «Sono venuto perché dovevo farlo, me lo sentivo dentro. Sapevo che c’era una guerra ingiusta e che una parte aveva ragione e un’altra torto. Ho iniziato a interessarmene l’anno scorso. Non ero d’accordo con le bugie dei media sull’invasione russa in Ucraina. Tutto è iniziato perché la popolazione locale non ha accettato il cambio di governo, nato da una operazione della Nato». Ammette di provare ammirazione per Putin. «È un uomo che sta facendo tanto per il suo popolo – dice e si accende la sigaretta – a me piace, è l’unico che si oppone al capitalismo americano. I governi europei difendono solo le grandi industrie, le banche e non gli esseri umani». La visione di Toro è lineare e semplice: da una parte i cattivi e dall’altra i buoni, in uno schema che ricorda la propaganda ideologica del muro di Berlino e l’Europa in piena Guerra Fredda. È un volontario delle brigate internazionali, venuto qui insieme ad altri suoi compagni nel 2014. Per arruolarsi, racconta, prima era tutto molto più semplice. Si arrivava a Mosca presso alcuni uffici di reclutamento per volontari o direttamente nel Donbass, presentandosi di persona al battaglione di cui si voleva far parte. «Ora tutto è più complesso perché c’è una struttura burocratica e si esige un minimo di esperienza militare. Quelli che vengono qui senza esperienza devono seguire dei corsi di addestramento. Molti arrivano con in tasca il biglietto di ritorno. Se lo scopriamo li rimandiamo a casa, perché non possiamo perdere tempo ad addestrare qualcuno che dopo poco tempo riparte».

Il carbone
Donetsk, la quarta città dell’Ucraina, è il simbolo dell’industria e del lavoro sin dalla sua fondazione, nel 1869, quando il gallese John Hughes, conscio dell’enorme potenzialità della regione ricchissima di giacimenti carboniferi, costruì la prima acciaieria vicino a Olexandrivka. Un detto a Donetsk recita: «I minatori non piangono lacrime dai loro occhi, ma pezzetti di carbone». Visto il lavoro massacrante che fanno nelle miniere, tra le più profonde del mondo. Chi lavora sottoterra è riconoscibile dal contorno degli occhi, quasi un kajal indiano usato per bellezza. Invece è carbone. Donetsk vive di questo, di carbone e di acciaio, tanto che nel 1924 la città venne chiamata Stalino, non in onore di Stalin ma proprio per  rendere merito all’acciaio, in russo ‘stal’. È in una delle miniere poco fuori Donetsk, circondata da montagne di carbone, che incontriamo Ugin Mykola, capo produzione della Scheglovskaya-glubokaya, una delle miniere più profonde di tutto il Donbass, 1200 metri.

Lavoratrici della miniera

Per scendere fino in fondo ci si deve preparare con attenzione. È necessario fasciare con cura i piedi prima di procedere alla vestizione con panni di cotone chiaro. Poi gli stivali, di gomma, e l’elmetto. E la torcia e una piccola bombola di ossigeno. L’ascensore si apre con un clangore di ferri e acciaio diretto verso il centro della terra. Si scende in silenzio, nel buio più totale per oltre novecento metri. Quando le porte dell’ascensore vengono spalancate si viene investiti da una corrente di aria pesante e calda. È la bocca dell’inferno che da qui si percorre a piedi o sdraiati sui rulli che trasportano il carbone, utilizzati per salire e scendere in velocità. A un certo punto è necessario utilizzare la mascherina, l’aria è impregnata di polvere scura, i vestiti e ogni parte del corpo, anche quelle coperte, si colorano di nero.

«Bisogna avere buoni e pressanti motivi per venire a lavorare in questo posto»

«Il lavoro qui è molto vario, dipende dalle mansioni che ti affidano – racconta Ugin, che da pochi anni ha smesso di scendere sottoterra per occuparsi di questioni amministrative – bisogna avere buoni e pressanti motivi per venire a lavorare in questo posto. Grande è il dispendio di energie.  Il lavoro è diviso per turni. Dopo un breve briefing, una volta ricevute le istruzioni, la squadra di turno va a cambiarsi i vestiti e poi si scende nella miniera». Il caldo, nonostante la corrente di aria fresca pompata dalla superficie, è opprimente. Il sudore cola sulla fronte e molti lavorano a petto nudo –   iconografia in carne ed ossa del lavoratore socialista. Martelli pneumatici, picconi ed enormi macchine per il taglio del carbone scuotono l’aria di rumori. Oro nero, che toglie anni di vita agli operai, migliaia di famiglie che vivono di questo lavoro.
Nemici sul campo di battaglia, separatisti filorussi e governativi filoccidentali sono partner a livello commerciale. «Gli affari sono affari. E, in base agli accordi di Minsk non possiamo commerciare con altri partner se non con l’Ucraina. Da qui partono treni merci carichi di carbone verso Kiev e altri luoghi», spiega Yuriy Popovkin, direttore della miniera, mentre sorseggia una vodka davanti a una tavola di fortuna, imbandita con sottaceti, lardo e salame. Tra le due grandi miniere di proprietà dell’azienda, sono almeno circa duecento i lavoratori che hanno lasciato il lavoro per andare a combattere. I minatori avevano anche formato un loro battaglione, il ‘Kalmius’. «A causa della guerra la produzione è rimasta bloccata per due mesi consecutivi e, dato che non c’erano garanzie, la gente ha preferito andare a cercare lavoro altrove. Dopo la tregua le cose vanno per il meglio, molti stanno rientrando».
Area strategica, centro minerario ed industriale tra i più importanti dell’ex Unione Sovietica, il Donbass è stato anche il fulcro di uno dei primi esperimenti del comunismo. Nel 1918 i bolscevichi formano la ‘Repubblica Sovietica del Donetsk-Krivoy Rog’. Dura poco, dal 12 di febbraio al 20 di marzo, poco più di un mese, e non viene riconosciuta da nessuno, nemmeno dalla Russia bolscevica. Una situazione che oggi sembra tornata. Mosca ha evitato di riconoscere la Repubblica Popolare di Donetsk, a differenza di quanto avvenuto in Crimea.

Una grande stella rossa sul tetto di un edificio dell'impianto minerario
Una grande stella rossa sul tetto di un edificio dell’impianto minerario

Stakanovismo, stelle rosse
Altre evocazioni. Il 31 di agosto del 1935 Aleksej Grigor’evič Stachanov, che lavorava in una delle miniere del bacino di Donetsk, raccolse 102 tonnellate di carbone in cinque ore e quarantacinque minuti. Da allora quella è la ‘Giornata del minatore di carbone’. Sugli edifici degli impianti minerari, nella parte più alta, ancora oggi sono presenti grandi stelle rosse in acciaio e vetro. Venivano accese o spente in base ai livelli di produzione delle miniere. Le estrazioni più meritevoli, venivano riconosciute per quelle grandi, imponenti strutture luminose che si stagliavano nella notte. Le stelle rosse sono spesso presenti sulle giacche delle uniformi e sulle bustine militari. Nel quartiere di Petrovsky, Elena, comandante di un gruppo-mortai del ‘Battaglione Vostok’, la esibisce con fierezza sul suo copricapo. «La portava mia nonna, quando combatteva contro i nazisti, ora la porto io. Era conservata in un cassetto, qui nella sua casa. Quando hanno iniziato a bombardare il quartiere ho preso mia nonna e l’ho portata in una zona più sicura. Le ho detto: “nonna, questa la prendo io”. Ora lei è morta e io continuo a combattere la nostra guerra. Oggi è diverso, siamo fratelli contro fratelli. Ma non abbiamo iniziato noi». Il checkpoint dove si trova Elena è poco distante dalla stazione degli autobus. La parte di quartiere che si trova oltre lo sbarramento militare è ormai disabitata. I colpi di mortaio cadono tutti i giorni, la linea di combattimento è a soli pochi chilometri da qui. Dalle prime ore della sera fino al mattino, le strade si svuotano e le posizioni dei governativi incominciano a martellare la zona. Diverse granate arrivano anche oltre il checkpoint. Poco distante c’è un bunker dell’era sovietica utilizzato dai residenti come riparo.  Svetlana è nata e cresciuta a Petrovsky. Ha cinquantacinque anni, è vedova e vive con il figlio trentenne di nome Denis. La loro casa è stata distrutta quasi un anno fa da un colpo di mortaio insieme ad un piccolo spaccio alimentare, l’attività commerciale di famiglia. Le mura del bunker sono tappezzate di volantini e manifesti pieni di illustrazioni e dettagli tecnici relativi a norme di comportamento e regole da seguire a seguito di attacchi aerei, attacchi chimici, cura dei feriti. C’è una piccola televisione accesa, sintonizzata su un canale russo. Nella sala si vedono una decina di lettini di legno, brande e una teiera. Svetlana è demoralizzata. «Siamo scappati perché c’era la guerra, siamo tornati e c’è ancora. Non vogliono smettere. Davvero non so che cosa pensare riguardo al nostro futuro. Siamo seduti in un bunker qui a Petrovsky e bombardano tutto il tempo. La gente che vive nel centro della città – spiega ancora – conduce una vita normale, va a lavorare e sente ogni tanto qualche esplosione da lontano. Noi siamo qui sottotiro tutto il tempo».

Denis fuori dal bunker
Denis fuori dal bunker

Prima della guerra Denis lavorava come collaudatore di frigoriferi. Oggi è disoccupato. Tutti i giorni va in centro in cerca di lavoro e di qualcosa da mangiare da portare alla madre: «Non riceviamo soldi dallo stato. Riceviamo solo aiuti umanitari, pochi, dalla Russia. Ci sballottano da un’amministrazione all’altra, da un’organizzazione all’altra. La situazione peggiora di giorno in giorno: per quanto tempo ancora potremo andare avanti così?» si chiede «non avremo mai i soldi per ricostruire la nostra casa. La fabbrica per cui lavoravo è andata distrutta». Denis è uno dei pochi giovani che ha deciso di non imbracciare le armi contro l’esercito ucraino a difesa della Repubblica Popolare di Donetsk. «Credo che questa guerra non dovrebbe proprio esistere perché è un conflitto voluto dai politici e da quegli uomini d’affari che vogliono fare soldi sulla sofferenza della gente. Per questo motivo non ho voluto entrare nell’esercito e i ragazzi della mia età, anche quelli più giovani o più vecchi, non dovrebbero arruolarsi. Non si tratta di una guerra come quella contro Hitler, qui è una cosa totalmente differente. È solo una guerra mossa dal denaro. Non so chi delle due parti abbia dato inizio a tutto ciò, so solo che questa non è una guerra giusta».

L’ospedale ‘21’. Roman
Si trova nel distretto di Oktyabrsky, a poco meno di un chilometro dall’aeroporto. Teoricamente non dovrebbe esserci nessun ospedale civile attivo qui, ma la struttura è rimasta aperta per garantire un servizio di chirurgia e pronto soccorso per la popolazione rimasta nel quartiere. Per arrivare all’ospedale si passa davanti ad abitazioni popolari, diverse delle quali segnate dai colpi di mortaio. Il mercato coperto locale è completamente distrutto. L’ospedale è fatiscente, alcuni cani randagi stazionano all’entrata, muri scrostati, tappezzerie scollate, macchie di umidità sulle pareti e mobili rotti. Più un vecchio ambulatorio di provincia che un ospedale. Non ci sono ricoverati, si lavora solo sulle prime urgenze o a livello ambulatoriale per le necessità sanitarie di base. La sala operatoria è all’ultimo piano.

«Non so perché continuano a bombardare qui e a lanciare missili. Questo è un villaggio, non ci sono obiettivi militari.

Il personale si raccoglie in due stanze. Molti di loro abitano nella zona, come l’infermiera Ludmila Melnichuc: «Non so perché continuano a bombardare qui e a lanciare missili. Questo è un villaggio, non ci sono obiettivi militari. Molti dei pazienti che arrivano qui sono donne di mezza età».

L'infemiera Ludmila
L’infemiera Ludmila

Ludmila abita a qualche centinaio di metri dall’ospedale «no, non ho paura, dopo un po’ ci fai l’abitudine – indica i segni lasciati dalle schegge di un colpo di mortaio su una finestra – questo è successo un paio di giorni fa». Poco distante si trova Marinka, un villaggio sotto il controllo delle truppe di Kiev. Questa è una guerra fatta di bunker e trincee, un guerra di posizione, dove ci si confronta quotidianamente sfidandosi a colpi di mortaio e cecchini e dove quando si avanza si va all’attacco in massa, preceduti da intensi bombardamenti di artiglieria che spazzano via le difese nemiche. Da manuale di fanteria russa, insomma. Ne sa qualcosa Roman, detto il ‘georgiano’. Roman è un mastino di guerra. Medaglie al valore ne ha già collezionate diverse. Una foto lo ritrae insieme a veterani dell’Armata Rossa talmente carichi di onorificenze da far quasi sparire la giacca dell’uniforme. «Alla loro età ne avrò ancora di più» scherza, mentre fa vedere sul suo portatile una cerimonia dove il presidente Aleksandr Zakharchenko in persona gli appunta una medaglia al petto. Ex militare professionista durante l’Unione Sovietica,  racconta che questa non è la sua prima guerra civile. La Georgia è stata la sua prima palestra di combattimento.

Roman "Il Georgiano"
Roman “Il Georgiano”

Tutta la famiglia di Roman è impegnata in prima linea. La moglie e il figlio sono con lui fin dall’inizio della guerra. Ecco che arriva il figlio. Il ragazzo, ventenne, viene redarguito dal padre appena arriva alla sede di comando avanzato nel villaggio di Spartak, poco distante da ciò che rimane dell’aeroporto internazionale. «Perché non hai l’elmetto? – gli urla Roman – corri dentro a prenderlo». Un padre è sempre un padre, anche sotto le armi. Le linee nemiche in questa zona sono tenute dal famigerato Battaglione Azov. Nell’area non è difficile imbattersi in granate di mortaio inesplose, conficcate nel terreno. In giro sono sparsi resti di missili Grad. Spartak, a parte un paio di residenti, è disabitato. Troppo pericoloso vivere qui. La morte può arrivare quando meno te lo aspetti. Il comandante Roman spiega che vengono anche utilizzati lanciarazzi BM-21 e colpi di mortaio superiori ai 100mm, in evidente violazione degli accordi di Minsk, che prevedono la rimozione di tutte le armi pesanti a quindici chilometri dietro la linea di contatto per creare una zona smilitarizzata di circa trenta km. Violazioni continue e che avvengono da ambo le parti. Guadagnare o perdere anche un solo metro di terreno sembra essere di vitale importanza per questi soldati. Mentre camminiamo lungo una delle strade del villaggio, tra le case distrutte e i rottami di un carrarmato, Roman si ferma in un punto preciso e fissa una buca nel terreno. Poi tira fuori un fazzolettino bianco di tela: «Ecco, le vedi queste? Sono schegge che ho tirato fuori dalla faccia di uno dei miei ragazzi. Proprio qui è caduta la granata. È successo l’altro ieri. Abbiamo avuto un morto e due feriti». Il giovanissimo Artyom, 19 anni, nome di battaglia ‘Lo Scuro’ per il colore dei suoi capelli, ha lasciato gli studi universitari per aderire alla causa separatista. Si è sentito a casa non appena giunto a Spartak come volontario: «Sono arrivato a combattere qui sei mesi fa. Al principio i miei genitori erano contrari a questa mia scelta, ma poi hanno capito e adesso mi sostengono. Qui sono il più giovane di tutti. Inizialmente non avevo esperienza militare ma col tempo i compagni più grandi mi hanno aiutato e insegnato. Sono diventati la mia nuova famiglia, dico sul serio». La frontline di Spartak è una delle più calde. I colpi di mortaio cadono a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro, interrotti saltuariamente dal crepitio delle mitragliatrici e da singoli secchi spari dei cecchini. Qui, come in altre zone, è il Battaglione Vostok che tiene duro in trincea. L’influenza anche nei simboli dell’ex Unione Sovietica è mitigata da una forte aderenza al cristianesimo ortodosso del Patriarcato di Mosca, alcuni battaglioni si richiamano direttamente alla fede come il ‘Russian Orthodox Army’. Figure religiose sono presenti dappertutto e si riallacciano anche al panslavismo della ‘Santa Madre Russia’, protettrice delle genti slave. Il nastro di San Giorgio ad esempio, è il simbolo di continuità che parte dal periodo imperiale fino ad arrivare alla presidenza Putin. Un simbolo che racchiude oggi il variegato mondo dell’estremismo nazionalista russo e mescola forze anche distanti politicamente e culturalmente.

Le formazioni filonaziste
Nel magma di sigle e simboli spuntano anche rune e svastiche. Il battaglione ‘Rusich’ ad esempio, è formato da volontari nazisti provenienti dal nord Europa e dalla Russia. Hanno come simbolo il Kolovrat, la svastica solare dalle molteplici braccia. Il loro leader è il russo Alexei Milchakov. Il vicecomandante è un russo-norvegese,Yan Petrovsky. Entrambi erano presenti il 27 marzo scorso a San Pietroburgo al raduno delle destre estreme europee, dove si sono fatti vedere anche diversi ufficiali cosacchi che operano in Donbass e vari leader europei di movimenti fascisti come Roberto Fiore di Forza Nuova e Nick Griffin del British National Party. Il Rusich è un battaglione stimatissimo nella Repubblica Popolare di Lugansk, la ‘sorella povera’ di quella di Donetsk. I loro video di azioni militari, agguati, uccisioni e addestramenti sono tranquillamente reperibili su Youtube e documentano la loro preparazione militare. Molti di loro infatti provengono dalle fila dell’esercito russo o dalle forze di polizia. Il Rusich è una unità di élite integrata nel battaglione ‘Batman’, guidato dal famigerato  Alexander Bednov, ucciso nel gennaio scorso in uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza della Repubblica di Lugansk. Bednov era accusato di vari crimini, tra cui rapimenti, saccheggi e violenze su prigionieri di guerra. Altre milizie di estrema destra presenti con le forze separatiste sono il battaglione Kornilov, formato da russi estremisti di destra e skinhead, i francesi di ‘Unitè Continentale’, guidati dall’ex para Viktor Lenta, veterano con numerose missioni in Africa e Afghanistan. Diversi italiani nei battaglioni di volontari cosacchi, tutti localizzati nell’altra repubblica, a Lugansk. Come Gabriele Carugati, Massimiliano Cavalieri, Andrea Palmeri (ex leader dei Bulldog di Lucca, pluripregiudicato e sorvegliato speciale), Antonio Cataldo, Vittorio Rangeloni, tutti provenienti da gruppi di estrema destra o movimenti fascisti. La domanda che viene spontanea da fare qui – visto che anche nel fronte avverso ci sono interi battaglioni (come l’Azov) formati da estremisti di destra, nazionalisti e fascisti sia ucraini che europei – è cosa succederebbe se si trovassero l’uno di fronte all’altro. Camerati contro camerati. La domanda la facciamo ai francesi. «Uno dei due deve morire. È la guerra», dice Michel, che insieme a Victor, Nicolas e Guillame è seduto a chiacchierare in un bar del centro di Donetsk in attesa di ordini. Da Lugansk il gruppo si è spostato per motivi non meglio precisati (forse dissapori con gli altri internazionalisti di estrema sinistra) qui nella capitale. «La nostra è una missione. Noi siamo soldati e il nostro senso dell’onore ci ha portato fin qui nel Donbass per combattere il piano atlantista e antieuropeo americano», dice Nicolas. Quelli di ‘Unitè Continentale’ si rifanno alle teorie della ‘Jeune Europe’ di Jean Thiriart (in Italia la sezione di riferimento negli anni ‘70 era il movimento di estrema destra ‘Giovane Europa’). I francesi provengono tutti da varie esperienze politiche nazionaliste riconducibili a destra. Insieme a Viktor Lenta, altri due ex para francesi sono ora impiegati in un campo di addestramento dell’artiglieria di Donetsk. Fanno anche propaganda sul web e hanno lanciato un appello internazionale per invitare i ‘patrioti europei’ a raggiungerli per combattere il governo di Kiev. «Non credo che torneremo in Francia – dice Guillame – lì ci aspetta sicuramente la galera. Siamo sulla lista nera dell’Ato (Anti Terrorism Operation). Meglio restare qui, anche se la vita è difficile e soldi non ne riceviamo, a parte un piccolo rimborso spese». Nel Donbass si trovano anche diversi gruppi di Rodnovery, comunità di pagani molto diffuse nell’oblast di Donetsk (ma anche nel resto dell’Ucraina e in numerosi paesi slavi).

Con gli uomini di Rodnovery
Con gli uomini di Rodnovery

I Rodnovery si rifanno ai culti slavi precristiani. Il loro credo è un misto di razzismo, nazionalismo, antisemitismo panslavismo e un rifacimento della storia basato su tesi complottiste o mitologiche. A vederli di persona però non sembrano pericolosi. Quando non sono al fronte passano il tempo tra di loro nei boschi, specialmente la domenica, in luoghi con “forti cariche energetiche” dove hanno eretto alcuni totem che rappresentano i loro dei. Nell’oblast di Donetsk i Rodnoverj però hanno anche formato un battaglione che ha avuto circa 1200 combattenti: il battaglione Svarog (nella cosmogonia slava è paragonabile al dio del fuoco parente di Vulcano, Efesto), poi inglobato nel ‘Vostok battalion’ dopo una serie di repulisti e giri di vite che hanno visto diversi comandanti di brigate autonome incarcerati (sorte toccata anche al loro leader Oleg Orchikov, accusato di omicidio e altri reati). Anche per loro la svastica è uno dei simboli più utilizzati, insieme al nastro di San Giorgio e a lettere dell’alfabeto runico. Certo, ci sono anche i comunisti internazionalisti in questa guerra, ma sono una netta minoranza rispetto alle varie forme di nazionalismo che nel Donbass si intrecciano l’una con l’altra creando una matassa difficile da districare.

Le milizie in campo
Secondo gli accordi relativi al Protocollo di Minsk, la Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) non può avere una forza armata regolare. L’esercito, quindi, è definito ‘Milizia del Popolo’. Nella DPR si trovano tre strutture militari distinte. La prima ha come referente il Ministero della Difesa, che ha il controllo della cosiddetta ‘Milizia del Popolo’. Dalle informazioni disponibili esiste l’equivalente di un 1° Corpo d’Armata che comprende brigate quali  la Slavyanskaya (ex uomini di Igor Strelkov, monarchico, ufficiale in pensione russo, per alcuni mesi comandante dei ribelli nella città di Slovyansk e in seguito comandante delle forze della ‘Milizia Popolare’ di Donetsk); la ‘Berkut’, costituita dalle unità che hanno combattuto a Gorlovka sotto il comando di Igor Bezler (soprannominato Demone, accusato di essere il responsabile dell’abbattimento dell’aeroplano di linea della Malaysian airlines MH17, 298 morti); il battaglione ‘Oplot’, formato dagli ex membri del battaglione pagano Svarog e dai membri del ‘Russian Orthodox Army’ più altre unità; il ‘Vostok’ battalion. La seconda struttura è costituita dalle Guardia Repubblicana, un battaglione di forze speciali subordinate al leader della DPR Alexander Zacharchenko (formate per sua precisa volontà nel gennaio 2015). È costituita da quattro, cinque battaglioni tattici formati da elementi del battaglione Oplot, dal Russian Orthodox Army e altre unità tra cui la brigata internazionalista Pyatnashka (‘Quindici’, per il fatto che al suo interno ci sarebbero quindici nazionalità diverse)  ed è considerata una sorte di forza di élite con armamenti ed equipaggiamenti speciali. La terza struttura è legata al Ministero degli Affari Interni che ha numerose brigate sotto il suo controllo chiamate ‘truppe interne’. Si occupano di fornire supporto alla polizia, effettuare operazioni speciali e svolgere compiti di polizia militare. Due battaglioni poi, anche se sono formalmente sotto il Ministero della Difesa, hanno una sorta di status speciale: sono il battaglione tattico ‘Somalia’ di Mikhail ‘Givi’ Tolstykh e il battaglione marines Sparta di Arseny ‘Motorola’ Pavlov. Givi e Motorola sono due icone, quasi considerati alla stregua di supereroi, invincibili e temerari. È stato grazie al ‘Somalia’ se i separatisti sono riusciti a conquistare l’aeroporto costringendo alla ritirata le forze speciali ucraine. Givi e Motorola sono accusati di gravi crimini, tra questi il maltrattamento dei prigionieri di guerra. Dettagli a quanto pare trascurabili se si considera che il primo francobollo emesso dalle poste del Donbass è stato proprio dedicato ai due comandanti militari.  Come in ogni vero esercito, ogni brigata include due o tre battaglioni di fanteria motorizzata, due o tre compagnie di carri, uno o due divisioni di artiglieria (dai 12 ai 24 cannoni, inclusi lanciamissili BM-21 Grad e Howitzer) o un gruppo di artiglieria composto dai 30 ai 50 cannoni. Inoltre sono presenti battaglioni di ricognizione e di supporto tattico e logistico.

 

La guerra continua
Dall’inizio del conflitto sono morte almeno novemila persone (tra civili e militari) e almeno 17mila sono i feriti, riferisce l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e fonti ufficiali di Kiev.

«Molti non riescono a tornare alla vita civile, continuano a mantenere un comportamento ostile o manifestano veri e propri squilibri psichici»

«Dall’inizio della guerra in queste sale sono passati più di diecimila pazienti, due terzi dei quali hanno riportato traumi e ferite sul campo di battaglia» dice Bornislav Cepreu, direttore del Primo Ospedale Militare della capitale «molti hanno anche manifestato sintomi di ‘disturbo post traumatico’.

 Bornisvlav Cepreu, direttore dell'ospedale militare
Bornisvlav Cepreu, direttore dell’ospedale militare

Abbiamo psicologi e psichiatri che li seguono costantemente. Questo è un grosso problema, molti non riescono a tornare alla vita civile, continuano a mantenere un comportamento ostile o manifestano veri e propri squilibri psichici. Per curarli li trattiamo anche con l’agopuntura. Sembra che dia effetti positivi sulla loro stabilità mentale» negli ultimi mesi i ricoveri sono drasticamente diminuiti «l’ultima grossa ondata di feriti risale alla battaglia per il controllo dell’aeroporto del gennaio scorso». La tregua stipulata con il Protocollo di Minsk il 5 settembre 2014 non è mai entrata in vigore. Se è vero che alcune voci dell’accordo in parte sono state rispettate, come ad esempio quella relativa al monitoraggio OSCE, e sono state rimosse le armi pesanti (quindici chilometri dietro la linea di contatto) come previsto nel memorandum supplementare concordato il 29 settembre 2014, non si è proceduto a creare una zona smilitarizzata e neanche a imporre un effettivo cessate il fuoco. C’è un continuo e quotidiano utilizzo di mortai sotto i 100 mm (ma spesso vengo usati calibri maggiori) e un continuo fuoco di armi leggere, mitragliatrici pesanti e utilizzo di cecchini. Nella periferia di Donetsk, ad esempio, il quartiere di Petrovsky è sottoposto ad un quotidiano bombardamento soprattutto nelle ore serali, bombardamento che colpisce anche abitazioni civili poste dietro le linee di combattimento. Attualmente i punti più caldi dove si affrontano i due eserciti sono nella zona di Donetsk: Pisky e Spartak (adiacenti l’aeroporto) e Marinka alla periferia cittadina dopo Petrovsky District. A sud invece, sulla strada costiera che porta a Mariupol, si è creata una no man’s land di circa cinque chilometri tra Shirokino e Sakhanka, dopo che le forze della DPR si sono ritirate dal primo villaggio. Nel nord-est invece le zone calde sono fuori Gorlovka e Debaltsevo.
A differenza della Crimea, inglobata nella Russia, il Donbass sembra destinato a diventare un terreno sul quale fare un braccio di ferro tra Stati Uniti, Unione Europea e Russia. Lo ha capito anche lo speaker del parlamentino di Donetsk e responsabile per gli accordi di Minsk Igor Pushilin: «Ovviamente noi preferiremmo essere integrati nel territorio russo, ma sappiamo bene che ciò non succederà a differenza di quanto successo in Crimea. Ora dobbiamo solo cercare di trovare una soluzione con Kiev. Ma loro non vogliono parlare con noi e non rispettano gli accordi presi per il cessate il fuoco. Noi siamo aperti al dialogo ma il presidente Poroshenko invece di parlare con noi sta chiedendo armi pesanti agli Stati Uniti».
Più che una guerra questa sembra essere diventata una resistenza. Da una parte l’Ucraina, con una economia non proprio in positivo: secondo le prime stime del FMI, il PIL dell’Ucraina nel 2015 avrebbe subito un calo del 5.5% (ma alcuni analisti parlano addirittura di un meno 9%), con una inflazione che arriva al 46%. Una situazione prossima alla bancarotta che preoccupa più del debito greco. La guerra in atto avrebbe fatto perdere al Paese il 20% della propria economia, calo dovuto in buona parte anche alla perdita dei legami economici con Mosca.

Volker Braun

Non capita sovente che un autore del livello di Volker Braun, poeta e narratore insignito del prestigioso Premio Büchner nel 2000, si cimenti con un tema non solo attuale ma addirittura in fieri, quale il rapporto tra la Grecia e l’Unione Europea. Ma se le recenti vicende greche hanno coinvolto molti intellettuali, sono in primis i tedeschi a sentirsi chiamati in causa: in quanto hanno in memoria l’eco sinistra dell’occupazione nazista – e lo strascico dei danni di guerra, oggi rivendicati dalla pericolante economia ellenica. D’altra parte, da Hölderlin a Nietzsche – ma l’elenco sarebbe lungo – la cultura classica continua ad avere su quella tedesca un’incidenza incontrovertibile. In particolare il ricorso alla mitologia in quanto strumento di scrittura metaforica è più diffuso rispetto alle altre letterature europee. Lo stesso Braun ha ritagliato la sua riflessione sulla riunificazione tedesca nell’ombra del mito di Ifigenia (Iphigenie in Freiheit, Suhrkamp, 1990). E l’inedito che qui pubblichiamo è denso di riferimenti a grandi figure dell’Ellade, da Omero a Erodoto ed Euripide: un sostrato a tratti emergente di luce marina, che nella redazione originale si accende nella forma classica dell’esametro. C’è però un tema specifico che attraversa tutta l’opera di Braun ed è il rapporto tra l’individuo e la polis, il lavoro e la società. Il lettore di Galatea ricorderà la pièce dedicata all’Ilva di Taranto [3/2013]. Ora, per affrontare la questione greca, Braun parte da un fatto di cronaca attinente appunto al lavoro, il licenziamento delle donne addette alla pulizia del Ministero della Finanza di Atene. Il dato viene utilizzato in funzione polifonica, investendo il conflitto con la EU, le attese non prive di vis comica nei confronti dei tribuni politici – qui rappresentati da Varoufakis – e il gioco a specchio deformante dei media, cui Braun assegna, attraverso la sarcastica definizione di Wasserkopf (idrocefalo) una sorta di persistente carattere patologico. Sospesa sui versi finali, la comparsa del profugo sposta l’orizzonte europeo, rinchiuso dalle vertenze economiche in un’avara gabbia contabile, a una dimensione di più ampia e diversa fratellanza umana.

a cura di Anna Chiarloni

 

Volker Braun*

LE DONNE DELLA PULIZIA­­­

Personaggi

Donna della pulizia
Tribuno / Profugo
Eurotauro (su sedia a rotelle)
Media (un idrocefalo)

Mostraci, o scena, le donne col loro possente sedere
appollaiate sui gradini del leggendario Ufficio Finanza
tempio di debiti e di tasse sottratte1.
400 donne della pulizia, messe alla porta, ignare
che la famigerata austerità
punisca la loro squadra. E che al loro posto arriverà
un subappalto a prezzo stracciato.
Guardale, non si schiodano dalla soglia
e nettano l’aria coi loro guanti rossi di gomma
aspettando che si faccia giustizia.
Ma ecco dal risciacquo elettorale saltar fuori i Giusti
tirati a liscivia e ora regnano i loro ripuliti rampolli
con in cassa tutti i 400 voti delle madri/femmine.
Ai sodali hanno promesso mare e monti e per quelle mani rosse:
lavoro, felicità. E così le femmine impazienti
siedono in attesa su loro culo marmoreo.
Quando la mattina il tribuno passa tra le donne, carezzandole
sulle zampe di gomma, son pronte loro a insediarlo in Ufficio.
Noi 400 forze di pulizia aspettiamo qui speranzose,
speranzose di riprendere il nostro posto con straccio e scopa.
Di questo parlate, meravigliosi media!

E i media – il nostro idrocefalo – ben lo sa: quando un capo
della Troika passa senza omaggiarle, i loro guanti rossi
lavorano il calesse a pugno chiuso e il Troiko si raggomitola sul fondo come un giovanetto pallido e spaventato. Solo con il pass bagnato o una
banconota si riesce ad arrivare al tempio infame.
Nemmeno il suo vero nome è ormai permesso all’odiosa Troika
le resta solo quello più orrendo: “Istituzioni”,“Istanze”.

Ma ecco Varoufakis, il rappresentante del popolo, che appunto
davanti al popolo si sgranchisce le gambe. In sandali.
Ancheggiando, la mano in tasca. Che look, la
camicia fuori dai calzoni. senza cravatta, un giovanotto scapigliato.
Guardate come si atteggia
come un Greco davanti a Troia/Bruxelles. Costui
ce lo cucchiamo noi media. Autentica scuola per attori!
SI MUOVE VANESIO. L’orgoglioso accattone
ovvero: l’orgoglio mendico. Questa entrata è un po’ troppo
pro/mettente per il Casting in scena ad Atene. Dai,
fai vedere dove ha origine il mito, abile seduttore2.

E subito le donne della pulizia: ben fatto, ci piacciono
i nostri insolenti maschi che abbiamo eletto
ovvero i figli, degni del magro latte materno.
Resta così, compagno e tratta in maniche di camicia
svelta la lingua e inflessibile come la tua matita mordicchiata.
Non come a letto, che lì non ce la fai. Perché i maschi in genere
rinunciano subito, rassegnati, senza discutere.
Stai saldo, ti diciamo, come la mia scopa: Pericle
statua di un Greco che guarda dall’alto
l’ispido nemico, la feccia, le cosiddette sostanze!
:blaterano le dame, troneggiando sul loro marmo, rossa
la manina alzata, aspettando con pazienza che il secchio
si svuoti sulla loro compatta assemblea rossa.
Ma il secchio è vuoto. Cosa soffia ringhia laggiù?
Semmai è pieno all’orlo di debiti.
Che la Grecia mai estingue e il misfatto
si eredita. E i media maligni abbaiano:
Fate i compiti a casa, voi Greci. Se il massimo per voi
è una buona vita allora è d’obbligo sacrificare al Sommo
ciò che pretende. Buttatevi in ginocchio e calcolate
quanto gli dovete, a cominciare dalle tasse e diteci
come sradicate la semina delle spese, i megastipendi
e come tagliate le pensioni, e analoghi sprechi.
Avanti,calcolate con le dita, se non sapete fare di meglio.
E lui alza il dito medio. Avete visto
il dito del culo mostra lui, il Greco all’Europa
lui tratta come se l’Europa in fin dei conti fosse dei Greci
come se toccasse ai Greci rimproverare l’Europa.
Mantenete i vostri impegni. Chi ha fede nel Sommo
deve soddisfare i creditori. Dovete erogare, voi Greci.

E le femmine in coro: Fermo, taci ora tu astuto
fantasioso. Sogghigna senza dire né sì né no e soprattutto
non precisare mai i tuoi sforzi concreti
e le riforme formulale chiaramente confuse.
Attieniti alle tue promesse ma non promettere nulla
non mettere loro nulla in mano, solo ambigui segnali.
Così come a noi piace: sicuro ma più o meno questo e quello.
Resta vago e solo ai tuoi fedele.
Mostra solo il dito medio, tribuno, e tratta
contando su quel dito i nostri debiti: vadano in culo quelli.

Dico trattare? Cosa ringhia ancora laggiù? Trattare su cosa, poi?
Su riforme esangui e crediti più sanguinosi.
Avide le banche, senza che un centesimo resti a l’Ellade.
Qui c’è la linea rossa – là i vasi colmi d’oro.
Linea insuperabile, irraggiungibile la salvezza.
Ma le donne della pulizia aspettano pazienti dicendo:
fino a che non ha la cravatta è dei nostri.
E lui si avvia e mette il piede sulla linea. I piedi
sono i proletari delle membra – si dice – e le dita del piede
devono avere anche loro spazio.
Bruxelles non fa una piega.
Lui mostra il suo bronzeo petto e sorride premuroso
tenendo d’occhio le donne e arrischia un passo oltre
e cauto un passettino, o è una torsione del piede,
rischiando di andare troppo in là o troppo poco.
Meglio troppo poco, tenuto conto del periglio in cui rema!
Sentite il ruggito. DOVETE DARVI UNA MOSSA!
Lui inciampa
qualcuno gli fa lo sgambetto. Che barbari! – e lui, il Greco,
tende la mano, uno gliela stringe fino a farlo cadere in ginocchio.
SE NON PAGATE MORITE! E noi diffidenti
sediamo indomite qui, tenendolo d’occhio. E però
se il Greco cede, ecco che i Barbari non lo assecondano.
Come i Barbari scattano, non un moto scuote i Greci.
TENETELI SULLA CORDA, I GRECI. E i media lo inseguono
e lo cacciano come Furie da una capitale all’altra
a pregare per un tempo migliore. Una mite pioggia. La benedizione
di quelle maledette istituzioni. Ma lui è ora un reietto
lui eroga/ e non eroga, troppo è sempre troppo poco.
Se lo vogliono sgranocchiare fino all’osso. Le nostre ossa.
E lui si serve del rischio e cavalca l’onda.
Il rischio è il veicolo sicuro che lo spinge in avanti
e alla fine…ossa. Quelli non vogliono la nostra vittoria
semmai che la scelta vada di botto a favor loro. Altro non vogliono –
questo è certo. Mettetevelo in testa.
E noi con costoro non vogliamo un accordo. Noi irremovibili.
Ma lui si si getta nella morsa che lo vuol strangolare
e dal petto squassato rantola GREXIT
è questo che volete! Voi servi del Minotauro. Intimoriti
sentiamo il ringhio, che mostro arriva ruotando

…non a caso le banche hanno il portale simile a un tempio dorico. Si sono date l’aspetto di un santuario in cui si entra con rispetto come davanti a un altare sacrificale…Quella figlia di Agamennone, Ifigenia, promessa nella bonaccia a Artemide che la sostituì con la carne di manzo…I templi sorgono lungo le radiali e noi crediamo nel dio che ha saldi mezzi, il potere e la forza di mutare ogni giorno le quotazioni. Quella grana immaginaria la si prende per moneta sonante come usuali banconote nei luoghi di culto, nei grandi magazzini o al cinema. Novennale arriva poi la crisi, e si fanno sacrifici al Minotauro.

Nulla si muove se non i loro corpi ansanti.
Questo è l’intreccio. Ossia loro sono pazienti, inesorabili nella
loro attesa millenaria così che la storia non abbia mai fine.
Ma chi arriva di corsa? È  lui!
Sembra in affanno. È  sfiancato
senza fiato il nostro tribuno, e alla gola…
cos’ha alla gola che lo strozza? una cravatta
é in maniche di camicia, scalzo nei sandali
Cosa? Come? che compromesso….che si lasci addomesticare?
Le donne sbigottite e orripilate guardano altrove.
Tutto sembra perduto. E già, ci fa veder la cravatta:
perché quest’uomo l’osso del collo non lo rischia più
le va con la moda. Da noi lui non è più di moda.
E le donne se ne vanno a capo chino.
Ma lui, astuto, si mischia tra loro, serio, affonda
le mani in tasca e gliele rovescia davanti: sono vuote.
Siete assunte, tutte 400, voi donne della pulizia
da lunedì nel leggendario Ufficio Finanza.

Silenzio. Giubilo. Metticele in scena le donne che alzano
il culo. E compatte veleggiano
come redente e denudano…cosa? Il termine alabastro
non ti è certo familiare. Culi di alabastro.
Noi 400 donne non stiamo più qui in felice attesa
con spazzole e scope, ci insediamo di nuovo nei nostri Uffici
esatto: Uffici! Annunciatelo, media! E l’idrocefalo, scuotendo il capo, sboccheggia: questo branco di femmine ce l’ha fatta stando a sedere e ora si frega le rosse zampe. Con i loro secchi di plastica hanno accesso
al santuario. Lavoro. Di nuovo ben pagato dalle vuote
casse, come abbiamo constatato con ‘ste donne.
La Grecia va a fondo e loro fanno il bagno nel risciacquo.
Che razza di accordo, Erodoto, feccia e storia fino a che
non si dissolvono le chimere dei vertici di Bruxelles.
E la squadra intera se ne sta lì svergognata e ben pagata.

Entra in scena la belva con orribile frastuono (: il ringhio)
davanti alle donne incarriolato nella sua sedia –
Attenti! Chi mai sarà? Che cos’è? Il Minotauro. È  lui.

Piazzato sulla sedia a rotelle. Il mostro. Dove ha le grinfie –
Malandato, offeso nella lotta per moccoli e denari
ricurvo sul poggiapiedi parla con voce amica
e le donne a bocca aperta guardano pietrificate il vecchio.
Oh voi, figlie di Egeo, vanamente sognanti, senza pari il ventre!3

Noi, figlie di Egeo, vanamente sognanti, il ventre senza pari
la chioma inanellata e agile il passo alato.
Proto e allo stesso tempo Eucrate, e Amfitrite, anche Sao
Teti e Galena , insieme Eudora con Glauce
Speo poi Cimotoe, anche Talia, Melite dolce e graziosa
poi fascinosa, Eulimene dappresso e Agave
poi Erato, e poi Pasitea con la bella Eunice
allo stesso tempo Doto e Proto, poi Dinamene e Ferusa
anche Actea, allo stesso tempo Nesea e Protomedea
Doride e Panope poi la nobile figura di Galatea
anche Ippotoe e poi Ipponome dalle braccia di rosa
anche Cimodoce che con Cimatolege sa calmare
dolcemente le onde nel buio flutto marino
e il mutevole soffio del vento, e l’arzilla Cimo
poi Eione e in splendida corona Alimede
insieme Pontoporea e Glauconome, il gentile sorriso di
Laomedea, anche Leagore, a lei accanto Evagore
con Polinome poi Autonoe, Lisianassa
anche Evarne piacente per statura, di aspetto immacolato
Psamate con soave figura,e la fine Menippe
Neso, allo stesso tempo Eupompe, anche Pronoe, insieme a Temisto
anche Nemerte dallo spirito animata, e le Gree dalle gote rosa,
grigie fin dalla nascita, da cui il nome!
(Esiodo)

Cos’è ‘sta pazzia delle femmine?

Tornano le donne al loro posto deserto
una dopo l’altra, incerte, di colpo straniere tra i Greci
avulse dalle ansie altrui –
la buona uscita ci è stata pagata, e solo a noi
proprio con noi! hanno mantenuto la parola. E così
stanno come reiette le donne con la paga regalata
poiché innumerevoli se ne stanno, come rapinati, i senza paga.
O sono sulla strada i giovani
accademici, i cui posti le donne scopano via, 400
donne spazzanti spazzano via 400 scienziati.
I quali: gemono. Così succede quando giustizia è fatta.
Ora è la donna che sistema i maschi. Quel
Kostas, ferroviere a Sparta, 900 euro
di pensione ridotti a 350 può, spartano
com’è, mantenere la sua tribù, figli e nipoti
e per la magra zuppa acquosa pagare pure la tassa sul grasso.
Ma ecco che lui disperato minaccia di buttarsi dal tetto
e allora si chiama la polizia che per legittima difesa
tira giù l’idiota a fucilate. Di solito
i Greci si gettano dall’Acropoli. Litsas
sua figlia, ha partorito. Costo – 600 euro
ma lei non li possiede. Il taglio cesareo 1200 euro.
Corsa in ospedale. Con le prime doglie subito
partorisce: un maschio, e ancor prima di esser registrata
lei è fuori dalla sala parto, sparita col bottino
il pupo che pesa 3 chili e mezzo.
E questa notizia come la servite?

I Media
Il vostro tribuno – quel clown fantasioso.
Ora ve l’ha fatta vedere. E voi cosa gli date in cambio?

Tacciono loro come sepolte sotto la lava.
Ellade. Fosse almeno sul mare, giace invece maculata di piscine.
Un’isola che galleggia nel grasso. Che si bagna nel cemento fresco.
Ossia lì dove noi in ginocchio strusciamo col cencio.
Questa classe il comunismo lo vede nell’arco della vita.
Almeno lo pensa. Ovvero: come definire l’azione connessa
col bisogno del prossimo senza la mediazione del denaro?
Il denaro non conosce il bisogno. E loro sempre a struscio per terra.
Io posso pagare, a che servono i tuoi concetti. Con cosa paghi?
Ecco la banca: sotto la mia biancheria.
Ma come – addosso? E questo non è tutto.
I soldi li ho nascosti anche in cucina, in cantina.
Nel panico preleviamo tutto il denaro, il conto è più leggero.
Noi siamo al sicuro. E le banche in deficit. Sono
dissanguate. Mentre noi stiamo a galla,
lo so per certo, e non paghiamo nulla
delle tasse che comunque han promesso di tagliare.

Zitti, ecco che arriva Varoufakis, pesante il passo. E scalzo.
Nascondete il denaro liquido. Sollevato sembra lui, in qualche modo.
Davvero, sogghigna. Ci maledirà perché il nostro panico
lo mette in pericolo. Già – dice lui. Le pensate tutte, voi corvacci,
Ora la faccenda è sospesa, per dirla gentilmente, e i nostri debiti –
merda, ora li posseggono gli altri.
E c’è il rischio ben più grande che ci spingano nel baratro
è lì che andremo a sbattere. Perché poi, vedete? Un passo ancora
e riusciamo a trattare. Le donne ascoltano livide
tentando un sorriso: paiono teste della Gorgona.
È  proprio da noi. La nostra ostinazione lui ce l’ha sulla fronte.
È  pur sempre un nostro figlio e come noi strofina in terra
fino alla fine. Veniamo tutti dalla stessa greppia.
La nostra libertà vive nella sua sovrana insolenza
siamo con lui finché indossiamo questo figo guanto rosso4.
Cosa vogliamo noi, altri maschi? Loro ne hanno scelto uno solo
lui – tutti. Il suo volere s’intrica nelle femmine
in quel loro forte sesso che conosce la pazienza. Così lui vive
nel rischio crescente di quest’onda travolgente.

E l’idrocefalo con logora lingua:
È  cretino? Rifiutare il dono degli dei, l’euro,
così che in sette giorni andiamo in bancarotta.
Saltiamo fuori dal Bancomat-Europa in un’altra moneta.
Siamo degli sciocchi integrali se non si dà e non si prende
il tempo corre contando il denaro. E i finanziatori
dal canto loro sono a terra perché il dare e l’avere toglie
loro il nerbo. Ateniesi! Per quanto ancora può salvarvi
la gloria dei vostri padri dall’autodistruzione?
Sui campi di Farsalo ossia a Bruxelles
diciotto nazioni senza gloria lottano con noi contro di noi.
Vogliono tenere la Grecia in Europa giacché
furono i Greci a inventarla o a immaginarla, da gran sognatori.
E ora l’Europa pensa senza i Greci. Impensabile.

Jannis, stai saldo a Bruxelles e non lasciarti provocare.
Voglio vederle, Alexis, le 18 teste regnanti
più le Somme Istituzioni, cacciarmi nel più alto basso fondo5.
Sciocchino, il Fondo Monetario parla solo con gli adulti
guardati alle spalle se ti sfottono. Appena detto
ecco che l’Euro-nonno6 gli carezza la gota sullo schermo.
Tutto è ora pronto per lo showdown. E il leggendario
Ministero delle Finanze raccoglie dallo scolo i resti
delle viscere e impacchetta cuore e reni: eccoli
per voi, controllate – a parte i polmoni che ora
sono molto deboli, e il fiato è corto.
Ma i cappoccia di stato e delle finanze
già afferrano il secondo boccone con dita unte di grasso.
Non si tratta di leggere fino allo sfinimento e decidere un piano.
Loro son venuti per farsi e fargliela vedere.
E quelli non hanno pazienza. Barbaro
sloggia col tuo ragù, ci fa schifo. Noi ragioniamo con i numeri.
Puoi cambiare il conto del tempo, lattaia, ma non lo spreco
che ne fai perché noi abbiamo contabilizzato tutto.
Scegli, testa o croce? Le donne levano il capo.
Rassegnati senza furbate. E allora il Furbo
con la loro voce: noi teniamo alta la testa. Che con la sua
lui non sa più che dire, e sbircia verso le donne.
Cosa sarà di un popolo ignorato?
Ecco il grido di Alexis, l’altro tribuno, il celebre
TSIPRAS, COME UN LIMPIDO GRIDO D’UCCELLO RISUONA
IL SUO NOME:
Qui devono votare – tutti. Che ansito si sente laggiù
un ringhio bestiale! Sì, voi Stati, ride Jannis
è così che noi trattiamo. Detto questo – abbandona il festino.

Due miti si fronteggiano da sempre. Così potenti che l’uomo ci crede. Il diritto dei popoli, la loro primigenia libertà, contro la potenza del mercato, immortale come le sue leggi. I due pavidi violenti lottano irredenti e inestricabile appare il destino. La colpa7 che si trascina, per quanto spesso amaramente pagata: poiché non solo il debito si paga dente per dente, ma anche gli interessi – senza scampo. Ora è evidente, nell’Attica i due stanno di fronte. Chi ha più peso, chi ha più fiato? Chi li riconcilia? Sarebbe come cambiare l’ordine del mondo. Divisa è l’arte che li canta, celebra le armi e la spiga, il mercato comune e la comunità umana.

Qual giorno mai si leva che posi il suo ardore su di loro?
Non una nuvola sulla scena illuminata.
Ognuno li vede, terrei come figure dissepolte.
Voci scavate dal sottosuolo.
Cielo, cosa sta succedendo? Nessun lo sa. Proprio quella, la stessa –
come un tempo remoto minacciosa, la mitica squadra.
Nel pericolo che comporta trattare la splendida libertà
di colpo l’onda li travolge tutti.
Quando il governo lo richiede, popolo, non puoi dire no.
Ma lui t’invita a votare per il NO.
Ma tu l’hai votato, ergo devi dirgli di sì.
Ma se voti Sì, il governo si dimette subito.
D’altronde, se dici NO, non sai più per cosa stai votando.
Pernottiamo ancora in Europa o ci svegliamo in Asia?
E se facciamo volare la dracma, la nostra moneta decotta?
Basta che non mi sbagli nel decidere pro o contra.
Io la penso così: la mattina mi nego al vergognoso ricatto
per la siesta mi dondolo sull’amaca
ma la sera eccomi pronto col Sì nel becco.
Prima di metterci a scagliare pietre piuttosto raccogliamo i voti.
Voti, zampe e fiche le diamo ai Giusti
domani capiremo meglio quello che conta e viene contato
quando nessuno più c’interpella e allora diciamo di nuovo

Eurotauro, umane le gambe, la testa taurina.
Quelle là lui vuol vedere, le odiose femmine.
Il loro tribuno Varoufakis lo fionda giù nei vicoli.
[Varoufakis]
Attento, qui fan festa – si rischia.
[Eurotauro]
Una tal festa che scampanano i tacchi a spillo
[V]
Non ti laveranno i piedi. Dicono qualcosa:
[Donne della pulizia]
Ha l’aria deboluccia, ti han tagliato le balle?
[E]
No, il collo – un pazzo. Siete pazze anche voi – giusto?.
[D]
Stai composto e indossa un vestito più comodo.
[E]
Già, è la situazione che regola il bisogno.
[D]
C’è ancora chi sostiene che sulla terra vivevano degli dei? Non ce n’è uno.
[E]
Che folli. Vogliono riordinare il mondo. Ripulirlo – figurati.
[V]
Chiedimi qualcosa di più facile dell’umana libertà.
[E]
Non ho bisogno di parlare in versi. Maledizione, eccone uno.
[V]
Loro, ignari d’arte, preferiscono parlare come mangiano.
[E]
Cosa vogliono sentire che noi non vogliamo dire?
[V]
Nulla di tutto questo. Capiscono solo la cosa più semplice.
[E]
Questa massa facile da appagare, che mangia male
dorme peggio e si vende per poco – quanto conta?
[V]
Poco. Ma la loro follia non è così strana come pensi.
[E]
Devo vestirmi da donna? Via con quel vestitino!8
[V]
È  meglio che tu lo prenda. Almeno non ti accoppano.
[E]
Paesi donatori siamo. Già, dare e prendere.
[D]
Il taglio non era profondo, davvero. È  un taglio al debito.
Ma il grembiule lo prendi se vuoi mettertelo di tua sponte.
[E]
Vogliono essere liberi dall’obbligo che regola tutto. Sarebbe
come se si rovesciasse il mercato perché si ha fame.
[D]
Noi resistiamo nella nostra ottusità popolare
[E]
Taglio dei debiti vogliono ‘sti matti, e mille scuse9.
[V]
Altrimenti non vinceranno mai.
[E]
Quindi liberiamoci del tutto da ogni obbligo.
[D]
Dobbiamo spogliarci e svelare i nostri crediti?
[E]
E in un attimo tutta la Grecia elude il dilemma.
[V]
E la maledizione è belle scansata.
[D]
E i maligni diventano benevoli media.
[E]
Significa liberare la storia dalle catene. Follia.
[V]
Oltre le catene non hai nulla da perdere.
[E]
Perché carezzate la mia azzimata chioma?
[D]
Ti ripugnano le nostre eleganti mani inguantate?
[E]
Giù in ginocchio, sugli stracci! Il senso è non senso.
[V]
Cioè dove mira il loro senso.
[E]
Sragione: popolo!

Orsù giovani donne, ecco l’empio
che sprezza la nostra dignità.
Quieta è l’aria e le figlie di Tebe come colombe
volavano in teso volo /

Donne, quest’uomo è finito. velategli prima i sensi e insufflategli una lieve rabbia. Perché se in sé non si deciderà mai a travestirsi da donna. Lo può fare solo da folle. Vogliamo consegnarlo all’ironia dei Tebani, dopo le sue minacce. Dall’alto seggio vola lui rapido, getta la fascia della fronte, così che io Agaue lo riconosca e non lo strozzi. Supplicando sfiora le mie guance: non uccidere tuo figlio a causa dei miei misfatti.
La schiuma alla bocca, ho lo sguardo fisso: non sento nulla. Gli afferro con le braccia la mano sinistra, il piede contro le costole gli squarto una spalla. E Ino lo attacca di fianco strappandogli le membra Autonoe accorre con tutto il gruppo. Un groviglio di grida e gemiti perché lui ancora giubilando respira. Una gli strappa un braccio, l’altra il piede con il calzare, quella le nude costole. Ognuna con le mani insanguinate lancia come palle le membra di Penteo, il suo cadavere giace sulle pietre, tra i cespugli, introvabile. La sua testa è nelle mani della madre

(Euripide)

Ora che il Demos ha parlato e infarcito le schede
NO alla misera zuppa del risparmio e alla storica tassa sul grasso
i tribuni del popolo incassano una potente vittoria
sul pur sempre marcio granaio vuoto.
Un brivido di gioia panica coglie le donne.
Qualcosa di grande, sublime e come un delitto
arde nell’aria, e le strade odorano in modo sospetto. I media
nella loro gioia maligna non sanno tenere la piscia
e a valanga rovesciano sul vulgo il liquame.

 

ELLADE IN MALORA PER IL VOTO POPOLARE

Eccola ora, stanca del travaglio
impaziente allo sportello, la vulva delle banche.
Quelli fanno vacanza. Nessuna banconota: l’illusione
del futuro. Come se entrasse,
la riflessiva sguinzagliata libertà
e dietro di lei il cieco divorante.
Perché le cosiddette e dette democrazie
tolgono la spina dopo il cortocircuito democratico.
Perso il contatto con quel popolo di matti.
Ed ecco, appunto, l’eroe Varoufakis sgusciato
dal suo ufficio deserto, catturare il loro sguardo.
Talmente energico che appena riesce a camminare. Loro di nuovo indeboliti lo portano in palma di mano. Lui non è più sop-portabile
poiché tutti odiano il furbo alternativo. Lui lo sa e sa
la soluzione. È  come dite voi, non vogliono che vinciamo
ansima lui. Non possono volerlo, quelli. Mai. Mettetevelo in testa,
e noi con quel loro volere non saremo mai d’accordo.
GREXIT, rantola lui. GREXIT, osate il disastro! No
noi 400 forzalavoro aspettiamo qui in allegria
contente con secchio e scopa che tu come noi
faccia il tuo lavoro là dentro. Lui ascolta sorridendo
guardandole come figure modellate nel limo.
Questa forte e selvaggia esperienza della massa in attesa
che la giustizia trionfi. E il Fantasioso di nuovo
si rivolge a loro, come il figlioletto alla madre e spiega:
nessuno parla più con me. Utile sarebbe che me ne andassi.
Serve che io scompaia. Mi dimetto, io il malfattore.

Autentici bambini erano i Greci, dice Marx, e davvero lo sono.
E le nazioni mature sono ormai storpi brutali
che spietati ricominciano da capo le trattative.
Non fateceli vedere in scena. Terroristi. Turisti.
Accomodati ormai in un mondo corroso.
Chi è là? rispondimi. No parla tu. È  un profugo.

Uno solo? E no. 400 ne scorgo a un rapido sguardo
sulla scena di Atene. Un’entrata promettente…
Lavoro, felicità. E così
li vediamo di colpo risciacquati fuori dal secchio.
In sandali. Ballando, la mano nelle nostre tasche.
Dovete sgranchirvi qui le gambe, senza cravatta.
E subito le donne: fermo, ora taci tu Fantasioso.
Resta qui come sei, compagno. E tratta sbracato.
Trattare – ho detto.
Cosa soffia là ancora. Trattare cosa?
Su riforme più sanguinose e crediti esangui.
Puniti saremo dalle istanze leggendarie
e Alexis Tsipras sarà spinto oltre le linee
fino a che lui – ahi! acconsente a mete ancora più aspre.
Welcome, straniero, guardati attorno sulla terraferma d’Europa
eccoci,siamo qui. E gli altri suoi figli, gli Ingiusti,
camminano al soldo di ogni governo abituato
a carezzare con neri manganelli.
Stai ritto, ti diciamo, come la mia scopa: Pericle.
Siamo tutti profughi di sciagura, o umana gente.
Ciascuno di noi se ne scelga uno,
sono dei nostri, finché indossiamo i rossi guanti
perché volere altri uomini? Datene notizia, media sfolgoranti

 

Note:

  1. Licenziate nel 2013, le operatrici addette al Ministero della Finanza di Atene assursero rapidamente a icona della rivolta dei dipendenti statali, inscenando una protesta permanente sulla scalinata dell’edificio. Il loro gesto distintivo: il pugno chiuso nel guanto di gomma. Nel 2014 ottennero una buona uscita, determinando una sperequazione rispetto ad altre categorie. L’elemento della trattativa separata viene ripreso da Braun nella seconda parte. Si calcola che il numero degli impiegati greci che hanno perso il posto a seguito delle misure restrittive imposte dalla Troika sia di ca.10.000.
  2. Varoufakis è un fintenreicher Verführer: un astuto seduttore, ha un tratto positivo che rimanda a Ulisse ma il personaggio di Braun ha un fondo ambiguo, inaffidabile.
  3. Entrano in scena le Nereidi, ninfe marine frequenti nella letteratura greca da Omero a Igino. L’iterazione delle congiunzioni accentua il tono ansante, a sottolineare il difficile recupero di una remota grazia perduta.
  4. Utilizzo qui un vocabolo tipico del linguaggio giovanile: geil [lascivo] ha infatti assunto recentemente un significato positivo.
  5. herab auf die höchste Ebene mich lassend: s’intuisce la visione politica del poeta: un eventuale veto della Troika implica una vittoria morale dei Greci.
  6. Eur-Opa: Opa significa nonno.
  7. Intraducibile gioco di parole: Schuld significa sia colpa che debito.
  8. Il riferimento è a una caricatura comparsa sulla stampa greca: Varoufakis riesce a far entrare nel Ministero i colleghi della Troika camuffandoli da donne delle pulizie.
  9. Gioco di parole: Entschuldung [taglio dei debiti] Entschuldigung [scuse]. Cfr. nota 5

 

Volker Braun
Volker Braun
* Volker Braun (Dresda 1939) poeta, narratore, autore di teatro. La sua opera ha ragione d’essere quale strumento di conoscenza e rappresentazione della realtà sociale. La formazione nella Germania dell’est avviene secondo la cultura critica e di insubordinazione di scrittori come Christa Wolf, Uwe Johnson, Heiner Müller. Braun è consapevole della tragica realtà e ipocrisia del socialismo reale quanto della quotidiana ingiustizia e della parabola distruttiva del capitalismo.
Per un profilo identitario del suo lavoro, valgano la citazione: “dobbiamo pensare un nuovo ’89 [caduta del muro di Berlino], una svolta finalmente consona all’andatura della specie umana” e il distico: “La mia proprietà ora è nelle vostre grinfie. / Quando tornerò a dire mio e a intendere di tutti?”. In italiano La sponda occidentale, a cura di Anna Chiarloni (Donzelli), Racconti brevi (Mimesis) e La storia incompiuta e la sua fine (Mimesis).

Scelti dalla redazione

Shoheib Bencheikh