Il sisma ha colpito le province di Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia e Bologna, i momenti delle scosse sono segnati dagli orologi divelti delle torri civiche abbattute. A San Felice sul Panaro si fermano in bicicletta davanti al bastione della Rocca, crepato ma ancora in piedi e “la Camera del lavoro è nel prato di fronte alla Coop” recita il cartello. Alberi e transenne sono fitte di fogli A4 con gli annunci di parrucchiere aperte, trasferimenti temporanei, aziende agricole che vendono fragole e meloni tra i nastri bianchi e rossi che recintano fienili pericolanti.
Molti casolari battono bandiera gialla e verde. È dei comitati No Gas Rivara, che da anni si oppongono al progetto di stoccaggio di gas, voluto dall’ex ministro modenese Giovanardi, nonostante i pareri negativi delle autorità regionali, ribaditi dopo il sisma.
A Finale Emilia, 16mila abitanti, le tendopoli della protezione civile sono l’ultima spiaggia. Chi può si accampa per proprio conto assieme ai vicini, per i ladri, per una corsa dentro casa a recuperare una pentola, un paio di calzini. Il centro è ancora un deserto di crepe e macerie. I quartieri nuovi hanno retto, ma con gli sciami sismici che continuano, dentro casa non ci dorme nessuno. A due passi dalle transenne che recingono la Rocca Estense, lo chef dell’Osteria Fefa siede tra i tavoli vuoti. Chissà quando si potranno riaccendere i fornelli, quando torneranno burro e strutto per la torta degli ebrei. Le farmacie hanno riaperto nei container, prosperano i negozi di articoli per campeggio. Elena scherza, salutando la collega: «Se avevo ancora la casa ti invitavo per un aperitivo».
Cavezzo
7mila abitanti. Il sisma ha avuto, sulle palazzine, l’effetto di un bombardamento. La distruzione, spiegano i geologi, dipende da vari fattori: profondità dell’ipocentro, distanza dall’epicentro, tipo di terreno. Il terremoto, poi, si muove a onde, può distruggere un lato della strada e lasciare illesi i dirimpettai.
La polisportiva è intatta, la palazzina del supermercato di fronte è implosa, scomparso il piano terra, il tetto precipitato sugli altri due piani. Del condominio a due passi dal centro dove Gianni aveva lo studio da fotografo non resta nulla: «La mattina del 29 dovevo entrare con un tecnico per mettere in salvo l’archivio, mezzo secolo di immagini della comunità. Ho visto la palazzina crollarmi davanti». Dalle macerie del garage è uscito intatto l’abito da sposa di Giovanna, la moglie. Ora sta appeso nel capannone accanto al quale la famiglia è accampata con camper e roulotte. Allontanarsi è fuori discussione. Si parla adesso del taglio dell’erba, dei posti più ombrosi per difendersi dall’afa.
Tiziano srotola metri di tubo nero regalato da amici siciliani, per far arrivare l’acqua calda. Lavora a torso nudo, elenca ipotesi di complotto: l’uso del freaking, tecnica estrattiva che avrebbe causato terremoti in Ohio, la magnitudo del secondo terremoto che sarebbe stata abbassata ad arte «Lo Stato mente per non pagare danni», afferma deciso.
Tiziano e sua moglie Cosetta dormono fuori casa dalla notte del 20 maggio. «La mattina del 29 volevo farle una sorpresa, portarle un caffè - dice Tiziano -. Armeggiavo con la macchina espresso in laboratorio ed è arrivata la scossa. Un boato, gli scaffali che ondeggiavano, la porta che si spostava. Ho agguantato il cane, mi sono messo a correre sulle riviste cadute a terra. Ho scardinato la porta che si era incastrata. Coperto di polvere, sulla ghiaia del cortile, mi sono accorto di avere ancora in mano la cialda di caffè». È insofferente verso la burocrazia, non si fida delle istituzioni, vorrebbe avviare una raccolta fondi privata, come ha già fatto Giovanni Fattori, l’ottico del paese, per ricostruire senza lungaggini.
Medolla
L’epicentro delle scosse del 29 maggio era a due passi da qui, ma il centro storico, sembra intatto: lesionato ma intero il teatro Facchini, aperto il locale a piano terra della Casa del popolo. Nei pressi della tendopoli, gli anziani sorseggiano spuma e lambrusco su sedie rosse di plastica. Nel campo sportivo, il gruppo scout cura una tendopoli spontanea. Alcuni giovani abruzzesi sono arrivati in furgone con 1500 arrosticini d’agnello. I fumi della griglia e il ritmo di ‘Enola gay’ danno l’impressione di una normale festa tra amici. Una donna dalla camicetta sgargiante invita a ballare Filippo, il sindaco: «È la nostra canzone». Parlano del terremoto e che il sindaco, stremato, ha avuto un collasso. Lui, barba incolta, jeans e giacca di pelle da cui fuoriesce l’auricolare del telefonino, minimizza. Mario, 57 anni, agricoltore, racconta: «Stiamo vivendo in una serra, sei adulti e sei bambini. Abbiamo uno scaldabagno a legna e ci arrangiamo». Sua moglie, Ivana, lavora in una fabbrica di macchine per dialisi che ora fa il bilancio dei danni allo stabilimento. Sta smaltendo le ferie, ma non vede l’ora di tornare al lavoro. «Delle volte ci restava fino alle 10 di sera», commenta Mario. Al momento della scossa, lui stava riparando un trattore: «ho visto la terra oscillare, non riuscivo a stare in piedi» continua «sul deposito di gas ero possibilista, il territorio avrebbe ricevuto in cambio contributi. Ora penso emotivamente che non ha senso farlo. Ma dal punto di vista scientifico problemi non ce ne sono».
Ermanno chiacchiera con Francesco, uno degli abruzzesi di Coppito, paesino a pochi chilometri dall’Aquila, cresciuto dopo il terremoto del 2009 con le palazzine del progetto ‘Case’ di Berlusconi. Ha 75 anni, Ermanno, le gambe ingrossate dopo le notti passate in macchina, dorme alla tendopoli della Regione Piemonte a Mirandola «ci sono delle tende che si gonfiano come quei materassini da mare». Nella Bassa vive dal 1944, quando la sua casa, accanto alla stazione ferroviaria di Modena, fu rasa al suolo da un bombardamento. Ultimo di sette fratelli, Ermanno fu sfollato dai parenti in campagna. «Non pensavo che mi sarebbe cascata di nuovo la casa» e continua «non è un caso che sian venute giù le chiese. Dio era stufo di starsene là crocefisso senza nessuno che gli dava ascolto».
«Le abitazioni, a parte quelle vicine agli epicentri, hanno retto bene, le tecniche costruttive sono buone», chiarisce l’ingegner Marcello Tarantino in una conferenza sul terremoto organizzata dall’Università di Modena «i danni, come in Friuli, riguardano soprattutto i capannoni: la normativa in vigore fino al 2009 consentiva di costruire con travi appoggiate ai pilastri, che con i movimenti sismici si sono sfilate» e per l’edilizia storica «tra le macerie delle chiese e dei castelli i mattoni sono spesso intatti: ristrutturazioni adeguate avrebbero evitato i crolli».
Claudia e Giovanni, la casa l’hanno vista demolire davanti agli occhi: «era una delle ville storiche di questa zona» ricorda Giovanni «un’ordinanza del sindaco ci ha imposto di abbattere la parete affacciata sulla statale. Un crollo avrebbe bloccato i soccorsi». Giovanni ostenta tranquillità per rasserenare la moglie, si preoccupa solo quando lei, armata di un manico di scopa, si avvicina alle macerie per recuperare un paio di jeans: «nuovi, guarda». Claudia scuote via la polvere, ma il salvataggio è una goccia nel mare. È diventata curva per la fatica e il dolore, cerca tracce della vita precedente: «la mia borsetta di Borbonese, i miei acquarelli, i miei libri» dice.
Il crollo dei capannoni
“Il Canaletto”, si snoda verso l’Appennino con una serie di curve inspiegabili in una terra di pianura. Attraversa paesi fantasmi, coi nastri bianchi e rossi delle cinzioni e divieti, e ogni tanto devia per strade di campagna. Sul Canaletto si affacciano officine, aziende, enormi magazzini rimasti senza pareti.
Subito dopo la Cappelletta del Duca, oratorio degli Estensi rimasto intatto, c’è l’azienda di Franco e della moglie Anna. Facevano macchine per fornaci - qui è un’industria diffusa - ma da qualche tempo progettano anche case in legno. La prima se la sono fatta per loro, adesso hanno la fila. «Il capannone», spiega Franco «è in piedi grazie al carro ponte che lo attraversa, è ancorato e ha fatto da trave». Sono al lavoro, di domenica, per ripristinare, tornati subito dopo la scossa del 20 maggio.
A San Giacomo Roncole, la strada è chiusa. La navata centrale della chiesa si è affossata. Il campanile è decapitato. In campagna, preoccupa la moria dei pesci nei canali, si racconta di galline che hanno smesso di fare le uova o ne hanno fatte di rotonde, di pozzi che hanno sputato sabbia al posto dell’acqua. “Intravenne che l’acque di fonti s’alzarono et uscirono fuori oltremodo molto spumose et torbide”, così Pirro Ligorio, architetto e antiquario della corte Estense, per le ondate sismiche del Cinquecento. Angelica Ferri Personali è l’erede di una casata che dal Quattrocento abitava ‘Villa La Personala’, sontuosa dimora con al centro una torretta eretta dai Pico nel Dodicesimo secolo. «Abbiamo perso sia la casa sia l’attività», spiega. Nella villa organizzava matrimoni. «Il 21 luglio mi sarei dovuta sposare io, aspettavo 330 invitati, anche Emanuele Filiberto». Nel posto della torretta dei Pico, alta 12 metri, c’è un telone verde. Le tensostrutture per i pranzi di nozze ora funzionano come magazzino per le suppellettili recuperate: un salvagente a forma di drago azzurro, una coppia di statuine in porcellana, un tricolore donato dai garibaldini, un manoscritto con la storia della casata. Dalle macerie è uscita viva, dopo tre giorni, Ginger, una labrador color miele che segue Angelica passo passo, mentre lei ripercorre l’inventario delle cose perdute. Il padre, autore di trattati di araldica, piange la biblioteca sepolta.
Di fronte al vialetto che conduce alla villa sorgeva la casa di Wilma, pensionata sessantenne, che ora vive in due tende col marito operaio e il figlio Alessandro, 28enne. Comprata 30 anni fa «per cinquanta milioni» è crollata mentre Alessandro faceva le scale. Wilma ha una maglietta arancione, gonna nera, sandali neri. Si esprime a fatica in lingua, abituata a parlare in dialetto. Indica le macerie, i lavori fatti per dotarsi di un wc d’emergenza, i cavi che portano l’elettricità all’attendamento. Il marito è a ritirare i pasti, lei ne approfitta per sfogarsi. «Sono andata in pensione dopo 38 anni e subito si è ammalata mia suocera. Poi, il terremoto. Se ci penso cosa faccio, mi sparo?».
Marco, quasi cinquant’anni, avvocato di Rovereto sul Secchia si preoccupa per gli strumenti musicali dei figli. Pianoforte, violoncello e flauto sono rimasti nella casa attraversata da profonde crepe. Con l’aiuto di amici e conoscenti, si è dotato di una connessione internet e sta raccogliendo contributi e libri per allestire, sul suo terreno, una piccola biblioteca. Parla e gli operai puntellano la sua casa. L’accampata di Marco comprende moglie, figli, suoceri e due zii anziani, che siedono su sdraio di plastica con sudoku e cruciverba.
I ritardi, l’abbandono
A Rovereto, la scossa del 29 maggio ha ucciso il parroco, Ivan Andreoli, rientrato nella chiesa già lesionata, nel tentativo di salvare una statua della Madonna. A pregare per lui, poco meno di un mese dopo, anche papa Benedetto XVI. Molti ormai lamentano solitudine e abbandono. Gli esami di scuola media si vanno a fare a Santa Croce di Carpi. Lo scuolabus giallo aspetta a due passi dalla zona rossa. Un’insegnante fa l’appello, «Salem è tornato in Marocco» annunciano i compagni giustificando l’assente.
Il prato tra la Chiesa e l’argine del Secchia è diventato sin dalle prime ore un accampamento autogestito, complici i tavoli e i tendoni già allestiti per la festa del paese. «I primi tre giorni abbiamo dato da mangiare a 800 persone» dice Danilo, dell’associazione ‘Insieme per Rovereto’. Operaio in un maglificio, dedica al volontariato il tempo libero forzato dalla cassa integrazione «non per sisma, ma da crisi». Danilo precisa «le prime tende della protezione civile sono arrivate dopo giorni, e il sindaco fino a ieri non si è fatta vedere».
“L’ìv vutèda, adèsa à vla tgnìv!”, l’avete votata, tenetevela, esclama Maria Grazia. Sotto le fronde di un tiglio, due tavoli di plastica e un ombrellone che condivide con Wendy, la vicina dominicana. Una a destra e una a sinistra, le tende igloo. Una portantina di metallo azzurra dà riparo a un coniglietto, portato giù dopo il sisma assieme a Bombo, il gatto sovrappeso. Maria Grazia ha i piedi gonfi e l’abbronzatura a strisce da campeggio forzato. La palazzina, spiega, sarebbe agibile, ma è tenuta sotto scacco dal campanile pericolante, sul cui destino deve pronunciarsi la Soprintendenza. «Intanto la nostra vita è bloccata, ci muoviamo solo con le scosse». Il 29 maggio ha visto gli alberi toccarsi, il campanile ondeggiare, e per tutta la giornata il terreno sotto i piedi era caldo e fluttuante «come camminare sulla gommapiuma».
Nella tenda dove il Comune dà informazioni il clima è rovente. Il tabaccaio vorrebbe riaprire il negozio, è stanco di ricevere “un tè e un panino”. Qualcuno gli suggerisce di “vendere online i gratta-e-vinci terremotati”. A Dario non dispiacciono le serate in accampamento «a contar fòle», come una volta. Tiziano si è commosso nel ricevere l’aiuto di tanti per mettere in salvo lavatrici e televisori dal suo negozio. Il gruppo di poliziotti romani, che domani sarà sostituito da un nuovo turno, va in cerca di uova e pancetta, per salutare Rovereto con una carbonara dopo la partita dell’Italia.
La proposta del presidente della Regione, Vasco Errani, di dare ai terremotati case sfitte, non è ben vista. «Siamo una piccola comunità» afferma Matteo, 26 anni, capo scout «se cominciamo a disperderci finiremo in diaspora». Chi può, si informa per acquistare casette in legno, pubblicizzate a mezze pagine sui quotidiani locali. Per camper o roulotte, dopo le prime segnalazioni di prezzi gonfiati, ora molti applicano sconti, ma resta il fatto di immatricolare e assicurare come veicoli delle case.
Nell’attesa, si campeggia. Assieme ai vicini, nel parchetto ‘campo Felice’ di Rovereto: una ventina tra tende e roulotte, più due bagni chimici «che abbiamo dovuto prenderci noi, da un posto dove nessuno li usava» spiega Franco, uno dei capifamiglia. «Domenica sono venuti i pagliacci e i gelatai» dice il piccolo Matteo smettendo per un momento di scorazzare sulla mountain bike. Mamme e nonne sono a ritirare i pasti confezionati della cooperativa Cir, la stessa che serve ospedali e scuole di mezza provincia.
Poche strade più in là, le case sono devastate. Pali rossi puntellano i balconi, crepe a forma di croce, palazzine nuove da cui si è staccato un lato, le tendine che ancora penzolano da ciò che rimane di una finestra. Chi non è stato costretto ad allontanarsi staziona in giardino, vigila su quel che rimane e spera non ci siano nuove scosse. Vivono così, mangiando in garage, Bruno e Sandra, che oltre alla casa hanno perso i locali a piano terra del loro piccolo maglificio. Le macchine le hanno messe in salvo, ma se non trovano subito un capannone «si perde la stagione». Sandra ha i capelli scuri e lunghi, mostra le crepe della casa rosa, tenta di dissuadere il marito che continua a entrare per prendere una camicia o una vecchia fotografia. Molly, cucciolo di bassotto, va incontro alla figlia ventenne, che torna in bicicletta dalla doccia fatta da un’amica.
Campo Roma. A montare questo campo, il giorno dopo il sisma, era arrivato personalmente il sindaco di Roma Gianni Alemanno. I volontari di Ravenna spiegano che all’inizio mancavano i bagni, poi tutto è stato reso funzionante. L’Amministrazione di Novi ha spostato il campo perché era su un terreno privato, lontano dall’abitato di Rovereto. Uno dei romani ammette: «forse abbiamo precipitato gli eventi e non ci siamo coordinati bene, poi l’hanno buttata in politica». «Preferivo rimanere dove eravamo prima, lì non vedevo il paese distrutto», dice Eva, ungherese, in Italia da trent’anni, fa le pulizie nelle scuole d’infanzia. È in tenda col marito, autista di camion spurgo, disoccupato, e con la figlia sedicenne. Non si dà pace per avere risposto male alla figlia «devi metterti in testa che non l’abbiamo più, la casa».
Due musicisti di Parma, fisarmonica e sax, si presentano per improvvisare un concertino. Regalano agli sfollati un po’ di spensieratezza, al ritmo di ‘Brasil’ e ‘Romagna mia’. Sofia, una cinesina di cinque o sei anni, muove qualche passa di danza insieme alla mamma, intimidita, sotto gli sguardi dei connazionali che guardano in disparte.
Il parmigiano
I produttori di Parmigiano hanno subito enormi danni. Le scansie hanno ceduto e le formagge pregiate che stagionavano sugli assali, sono cadute spaccandosi. Una gara di solidarietà si è messa in campo per vendere il formaggio danneggiato. Sciacalli anche, con offerte di acquisto a due o tre euro al chilo. Dopo le prime manifestazioni spontanee, la vendita del parmigiano terremotato è passata ai consorzi. Uno di questi, per recuperare le parti sane dalle forme, ha richiamato in servizio una decina di anziani casari, i soli ancora in grado di eseguire a mano i tagli che oggi fanno le macchine. Gli ‘space cowboys’ del parmigiano, non vogliono foto «non è mica una festa». «Viene da piangere - dice una - a vedere le forme accatastate, che rischiano di ammuffire». Al caseificio Novese rispondono: «Lasciamo stare». Silenzio anche all’azienda agricola Morara di Camurana, tra Medolla e Mirandola, che conferisce il latte al vicino caseificio San Luca, anch’esso danneggiato. Alla Morara, il 20 maggio è crollata una stalla, ma delle cento vacche non ne è morta nemmeno una. «Le abbiamo trovate tutte ammassate nell’unico angolo che è rimasto in piedi», dice una bella signora mentre culla il nipotino di tre mesi all’ombra del portico. Il figlio e il consuocero non vogliono perdere tempo a raccontare.
I morti
Cimitero di Mirandola. Due carabinieri, con i pennacchi e la giacca con le code, precedono la bara di Biagio Santucci, 24 anni, morto nel crollo della Haemotronic, l’azienda biomedicale nel cui crollo, la mattina del 29 maggio, sono morte quattro persone. L’edificio è sotto sequestro, i dirigenti non parlano.
Il sindaco, senza cravatta, si allontana a piedi, sfilando la fascia tricolore. Colleghi di Biagio parlano sottovoce accanto a un’auto. Ricordano la mattina del crollo, le porte che non si aprivano, la fuga. «Eravamo in 25, ne sono morti 4» dice uno dietro gli occhiali scuri «la colpa è del terremoto, avevano riaperto tutte le aziende, nessuno poteva sapere».
La Gambro, multinazionale di proprietà svedese che controlla metà del mercato delle macchine per dialisi, ha riaperto. Lo stop del distretto biomedicale ha avuto ripercussioni globali, con stabilimenti che, dall’Umbria alla Repubblica Ceca, devono ricorrere alla cassa integrazione finché non ricominceranno ad arrivare le forniture da Mirandola e dintorni. «Qui non si è fatto male nessuno, perché in azienda c’erano pochissime persone, e perché siamo stati fortunati», dichiara il giovane portavoce, Oppi, e racconta: «due operai, impegnati nei lavori di ripristino dopo il primo terremoto, hanno vissuto la scossa del 29 appesi a una gru e sono rimasti illesi». L’azienda, nata nel ‘64 con 4 dipendenti ora ne ha 800 soltanto nella fabbrica mirandolese, operai puntellano i capannoni per estrarre prodotti e macchinari. Dove non si arriva vanno dall’alto i vigili del fuoco.
Ripartire
Per dove? si domandano le persone. Chi ha creduto di possedere la terra aprendola per i coltivi, irregimentando i fiumi, squarciandola con argini di cemento, capannoni e villette, da quella terra è stato tradito, costretto a riscoprire il significato di antiche locuzioni come ‘siamo nelle mani di dio’, ‘il destino non si conosce’, dimenticate nei decenni di prosperità del capitalismo sociale emiliano.
La prima risposta, per il momento, è ancora il lavoro. Riaprono i negozi di Moglia, primo comune della Lombardia. Riaprono i bar di Novi, gli anziani tornano a giocare a carte e solo certi sguardi un po’ troppo sbiechi suggeriscono che lo stordimento pomeridiano non sia da lambrusco, ma da ansiolitici. Ha riaperto il laboratorio di Alessandra, che produce decorazioni in porcellana a San Felice, e grazie al terremoto, dice, ha conosciuto i vicini di casa di cui prima non sapeva nemmeno i nomi. È imprenditrice anche Sonia, che abitava accanto nella zona rossa di Mirandola, e ora le siede vicina su un gradino. Aspettano la fine di un sopralluogo che potrebbe decretare la riapertura della loro strada.
Non ha chiuso nemmeno un giorno il centro ‘La lucciola’, una villa sull’argine del Panaro, che ospita una trentina di bambini con disabilità gravissime, alcuni dei quali così legati ad abitudini e routine che la mattina del sisma non volevano convincersi a lasciare l’edificio pericolante. Le attività ora si fanno nelle tende, e si piange sulle botti di aceto balsamico, rimaste nel sottotetto. «Avevamo appena finito di progettare i lavori per l’acetaia dopo la scossa del 20» ricorda Giovanni «ma quella del 29 ha reso tutto inutile. Il mosto di quest’anno sta già fermentando».
In attesa di chiarezza sui contributi, su cosa accadrà allo scadere della moratoria su Imu, mutui e bollette, e su come saranno destinati i danari raccolti con le donazioni private, chi può preferisce mobilitare parenti e reti di contatti. Elia, 26 anni, di Gavello vicino Mirandola, parla con orgoglio della tendopoli autogestita della frazione, che accoglie 80 persone:«Siamo di campagna, ci sappiamo arrangiare, l’organizzazione militarizzata delle tendopoli ufficiali non è per noi». Quattordicimila persone assistite da cinquemila volontari di Protezione civile. Una moltitudine se la cava attraverso le reti spontanee, Facebook, social network, e con la mobilitazione dei ragazzi dei centri sociali o gruppi ultras. Nel capoluogo, Modena, i cittadini che si sono resi disponibili per attività coordinate dal Centro servizi volontariato sono così numerosi che molti potrebbero non essere mai convocati. Gli Enti locali riprogettano i piani di investimento per ricostruire edifici pubblici e scuole. Enzo Ciconte, esperto di criminalità organizzata, avverte: «Le infiltrazioni mafiose passano soprattutto per gli appalti dell’edilizia». Per i lavoratori dipendenti privi di cassa integrazione si prevede una ‘contribuzione figurativa’, per autonomi e precari una ‘indennità una tantum’.
Multietnica
In centro a Mirandola, i vigili del fuoco lavorano sulle chiese e sulle torrette del Castello dei Pico, altri si danno il cambio per accompagnare i cittadini a recuperare il possibile da case, studi e negozi della ‘zona rossa’. L’attesa è paziente e multietnica. Massimo, agente immobiliare, vuole posizionare una bacheca su vendite e affitti accanto al gazebo dei vigili. «Chiedono tutti case al piano terra», spiega. Paola e Gianni sono pronti con il furgone per svuotare il negozio di scarpe. «Lo chiuderemo». Hanno un altro negozio a Cavezzo, che a breve dovrebbe tornare agibile. E alcuni fornitori - «ma non tutti», precisa lei - si sono offerti di riprendersi le calzature della stagione.
Ji, 43 anni, viene dalla Cina. Spera di recuperare da casa gli occhiali nuovi della figlia. Fa l’operaia da sette anni, ma il suo italiano non basta a spiegare cosa produce l’azienda, che impiega lavoratori da mezzo mondo: Africa, Albania, Marocco e Pakistan. Ji, con il marito e due figli, sta in tendopoli. Ci tiene a dire che il trattamento è buono, ma il viso della bambina tradisce la delusione quando si parla del cibo: «Sempre pasta, non siamo abituati».
Alla tendopoli dietro il castello dei Pico - 42 volontari, 6 cani e un pappagallo - vivono in 310, gli italiani sono meno di un terzo. A pasto si può scegliere tra due primi e la carne «è tutta halal», conforme alla macellazione islamica. Mili ha 3 figli ed è arrivato dal Marocco un anno e mezzo fa, ora è disoccupato. Vorrebbe rientrare, la moglie non se la sente: «i parenti ci deriderebbero». Nel campo solo persone con il permesso di soggiorno. Che fine avranno fatto gli stranieri irregolari, colpiti dal terremoto e privi di ogni assistenza?
Tra crisi economica e terremoto, tornare è diventata una prospettiva. Lo dice anche Sulman, studente di meccanica all’istituto tecnico, seduto insieme alla madre, uno zio e 5 fratelli e sorelle. Shamza fa le elementari«la terza G». Ha riccioli neri corti, ma non le piacciono: «Glieli ha tagliati una cinese, qui al campo», spiega un altro fratello, Arsalan. Parveen, avvolta in un sari rosso, non apre bocca «ha 15 anni ed è casalinga», chiarisce Arsalan per lei. Avevano 7 mila euro da parte per tornare in Pakistan e i documenti pronti, per rifarli si deve andare a Roma all’ambasciata. È rimasto tutto in casa, assieme ai gioielli, spiega la madre a gesti, occhi neri intensi, capelli già un po’ grigi sotto un foulard fucsia.
Fatima, 15 anni, marocchina, torna dall’esame di terza media «i prof sono stati cattivi», spiega, e si volta a ridacchiare con la sua nuova amica, Jarida, che ha un anno in più e viene dall’Albania. Nel suo perfetto accento modenese, Fatima preferisce parlare della notte del sisma, del sangue freddo che ha avuto nell’uscire di casa per ultima, portando con sé i documenti di tutta la famiglia. «Uno dei fratelli» racconta «era in ospedale e l’hanno fatto uscire con il tubo attaccato» un ragazzino commenta:«Fatima dice un sacco di balle».
Vicino alla mensa, una ragazza italiana dagli occhi azzurri discute animatamente con un volontario. Si lamenta della pulizia, l’altro alza la voce. Subito arriva una decina di agenti di polizia. Se c’è una cosa che non manca nelle zone terremotate sono le divise. Fino a pochi minuti prima, i responsabili del campo riflettevano sull’eventuale prolungamento delle tendopoli dopo il 20 luglio, data di inizio del Ramadan. Prima devono capire come arrivare alla fine della giornata.
