Il Cairo. «I militari hanno portato via metà della mia capacità di vedere, ma la libertà di esprimere il mio voto, quella non potranno togliermela». Heny Abd Almaboud ha 35 anni e viene da El Minia. È uno dei tanti che hanno preso parte dall’inizio alla rivoluzione egiziana. Ha perso l’occhio destro negli scontri di Mohammed Mahmoud street, a fine novembre. Tra il 20 e il 22 novembre. Tre giorni per una carneficina. I manifestanti di Tahrir square cercavano di occupare pacificamente la sede del Ministero dell’Interno. «Protestavamo contro la scarsa trasparenza degli allestimenti elettorali - spiega Heny - l’esercito ha aperto il fuoco, utilizzando proiettili di gomma, cartucce da caccia e un gas lacrimogeno fuori dalle convenzioni. In quel momento è morta la neonata democrazia dell’Egitto». E questo voto, i risultati? «Non condivido il modo di pensare e di agire dei Fratelli Musulmani. Ma se il 40 % li ha votati, rispetto questo voto. Sono andato al seggio e ho scelto il Blocco egiziano, nonostante molti, qui in piazza, mi abbiano invitato fino all’ultimo a boicottare».
Il voto
I dati dell’Alta commissione elettorale presieduta da Abdel Moez Ibrahim, assegnano il 36,6% a Libertà e Giustizia. Ma il dato più sorprendente rimane quello relativo ad al Nour (la Luce), il partito ultraconservatore salafita, che si attesta al secondo posto, con il 24,4 %. La coalizione liberale del Blocco egiziano è al 13,4 %, il partito Wafd, liberale, e il partito islamista moderato Wasat al 10%. Un dato ancora parziale. La tornata elettorale, suddivisa in tre round per motivi geografici (prima il delta, quindi l’Est Nilo, infine l’Ovest del paese), si conclude l’11 gennaio. Seguiranno le consultazioni per la Shura, la Camera Alta. A metà marzo gli egiziani si guarderanno nello specchio del voto definitivo. Il 55% degli aventi diritto ha votato: un risultato di tutto rilievo, altro che boicottaggio. Nelle passate consultazioni i voti validi non erano stati più del 10%. «Non andavamo a votare perché coscienti che il nostro voto non significava nulla - afferma Fatma Ahmed, mentre mostra fiera il pollice marchiato di blu che sta per “ha votato” - so bene che i ragazzi della piazza hanno deciso in larga parte di non recarsi alle urne. Capisco le loro ragioni. Ma c’è una parte dell’Egitto che aspettava da anni questo momento!». Certo, fuori dal seggio accadono cose non proprio politically correct: militanti dei partiti continuano a distribuire volantini agli indecisi, candidati si fermano a stringere mani e rilasciare interviste, volontari con fazzoletti e spille e simboli dei partiti aiutano la polizia a gestire gli elettori in entrata e in uscita dai seggi. L’Egitto si divide. Da un lato il popolo di piazza Tahrir, dall’altro coloro che investono in un nuovo assetto istituzionale. Moathaz ‘Mudy’, 22 anni, studente di economia, ieri era in piazza, oggi va al seggio e vota per gli ‘Egiziani Liberi’ del magnate copto Naguib Essawiris. Jamila, giovane studente di letteratura inglese all’Università del Cairo, vota per la prima volta e vota i Fratelli Musulmani: sapranno stabilizzare il Paese dopo un anno di rivolgimenti. «Tutto si sta svolgendo in maniera tranquilla - conferma Khaled Dawoud del quotidiano Al-Ahren, anche lui in coda al seggio di via Tal’ at Harb - ma sono indignato per i metodi utilizzati dalla polizia. Mi indigno ma vengo a votare. Le due cose non sono in contrapposizione e certo non sono qui a dare la mia preferenza per paura di una multa!». Il riferimento è ai rumors circolati negli ultimi giorni, specie nei quartieri più poveri delle metropoli del Delta, circa una multa di 500 sterline egiziane (50 euro) per i renitenti al voto. «Propaganda, leggende elettorali - dice Nelly Allam, studentessa, in fila, davanti alla ‘Kasr El Dobra experimental language school’ a Qasr El-Ainy, pochi metri da Mohammed Mahmoud street, dove è avvenuto il massacro di qualche giorno fa - gli egiziani non sono stupidi né sprovveduti. Sanno che cosa è meglio per loro. In questo momento molte persone vogliono esprimersi con il voto. Non ci è stato concesso per troppo tempo. È ora di riappropriarci di questo diritto alla base della cittadinanza».
I Fratelli Musulmani
Sono la forza politica più organizzata e coesa, ma imperscrutabile. «Bisognerà capire con chi faranno coalizione nell’Assemblea - dice la giovane Faiza -. Con i liberali o con al Nour? I salafiti secondi sono la vera rivelazione. Sposano un’interpretazione intransigente dell’Islam, simile a quella adottata in Arabia Saudita. Come donna non riesco ad accettarla. A questo si aggiunga che l’Egitto adotta già la Sharia come base per la legge ordinaria». Un dato che, tuttavia, non ha mai intaccato la vocazione ecumenica - anche grazie alla presenza di copti cristiani, sufisti ed evangelici - e secolarizzata della nazione egiziana. «Hanno vinto i Fratelli Musulmani, è chiaro - conferma David Gamil, uno dei copti ortodossi testimoni, lo scorso 8 ottobre, della carneficina alla televisione di Stato (Maspero) - le violenze nei nostri confronti hanno subíto un’accelerazione preoccupante. Prima ancora della rivoluzione c’era stata la bomba di Capodanno, nella Cattedrale di Alessandria. Poi, passato il momento sentimentale della unione anti-Mubarak, nuovi problemi. Hanno bruciato chiese cristiane fino al massacro di Maspero, quando l’esercito ha sparato sui dimostranti in pacifica processione, lasciando al suolo oltre 30 morti». Boules Halem Yassa, leader della ‘Coptic masbero’, l’organizzazione per la sicurezza dei copti, quel giorno se lo ricorda bene: «Eravamo centomila - racconta - stavamo marciando pacificamente quando, ad un tratto, abbiamo sentito i primi colpi d’arma da fuoco da parte delle forze dell’ordine. Non avrei mai creduto di dover assistere a una scena simile. La polizia ha aperto il fuoco sulla folla, uccidendo decine di persone. Lì ho capito che si stavano preparando tempi cupi per il Paese». Sull’alleanza sotterranea tra il CSFA - il Consiglio Superiore degli ufficiali delle Forze Armate - e Libertà e Giustizia, restano in pochi ad avere dubbi, anche se il quartier generale della Fratellanza, tende a minimizzare. «Ascoltate in giro ciò che dicono di noi e pensate il contrario» sorride Mohammed al-Baltaji, segretario della coalizione di Libertà e Giustizia. I Fratelli non sembrano scomporsi di fronte ai lusinghieri risultati elettorali. «L’appello al non voto, lanciato da una parte del popolo di Tahrir square, non è stato accolto. Gli egiziani hanno dimostrato di essere un popolo responsabile. È un primo importante segnale, per un Paese che si avvia alla democrazia», conclude al-Baltaji.
Piazza Tahrir
Nella piazza “nessun compromesso”, soprattutto con il Csfa. «Lo Csfa deve cedere il passo prima possibile ad un governo realmente scelto dal popolo - sentenzia Heny - e non mi riferisco al governo fantoccio di Kamal Ganzouri. Quando avremo un esecutivo vero, lasceremo la piazza». Ganzouri viene indicato come primo ministro dal Csfa, subito dopo le dimissioni di Essam Sharaf, a seguito della carneficina di Mohammed Mahmoud street. Quasi ottantenne e già primo ministro sotto Mubarak, dal 1996 al 1999, il vecchio politico non viene ritenuto in grado di poter guidare un governo di emergenza e drammatica transizione. «Fa parte del vecchio regime - sintetizza Mahmoud Ragab, studente di italianistica e attivista, intento a distribuire volantini ai passanti - Sharaf lo avevamo indicato noi, ma ci siamo accorti poi che non era in grado di portare avanti le nostre istanze. Ha fallito in tutto. I militari lo hanno tenuto in pugno e in vita fino a quando ha fatto loro comodo. Poi lo hanno costretto a dimettersi sulla scia delle manifestazioni per i 40 morti di Mohammed Mahmoud street. Ora l’esercito vuole imporre un fantoccio, una dittatura camuffata». Del resto, dei 32 ministri nominati da Ganzouri, 23 facevano già parte dell’esecutivo precedente, sempre scelto dai militari. Un governo fantoccio sino al voto di marzo, poi si vedrà. Ma il colpo d’occhio di piazza Tahrir, a fine novembre, ricorda quello dei tempi migliori. L’enorme rotonda attorniata da alti palazzi e dal Museo Egizio è gremita di gente di ogni credo politico e di ogni estrazione sociale. Il culmine si raggiunge il 25 novembre: un milione, secondo gli organizzatori, i manifestanti tornati a stringersi nel luogo-simbolo della rivolta, per il “venerdì dell’ultima possibilità”. «L’ultima possibilità di difendere questa rivoluzione» afferma Ashraf Aglan, avvocato internazionale, appartenente al movimento (musulmani, cristiani) ‘Siamo tutti egiziani’. «In questo momento - spiega - tutti coloro che sono qui in piazza costituiscono un unico movimento. Abbiamo voluto eliminare qualsiasi logo e qualunque riferimento a gruppi o movimenti. I famosi 70 e più gruppuscoli in cui era frammentata la galassia del popolo di Tahrir square, per la maggior parte liberal-democratici, necessitano di una coesione nuova. Contrastare uniti la repressione dell’esercito e continuare uniti a combattere per un Egitto diverso». E in effetti, tra le tende issate in piazza, è difficile ormai scovare segni di riconoscimento. «Sono un manifestante indipendente di piazza Tahrir» è il ritornello ripetuto quando si chiede una collocazione nello scacchiere dei movimenti. Si cerca di fare fronte comune in un momento difficile. Mai così difficile. «Quello che più odiamo è la legge elettorale che ci è stata propinata - spiega ancora Ashraf - in pratica, chi si recherà alle urne, potrà votare solo per il 20 % del Parlamento. Il restante 80% dei componenti sarà scelto dal Csfa. Sono norme inaccettabili. E, a poche ore dal voto, i militari stanno nuovamente cambiando le regole, a suon di decreti d’urgenza. Questa è violenza». Una violenza che è anche fisica e la cui escalation è stata graduale e inesorabile:«A gennaio i militari erano stati i paladini della rivoluzione - dice Mohammed Mansour, altro ‘manifestante indipendente’ della piazza - i ragazzi mettevano fiori nei loro fucili. Poi la situazione si è deteriorata lentamente. Da quando Hussein Tantawi è diventato leader del Csfa, l’atteggiamento delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti è cambiato radicalmente. Le voci di un accordo occulto tra esercito e Fratellanza Musulmana, sono diventate sempre più insistenti. Poi le prime violenze nei confronti dei copti, culminate con il massacro di Maspero. Gli scontri di fine novembre e i nuovi morti, questa volta tra i manifestanti stessi di piazza Tahrir». Che la situazione stesse precipitando verso un baratro di difficile discernimento, era parso chiaro già alla metà di luglio quando il popolo del 25 gennaio - tornato in piazza - chiedeva lo slittamento delle elezioni (inizialmente previste per settembre), una riforma organica della Costituzione e un ridimensionamento dei poteri del Csfa. Il generale Mosher Al-Fangary, portavoce del Consiglio supremo, aveva pronunciato un discorso alla televisione nazionale apertamente minaccioso: «Non lasceremo che il caos e la delinquenza comune si impossessino del Paese». Alle parole sono seguiti i fatti. «Ci stanno uccidendo, giorno dopo giorno - dice Somaya Ahmed, 45 anni, laureata in Scienze politiche, disoccupata da tempo -. La nostra vita era buia, abbiamo sfondato una finestra il 25 gennaio, ma non è bastato. Ora la minaccia peggiore arriva da chi ha avuto il mandato di proteggerci. Non credo più a nulla e soprattutto non credo alla supplenza dei militari. Votare non ha senso, io non l’ho fatto». Il partito di Tahrir square ha scelto la via dell’astensionismo, ma molti sono andati ai seggi e hanno votato. Ha votato Ahmed Hararah, il giovane manifestante reso completamente cieco, lo scorso 20 novembre, dopo aver perso un occhio a gennaio, all’inizio della rivoluzione. Piazza Tahrir lo ha eletto a proprio simbolo. Ha votato Alaa Soueif, uno dei blogger che il Csfa ha messo in carcere in questi mesi. Il suo delitto? Aver avviato un’inchiesta online sui soldati responsabili dei morti al Maspero. Leila, sua madre, è stata per 22 giorni in sciopero della fame, contro il tribunale militare che le ha sequestrato il figlio. «Tutta la mia famiglia ha ritenuto necessario votare - afferma -. Siamo una minoranza, all’interno di un’altra minoranza, che è quella di piazza Tahrir. La vittoria dei Fratelli Musulmani dobbiamo accettarla, anche se non ne condividiamo affatto gli ideali. Non è il momento di accendere un nuovo scontro con loro. Il Paese è in una situazione terribile». Il nome di Alaa e tra i più evocati in piazza, assieme a quelli degli altri blogger che, nel corso dei mesi, hanno subito arresti e carcerazioni. Qui sono noti attraverso i nickname dei loro blog: Nawaranegm, Lilianwagday, Pakinamamer, Rashapress…«Chi pensava che in questo Paese fosse finita la censura ha dovuto ricredersi» commenta Sameh Salah, 24 anni, ingegnere informatico in veste di infermiere per dare una mano ai medici degli ospedali da campo allestiti sulla piazza. «I soldati hanno costruito al Ministero degli Interni in Mahmoud street una barriera di piloni di cemento armato - dice - per evitare di venire in contatto con i manifestanti. È la metafora più calzante di ciò che sta avvenendo. Ora sono loro ad essere in prigione». Ma l’epica e l’ottimismo di Sameh sono merce rara in piazza Tahrir. La sensazione è quella di una tensione latente, che non risparmia nulla e nessuno. Da ambo i lati, quello dei manifestanti e quello delle forze di sicurezza. Sul finire di novembre era bastato un diverbio tra ambulanti per scatenare il putiferio. Alla fine di una notte di tafferugli con un’ottantina di feriti, si era riusciti a cacciare quelli accusati di vendere sostanze stupefacenti. «Tutti hanno paura - spiega Saad Sakr, studente di agraria all’Università del Cairo - noi abbiamo paura di nuove repressioni sanguinose. I militari hanno paura della forza potenziale e inespressa delle decine di migliaia di persone della piazza. Ci stiamo annusando come cani prima di affrontarsi. Prima o poi scatterà lo scontro più duro».
I feriti di Mohammed Mahmoud street
Nel reparto di chirurgia oculistica dell’ospedale di Qasr Al-Ainy i giovani shebab al-thawra feriti agli occhi si contano a decine. Negli ospedali del Cairo non ci sono seggi elettorali. Chi è in grado di uscire, lo fa e alcuni di loro a votare ci sono andati, sulle proprie gambe. Molti hanno scelto la renitenza, una parte di loro non ha l’età. Omar Fathy, 16 anni, viene da Giza, era uno dei ragazzi che trasportavano i feriti negli ospedali da campo - su cui i militari non hanno esitato a sparare - durante gli scontri al Ministero dell’Interno. «Mi hanno ferito con una cartuccia da caccia il 22 novembre» racconta, mentre rigira tra le dita l’involucro di plastica dove conserva i pallini metallici. «Ora non so cosa aspettarmi dal futuro - prosegue Omar - dovrò abbandonare il mio lavoro di artigiano». «I medici non riescono ad aiutarci - spiega Mohammed Hassan, 21 anni, anche lui colpito all’occhio sinistro, da un proiettile sparato a bruciapelo - compriamo di tasca nostra persino le bende e le medicine. Governo e militari non si sono mossi». Molti avrebbero bisogno di operazioni complesse per sperare di riacquistare la vista. Interventi chirurgici che spesso richiedono onerose trasferte all’estero e costi che nessuno in Egitto può permettersi. «Per noi non c’è speranza - dice Ibrahim Mohammed, colpito al volto da un proiettile a gas - e non credo ci sia speranza per il Paese. I militari lo governano, questa è la realtà». Sotto la benda di Ibrahim, i segni di lacerazione sono evidenti, oltre la ferita al bulbo oculare. Il candelotto che lo ha colpito è stato sparato da pochi metri. Sono questi proiettili che hanno provocato morti e feriti durante gli scontri di fine novembre in Mohammed Mahmoud street. Chi c’era ha visto l’inferno, da vicino e per alcuni interminabili minuti. «Le forze dell’ordine davanti all’edificio del Ministero dell’interno - racconta Ibrahim - quando eravamo a non più di cinque o sei metri da loro, hanno cominciato a sparare all’altezza del viso. Un tiro a segno. I ragazzi cadevano continuamente. Sangue dovunque. I caduti e i feriti venivano trascinati fuori dai compagni e trasportati con le motociclette in piazza Tahrir, dove erano stati allestiti in fretta e furia degli ospedali da campo. Quando hanno colpito me ho perso i sensi, mi sono risvegliato con una benda sull’occhio. È un caso se sono ancora vivo». Quando i feriti di Mahmoud street arrivavano a decine e decine, si sono aperte le porte della moschea di piazza Tahrir e della chiesa evangelica di Kasr el-Dubara. «I feriti erano troppi - racconta il medico Mona Amena, responsabile dell’organizzazione sanitaria in piazza Tahrir - abbiamo cominciato a trasferirli nei due luoghi di culto. In breve abbiamo approntato qualcosa che assomiglia a un pronto soccorso da campo, al coperto. Almeno i feriti erano sotto un tetto. Credo di aver visitato centinaia di persone in pochissime ore, il flusso era inarrestabile». «Il giorno peggiore è stato martedì 22 novembre - ricorda don Fayez Isaac, parroco evangelico di Kasr el-Dubara, il cui chiostro è stato trasformato in un reparto d’ospedale - rivedo scene incredibili. Ragazzi martoriati dai proiettili che si rialzano, con i punti in evidenza, senza bende, e ritornano sul luogo della battaglia. E il gas, micidiale, che pervade tutto e a parecchia distanza provoca nausea, vomito e svenimenti». Secondo le inchieste degli avvocati di piazza Tahrir, sono decine i morti e feriti per il gas. Non si tratta del comune gas lacrimogeno denominato Cr, in uso alle polizie di tutto il mondo. «Molti candelotti erano privi di marchio - spiega Sameh El Masry, che sta seguendo in prima persona alcune inchieste - il dato inquietante, poi, è che ne sono stati sparati un numero estremamente alto, con effetti che sono diventati letali. L’Egyptian organization for human rights ha raccolto un esposto di venti famiglie residenti nel quartiere di Garden City, che accusano la polizia di aver provocato loro intossicazioni, sin dentro casa. E Garden City si trova a più di un chilometro da piazza Tahrir».
Il cecchino degli occhi
Mahmoud Sobhi el-Shinawi, è, per la stampa occidentale, il ‘cacciatore di occhi’ di piazza Tahrir. Il giovane poliziotto, accusato di essere stato tra i cecchini più precisi nel ferire al volto i manifestanti di Mohammed Mahmoud street, era dato espatriato e in fuga all’estero. Ma, notizia del Ministero dell’Interno, el-Shinawi è agli arresti. «Non voglio che diventi il capro espiatorio di quello che è successo - spiega ancora El Masry -. Tutte le forze dell’ordine che hanno preso parte alla repressione hanno precise responsabilità. Dietro questa brutalità c’era il chiaro disegno del Csfa: spaventare la piazza. Non ci sono riusciti. L’unica cosa che hanno fatto è rendere invalidi a vita centinaia di ragazzi». Yehia Arabiya, anni 44, fino alla sera del 21 novembre lavorava come autista. Oggi non potrà più farlo. Un proiettile di gomma, sparato a bruciapelo, si è portato via il suo lavoro, oltre al suo occhio sinistro. «Se prendessero Shinawi dovrebbero giustiziarlo pubblicamente in piazza Tahrir. Non so se è stato lui o meno a colpirmi. Ma questa infamia grida vendetta al cospetto di Dio». Graffiti e murales che ritraggono il ‘cacciatore di occhi’ tappezzano le vie adiacenti a piazza Tahrir, sotto la scritta wanted, ricercato. E non manca chi invoca la legge della Sharia (occhio per occhio) contro di lui e i militari colpevoli dei ferimenti. «Voglio un regolare processo!» dice Magdi Kamal, muratore trentacinquenne. Ha perso l’occhio destro durante gli scontri, accompagnato all’ospedale e curato alla meglio, è tornato a combattere, finché non è stato colpito alle braccia e alle gambe. In corsia, tra parenti e pazienti, si fa avanti Mahmoud Marek venuto al Cairo da Sharm el Sheik. Per portare il proprio contributo alla rivoluzione. Gli è andata bene. Il proiettile che lo ha centrato si è fermato sul setto nasale, a pochi centimetri dall’occhio sinistro. «È stato un caso - dice - il ragazzo che era accanto a me è stato colpito ai polmoni, ed è morto pochi minuti dopo in piazza Tahrir. Una guerra, nient’altro che una guerra». Storie che si sovrappongono. L’accusa di aver utilizzato proiettili normali, oltre che munizioni di gomma, è suffragata da prove raccolte sul campo, oltre che dalle testimonianze dei feriti. Hassan Sami, anni 20, venditore di pesce di El Minia, è stato colpito ad un occhio da una pallottola che aveva appena attraversato la schiena del compagno che gli stava davanti. Adham Hussain, anni 15, non stava partecipando agli scontri ma era sulla traiettoria di un proiettile a 500 metri di distanza. «Ci sono video che mostrano un capitano dell’esercito arringare i suoi, invitandoli a mirare agli occhi dei manifestanti» afferma Hassan Amer, reduce da una lunga operazione - un intervento inedito in Egitto. Gli hanno estratto parte del proiettile conficcato nel bulbo oculare. Non è detto che tornerà a vedere, ma di una cosa è certo: «Andrò a votare a Giza, dove sono nato, a cominciare dal secondo round. In fondo è l’unico modo che ho per reagire a quello che mi è stato fatto. I ragazzi ricoverati qui, sanno di essere dalla parte giusta. L’unica cosa che interessa è proseguire. Poco importa chi avremo di fronte - Csfa, Ganzouri o Fratelli Musulmani. Chiediamo i requisiti minimi per l’avvio del processo democratico: una riforma della legge elettorale, la fine della reggenza dell’esercito, la liberazione di tutti i prigionieri per reati d’opinione. Ce la faremo. Ora che abbiamo perso un occhio, ci vediamo di più».
