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La bolla immobiliare. La vita a debito

Mercoledì 19 Dicembre 2012 10:00 Pubblicato in Dicembre / Gennaio 2012

di Christian Elia

foto di Italo Rondinella

 

Un materasso, una lampada, un quadro. È in atto l’ennesimo sfratto a Barcellona, ancora una famiglia che perde la casa. Casa a debito. Portano fuori le loro cose, sotto lo sguardo della polizia, versione a gruppo-famiglia degli impiegati della Enron che lasciano gli uffici con gli scatoloni. Sfilano le piccole cose, l’inventario di una vita. Da stipare in un’auto, da portare via in fretta, lo sfratto in Spagna è esecutivo in poche ore. Arriva la polizia, con un esecutore giudiziario, prende la casa progetto-di-una-vita. Non paghi la rata del mutuo, devi lasciare la casa alla banca in meno di una settimana. Dal 2007, anno in cui la bolla immobiliare spagnola è esplosa, è accaduto 400mila volte.

Svezia, Svezia!

Giovedì 26 Giugno 2014 11:53 Pubblicato in Società

di Giulia Bondi

foto di Giulia Bondi e Giulio Ferrari

 

Kotada è arrivato in aereo. Il visto era per la Danimarca, gli è bastato passare il confine e chiedere asilo per avere, in pochi giorni, un alloggio e la prima carta di credito della sua vita. Masi ha perso ogni notizia della sua famiglia scappando via terra attraverso mezza Asia e mezza Europa. Ora è accampato in un parco di Malmo per protestare contro le autorità che vogliono rimandarlo in Afghanistan.

di Paola Pentimella Testa foto di Antonio Leanza

A fine di questo anno, il 31 dicembre, lo stabilimento Fiat di Termini Imerese chiuderà per sempre i battenti dopo 41 anni di attività.  In meno di mezzo secolo il sogno industriale siciliano è naufragato e con esso una classe dirigente in grado di pensare al futuro. Per i 1500 operai interni e i 700 dipendenti dell’indotto si apre una partita al buio, senza alcuna assicurazione. I più anziani hanno la via di uscita della pensione anticipata, ai più giovani non resta che l’emigrazione, come per i loro padri e i loro nonni nel dopoguerra, quando in Sicilia l’unica strada percorribile per trovare un lavoro era quella ferrata verso il Nord.

Utopia e ghetto il modello del villaggio operaio

Giovedì 26 Giugno 2014 12:30 Pubblicato in Società

di Piero Del Giudice

foto di Giovanni Mereghetti

 

 

Il villaggio operaio tessile di Crespi sulle sponde dell’Adda, nei pressi di Bergamo, prende forma alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento. Alla prima potente ondata di industrializzazione dell’Italia unita emergono i modelli capitalisti di produzione e controllo detti “villaggi operai”.

Le donne della Domiziana

Martedì 12 Novembre 2013 09:17 Pubblicato in 03 - 2013

di Christian Elia

foto di Gianluca Cecere

 

18 settembre 2008. L’estate langue in un rosso tramonto, le giornate sono ancora calde anche nel declino. Kwame, Affun, Christopher ghanesi, Samuel ed El Hadji togolesi, Jeemes liberiano, migranti, sembrano tutti uguali. È la fine di un giorno di lavoro precario e sottopagato, prendono l’alito di fresco della sera nella sartoria di un amico, la ‘Ob Ob Exotic Fashions’, a Varcaturo, nei pressi di Castel Volturno, lungo l’antica Domiziana, che collega Mondragone e Pozzuoli. Domiziana, dall’imperatore Domiziano che ne ordinò la costruzione nel 95 dopo Cristo. Un gruppo di uomini armati arriva e spara. Li uccide tutti, tranne Joseph il ghanese, che si finge morto e se la cava, inchioderà i killer al processo. I migranti si riversano in piazza in una specie di rivolta. Dei disperati. I media accendono i fari su questa sartoria, su queste campagne e sulla piccola rivolta. Chiacchiere, luoghi comuni, spengono i fari e se ne vanno. Finito il lutto, finito il clamore della strage e della jacquerie. Si parla di regolamento di conti, di strage razzista, di camorra contro mafia nigeriana. Si parla di spaccio, prostituzione, camorra, rifiuti tossici. Finisce così.

 

Anna

La Domiziana è una strada dritta come un binario ferroviario, interrotta ogni tanto da una rotonda. Resti e ruderi. Ai lati giovani donne vendono il loro corpo, tra vecchi hotel costruiti immaginando un futuro Miami&Dubai e chiese evangeliche autocostituite, dove il pastore mette il suo telefono cellulare sull’insegna. Fermarsi, fare inversione di marcia, andar via. Restare, parlare con quelli che in questa terra sono inchiodati. In pochi chilometri differenze enormi e complesse. Dal lusso del centro tecnico dove si allena il Napoli calcio, con le ville dei calciatori, ai ruderi di Parco Saraceno, ex alloggio dei militari Usa di stanza a Napoli, abbandonate e abitate da un’umanità varia. Castel Volturno e i suoi dintorni sono un condensato di trincee sociali per una lotta di classe in atto, multiculturalismo, speculazione edilizia, organizzazioni criminali. Luogo in continuo mutamento, animato da un fermento costante. Un flusso di vita al femminile. Castel Volturno non solo violenza - che fa notizia - ma un mondo che lotta ogni giorno per cambiare le cose, anche le più piccole. Lotte che sono sole, lo Stato un’idea lontana. Anna Cecere ha tatuate sulla spalla sinistra una frase di Che Guevara e una di Gesù. I capelli neri legati dietro la nuca, due occhi grandi e scuri, profondi. Un sorriso luminoso. Aspetta nella sede della cooperativa ‘Jerry Masslo’, una villa che è appartenuta a Pupetta Maresca, capofamiglia di camorra, oggi in carcere. Anna, con due donne ghanesi, anima ‘Made in Castel Volturno’, sartoria di abiti femminili di stile africano. «La camorra non ci tocca, ci ignora» risponde Anna «i problemi li abbiamo con lo Stato. Dopo tutti questi anni di lavoro, ci stavano togliendo la villa, perché non era a posto il giardino! Facciamo moda: vestiti, borse, accessori. A mano, con i tessuti africani, vivi, colorati. Un’opportunità per queste donne. Ci mischiamo ogni giorno, sempre di più. Da ragazza ero anche razzista, se si intende per razzismo l’ignoranza», spiega Anna, mentre osserva Kawi e Atta che tagliano e cuciono «a un certo punto, però, non mi sentivo a posto, per niente. Era il 1998, ho cercato un prete, gli ho detto che volevo partire, andare in Africa, dare un senso alla mia vita. Lui c’era stato. Mi ha guardato e mi ha detto che l’Africa è qui. Se volevo, potevo rendermi utile a Castel Volturno. Da allora non ho più smesso. Lavorare con loro, per me, è stato come rinascere». Attraversa la ‘galleria della memoria’, un gazebo dove sono esposte le foto dei migranti assassinati in questa zona. «Faccio l’agente di commercio per vivere, il tempo libero lo dedico ai vestiti. Anche all’amore» esclama sorridendo, mentre un poliziotto esce dalla villa. Stanno insieme, Anna e il poliziotto, si sono conosciuti durante una retata. «Le ragazze mi hanno chiamato chiedendo aiuto, non parlavano una parola di italiano. Sono arrivata per difenderle e mi stavo facendo arrestare…La sartoria funziona da due anni. Adesso prepariamo due sfilate, nel cuore di Napoli!» abbraccia e bacia Kawi. Kawi che ha perso la figlia di quattro anni, uccisa dal suo ex compagno - non era il padre della piccola - durante una lite.

 

Claudia, Caterina

Claudia davanti al bar, in piazza. Il Villaggio Coppola porta il nome della famiglia di costruttori che l’ha immaginato e costruito come buen retiro della borghesia napoletana, negli anni Sessanta. Sognavamo Miami. Chilometri di calcestruzzo, sulla spiaggia. Il mare sta divorando le case. A seguire, in un’unica vicenda di cementificazione selvaggia, il Parco Saraceno. Nato come residence di lusso, con case rifinite vista mare, per anni è stato abitato dalle famiglie dei militari statunitensi di stanza in Campania. Poi sono andati via e il residence, negli anni Ottanta, viene utilizzato come rifugio temporaneo delle famiglie degli sfollati del terremoto. A poco a poco sono arrivati anche i migranti dentro questo crogiuolo di cemento e ferro, cadente e pericoloso. Claudia, 35 anni, vive qui, con le sue due figlie. «Con l’illegalità le cose andavano bene, è da quando mi sono messa a posto che è difficile», racconta con ironia, muovendosi bella e viva in mezzo a catapecchie in rovina. «Quando hanno arrestato il mio compagno non sapevo che fare, dove sbattere la testa. Ho fatto tutto quello che ho potuto, ma non avevo più soldi e sono venuta a prendermi una casa qui». Casa ben tenuta, con amore. Dentro c’è un’amica che lei ospita. «È in difficoltà, ci sono passata pure io, come faccio a lasciarla fuori?». Claudia ha provato a scappare, a Milano prima, a Verona poi. Ha sognato Londra, Parigi. «Ma non ce la faccio, anche per le figlie. Devo cavarmela qui. Ma senza commettere più errori. Ora aiuto in casa d’altri, riesco a guadagnare anche 20 euro l’ora, in maniera corretta. È dura, ci vorrebbe una mano, per ricominciare con dignità. Vengono qui a parlare del degrado, dello spaccio. Nessuno nega i problemi, ma come si può venirne fuori? Vogliono abbattere tutto, sgomberare. Ma dove andiamo?». Claudia tutti la salutano. Caterina di anni ne avrà il doppio dei suoi, anche di figli ne ha il doppio dei suoi. Il marito lo ha perso anche lei, un figlio in galera. Caterina che si dedica ai suoi due cani come se fossero l’umanità intera. «Qui ci aiutiamo, tra donne in particolare, perché tutte abbiamo la stessa storia» racconta. Ha battuto la strada, ha spacciato droga, ha fatto il carcere. «Qui passa lo smistamento di enormi quantità, si guadagna facile. Non ne potevo più, ho detto basta, lasciatemi perdere. Meglio stringere i denti, ma non vivere più in quei giri». Alle loro spalle la scritta ‘La dignità non crolla’, ricordo del ‘festival dell’illegalità’, organizzato dai residenti, come provocazione per le autorità che non ci sono.

 

La viceprefetto

Per trovare lo Stato bisogna andare nella piazza centrale di Castel Volturno, pochi chilometri da Parco Saraceno. Un altro pianeta. Una cartolina per turisti. Il fiume Volturno scorre placido sullo sfondo, bar con i vecchietti che parlano del Napoli-calcio, il municipio con le aiuole. Il comune è stato commissariato per infiltrazioni camorristiche nell’aprile 2012. Da allora è governato da tre commissari prefettizi, Anna Manganelli è una dei tre. «Non mi sento speciale perché donna. Sono un funzionario pubblico, come gli altri. Un servitore dello Stato, un vice prefetto» foulard elegante, caschetto biondo, la voce dolce ma ferma. «Il mandato che abbiamo ricevuto per Castel Volturno è di diciotto mesi, ne mancano tre. Abbiamo lavorato per ripristinare la macchina comunale, se non funziona quella non si va da nessuna parte. Partendo dai regolamenti, assenti. Bisogna sapere cosa e come si può fare, con paletti precisi. Nostro obbiettivo è portare Castel Volturno alla normalità. Quando mi hanno nominata ho accettato con entusiasmo. Dopo 25 anni di carriera, mi sento di dare di più, in un territorio difficile, faticoso, impegnativo, ma appassionante. Quando mi sono affacciata per la prima volta dal balcone che da sulla piazza, era una desolazione. Tutto spoglio, anche il mio ufficio. Le vede queste bandiere? Sono nuove. Gesti piccolissimi, ma da questo si inizia. Mettere cura. Con 7mila euro abbiamo rifatto i bagni nelle scuole elementari. I soldi c’erano anche prima, solo che venivano spesi in progetti assurdi, come un bando da un milione e 200mila euro per le numerazioni civiche delle vie. Per pagarlo è stato contratto un mutuo, che ancora pesa sulle casse municipali. Qui tutti hanno preso. Sono entrata e ho trovato questa stanza vuota, un simbolo della spoliazione che ha subíto questo territorio. Prima di arrivare mi sono documentata e a coloro che mi dicevano che i traffici illeciti erano nascosti ho sempre risposto che i rifiuti e le altre economie dell’illegalità agivano alla luce del sole. Ho detto ‘hanno ucciso il vostro territorio sotto i vostri occhi’. L’anno scorso abbiamo coperto le buche delle strade, abbiamo riaperto una scuola elementare. Questo è un territorio che definire difficile è un eufemismo. Sulla tradizionale comunità castellana si sono stratificate, nel tempo, una serie di comunità ‘espulse’ dalle grandi metropoli, con un bagaglio di disagio molto forte. I castellani dicono “noi siamo mille, gli altri sono tutti forestieri”. Nella vita quotidiana, però, c’è molta più integrazione che a parole. Abbiamo novanta etnie differenti iscritte all’anagrafe comunale. Con tutti i problemi che potevano insorgere con la prima generazione, il futuro è meticcio».

 

Paola

Paola Castelli informatica.  Nel 2011 si è stancata di stare a guardare lo scempio del suo territorio, con altri volontari ha fondato l’associazione ‘Le Sentinelle’ e ha adottato l’Oasi faunistica dei Variconi, una meraviglia ornitologica nei pressi di Castel Volturno. «Il sabato veniamo qui, con pale e sacchi della spazzatura. Puliamo tutto, sia l’estuario del Volturno che l’Oasi. Il sabato dopo è di nuovo un disastro». Il paio di occhiali da sole non nascondono il sorriso luminoso. Maglietta bianca e jeans, tra rifiuti di ogni tipo. «Troviamo di tutto, anche rifiuti di origine sanitaria, molto pericolosi. Ma ci siamo stancati di aspettare che qualcuno faccia il bene di questo territorio. È casa nostra, ci pensiamo da soli. Combattiamo per i Variconi e contro una mentalità che aspetta sempre aiuti dall’alto. Parliamo di mobilitazione civica, di associazionismo indipendente e non politicizzato, di volontariato. Risanare, recuperare i ruderi e i resti di ciò che resta del paese. È stata dura, ma sono tornati i fenicotteri, gli aironi e le garzette». Mostra orgogliosa le torrette di osservazione in legno, che il vandalismo aveva distrutto. «Un giorno abbiamo trovato un cumulo di ceneri in una torretta. Non sappiamo se sia o meno un avvertimento. Andiamo avanti, capiranno che in un posto bello vivono meglio tutti».

 

Valeria, Daniela

Traffico di droga, prostituzione, sfruttamento dei braccianti nei campi. Popoli in cammino che in transumanza passano per queste terre, tappa intermedia tra Lampedusa e l’Europa del Nord. Vivono dove e come possono. A Destra Volturno, una delle frazioni, all’improvviso tra le case diroccate occupate dai migranti, un bus rosso. Sulla fiancata ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Art. 32 della Costituzione’.

È il polibus di Emergency attrezzato a pronto soccorso. «Mi chiamo Valeria, faccio l’infermiera, vengo dalla provincia di Venezia. Ho già lavorato con Emergency in Sudan, per un anno. Sono volontaria e mi fermo per le mie ferie». Prepara il lettino per le prime visite mediche. Fuori si avvicinano i primi migranti. «Non serve andare tanto lontano per trovare situazioni critiche. Sono qua da pochi giorni e mi sembra un’altra Italia. La situazione è davvero dura. Non me l’aspettavo. Arrivano soprattutto stranieri, in maggioranza dal Nord Africa e dall’Africa centrale. Anche italiani però, differenti per patologie, ma tutti disorientati. Persone che non sono in grado di gestire da sole i passaggi per accedere alle cure mediche o che non possono permettersele. Ci occupiamo di loro sia da un punto di vista sanitario che da un punto di vista orientativo, accompagnandoli a livello burocratico. A me e a un’altra infermiera, oltre al medico, si affiancano due mediatori culturali, che svolgono un ruolo non meno importante del nostro. Le patologie sono varie, legate spesso alle condizioni abitative disastrose. Non hanno un tetto per ripararsi, si arrangiano e allora reumatismi, influenze, infezioni polmonari. In altri casi hanno il diabete senza saperlo, come per l’ipertensione. I bambini, condividono gli stessi disagi e ne portano gli stessi segni, spesso senza vaccinazioni». Aspettano nella sala d’attesa, neri silenziosi, timidi, educati. Poche donne però. «Mi piacerebbe molto lavorare con le persone che ruotano attorno al mondo della prostituzione» spiega «purtroppo non si fanno vedere, non si avvicinano al polibus. Venendo qui le osservavo e mi chiedevo quanto di utile si potrebbe fare per loro. Non è facile, lavoriamo sotto gli occhi di tutti, non si può far finta di non vedere. Sono ragazze giovani, giovanissime in alcuni casi. Non si sa nulla di loro, si vedono solo per la strada, poi spariscono. Bisogna insistere».

Attrice e regista teatrale, Daniela Cenciotti dice: «Con ‘Titania Teatro’ lavoriamo qui da anni. Dizione, giocoleria, spettacoli. Fino a qualche tempo fa avrei detto che Castel Volturno è una realtà meravigliosa, dove convivono storie e culture, ed è questo uno dei motivi per cui mi piace viverci. Adesso è diverso. Tutto è cambiato, ma le persone sono ferme a un passato che non esiste più. Come se uno volesse tornare ad essere adolescente. La campagna che circonda Castel Volturno, il suo mare, la costa, il fiume rendono questo un posto stupendo. Luogo di ricchezze enormi, ha il problema di quelli che lo abitano. Tutti rivolti verso un passato che è stato di sicuro importante, ma è passato. Intanto, fuori da qui, lo raccontano solo come territorio extraleges, di prostitute, spaccio, extracomunitari». Daniela, tra una sigaretta e l’altra, tormentando un casco di riccioli biondi. «Il vero problema è che in un territorio così grande i vari centri sono separati, non comunicano tra di loro. Qui, a Pineta Mare, rispetto al centro di Castel Volturno, è un altro mondo. Vivo qui, più o meno, da venticinque anni e sono comunque considerata una forestiera. Tutte isole dello stesso arcipelago, ma percepite in modo diverso. Tutto è disgregato e il migrante più del resto. Droga e prostituzione? Castel Volturno non è peggio di tanti altri posti. Ma questo posto si racconta sempre così, a una sola dimensione. Torno a casa, di notte, da sola, e in 25 anni non mi è mai successo niente. Anzi ho trovato più aiuto che problemi, detesto i professionisti della critica a prescindere. Gli abitanti di Castel Volturno sono afflitti dalla sindrome di Groucho Marx: non apparterrei mai a un club che accettasse me come socio. Non siamo un’oasi, un’isola felice, i problemi ci sono eccome, ma bisogna accettarsi, per andare avanti». I ragazzi del laboratorio teatrale di Daniela arrivano uno a uno, con le macchine. «Esiste un bus che collega Castel Volturno a Napoli, ma non una linea che collega un territorio vasto e parcellizzato. Come si crede di costruire una rete di relazioni senza trasporti?» si chiede. «Sfatiamo un altro luogo. “Abiti sulla Domiziana?” dicono “allora scendi di casa e trovi le ‘storie’”. Uno può pensare chissà quante storie, quanto materiale umano. No, non è così, vedi sempre la stessa storia: gli uomini che fanno la spesa, gli uomini che parlano di politica, gli uomini che stanno al bar. Sullo sfondo le donne con tutta una loro rete sommersa, ma sono gli uomini che si muovono sul palcoscenico. Uno dei grandi errori verso i giovani di questo posto è stato immaginare che tutti dovessero essere impegnati nel sociale. Certo, ma serve il divertimento, la leggerezza. Noi viviamo a Castel Volturno una situazione molto articolata: se non si insegna ai bambini a vivere in una forma più complessa, con tutti gli aspetti della vita, non si otterrà mai nulla. Non c’è una biblioteca, solo due cinema di cassetta, idem il teatro. Eppure è attraverso questi linguaggi che si costruiscono i cittadini, non con la retorica. Non ho figli, ma ho avuto tanti ragazzi. Non ho mai voluto creare attori, ma spettatori consapevoli e con strumenti critici. Ma qui si lavora solo sull’emergenza, sul momento, su quello che in politica paga subito. E i neri che si sono ribellati al massacro, sono stati gli unici, da soli. Qui si dissertava sui distinguo - come, perché, potrebbe essere -, ma rimane la strage. E noi? Nulla. Perché questo esercito di clandestini conviene a tutti, a partire da chi li sfrutta per finire con chi ci guadagna, affittandogli le case. Questo è tutto, se non si sfrutta la ricchezza che regala il multiculturalismo, si spreca un’energia decisiva».

 

Susan

Comune di Castel Volturno, ufficio Anagrafe. Susan Darboe, nera, giovane, bella. «Sono nata ad Aversa, come i miei due fratelli, ho 22 anni. Mia madre è ghanese, mio padre nigeriano. Studio giurisprudenza alla Federico II di Napoli, da quattro anni lavoro con la Cgil, per aiutare i lavoratori immigrati e, da un anno, sono la responsabile dell’ufficio immigrazione. Dopo la firma di un protocollo di intesa tra il comune di Castel Volturno e la Cgil, mi occupo di uno sportello informativo per i migranti di questo Comune» parla e pensa napoletano «sono nata in Campania, ad andar via non ci penso proprio, vorrei continuare a lavorare per il mio territorio anche dopo la laurea. Andar all’esterno men che meno, conosco bene le ferite dei miei genitori, il prezzo della migrazione. Le cicatrici restano sempre. Voglio restare qui, sono italiana e di questa terra, anche se mi costringono a rinnovare il permesso di soggiorno. Ghanese, nigeriana, italiana, a volte ho delle crisi di identità... Castel Volturno la sogno come un’avanguardia della nuova Italia, quella colorata e ricca di diversità, come gli Stati Uniti. In Africa ho tutti i parenti dei miei genitori. Non sono mai stata in Africa, ma conosco a fondo la cultura di mia madre, i racconti dei miei genitori, le loro storie, le favole che ascoltavamo da bambini. Ma sono italiana. Ci andrò in Africa, da turista però» e ancora «Castel Volturno è un laboratorio. Pieno di problemi, ma multietnico, multiculturale. Convivono culture, senza difficoltà, la mescolanza avviene giorno per giorno. Le persone con una mentalità chiusa ci sono, certo, ma grazie al mio lavoro faccio da ponte tra i due mondi. Anche gli stranieri hanno pregiudizi. Ostili loro con gli italiani come il contrario. Lavoro a questo: facilitare l’integrazione, contribuire alla crescita di una società meticcia, che prenda il meglio delle culture che convivono qui e in tutta Italia». Il futuro di Castel Volturno è donna, la riscossa senza padrini, le persone che non sono sudditi spaventati, i nuovi cittadini.

Bambini e fango

Sabato 30 Ottobre 2010 12:17 Pubblicato in Aprile

di Giovanni Mereghetti

Giovanni Mereghetti, fotogiornalista, vive e lavora in provincia di Milano. Inizia la sua attività di fotografo nel 1980 come free-lance e collabora adesso con le più importanti agenzie italiane di reportage geografico e fotografia sociale. Ha documentato l’immigrazione degli anni ’80 a Milano, il ritiro delle truppe vietnamite dalla Cambogia, la via della seta da Pechino a Karachi, l’embargo iracheno, il lavoro minorile in Malawi, gli aborigeni nell’anno del bicentenario australiano nonché numerose spedizioni sahariane. Tra i suoi numerosi libri Ciao Handicap! (1999), Omo River e dintorni (2002), Bambini neri (Les Cultures-Sahara el Kebira, 2004), Friendship Highway ...verso il Tibet (Bertelli editori, 2005), Destinazione Mortirolo (Bertelli editori, 2006), Nuba (Bertelli Editori, 2006), Da Capo Nord a Tombouctou… passando per il mondo (Immagimondo-Bertelli Editori, 2007), Veli (Les Cultures edizioni, 2008). Molti suoi reportages hanno come teatro l’Africa. Di questo continente dice:“L’Africa ha il potere di trasformarmi completamente, facendomi diventare un’altra persona. È una terra che appartiene ad ogni uomo. Quando sono lì, quando la vedo, ho la sensazione di conoscerla da sempre, di esserci già stato, tutto mi sembra diverso, oppure antico, già conosciuto. Accanto alle ferite del suo cuore più povero, c’è anche lo spazio per viaggiare e capire”.
Ecco perché di Giovanni Mereghetti propone qui due brevi reportage: Bambini e fango, sul lavoro minorile in un villaggio del Malawi e L’Airone nero, su Abdulaye Thiam, corridore in bicicletta di Albino (Bergamo), di origini senegalesi.

Gran Ghettó

Martedì 12 Novembre 2013 06:59 Pubblicato in 03 - 2013

di Clelia Bartoli

foto di Piet Den Blanken e Giulia Coccoloni

 

Le foto satellitari di Google Earth, ordinate cronologicamente, svelano che sulla vasta pianura del tavoliere delle Puglie si stanno formando slum rurali: vere e proprie baraccopoli simili a quelle di Nairobi, Mumbai e San Paolo, ma in Italia. Segno che in Europa tornano ghetti e schiavitù.

Fiat exit. Occupazione, repressione, diritti

Lunedì 11 Novembre 2013 12:54 Pubblicato in 03 - 2013

di Piero Del Giudice

foto di Stefano Cardone

 

 

Fiat - Chrisler-Fiat o solo Chrisler che sia - sta chiudendo le fabbriche italiane. Le ultime sortite dell’ad del gruppo, Sergio Marchionne (‘an italian-canadian manager’), assicurano obbedienza alla Corte Costituzionale - reintegrazione delegati Fiom e sindacato di categoria - e l’investimento di 1 miliardo di euro nello stabilimento di Mirafiori. Contemporaneamente Marchionne chiede la cassa integrazione per un anno per tutti gli operai (più di 5000) - costo collettivo di oltre un miliardo.

Karima e le altre

Venerdì 26 Agosto 2011 00:00 Pubblicato in Settembre

di Giovanni Mereghetti


Lungo la valle del Nilo, tra Sudan e sud dell’Egitto, è l’area geografica dell’antica civiltà nubiana, ponte tra il Mediterraneo e l’Africa Nera. Le donne rappresentano la forza vitale di questo popolo. Vivono dedicandosi alla famiglia. Assecondano i desideri dei loro uomini, condividono il matrimonio con le altre mogli, accudiscono gli anziani, crescono i bimbi - sempre numerosi nella famiglia nubiana.
Gentili, disponibili, si prestano ai tempi del fotografo, hanno un senso estetico e della propria immagine molto alto, quand’anche in casa, quand’anche intente a cucinare o a rassettare il cortile con quelle scope un po’ corte che impongono al corpo di chinarsi fino al pavimento.

L’Airone nero

Mercoledì 30 Marzo 2011 09:52 Pubblicato in Aprile

Quando si parla di Bergamo, la memoria sportiva va al mondo del ciclismo: Ivan Gotti, Felice Gimondi, Paolo Savoldelli…Molti corridori, giovani e meno giovani, dilettanti e quasi professionisti, ogni “maledetta” domenica, pedalano nelle valli scalando verso le cime delle montagne della Val Seriana, discendendo a capofitto. Alla periferia di Albino vive una giovane famiglia senegalese, i Thiam.
Il papà, Elhadji “Omar”, fa il saldatore in un’azienda del paese e la mamma Mbene è casalinga ed ha il suo da fare con tre figli, Papi, Adim e “Abdul” Abdulaye. Omar è in Italia dal 1989 e in questa zona della provincia di Bergamo è molto conosciuto. È un gran lavoratore ed è appassionato di quasi tutti gli sport.
Abdulaye “Abdul” è il primogenito. È nato ad Alzano, vicino ad Albino, ai piedi delle Orobie, dentro il distretto della Valle del Serio, 15 anni fa. È alto 1 metro e 87 centimetri. Da bambino, con l’incoraggiamento del padre, ha provato a cimentarsi nei pulcini della squadra locale di calcio, ha fatto anche qualche tiro a canestro, ma gli sport di squadra non lo entusiasmavano. Un’altra passione ha investito il ragazzo, quella della bicicletta. È cominciato tutto a 6 anni, con la prima bici. “Prima ho provato altri sport - dice Abdul - calcio, atletica leggera, corsa. Un giorno mio padre Elhadji “Omar” mi ha portato a vedere una bicicletta, l’ho provata, si è accorto che andavo bene e me l’ha portata a casa. Avevo sei anni”. Poi il datore di lavoro di Omar - che ha un posto di responsabilità nell’associazionismo e nel ciclismo nel vicino paese di Cene - ci ha messo del suo e ha convinto il padre a mettere Abdul su una sella da corsa “Ho provato un po’ di biciclette prima di trovare la misura giusta. Lì mi sono convinto”. Ha una bella impostazione, è ben disteso sulla bicicletta, impugna il manubrio con sicurezza, la testa è sempre bassa con lo sguardo rivolto verso la strada, le forze sono ben dosate e le traiettorie, disegnate nelle curve, sono come le pennellate di un artista, senza sbavature.
Uno stile da cronoman. La bicicletta è uno sport di grandi sacrifici. Perché corre Abdul? “Per la consolazione alla fine delle gare. La gara è bella, non vedo l’ora di farla la gara”. La gara, ecco. “Alla partenza sono agitato - dice -, prima della gara è normale, ma durante la corsa cerco di dare il massimo. Non è solo un problema di forza, bisogna soprattutto ragionare: quando aumentare la velocità, quando diminuirla, vicino all’arrivo cercare di guadagnare le posizioni migliori, quando dare l’ultimo sforzo. Sono uno che spinge bene sui pedali, me lo hanno detto i primi coach. Noi facciamo corse di linea, non corriamo in circuito. Ho vinto negli anni scorsi alcune gare, ma ultimamente quasi niente. È un passaggio così. Quando vinco esplodo di gioia”. Prima di entrare nella categoria “allievi” ha collezionato dieci vittorie e numerosi piazzamenti e due titoli di campione provinciale bergamasco. Le magliette bianche, con gli stemmi giallo-rosso della provincia di Bergamo, sono posate sui trofei, in bella mostra nel salotto di casa, accanto agli oggetti di artigianato africano ai quali tutta la famiglia, orgogliosamente, tiene molto, a testimonianza delle origini. Tre volte la settimana si allena sulle strade nei dintorni di Albino e adesso che è negli “allievi” va fuori a correre e fa gli allenamenti invernali in Liguria. Chi ha praticato il ciclismo sa cosa significa confrontarsi con i corridori di queste parti. Nelle valli bergamasche i ragazzini hanno la bici nel sangue e quando si gareggia non esistono amici, si pedala e basta, vince il più forte. Però, quando chiedo ad Abdul se qualcuno lo insulta in gara con epiteti razzisti, risponde: “Mai mi sono scontrato, c’è sempre rivalità ma non investe la persona, la razza”. Il ragazzo frequenta il secondo anno all’Itis di Gazzaniga per il diploma di perito, ma “Dopo voglio solo correre”. Come è messo con gli amici? Chi frequenta? La comunità senegalese in valle o anche gli italiani? “Amici sia italiani sia di origine senegalese come me. Sono tesserato nella “Ciclistica Valle Seriana”, il presidente è il signor Mario Duccini. Lì ho molti amici. Poi gioco un po’ anche al pallone ed ho amici anche lì. Andrea è italiano ed è il mio migliore amico. Stiamo nello stesso quartiere, ha la mia età, la nostra amicizia va avanti da quando eravamo bambini. Sono di religione islamica, ma non praticante.”
Ad Albino e nella valle lo chiamano L’Airone nero. Ormai va a correre sempre più spesso fuori provincia (Brescia, Lecco) è pronto per spiccare il volo. In aprile riprendono le gare. “ Dopo gli allievi ci sono gli juniores. Il mio sogno è arrivare professionista, ma manca tanto. È difficile, occorre molta forza di volontà, molta passione e bravura”. E i costi, chi li sostiene: la bici, la tuta, la maglia, le trasferte? “La società, la squadra”. Alla “Ciclistica Valle Seriana” gli “allievi” sono otto. Alla domanda di come sta Abdul in graduatoria tra questi otto, il ragazzo non risponde “Non si pensa così, non si parla così”.
Nella cameretta di Abdul, vicino allo zainetto della scuola, ci sono due fotografie: una di Marco Pantani, l’altra di Damiano Cunego. “Quando studio storia o geografia, ogni tanto, guardo le fotografie dei miei idoli sportivi e mi perdo in qualche sogno ad occhi aperti”. La fotografia di Coppi che passa la borraccia a Bartali, su una salita del tour de France, è diventata un simbolo del ciclismo e dello sport. Mi piacerebbe poter scattare una fotografia come quella, magari sul Selvino, mentre Abdul passa una borraccia a un ciclista della San Marco di Vertova - la squadra rivale in valle sotto il Selvino tutti - sarebbe il trionfo dei popoli.

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