di Fabio Viola
foto di Tipsimages e Fabio Viola
Non pioveva, non c’era il sole, non era nemmeno sereno. Il cielo visto dal tredicesimo piano era una piana incolore, una lastra grigio-blu appoggiata sui monti intorno alla città. Dalle nostre postazioni, cubicoli grigi e beige, buttavamo un’occhiata all’esterno tra una lezione e l’altra, eseguendo le operazioni di connessione per la lezione seguente. Dal centro multimediale di O¯saka ci collegavamo con studenti in tutto il Giappone per insegnargli le nostre lingue occidentali.
Cina
La Grande Onda nera
di Giorgio Cortassa
foto Tipsimages
Ero bambino e lo zio Giordano, vecchio Comandante, mi raccontava della Tempesta: ”E quando la Grande Onda sta per arrivare allora la nave va giù, giù, giù dentro alla fossa del Mare, che sembra nulla mai più la potrà fermare …”
“La mia preoccupazione e la mia speranza sono i giovani. La loro è una condizione ai margini. Sono precari - nel lavoro, nei modi di pensare e comunicare - sono disorientati, dipendenti. Ma è su loro che si fonda la possibilità di una società diversa. Il mio pensiero costante è per le donne, la mancanza dei servizi nei quartieri, le fatiche e le barriere che si alzano ogni giorno sulla donna. Ma è solo con le donne -con la loro forza e fantasia - che si potrà cambiare il mondo, e cambiare i quartieri di cui mi occupo ogni giorno nella mia città, nella mia Zona. Il mio sentimento è di indignazione davanti alle condizioni in cui vivono tanti lavoratori stranieri che abitano nella Zona, per la discriminazione che ne fa dei figli di un dio minore, dal problema della casa, della famiglia, del ricongiungimento familiare, alle libertà culturali e confessionali... Questi, più altri propositi, costituiscono il “credo” che recito - non in virtù della mia educazione cattolica, ma per i miei fondamenti democratici - ogni mattina di ogni giorno, dal lunedì al venerdì (ma anche il sabato e la domenica), prima di cominciare il lavoro di relazioni, di ascolto e di intervento che mi impegna come presidente del Consiglio della Zona 9.”
di Piero Del Giudice foto di Bruna Orlandi
Le città italiane sono divise in circoscrizioni o “zone”. Niente a che fare con La Zona, il film del messicano Rodrigo Plà. Lì la Zona, è un quartiere ricco nel centro di Città del Messico, recintato e protetto da guardie private. A Milano le zone sono strutture politico-amministrative decentrate nel territorio. Sono 9 in tutta la capitale lombarda. Più o meno corrispondono ad una popolazione di 160-170.000 abitanti per zona. Sono composte da più quartieri senza una logica apparente. L’istituto di gestione è il Consiglio. Nove consigli per altrettante zone, ognuno con 41 consiglieri - a parte il Consiglio della Zona 1 (il centro, con meno abitanti) che ha una decina di consiglieri in meno. I consigli di zona vengono votati dagli elettori di Milano, nelle consultazioni amministrative.
Beatrice Uguccioni, è presidente del Consiglio di Zona9, una delle due presidenti donna di Milano - una rarità -, ma quello che la rende unica è il fatto che il Consiglio di Zona che presiede è, nella città, l’unico di centro-sinistra. Affori, Bruzzano, Niguarda, la Bovisasca, la Comasina, l’Isola…tutti con una forte storia sociale e culturale i quartieri della Zona9. Già teatro di lotte della Resistenza e di lotte operaie del dopoguerra (Niguarda la “rossa”), vivaci insediamenti culturali all’Isola, notti bianche di una stanca “Milano da bere” a Garibaldi-Corso Como (qui i ritrovi della nuova borghesia della speculazione edilizia, della moda e degli studi televisivi).
Autoctona, nata a Bruzzano quaranta anni fa, tre figli - Chiara 12 anni, Andrea 10, Luca 6 che “porto a scuola ogni mattina” - Maurizio, il marito, funzionario di banca che fa buon viso alle sue scelte sociali e politiche, Beatrice: “Ho fatto il liceo classico all’Omero di Bruzzano, mi sono laureata in filosofia con una tesi sperimentale sull’inserimento degli stranieri a Milano - in particolare delle famiglie e soprattutto delle famiglie filippine”.
Non passa giorno in cui in Italia non siano inquisiti e/o arrestati, Sindaci, assessori, consiglieri comunali e regionali. Tra due mesi (15-16 maggio) c’è il rinnovo amministrativo. Lei ha fama di persona onesta, per quattro anni ha gestito una vasta zona come la 9 e si ripresenta candidata. Perché?
Gli scandali ricorrenti sono talmente lontani dallo spazio di azione dei Consigli di Zona che non rispondo se non riaffermando i miei interessi sociali e le mie convinzioni politiche. La mia storia politica è semplice, vengo dal partito Popolare di Martinazzoli, che è confluito nella Margherita, poi nell’Ulivo e poi nel Pd Partito Democratico, all’interno della cui lista mi ripresento. A sedici-diciassette anni ho seguito i corsi di preparazione politica e impegno civile organizzati dalla diocesi allora guidata dal cardinale Martini. Ho lavorato cinque anni in università seguendo le problematiche del volontariato e degli stranieri e per dieci anni in Regione per il Partito Popolare: tematiche sanitarie e redazione della rivista Noi popolari. Nel 2001 mi sono candidata in zona come consigliera e sono stata in consiglio all’opposizione sino al 2006. In quell’anno sono stata eletta con l’Ulivo e da allora sono presidente della Zona.
Quando parliamo di Zona 9 di cosa parliamo?
Di 168.000 abitanti - una realtà grande quasi come Brescia, la seconda città della Lombardia - parliamo di dieci e più quartieri con caratteristiche e problematiche diverse e di una popolazione composita per lavoro e attività svolte, per età e per nazionalità. Ci sono quartieri in cui è forte la presenza degli anziani, alla Nuova Bicocca c’è una forte presenza di giovani e ci sono quartieri popolati da non italiani che frequentano le nostre scuole, hanno bisogno di servizi, lavorano qui, vivono qui, consumano qui. I quartieri si sono enormemente trasformati in pochi decenni. In via Imbonati c’era la grande Carlo Erba con migliaia di chimici, alla Bicocca dove adesso ci sono i complessi universitari c’era la Pirelli con quindicimila operai, Niguarda era un quartiere operaio molto combattivo e di questo rimane traccia nelle scelte culturali del Teatro della cooperativa di Renato Sarti…
A proposito, con teatri e spettacoli il Consiglio ha lavorato bene, no?
Il Teatro della cooperativa e il Teatro Verdi all’Isola sono le realtà più significative. Con loro e altri abbiamo collaborato anche al progetto “card Zona 9 a teatro gratis” e teatro a prezzi agevolati. Con possibilità di offerte particolari, creando un piccolo movimento di neofiti del teatro che ha caratterizzato la zona.
Quali risorse hanno i consigli di zona?
Le circoscrizioni rappresenterebbero delle grandissime opportunità e hanno grandi potenzialità. Ma non sono sfruttate. A differenza di Roma dove ci sono le municipalità, cioè amministrazioni zonali con un bilancio proprio autonomo e autonomia anche nelle scelte, a Milano i consigli di zona sono del tutto dipendenti dalla amministrazione centrale e hanno sempre meno risorse. Sul bilancio, sulle licenze grandi e piccole, sulla viabilità e la progettazione edilizia di piano, a noi viene chiesto solo il parere consultivo, non è vincolante. Sulle questioni edilizie…
Ecco il piano urbanistico, la questione edilizia! Il Comune dice che concede licenze di edificazioni e deroghe perchè la popolazione di Milano aumenterà in breve di mezzo milione di abitanti. Lei cosa dice?
Da questa città la gente scappa, altro che aumentare. Nella mia zona palese e drammatica è la speculazione edilizia nei quartiere Isola, Affori e Bruzzano, dove c’è stata una modifica urbanistica di grande impatto, con aggravamento delle tradizionali problematiche: ad aumento di edificazione non è mai corrisposto aumento di servizi. All’Isola è aumentata l’edificazione, una edificazione di lusso che contrasta con il ridimensionamento della crisi, fanno appartamenti i cui futuri fruitori dovrebbero essere milionari. Sono progetti che abbiamo contrastato decisamente. Sui pareri negativi che abbiamo dato sono tranquillamente passati sopra, sulla richiesta che almeno venissero garantiti servizi per i cittadini - centri civici, biblioteche, centri anziani, servizi per i giovani - c’è sempre una grande nebbia. Non è possibile che un Sindaco, una giunta amministrino una città facendosi dettare le linee guida per la pianificazione della città da chi deve costruire.
Il Consiglio di Zona ha un po’ di autonomia, solo nella cultura e nell’associazionismo…
Sì, lì siamo autonomi, possiamo decidere quale tipo di progetto culturale e associativo sostenere. Ma le risorse sono poche, è molto limitante. I consigli di zona hanno poteri limitatissimi. Comunque, per gli anziani abbiamo aperto uno “sportello alzheimer” in collaborazione con l’ospedale di Niguarda…
Parliamo dei giovani?
D’accordo. Ad Affori con alcune associazioni abbiamo elaborato un progetto per creare uno spazio di aggregazione di quell’area giovanile che viene definita border line, quelli che “abitano le piazze perché non hanno altri luoghi dove trovarsi”. La questione-giovani è un po’ in tutti i quartieri. Ad Affori abbiamo dato in concessione uno spazio del Consiglio di Zona al «Centro di aggregazione giovanile la Lanterna». Uno spazio inutilizzato che abbiamo reso dignitoso - impianto elettrico, un minimo di ristrutturazione - e dato a questa associazione. Riattivato è molto utilizzato. Stessi problemi alla Bovisasca e in Comasina. A Niguarda abbiamo il «Centro di aggregazione giovanile di via Ciriè» nel bel mezzo delle case popolari, con una sala prove musicali, in un quartiere molto complicato.
Nessuno si occupa di questi giovani a Milano?
Ma basta guardare i parchi! Sono tutti tarati per una età che va da zero a undici anni, oltre alle altalene e ai cavallucci - a parte qualche esempio molto limitato di parete da roccia - non hanno immaginato niente! C’era una pista da skateboard e l’hanno chiusa.
In casa ci stanno male o una casa non ce l’hanno, spazi pubblici non ne ce ne sono, se dipingono sui muri li multano e anche li arrestano, se stanno in piazza a bere una birra li cacciano…
Ci sono due politiche. I ragazzi danno fastidio, circolano sostanze stupefacenti, si pestano, fanno rumore e allora si lavora sulla repressione. Poi c’è una politica aperta, che si interroga: perché questi giovani gravitano sulle piazze, perché vivono il disagio? Perché non hanno spazi sufficienti, per difficoltà in famiglia, per avere interrotto gli studi, perché non hanno un buon lavoro… Si devono prima di tutto offrire a questi ragazzi spazi per le loro attività e opportunità.
“Sicurezza”, nostro pane quotidiano. Cosa significa per Lei la “sicurezza”?
La filosofia che ha sempre distinto questa amministrazione di zona è quella di unire la richiesta di legalità con opportunità aggregative, presenza di associazioni soprattutto all’interno delle case popolari, cessione gratuita di negozietti chiusi perché se ne faccia presidio di incontri e relazioni…
Quando parliamo di pratiche discriminatorie palesi verso gli stranieri, di cosa parliamo?
L’immigrazione è un fenomeno strutturale, che ci accompagnerà per decenni, non può essere trattata come una emergenza. Il fenomeno appartiene alla questione sociale ed è sopranazionale. Il tema è agitato in chiave di “sicurezza” dalle autorità e dalle amministrazioni locali a fini di propaganda politica nascondendo così tutta l’impreparazione del Governo e dell’Amministrazione Comunale. A Milano, per esempio, gli stranieri sono impediti al ricongiungimento familiare con una serie di cavilli e di discriminazioni che hanno dell’incredibile, come quella che si rifà alla metratura della casa. Ostacolare i ricongiungimenti è una follia. Noi chiediamo ai non-italiani responsabilità, doveri, ma vogliamo garantire a loro i loro diritti.
Tra un colloquio e l’altro. Un sms e l’altro. La coppia di anziani che aspetta sul divanetto del corridoio del primo piano di villa Hanau – lineare residenza ottocentesca di campagna – davanti alla porta dell’ufficio di presidenza per protestare per gli schiamazzi notturni. Un altro che aspetta e ripete “che indecenza” le prostitute e i loro fuochi sulla Comasina. Gli operai in manifestazione contro la chiusura della loro boita, aspettano anche loro nel parco di villa Hanau. Le operaie e madri che vengono da Beatrice per gli asili nido pubblici che non hanno posti e quelli privati – ti pareva – che hanno alzato le rette a 5-600 euro al mese a bambino. Gli studenti con l’acqua che piove in classe, l’orchestrina che ha bisogno di uno spazio per le prove, la galleria d’arte che chiede una politica culturale più vasta.
Tra un consiglio e l’altro, con una opposizione che vota sempre contro, leader di una coalizione che stenta a lavorare in squadra. E ci sono i rapporti con l’amministrazione centrale, la Destra della Sicurezza e della Speculazione edilizia. E c’è la necessaria presenza nelle commissioni comunali - quelle della circoscrizione sono otto e non stiamo a dirle tutte - almeno quando si tratta di problemi inerenti la zona… dalle sette di mattina a prima di cena, e quando c’è Consiglio anche dopocena.
“La democrazia si costruisce ogni giorno”, così si congeda, con poche parole Beatrice della Zona9 che “non ho un minuto da perdere, se vogliamo salvare qualcosa”.
La “richiesta” di psicologia e psicoterapia è in costante aumento. I costi delle sedute e delle consulenze non sono alla portata di tutti e la crisi economica sta mordendo. A fronte di un bisogno di tutti gli strati sociali, solo le persone più abbienti hanno accesso alle cure e alle consulenze psicologiche. La salute mentale, sotto alcuni punti di vista sta diventando una cosa “per ricchi”. Il settore pubblico non riesce a soddisfare le richieste
dei cittadini, le prestazioni private risultano inaccessibili ai più: il terzo settore rappresenta l’unica alternativa. Organizzazioni di volontariato, fondazioni e cooperative sociali rappresentano per il tessuto sociale italiano risorse imprescindibili. Ed è cresciuta la consapevolezza della necessità di virare il proprio intervento in senso professionale. Per questo motivo, educatori professionali, psicologi, mediatori culturali e psicoterapeuti hanno potuto portare il loro contributo a un numero crescente di utenti. Come psicoterapeuta di matrice “adleriana”, ho sempre mantenuto un interesse per il “sociale” e per tutte quelle iniziative, più o meno spontanee, che dal basso, intendono occuparsi del prossimo. Interpreto il mio ruolo sociale di psicoterapeuta ispirandomi alla figura di Alfred Adler che, dopo essersi staccato dal circolo freudiano, ha avuto modo di sviluppare una teoria psicologica che sempre di più si è configurata in senso “filosofico”. Non si occupava solo di pazienti danarosi e borghesi, ma si dedicava anima e corpo alle fasce più deboli della popolazione, la classe media e la classe operaia nella Vienna di inizio Novecento. Ho la fortuna di collaborare con una realtà come la “Lanterna” che si occupa di interventi educativi rivolti agli adolescenti e che sostiene al tempo stesso, con interventi mirati e consulenze, i genitori, gli insegnanti e, in definitiva, il territorio. Lo psicoterapeuta non perde nulla della sua specificità nel momento in cui abbandona la stanza d’analisi (che pure è il suo contesto d’elezione) per occuparsi di ragazzi e famiglie, studiando e progettando interventi educativi sempre più specifici ed efficaci. La Lanterna rappresenta il classico esempio di realtà nata dalle persone per sostenere il territorio e lo psicoterapeuta può rappresentare un valido sostegno alle iniziative guidate dal sentimento sociale. Quello stesso Gemeinschaftsgefühl che Adler indicava come base fondamentale per una società cooperativa e come fattore fondamentale, in psicoterapia, per la costruzione di uno “stile di vita” sano e soddisfacente.
(Simone Cucchetti)
La «Lanterna», in viale Affori 12 di Milano, è un Centro di Aggregazione Giovanile (CAG) che opera nel quartiere. Le sue attività iniziano, su base volontaria, nel 1993, con una particolare attenzione ai minori. Si trattava allora di otto bambini, oggi i giovani seguiti dalla Lanterna sono una ottantina, con vari problemi e interessi e ci sono una settantina di genitori che hanno un rapporto costante con l’associazione per “fare meglio i genitori”. Negli anni Novanta a fianco dei volontari alla Lanterna cominciano a lavorare dei professionisti - educatrici, psicologi - e inizia anche la parte più originale e avanzata del lavoro, quella di progetti educativi “di strada” che partono dal principio di andare ai giovani invece che aspettarli, conoscere i problemi nel loro teatro concreto invece che immaginarli. All’inizio del millennio la Lanterna apre due “sportelli” pubblici, uno per gli adolescenti e uno per i genitori.
L’associazione è prima di tutto luogo di socializzazione e aggregazione dei giovani. Si occupa delle attività scolastiche, formative e ludiche dei giovani e continua ad occuparsi delle famiglie spingendole a una partecipazione più attiva alla vita e cultura dei loro figli (la cosidetta “genitorialità sociale e attiva”). La linea della associazione è: mettere al centro i giovani, farne dei protagonisti in una società che deliberatamente li ignora. Sono nati allora i laboratori, i cineforum, gli stages di fotografia, di teatro, di murales, si animano riti di relazione e ritrovo come cene, pic-nic, merende al parco, gite, weekend al mare o in montagna. Lo sport ha ampio spazio: calcio, pallavolo, rugby, nei campi aperti e nel parco pubblico di Villa Litta, e ha spazi indoor: tennis, pattinaggio su ghiaccio, tornei di calcio invernali, piscina.
Con le scuole del quartiere la Lanterna ha un “protocollo di intesa” basato sul lavoro volontario di alcuni insegnanti, per un “piano educativo e scolastico personalizzato”.
Renato Sarti - scrittore, attore e regista – è il fondatore e l’anima del Teatro della cooperativa di Niguarda. Quando nasce e perché questo teatro?
La Cooperativa Edificatrice di Niguarda, fondata nel 1894, al suo interno aveva un salone, la Sala Risorgimento, dove non si svolgeva una attività teatrale e culturale continuativa. Io cullavo un vecchio sogno: gestire un teatro. L’incontro è stato proficuo. Nostro presupposto era quello di fare teatro e dare spazio a incontri, dibattiti, corsi. Così siamo diventati un luogo di libertà, spazio per realtà culturali, teatrali e associative dentro la più generale realtà che viviamo.
Niguarda, periferia operaia del secolo scorso, quartiere della Resistenza. È rimasto qualcosa?
I giovani sanno poco, niente o male di quello che è successo. Il Paese non ha memoria, a Niguarda esiste un patrimonio da valorizzare e salvaguardare. Il primo spettacolo prodotto autonomamente dal Teatro della Cooperativa è infatti Nome di battaglia Lia. Un testo basato su testimonianze raccolte da noi e in precedenza dalla sezione Anpi di Niguarda sulla vita e la morte di Gina Galeotti Bianchi, nome di battaglia Lia (partigiana incinta di otto mesi uccisa il giorno prima della Liberazione).
Pièces fortemente impegnate I me ciamava par nom 4478 con la Sua interpretazione; Mai morti con Bepo Storti...manifestazioni originali di lotta come quella delle ragazze del call center di Legnano - replica nostrana e al femminile di Full Monty …
…incontri e dibattiti con gli operai della Innocenti, con le associazioni che si battono per i diritti dei lavoratori stranieri, che difendono l’acqua come bene pubblico, con gli operai della Vilnys … Il teatro come luogo di libertà e unità.
Niguarda e il Teatro della cooperativa sono nella Zona9 di Milano. Che rapporto avete con le altre realtà culturali e associative e con il Consiglio di Zona?
Molto proficuo e importante - soprattutto per l’organizzazione della rassegna Il Teatro nei cortili. Sono tantissime le realtà culturali, teatrali, associative con le quali abbiamo collaborato in questi anni. Oltre al Consiglio di Zona non posso non ricordare la Edificatrice di Niguarda, la Lega Coop e la Coop Lombardia, le Cooperative di Affori, di Dergano, i circoli Arci, i centri sociali, artisti, uomini di cultura o che operano nella società civile - da Franca Valeri a Giulia Lazzarini, da Moni Ovadia a Paolo Rossi, da Ale & Franz a Carlo Lucarelli, a Don Gallo…Sono poi convinto che un giovane che studia uno strumento musicale, recita o dipinge sarà anche un cittadino migliore. Solo una politica miope può illudersi di risolvere i problemi che attanagliano le nostre periferie solo con l’intervento delle forze dell’ordine.
La zona 9 è flagellata da una fortissima speculazione edilizia…
Vorrei una città dove si vada in giro in bici tranquillamente, si respiri un’aria pulita, si dimetta l’automobile, si potenzi il trasporto pubblico.
Opera nel cuore culturale di Milano, all’Isola. Di fronte alla galleria lo studio di Giancarlo Ossola, poi studi di posa, negozi d’arte, club musicali che animano la vita culturale del quartiere. L’ingegner Dorino Iemmi è il direttore della Galleria d’arte “Ostrakon” di via Pastrengo, 15. Quando e perché la galleria?
Nel momento in cui mio figlio Guido decide, per mancanza di sponsor, di chiudere la sua nel luglio 2009. Ho cambiato solamente il nome: da “Guido Iemmi, Studio d’arte” a “Galleria Ostrakon”, inaugurando la prima mostra il 16 Dicembre 2009 con una collettiva di 14 artisti, fra cui alcuni dei protagonisti, negli anni 1955-1960, della stagione del realismo esistenziale.
Lei lavora prima di tutto su artisti e caratteristiche di un’arte che si manifesta a Milano dalla metà del secolo scorso. Perché?
I primi anni del dopoguerra, nel cuore del secolo scorso, sono gli ultimi in cui si può ancora assistere, in occidente, al fiorire di una visione del mondo, quella esistenzialista. In arte il realismo esistenziale, sviluppatosi appunto in quegli anni a Milano, ne è una testimonianza cospicua.
Che rapporti ha la Sua galleria con l’amministrazione decentrata rappresentata dal Consiglio di Zona 9?
Quei pochi, molto positivi. In particolare ho apprezzato la disponibilità del Consiglio di Zona a ospitare nel parco di villa Hanau le grandi sculture dell’artista Brunivo Buttarelli in occasione della mostra che la galleria ordinerà nel suo spazio a maggio. La Presidente Uguccioni interviene alle nostre vernici ed è entrata con noi nel merito di un progetto di cultura qualificato nel quartiere. Rapportarsi con il Consiglio e con le altre realtà - soprattutto culturali - del quartiere, è la via attraverso cui Ostrakon può superare i limiti della mera attività espositiva, per quanto qualificata sia.
Il quartiere Isola è caratterizzato da una fortissima speculazione edilizia. Che tipo di sviluppo si prevede?
Costi al metro quadro alle stelle, espulsione dei vecchi abitanti e debole resistenza dei proprietari a fronte delle laute offerte delle immobiliari. Un film che abbiamo già visto. Ma non credo che l’Isola, perderà il carattere di un quartiere dove è bello passeggiare, conversare, scambiare. Non sarà un quartiere di soli uffici che si svuota alla sera.
È fondamentale ricordare tutte le precauzioni che proteggono in profondità la pelle dai raggi. Perché la bellezza intelligente non deve mai scordarsi della salute.
di Maddalena Colombo
di Giovanni Mereghetti
Giovanni Mereghetti, fotogiornalista, vive e lavora in provincia di Milano. Inizia la sua attività di fotografo nel 1980 come free-lance e collabora adesso con le più importanti agenzie italiane di reportage geografico e fotografia sociale. Ha documentato l’immigrazione degli anni ’80 a Milano, il ritiro delle truppe vietnamite dalla Cambogia, la via della seta da Pechino a Karachi, l’embargo iracheno, il lavoro minorile in Malawi, gli aborigeni nell’anno del bicentenario australiano nonché numerose spedizioni sahariane. Tra i suoi numerosi libri Ciao Handicap! (1999), Omo River e dintorni (2002), Bambini neri (Les Cultures-Sahara el Kebira, 2004), Friendship Highway ...verso il Tibet (Bertelli editori, 2005), Destinazione Mortirolo (Bertelli editori, 2006), Nuba (Bertelli Editori, 2006), Da Capo Nord a Tombouctou… passando per il mondo (Immagimondo-Bertelli Editori, 2007), Veli (Les Cultures edizioni, 2008). Molti suoi reportages hanno come teatro l’Africa. Di questo continente dice:“L’Africa ha il potere di trasformarmi completamente, facendomi diventare un’altra persona. È una terra che appartiene ad ogni uomo. Quando sono lì, quando la vedo, ho la sensazione di conoscerla da sempre, di esserci già stato, tutto mi sembra diverso, oppure antico, già conosciuto. Accanto alle ferite del suo cuore più povero, c’è anche lo spazio per viaggiare e capire”.
Ecco perché di Giovanni Mereghetti propone qui due brevi reportage: Bambini e fango, sul lavoro minorile in un villaggio del Malawi e L’Airone nero, su Abdulaye Thiam, corridore in bicicletta di Albino (Bergamo), di origini senegalesi.
Dalle colline del Waziristan alla frontiera del Punjab. Dalle roccaforti militari nei pressi di Islamabad all’epicentro commerciale di Karachi. Non c’è angolo del Pakistan che venga risparmiato da un’ondata di violenze senza precedenti nella sua storia repubblicana, tra l’incalzare dei bombardamenti lanciati dalle basi americane in Afganistan e un’escalation di attentati che non trova pari nel mondo. Se infatti la tendenza globale - a dispetto dei proclami che accompagnano la decennale “guerra al terrore”, in particolare sul dilagare della “minaccia terroristica” - è quella di un netto calo negli attacchi kamikaze da almeno sei anni, l’area del cosiddetto “Af-Pakistan” rappresenta l’unico, drammatico contraltare. Per dirla banalmente, si combatte dove c’è la guerra, ovvero il conflitto voluto dalla Nato. Molti degli attentatori sono reclutati da miliziani che transitano tra i due lati della frontiera, talora anche nei contesti pseudo-tribali la cui opposizione alle milizie talebane è indebolita proprio dal perdurare dello scenario bellico. Uno scenario che si alimenta tra l’altro nel cruento conflitto in corso tra spie teoricamente alleate, come documenta l’arresto di un agente americano che aveva ucciso due colleghi del posto. Le tensioni tra i servizi di Stati Uniti e Pakistan muovono dall’accusa americana di presunte coperture fornite allo storico movimento islamico di Lashkar-e-Taiba. E qui il quadro si fa ancor più esteso e delicato, perché le milizie dell’“Esercito del Bene” non operano sul confine afgano, bensì su quello con l’India, a sostegno dei separatisti del Kashmir. La novità starebbe dunque in una progressiva saldatura tra i talebani e tale gruppo regionale, nella comune avversione al dispiegamento delle forze regolari nel Waziristan. La saldatura coinvolgerebbe perfino la guerriglia maoista indiana, segnalando la presenza di un’istanza sociale, prima ancora che teologica. Un’istanza che si nutre di un quadro economico drammatico, tra il boom dei prezzi alimentari e il mix di tagli al welfare e di aggravi fiscali motivato da una voragine debitoria.
Secondo una legge non scritta, ma ben attestata, il valore di uno scrittore si misura a dieci anni dalla sua morte. Quando cioè, allontanatasi la sua presenza dalla scena, a testimoniare per lui rimangono solo i suoi testi. Ma forse un criterio simile si può applicare anche ai singoli libri: ci vuole almeno un decennio, cioè, per dire quali di essi davvero restino. Affogati dall’esigenza del nuovo a tutti i costi, dagli esordi glamour da impacchettare in serie, non sono certo gli editori a occuparsene; sono invece i loro autori che ci tengono a riesumarli, quegli oggetti di passioni remote ma non spente: perché - ancora in piena attività e magari, da allora, radicalmente mutati - in essi riconoscono una speranza di resistenza, nel tempo, anche per se stessi. Non è un caso che assai di rado siano gli editori d’un tempo a ristamparli, oggi, questi piccoli classici: forse consapevoli che - nel confronto di quello che facevano ieri con quanto propongono oggi - non ci farebbero precisamente un figurone. Degli anni Novanta ricordo con emozione, anzitutto, l’epifania di Michele Mari: nel cui nome si conciliavano urgenza e virtuosismo, calligrafia e visceralità. Il capolavoro di quella stagione, la suite di racconti Tu, sanguinosa infanzia (uscita nel 1997 da Mondadori), ha rivisto la luce nel 2009 da Einaudi; e ora torna in libreria il suo doppelgänger saggistico, I demoni e la pasta sfoglia (Cavallo di Ferro, pp. 612, € 28,00): grandiosa silloge di articoli pubblicati da Mari per lo più negli anni Novanta, appunto, e una prima volta uscita nel 2004 presso un piccolo editore romano, Quiritta (che, cessate poco dopo le pubblicazioni, lo condannò a un destino di libro “maledetto”). Nel nome dell’ossessione manieristica e di una “vichiana” magnanimità, Mari ha composto un libro magnanimo quanto ossessivo: catalogando le sue passioni di lettore con una fedeltà e un puntiglio che - rubandogli il suo più tipico aggettivo - non altrimenti si possono definire che sanguinosi.
A rileggere le cronache letterarie del tempo, ci si sorprende della pochezza di categorie le quali, pure, tennero banco per anni. (E già si pregusta il momento in cui, compassionevoli, sorrideremo di quelle di oggi.) Una, presa allora molto sul serio, contrapponeva agli scrittori “cattivi” di Gioventù cannibale (discutibile package con cui nel ’96 venne lanciata la neonata Einaudi Stile Libero) alcuni “buoni” come Giulio Mozzi. Con i suoi primi due libri, Questo è il giardino e La felicità terrena (il primo uscito da Theoria nel 1993, il secondo da Einaudi tre anni dopo), Mozzi si rivelava un virtuoso della forma-racconto (anche se il virtuosismo era l’ultima delle sue preoccupazioni), un palombaro delle ambiguità e dei conflitti morali di individui inclini a una speculazione di tenore quasi filosofico (o, più spesso, teologico). Tanto che a qualcuno, commisurandolo allo splatter sguaiato dei “cannibali”, poteva apparire appunto un “buonista”. Così rassicurante che nel ’98 il suo terzo libro, Il male naturale uscito da Mondadori, poté essere accusato in Parlamento, dal leghista Oreste Rossi, di inneggiare alla pedofilia e altre oscenità. Ma il “nero” di questo libro (che subito sparì di libreria e viene ora riproposto dalla nuova sigla Laurana con la cronistoria delle sue vicende, pp. 216, € 15,50) - insistito, ossessivo, a tratti davvero inquietante - non era che il rovescio esplicito di una violenza morale, in precedenza, solo in parte dissimulata e trattenuta. Oggi Mozzi riconosce che in seguito continuò a scrivere racconti tecnicamente perfetti, ritraendosi però dagli abissi sondati dal Male naturale; ed è stato forse proprio questo passo indietro a condurlo a un silenzio narrativo di otto anni, interrotto solo nel 2009 con i ben più esili apologhi di Sono l’ultimo a scendere, ricavati dal suo blog Vibrisse. Chissà che l’essersi deciso a riportare alla luce la parte maledetta di sé, dal più oscuro dei suoi crepacci interiori, non preluda a un suo sprofondamento ancora più radicale. Non si sa se augurarcelo, o temerlo.
Se in quegli anni Novanta Michele Mari simboleggiava il furor e l’oltranza dello stile, il gusto per una scrittura rigogliosa e densa sino ad apparire materica, la più italiana tradizione del “bello scrivere” insomma (da lui però manieristicamente survoltata sino a eccessi proditorî e implosivi), alla fine del decennio fece la sua comparsa quello che appariva il suo contrario simmetrico. Sotto l’improbabile nom de plume di «Tommaso Pincio» – ricalcato su quello del maestro del postmodernismo più straniante, ovviamente Thomas Pynchon – uscivano due romanzi catalogabili come “di fantascienza”: il labirintico e ammaliante M. (da Cronopio nel 1999) e il lirico e irresistibile Lo spazio sfinito (uscito da Fanucci nel 2000 e ora riproposto da minimum fax, pp. 157, € 13,50). In entrambi, come all’autore venne rimproverato, la lingua era al contrario alleggerita e come “sbiancata” da una sorta di evanescenza strutturale, così sottraendo i testi a ogni possibile ascendenza letteraria. Ma erano quelli, certo, effetti voluti da un autore che sin dalla copertina segnalava la propria identità sfuggente, e i cui temi erano proprio quelli del vuoto e della scomparsa (come, nello Spazio sfinito, lo sfuggire nello spazio di Jack Kerouac e Marilyn Monroe, lo svanire delle luci stellari, lo scolorare nella memoria della Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright…). Sta di fatto che, in un memorabile confronto pubblico, Pincio e Mari si ritrovassero nella comune nostalgia per memorie “inventate” e per il modo in cui questi fantasmi, misteriosamente, prendono corpo dentro di noi. Nei suoi libri più recenti, usciti da Einaudi e apprezzati da un pubblico più vasto, i temi di Pincio sono rimasti gli stessi ma la sua scrittura e le sue trame (almeno nelle intenzioni) si sono “riempite”. Ma la sua cifra più personale (paradossalmente personale, certo) resta quella di quegli esordi, “sfiniti” e sempre più “miracolosi” nella memoria: proprio perché quei ricordi, come in fondo tutti i ricordi, in buona misura ce li siamo inventati.
Sempre da Mondadori era uscito nel 1997 il libro d’esordio di Helena Janeczek, Lezioni di tenebra (oggi riproposto da Guanda, pp. 200, € 15,00). Ancora nero, dunque. Il «buco nero» della memoria della Shoah, infatti (come la definì una volta Primo Levi), vi è incarnato dalla madre dell’autrice, ebrea polacca che ad Auschwitz ha visto sterminata l’intera famiglia per poi doversi trasferire nella terra degli sterminatori: una donna risoluta ma fragile con la quale l’io narrante si confronta - tra silenzi, interdetti e prove di forza - lungo l’intero testo: con una scrittura mai “gridata”, un pudore che è anche salvaguardia emotiva nei confronti della materia. Del resto proprio la lingua, la necessità di trovare la lingua “giusta” per dirsi quello cui per tanto tempo non si è riuscito a dare parola, è il vero tema di Lezioni di tenebra. E si capisce, data la paradossale condizione dell’autrice (la quale vi è tornata nel recente Le rondini di Montecassino), cresciuta nell’inquietante tedesco impiegato dai genitori ma altresì nel culto di lessici famigliari, il polacco o lo yiddish, amati ma mai padroneggiati; e che per giunta si trova a scrivere, di questo suo disorientamento («Sono convinta di avere una lingua madre che non conosco, ma vallo a spiegare a qualcuno»), in un’altra lingua ancora: quella del paese dove ha scelto di vivere, l’Italia. Lingua madre, allora, è anzitutto la donna che ha tatuati nella mente i numeri cancellati dall’avambraccio: e che mette alla prova, nella figlia, la capacità di affrontare ciò che fuori delle parole non ha forma e, forse, neppure sostanza. L’unico vero crollo emotivo dell’io narrante è quando - accompagnando la madre in visita al Lager - enumera i parenti che in quel luogo hanno trovato la morte: comincia a dire i loro nomi in polacco, poi in yiddish, si vede costretta a passare al tedesco «ma poi mi accorgo che alcuni sono doppi e altri mi mancano». Solo nel nome - come ben sa il pensiero ebraico - sta la possibile redenzione; ed è solo nella lingua, dunque, che possiamo incontrarla.
(A. Cortellessa)