Si entra in un silenzio. La sala al pianterreno del museo, aperta verso un cortile acciottolato e su piccoli spazi di natura e di luce, raccoglie una quarantina di opere di Gianna Zanafredi. Schiva, addirittura silenziosa quando si tratta del suo lavoro, diplomata alla scuola d’arte di Parma e arricchita da esperienze diverse come Sociologia a Trento, apre a chi entra uno spazio apparentemente bianco. La maggior parte delle opere reca sul fondo bianco tracce, grumi bassi, spatolate di materia quasi sempre bianca, un impasto creato da Zanafredi con gesso, collante, sabbia, altro. Negli acquarelli (raccontano: “li buttava in terra” come inutili, e qualcuno di occhio fino raccoglieva…) in queste piccole carte c’è anche colore, il blu di un cielo cupo, i filari dei pioppi sul Po spogli e rigidi come una scura palizzata; ma è soprattutto bianco. Al di là del fatto che molto è stato scritto su questo colore, il più difficile, somma ottica di tutti gli altri resta che il bianco chiede a chi guarda ricerca, esplorazione, pazienza. È invito a scoprire che quei segni orizzontali, un fantasma di riva sullo sfondo, forse una barca sono non il Po, ma l’emozione del Po. Occorre paziente lettura e vedi un crescere di senso, un lievitare di pensieri e di memoria. Perché se è vero che si rintraccia spesso l’idea iniziale di “cosa vista dall’occhio” - come certe immagini afferrate da un treno veloce - resta l’idea nella mente e ricostruirla vuol dire trasfigurarla, farla altra, irripetibile, personale. In tutto questo, niente di idilliaco: anzi. Presenza di cose non dette, certi tagli verticali, certi stacchi della spatola, certi segni rossi sono dolorosi. Eppure discreti. Come se la pena fosse comunicata a bassa voce, e con pudore. E se guardi il ciclo delle Isole, non solo ammiri l’equilibrio compositivo - basta un segno grigio fuori dalla base color terra e l’immagine si fa ritmo - ma senti l’isola come lontananza, quasi paura, quasi minaccia. Ci sono infine alcune opere/visione di magico impatto. Sono quelle con la nebbia, o le nebbie, nebbie di memoria, eppure si sente l’odore umido della terra.
