di Paola Pentimella Testa foto di Antonio Leanza
A fine di questo anno, il 31 dicembre, lo stabilimento Fiat di Termini Imerese chiuderà per sempre i battenti dopo 41 anni di attività. In meno di mezzo secolo il sogno industriale siciliano è naufragato e con esso una classe dirigente in grado di pensare al futuro. Per i 1500 operai interni e i 700 dipendenti dell’indotto si apre una partita al buio, senza alcuna assicurazione. I più anziani hanno la via di uscita della pensione anticipata, ai più giovani non resta che l’emigrazione, come per i loro padri e i loro nonni nel dopoguerra, quando in Sicilia l’unica strada percorribile per trovare un lavoro era quella ferrata verso il Nord.
di Giovanni Mereghetti
Giovanni Mereghetti, fotogiornalista, vive e lavora in provincia di Milano. Inizia la sua attività di fotografo nel 1980 come free-lance e collabora adesso con le più importanti agenzie italiane di reportage geografico e fotografia sociale. Ha documentato l’immigrazione degli anni ’80 a Milano, il ritiro delle truppe vietnamite dalla Cambogia, la via della seta da Pechino a Karachi, l’embargo iracheno, il lavoro minorile in Malawi, gli aborigeni nell’anno del bicentenario australiano nonché numerose spedizioni sahariane. Tra i suoi numerosi libri Ciao Handicap! (1999), Omo River e dintorni (2002), Bambini neri (Les Cultures-Sahara el Kebira, 2004), Friendship Highway ...verso il Tibet (Bertelli editori, 2005), Destinazione Mortirolo (Bertelli editori, 2006), Nuba (Bertelli Editori, 2006), Da Capo Nord a Tombouctou… passando per il mondo (Immagimondo-Bertelli Editori, 2007), Veli (Les Cultures edizioni, 2008). Molti suoi reportages hanno come teatro l’Africa. Di questo continente dice:“L’Africa ha il potere di trasformarmi completamente, facendomi diventare un’altra persona. È una terra che appartiene ad ogni uomo. Quando sono lì, quando la vedo, ho la sensazione di conoscerla da sempre, di esserci già stato, tutto mi sembra diverso, oppure antico, già conosciuto. Accanto alle ferite del suo cuore più povero, c’è anche lo spazio per viaggiare e capire”.
Ecco perché di Giovanni Mereghetti propone qui due brevi reportage: Bambini e fango, sul lavoro minorile in un villaggio del Malawi e L’Airone nero, su Abdulaye Thiam, corridore in bicicletta di Albino (Bergamo), di origini senegalesi.
di Giovanni Mereghetti
Lungo la valle del Nilo, tra Sudan e sud dell’Egitto, è l’area geografica dell’antica civiltà nubiana, ponte tra il Mediterraneo e l’Africa Nera. Le donne rappresentano la forza vitale di questo popolo. Vivono dedicandosi alla famiglia. Assecondano i desideri dei loro uomini, condividono il matrimonio con le altre mogli, accudiscono gli anziani, crescono i bimbi - sempre numerosi nella famiglia nubiana.
Gentili, disponibili, si prestano ai tempi del fotografo, hanno un senso estetico e della propria immagine molto alto, quand’anche in casa, quand’anche intente a cucinare o a rassettare il cortile con quelle scope un po’ corte che impongono al corpo di chinarsi fino al pavimento.
Quando si parla di Bergamo, la memoria sportiva va al mondo del ciclismo: Ivan Gotti, Felice Gimondi, Paolo Savoldelli…Molti corridori, giovani e meno giovani, dilettanti e quasi professionisti, ogni “maledetta” domenica, pedalano nelle valli scalando verso le cime delle montagne della Val Seriana, discendendo a capofitto. Alla periferia di Albino vive una giovane famiglia senegalese, i Thiam.
Il papà, Elhadji “Omar”, fa il saldatore in un’azienda del paese e la mamma Mbene è casalinga ed ha il suo da fare con tre figli, Papi, Adim e “Abdul” Abdulaye. Omar è in Italia dal 1989 e in questa zona della provincia di Bergamo è molto conosciuto. È un gran lavoratore ed è appassionato di quasi tutti gli sport.
Abdulaye “Abdul” è il primogenito. È nato ad Alzano, vicino ad Albino, ai piedi delle Orobie, dentro il distretto della Valle del Serio, 15 anni fa. È alto 1 metro e 87 centimetri. Da bambino, con l’incoraggiamento del padre, ha provato a cimentarsi nei pulcini della squadra locale di calcio, ha fatto anche qualche tiro a canestro, ma gli sport di squadra non lo entusiasmavano. Un’altra passione ha investito il ragazzo, quella della bicicletta. È cominciato tutto a 6 anni, con la prima bici. “Prima ho provato altri sport - dice Abdul - calcio, atletica leggera, corsa. Un giorno mio padre Elhadji “Omar” mi ha portato a vedere una bicicletta, l’ho provata, si è accorto che andavo bene e me l’ha portata a casa. Avevo sei anni”. Poi il datore di lavoro di Omar - che ha un posto di responsabilità nell’associazionismo e nel ciclismo nel vicino paese di Cene - ci ha messo del suo e ha convinto il padre a mettere Abdul su una sella da corsa “Ho provato un po’ di biciclette prima di trovare la misura giusta. Lì mi sono convinto”. Ha una bella impostazione, è ben disteso sulla bicicletta, impugna il manubrio con sicurezza, la testa è sempre bassa con lo sguardo rivolto verso la strada, le forze sono ben dosate e le traiettorie, disegnate nelle curve, sono come le pennellate di un artista, senza sbavature.
Uno stile da cronoman. La bicicletta è uno sport di grandi sacrifici. Perché corre Abdul? “Per la consolazione alla fine delle gare. La gara è bella, non vedo l’ora di farla la gara”. La gara, ecco. “Alla partenza sono agitato - dice -, prima della gara è normale, ma durante la corsa cerco di dare il massimo. Non è solo un problema di forza, bisogna soprattutto ragionare: quando aumentare la velocità, quando diminuirla, vicino all’arrivo cercare di guadagnare le posizioni migliori, quando dare l’ultimo sforzo. Sono uno che spinge bene sui pedali, me lo hanno detto i primi coach. Noi facciamo corse di linea, non corriamo in circuito. Ho vinto negli anni scorsi alcune gare, ma ultimamente quasi niente. È un passaggio così. Quando vinco esplodo di gioia”. Prima di entrare nella categoria “allievi” ha collezionato dieci vittorie e numerosi piazzamenti e due titoli di campione provinciale bergamasco. Le magliette bianche, con gli stemmi giallo-rosso della provincia di Bergamo, sono posate sui trofei, in bella mostra nel salotto di casa, accanto agli oggetti di artigianato africano ai quali tutta la famiglia, orgogliosamente, tiene molto, a testimonianza delle origini. Tre volte la settimana si allena sulle strade nei dintorni di Albino e adesso che è negli “allievi” va fuori a correre e fa gli allenamenti invernali in Liguria. Chi ha praticato il ciclismo sa cosa significa confrontarsi con i corridori di queste parti. Nelle valli bergamasche i ragazzini hanno la bici nel sangue e quando si gareggia non esistono amici, si pedala e basta, vince il più forte. Però, quando chiedo ad Abdul se qualcuno lo insulta in gara con epiteti razzisti, risponde: “Mai mi sono scontrato, c’è sempre rivalità ma non investe la persona, la razza”. Il ragazzo frequenta il secondo anno all’Itis di Gazzaniga per il diploma di perito, ma “Dopo voglio solo correre”. Come è messo con gli amici? Chi frequenta? La comunità senegalese in valle o anche gli italiani? “Amici sia italiani sia di origine senegalese come me. Sono tesserato nella “Ciclistica Valle Seriana”, il presidente è il signor Mario Duccini. Lì ho molti amici. Poi gioco un po’ anche al pallone ed ho amici anche lì. Andrea è italiano ed è il mio migliore amico. Stiamo nello stesso quartiere, ha la mia età, la nostra amicizia va avanti da quando eravamo bambini. Sono di religione islamica, ma non praticante.”
Ad Albino e nella valle lo chiamano L’Airone nero. Ormai va a correre sempre più spesso fuori provincia (Brescia, Lecco) è pronto per spiccare il volo. In aprile riprendono le gare. “ Dopo gli allievi ci sono gli juniores. Il mio sogno è arrivare professionista, ma manca tanto. È difficile, occorre molta forza di volontà, molta passione e bravura”. E i costi, chi li sostiene: la bici, la tuta, la maglia, le trasferte? “La società, la squadra”. Alla “Ciclistica Valle Seriana” gli “allievi” sono otto. Alla domanda di come sta Abdul in graduatoria tra questi otto, il ragazzo non risponde “Non si pensa così, non si parla così”.
Nella cameretta di Abdul, vicino allo zainetto della scuola, ci sono due fotografie: una di Marco Pantani, l’altra di Damiano Cunego. “Quando studio storia o geografia, ogni tanto, guardo le fotografie dei miei idoli sportivi e mi perdo in qualche sogno ad occhi aperti”. La fotografia di Coppi che passa la borraccia a Bartali, su una salita del tour de France, è diventata un simbolo del ciclismo e dello sport. Mi piacerebbe poter scattare una fotografia come quella, magari sul Selvino, mentre Abdul passa una borraccia a un ciclista della San Marco di Vertova - la squadra rivale in valle sotto il Selvino tutti - sarebbe il trionfo dei popoli.
di Giovanni Mereghetti
Timidi, spavaldi, i bambini stanno di fronte all’obiettivo con naturalezza. Un saluto, un sorriso, tanto basta e poi queste fotografie cercano di lasciare aperti i bordi, di documentare il soggetto in un ambiente, in una situazione. Il soggetto più gli immediati dintorni. Bisogna avere l’umiltà di uscire dalla immagine. Bambini, sì, ma dove vivono, come vivono.
Loro si atteggiano ad adulti, copiano gli adulti, e hanno un proprio candore. In una foto dove c’è un bambino colpisce la forza dello suo sguardo neutro, cioè innocente. Queste sono foto di bambini in un sud del mondo. Dove i bambini crescono in fretta.
testo e foto di Giovanni Mereghetti
La casa di periferia di una famiglia benestante. Famiglia numerosa - voci di bambini arrivano nell’ampia sala dell’incontro - per il medico internista Ali Abu Shwaima, imam dell’hinterland milanese. Nella libreria di legno scuro poderosi volumi: Inside the body, Islam, Parco reale di Monza, Medico generale, Manuale di Medicina interna, e, in lunga fila, la Biblioteca del Sapere e i due libroni intelati, nobilitati dal tempo e dall’uso, di Erbario figurato. «Sono giordanodi origine, ho finito il liceo ad Amman e poi - a 17 anni - mi sono spostato in Italia, prima a Perugia e poi all’università di medicina di Milano dove mi sono laureato e specializzato. Ho una moglie italiana, sono padre, lavoro all’Asl di Milano come medico internista, da me vengono i pazienti mandati dal medico di famiglia. Sono l’imam del territorio di Milano».
di Paola Pentimella Testa
La Lega italiana anti vivisezione nasce nel 1977. Alberto Pontillo, il fondatore, crede che la vivisezione sia un grande errore scientifico ed etico. La Lega vive di contributi volontari, conta su 40mila iscritti, 85 sedi, 30 persone che lavorano a tempo pieno per l’associazione, 400 persone che studiano gli aspetti legali di sempre nuove tutele agli animali e difendono il diritto alla mobilitazione e manifestazione delle migliaia di volontari.
Di Francesco Maria Conte
Nikola Gruevski, attuale primo ministro della Repubblica di Macedonia, ha un passato da boxeur professionista e un atteggiamento sornione nel suo litigare con ogni paese, lontano e vicino, con cui la Macedonia possa avere a che fare: Grecia, Serbia, Albania in primis. Dice di volere la pace con Atene e al tempo stesso dedica qualsiasi nuova iniziativa ad Alessandro il Grande, della cui discendenza si vanta di appartenere. In ogni caso, il partito nazionalista guidato da Gruevski è riuscito a ritagliarsi un posto per sé nella Hall of Fame del piccolo stato balcanico, mettendo la sua firma sul progetto più ambizioso degli ultimi anni “Skopje 2014”.
testo e foto di Giovanni Mereghetti
- I bambini di Tekle
Le ombre degli alberi, lungo il viale che taglia in due Axum, si sono già allungate sulle piastrelle dei larghi marciapiedi , tra un po’ il sole tramonterà su questo angolo di mondo a pochi chilometri dal confine eritreo. Axum, culla dell’antica civiltà axumita che governò, oltre all’Etiopia, l’Eritrea, le scritte in carattere amharico dipinte con grande cura sulle facciate dei negozi, i colori vivaci, a contrasto, rosso su fondi verdi o viola.
L’ultima luce si riflette su un cartellone isolato tenuto in piedi da due bastoni di legno. Una architettura sobria, povera, niente a che vedere con la vivacità quasi kitsch delle réclames delle botteghe, qui i colori sono pastellati, azzurro tenue e un bianco ormai ingiallito. Da parecchio tempo nessuno mette mano a questa insegna, la ruggine ne intacca larga parte della superficie e le parole pressochè illeggibili. “SOS Enfant Ethiopian”, poi una freccia verso una strada sterrata e sotto lo spazio da percorrere: 200 metri. “Solo” duecento metri.
di Piero Del Giudice
Lo Stato va al confronto duro con il movimento NoTav: controllo di polizia per l’intera Valle, perquisizioni, divieti territoriali, minori inquisiti, arresti e imputazioni, sequestro dei territori. Terre e spazi sono occupati militarmente per ‘interesse strategico nazionale’, una misura d’imperio già sperimentata in Campania nella emergenza rifiuti. Alla vigilia dell’inverno la Procura di Torino guidata da Giancarlo Caselli, ordina 26 arresti per i ‘fatti di luglio’ - blocchi stradali, cortei, contestazioni a giornalisti -. Nonostante ciò il movimento appare solido, convinto delle proprie ragioni, ramificato. Nonostante i chek-point della polizia francese, centinaia di valsusini raggiungono Lione - tra l’1 e il 3 dicembre - con vari mezzi e12 pullmas. A Lione l’incontro con i movimenti francesi contrari alla Lione-Torino e il contro-summit di quello - dicono clamorosamente fallito - tra Hollande e Monti. L’8 dicembre una robusta rappresentanza della valle si presenta ai cancelli e alle reti del cantiere di carotaggio di Chiomonte, per ricordare la ‘notte di Venaus’. Venaus 8 dicembre 2005: anziani e giovani, gente comune della Valle, sindaci con fascia tricolore mai slacciata, vengono nottetempo sgomberati e manganellati dalla polizia, in una piccola tendopoli di presidio al primo scavo geognostico per la futura galleria ferroviaria Lione-Torino. La linea veloce progettata sotto le Alpi franco-italiane e attraverso la Valle di Susa non avrà vita facile.
Lei, Claudio Giorno, ha lavorato per 36 anni come geometra nelle ‘grandi opere’, settore autostrade. Per competenza e dedizione viene considerato la memoria della Valle. Da dove comincia la storia?
Dalla grande diga in terra del Moncenisio. La più grande in Europa in quota, 320 milioni di metri cubi d’acqua. Nei lavori di movimento terra - qui milioni di metri cubi di roccia sono stati rimossi e spostati - la tecnologia è pressoché nulla: quattro camions sgangherati, quattro autisti turchi o nordafricani che vanno avanti e indietro tutto il giorno. È la cosa più facile da fare e dove si imbroglia meglio, ed è lì che si inseriscono i primi confinati per mafia. La mafia è entrata in Valle mezzo secolo fa. Bardonecchia l’ultimo comune prima della Francia è il primo comune Nord Italia sciolto per mafia, nel 1995. Rocco Lopresti è la prima comparsa mafiosa. Confinato nel 1963, prima si mette nell’edilizia piccola e media, apre negozi, condomini, si infila in numerose attività, e inizia a corrompere sindaci, consiglieri. Nei suoi negozi di abbigliamento vanno a servirsi marescialli, guardie di frontiera e così via. Le imprese che lavorano alla diga del Moncenisio sono l’antefatto genetico di quelle che lavoreranno poi all’autostrada che attraversa la Valle e al raddoppio, negli anni Settanta-Ottanta, della ferrovia che - radicalmente rinnovata e migliorata - attraversa la valle da un secolo e mezzo. Grandi opere pubbliche che usano denaro pubblico, antefatto del progetto Tav. In una Valle dove da mezzo secolo si assiste alla apertura di cantieri con inquinamento delle acque e dell’aria, passaggi di camions, frantoi per frantumare la roccia, betoniere, la gente si sente dire, intorno al 1992-93, che vogliono fare la Torino-Lione. All’inizio la Valle si muove sull’ambiente. Il movimento NoTav nasce molto spontaneamente e mette subito in discussione l’opportunità di questa opera. Opera inutile, costosa, danaro sporco e interessi mafiosi, problema ambientale. E oggi, guardia forestale, polizia, carabinieri, corpo degli alpini, vanno a tutelare questo tipo di interessi.
Il progetto ha fatto i primi passi. Con quali imprese?
Quelli in corso sono lavori preliminari, opere di qualche centinaia di migliaia di euro, briciole. Ma già qui troviamo titolari condannati in via definitiva, incarichi a trattativa privata e non con regolare appalto europeo, favoriti da una apposita legge regionale (Demarche grand chantier). Discutibili le ditte interessate. Si tratta della Italcoge, Martina service - si dice che si facevano prestare i soldi a strozzo dal clan dei casalesi -, della Geomont del signor Benente - fa trivellazioni -, che fallisce per bancarotta. Un ambiente di mafiosità. Queste assegnazioni di lavori sono in ogni caso servite a creare una grave frattura in valle, tra quelli che lavorano per queste ditte appaltatrici e non vedono di buon occhio i compagni di scuola dei propri figli o il proprio Sindaco contrari al Tav. Si tratta di qualche centinaio di famiglie, artigiani, imprese di qualche decina di dipendenti, una economia precaria ma di cui vivono famiglie. Una frattura e veleno nella società civile della Valle.
Che cosa è un tunnel geognostico?
Serve ad avere la percezione più possibilmente ultima della roccia dove passeranno i treni. Un appalto da 150 milioni iniziali sino a mezzo miliardo di euro a lavori finiti. Viene assegnato ad una ‘Associazione temporanea di imprese’ (Ati), sistema per cui si viene assunti per quel lavoro lì. A lavoro finito si scioglie il consorzio delle imprese e i dipendenti vanno in disoccupazione. Il capofila dell’Ati è la Cmc (Cooperativa muratori e cementieri) di Ravenna, la più grande delle imprese di cooperazione emiliano-romagnola, legata a doppio filo al Partito Democratico. La Cmc aggrega la Cogeis (piemontese) e altre sigle ancora. La Cogeis è di Giovanni Bertino già destinatario di un mandato di cattura (appalti pubblici per lavori su alcuni affluenti della Dora Baltea) che lo spinse a riparare in Argentina. Bertino è di area Udc-Pdl. La spartizione tra Pd e Pdl è evidente. Niente imprese locali, anche se siamo ai preliminari, ma imprese-bancomat dei partiti. Questo appalto rimane in sonno per 7 anni, dal 2005 agli ultimi mesi del 2012 quando questo cantiere riparte. È cambiato radicalmente il progetto del tunnel geognostico, non più a Venaus - dove Sindaco e comunità si oppongono -, ma a Chiomonte dove c’è un sindaco Renzo Pinard - in gioventù conclamato estremista di destra - amico degli amici. Un cambiamento radicale dell’opera, cambia l’attacco, la forma della galleria e la sua utilità, ciò nonostante non si fa alcuna gara di appalto nuova ma viene mantenuto l’appalto del 2005 alla Cmc. I lavori che stanno facendo sono difformi dal progetto presentato, irregolarità clamorose oggetto di decine di denunce ai tribunali amministrativi a cui nessuno ha dato udienza. Tutti i giorni si va a Chiomonte pacificamente per vedere quello che fanno - del tutto difforme dal progetto iniziale, spesso senza casco, senza protezione, decine di mezzi della polizia, quattro o cinque ‘Lince’ dell’esercito -. La gente della Valsusa è ostinata, spesso si registrano le targhe di cantiere, il registro delle targhe è pubblico e si scopre che girano mezzi intestati a ditte fallite. Come fanno a circolare? Ecco, per dire, la Panda verde che abbiamo incontrato con sopra il portellone-portabagagli la scritta “sarà düra”, è dei Perotto-Tittonel. Fanno parte dei ‘cattolici per la vita della valle’, vanno su e dicono preghiere dietro la rete del cantiere, cercano di entrare, infine chiedono al poliziotto di turno di dire una preghiera al pilone. Un pilone votivo, una edicola, un piccolo campanile con quattro immagini, la Maddalena, la Madonna del Rocciamelone, l’Arcangelo Michele… Una volta questo pilone era accessibile e meta di pellegrinaggi. Poi è stato imbrigliato, sequestrato, recintato!
Istituzioni e movimento. Luca Giunti, guardiaparco all’Orsiera, come si è trasformata la scena politica e istituzionale della valle?
Nel 1992 ci sono le prime assemblee sulla Tav. In due decenni si è fatto un percorso di grande riflessione sulla gestione del territorio e della cosa pubblica. I Sindaci, le giunte e i Consigli comunali sono progressivamente cambiati, costretti a sganciarsi dalla proposta partitica, attenti al rapporto con i propri cittadini, consapevoli che la responsabilità è verso gli amministrati e non verso i partiti. Ad Avigliana e Rivalta, nelle recenti amministrative, hanno vinto due sindaci con nulla o poca esperienza politica. Ad Avigliana, in nome del Tav, una alleanza Pd-Pdl è stata sconfitta. Angelo Patrizio, gentile, cortese, pacifico signore, si è alleato con la vecchia amministrazione del Pd, licenziata dal Pd, espulsa dal Pd, sulla questione Tav, ed ha vinto. Se il mio sindaco sfila con me contro la Tav, pretendo una coerenza anche nel dettaglio territoriale di competenza, sul verde, sulla costruzione di un capannone inutile…
C’è una consapevolezza diffusa. La questione Tav si è riversata su tutto e a livello nazionale. In Valsusa abbiamo chiamato e ascoltato sindaci di paesi che hanno problematiche vicine alle nostre. Abbiamo manifestato insieme a Messina, creando il gemellaggio NoPonte/NoTav. Simona Pognant ex-sindaco di Borgone Susa, nel 2006 ha attraversato a nuoto lo stretto dando all’impresa una valenza politica, anti-Ponte, anti-Tav. E adesso c’è l’Ilva di Taranto. I Sindaci sfilano nelle manifestazioni in prima fila con la fascia tricolore. Rappresentano lo Stato così come la polizia che li fronteggia. I cittadini sono costretti a una scelta e scelgono il sindaco.
Come evolve la mentalità dei valsusini nei confronti dello Stato?
A confronto con lo Stato - poliziotto che fosse, vigile - non si discuteva. C’era qui quella che chiamo ‘sabaudità’, l’obbedienza senza discussione alle decisioni dello Stato. Se un vigile dice di andare di là si va di là, senza chiedersi perché. Adesso questo si sta rompendo. Adesso si comincia a mettere in discussione tutto e si comincia a pensare che lanciare una pietra alla polizia che presidia, dietro le reti, i territori sequestrati della Valle, non sia così inimmaginabile.
Su una casa-villetta a due piani, nel borgo di San Giuliano, all’uscita dall’autostrada, c’è uno striscione con scritto “Qui condannati a morte dal Tav”. È la casa di Paola Jacob, psicologa.
Nell’autunno del 2010 sono andata a una riunione NoTav e ho scoperto cosa sarebbe successo a casa nostra: siamo dentro in pieno al cantiere della nuova linea. Qui e là fanno una stazione. La scritta “Condannati a morte” è legata anche all’inquinamento che produrrà il cantiere e il traforo della montagna. Questo è il cantiere principale di estrazione del materiale di scavo della galleria. Quanti milioni di metri cubi magari anche di amianto verranno fuori da lì? Il treno uscirà qua a San Giuliano di Susa, una borgata di Susa. Questa casa è stata costruita dai miei nonni e dai miei genitori. Dal 2010 abbiamo scritto a tutti, nessuno risponde. Ci doveva essere un incontro con LTF (Lyon Turin Ferrovière) ma il giorno fissato non si sono presentati. La nostra casa è in uno spazio tra la statale e la ferrovia Bussoleno-Susa. Entrambe verranno sopraelevate, e noi saremo sotto. Siamo una ‘interferenza’. Tutta la nostra famiglia è mobilitata con il NoTav.
Come il figlio Francesco, anni 18. Denunciato, schedato…
…da minore. Avevo 17 anni, un corteo è partito dalla stazione di Susa e io, come la maggior parte della gente sono entrato in autostrada. Non è il fatto che sotterreranno la mia casa che mi porta alla mobilitazione. Ero NoTav prima di saperlo, i miei genitori sin da piccolo mi hanno informato sui problemi di salute, sull’inutilità dell’opera, sull’operato della polizia. Faccio la Va liceo scientifico. La consapevolezza tra i giovani non è tanta. È solo dall’anno scorso che facciamo assemblee. La maggior parte dei professori sembra essere NoTav, ma manca il rapporto con noi, manca il dialogo con lo studente. Un governo, anche legittimo, votato, non può scegliere la morte per il profitto. Né decidere un’opera pubblica - anche se fosse utile - se ci sono problemi di salute, se può morirci della gente e se ci sono gravi danni all’ambiente.
Le motivazioni dei sì-Tav sono quelle raccontate dai politici, le banalità sull’Europa, sulle comunicazioni. Non vedo alcuna concretezza, piuttosto si possono vedere le ‘cose losche’ a partire dalle ditte che hanno costruito. Mi colpisce che un problema politico sia diventato un problema di ordine pubblico, che non si parli più del merito. Mio padre è andato a Lione, ha fatto un viaggio di 9 ore, e lì li hanno chiusi in una piazza, ingabbiati, innaffiati con il gas urticante. Il Tav si deve fare - dicono - e cercano di farlo a qualsiasi costo. A breve avrò il processo per interruzione di pubblico servizio al Tribunale dei minori. Il 29 settembre, un gruppo del liceo ‘Norberto Rosa’ ha volantinato davanti alla Banca San Paolo, per la manifestazione nazionale del 5 ottobre contro lo strapotere delle banche. Non è successo niente. La polizia è arrivata in forze, tre di questi ragazzi sono minorenni, il rapporto di polizia arriva alla Procura di Torino che trasmette al Tribunale dei minori, il quale incarica i servizi sociali di fare una indagine sulla situazione delle famiglie di questi ragazzi minorenni.
In casa Jacob, c’è Luca Anselmo, anni 28, guida naturalista. È uno dei 26 dell’ultima inchiesta della Procura…
La settimana scorsa sono arrivati a casa all’alba. Non ero fisicamente presente. In borghese e divisa, tutti poliziotti, dopo una lunga trattativa con i miei genitori, hanno messo a soqquadro solo la mia camera. Cercavano materiale destinato al blocco del cantiere, cercavano un cappellino che avrei preso a dei giornalisti come trofeo.
Faccio parte del movimento dal 2004. La notte di Venaus, a fine novembre 2005, è stato uno spartiacque. La valle aveva deciso di presidiare la zona dove dovevano installare un inizio di cantiere. Ho visto con i miei occhi le manganellate della polizia, il campeggio distrutto. Non hanno remore, democrazia è una parola vuota di significato. Il movimento NoTav ha invece fatto sì che nella valle si creasse una vera collettività. Questa è una valle di passaggio. Una valle aperta, non c’è una chiusura leghista. Se ti arriva una denuncia la gente viene a casa tua, ti chiama, non ti chiede se hai fatto o meno. Si è creato un rapporto di fiducia. La situazione che si esperimenta in Val di Susa riguarda altre situazioni come quella di Taranto. C’è repressione, ma la gente lotta, la lotta ha un significato di speranza. La politica istituzionale non ci aiuterà mai. Il Partito Democratico? È lo schieramento che spinge di più per la realizzazione di quest’opera. Sono molto vicini alle cooperative che vanno a vincere gli appalti sulle Grandi Opere. Loro e altre parti politiche hanno capito benissimo che quando hai in mano questa storia è un giro di affari per tutti. Ho fatto un percorso politico incentrato sul Tav, ma anche su altre tematiche sociali, l’istruzione, la salute, il lavoro.
Il centro sociale ‘Askatasuna’ è l’oggetto dell’ultima demonizzazione politico-giudiziaria.
Claudio Giorno ricostruisce l’insolita misura di polizia decisa per Francesco Richetto, a cui è fatto divieto di frequentare Torino. Cose d’altri tempi che tornano di moda.
Askatasuna è un centro sociale di Torino, i cui componenti hanno adottato la lotta della Valle di Susa sin dal 2005. Nasce un rapporto di rispetto reciproco con la Valle perché i ragazzi ‘antagonisti’ rispettano le regole del gioco che vengono decise nelle assemblee di democrazia partecipata. Le decisioni su cosa fare e non fare, forzare o non forzare, vengono prese in assemblea. I ragazzi di Askatasuna si comportano in modo corretto e si conquistano una fiducia. La loro presenza non è invasiva, né leaderistica. Lo stare insieme nelle assemblee, nel coordinamento dei comitati, consolida i rapporti e alcuni ragazzi di Val di Susa decidono di aderire ad Askatasuna svolgendo un impegno politico a tutto tondo. Francesco Richetto è uno di questi. Richetto è una figura così, pur avendo deciso di fare il liceo e aver finito il liceo, decide - in polemica con il mondo - di fare il muratore: ha un camioncino, la betoniera etc. Pala e piccone in mano, si espone molto più di altri, frequenta il centro sociale, l’università, la valle. Tre anni fa è stato arrestato per disordini studenteschi. Il padre, la madre, i vicini di casa, hanno fatto le veglie sul ponte della Dora Riparia che c’è nel centro di Bussoleno, tutte le sere finché non è stato liberato. Subisce allora un primo processo e una condanna ed è più vulnerabile degli altri. Adesso gli viene contestata la partecipazione non solo ad alcuni momenti di maggiore tensione in Val di Susa, ma anche a Torino. Così gli hanno imposto di “non andare a Torino”, imposizione che ti può dare il questore o il prefetto. Il divieto di fermarsi nel capoluogo glielo consegnano alla stazione Termini di Roma, in viaggio da Torino. Lo seguivano da tempo. Sanno tutto.