Lo riferisce il cronista, citando banane e altri oggetti lanciati dai turisti a elemosinare la coatta performance di quello zoo umano nelle isole Andamane, remoto approdo indiano nella Baia del Bengala. Si sente solo l’intraprendente agente di viaggio esclamare di nuovo: «E adesso andatevene», non disturbate e non chiedete altro agli stranieri, che gli avevano già versato duecento sterline di tangente per l’illegale safari. Il problema non è solo il pessimo gusto, ma la minaccia alla sopravvivenza di un popolo ben più antico dei suoi visitatori, con una storia stimata dagli antropologi di circa 50mila anni. Sono censiti in quattrocento, ed erano senz’altro molti di più prima che iniziassero i censimenti. La loro longevità è dovuta proprio alla capacità di tenersi alla larga dai velieri alieni, fino almeno alla colonizzazione britannica avviata alla fine dell’800. Poi le catene di decessi, che hanno annichilito intere popolazioni isolane, tra violenze, alcol e soprattutto malattie localmente ignote, quali il morbillo, gli orecchioni e la malaria. Gli odierni superstiti sono tali grazie a nuovi rifugi rintracciati nella foresta, lontano dalle vie di comunicazione. Anche i loro rifugi fanno però gola alle aziende del legname e anche quel riparo è ora a rischio per la costruzione dell’Andaman Trunk Road negli anni ‘70, 330 chilometri di strada tra la capitale Port Blair e Diglipur che hanno tagliato in due la foresta. La legislazione indiana e perfino la Corte Suprema ha ribadito il loro diritto a qualche chilometro di sovranità e connessi divieti di passaggio. Ma ad applicare le norme sono i poliziotti, ritratti dal video insieme a militari mentre organizzavano l’esibizione. Invano, perfino Sonia Gandhi ne aveva già denunciato in passato il coinvolgimento nello sfruttamento sessuale delle stesse Jarawa.
