«La Grecia è oggi un paese triste», lamentava, nel raccontare il dramma collettivo col suo ultimo film in preparazione, prima del tragico epilogo del 24 gennaio scorso tra le ruote della moto di un poliziotto fuori servizio - dettaglio ulteriormente beffardo date le parecchie manganellate subite in precedenza dagli agenti anche dopo il ritorno alla democrazia. Il grido di dolore coinvolgeva la cultura, gli umori, l’educazione, e non solo gli aspetti economici della crisi. Tal’ultimi hanno peraltro ora assunto il volto più feroce. In Grecia si soffre la fame, e la malnutrizione coinvolge perfino i bambini. Dopo le sdegnate smentite da parte dei governanti di ogni colore, l’esecutivo è stato ora costretto ad ammetterlo, e a ordinare il ripristino (a pagamento) di uno spuntino nelle scuole di alcuni quartieri poveri. E mentre anche le ottimistiche statistiche ufficiali documentano lo sfondamento della soglia critica di un milione di disoccupati (oltre il 20 per cento), sono oramai in decine di migliaia ad affollare quotidianamente le mense dei poveri e i punti di distribuzione delle patate. In questo scenario di guerra piomba l’ennesimo “piano di salvataggio”, tra altri 15mila licenziamenti di lavoratori pubblici, l’abbassamento del già irrisorio salario minimo e il congelamento degli stipendi fino all’irrealistico scenario di un dimezzamento della disoccupazione stessa. Un’altra scure che suona di beffa, imposta dalla cosiddetta Trojka, nonostante allo stesso delegato del Fondo Monetario fosse scappato alla vigilia che: «La Grecia ha già dato, a grave danno per la popolazione». E il popolo è oramai in perenne stato di agitazione. Angelopoulos plaudiva, e da anni avvertiva: «Ad Atene si torna a uscire di casa, accadrà in tutta Europa».
