di Simone Bruno
Mentre continuano e crescono le proteste degli studenti cileni, che tengono sotto scacco il governo Piñeras, la protesta dilaga fino a toccare la monolitica Colombia.
di Stefano Bellucci
Perché gli USA stanno installando una grande base dell’aviazione militare nel sud dell’Etiopia, non lontano dal confine con la Somalia? Quale il vero interesse per quest’area remota del mondo? Difficile spiegarlo. L’Etiopia è l’alleato ‘cristiano’ degli USA in Africa orientale, a ridosso del mondo arabo-musulmano, nella guerra ‘per la libertà e la democrazia’.
di Stefano Bellucci
Assurdo aspettarsi o auspicare che il potere possa riformare se stesso. È il caso dell’Egitto di oggi. Un paese che abbatte con una rivolta sociale un Presidente-generale onnipotente e corrotto, Hosni Mubarak, si ritrova guidato da una giunta militare.
di Stefano Bellucci
Quest’anno cade il centenario della guerra italo-turca che portò l’11 ottobre del 1911 le truppe italiane a sbarcare a Tripoli, occupandola e dando inizio all’avventura coloniale dell’Italia in Africa settentrionale.
di Alessandro Cisilin
Lo spettro della bancarotta è dietro l’angolo, rilanciato nelle ultime settimane dall’esecutivo Papandreou. L’immaginifica trojka, in videoconferenza da Washington, Francoforte e Bruxelles, ha imposto l’ennesima sforbiciata da decine di migliaia di posti di lavoro schiacciando non solo il governo socialdemocratico, ma perfino il mondo sindacale in un angolo di delegittimazione al cospetto del dilagare della protesta popolare.
di Giuseppe Di Paola
Il governo di Boris Tadić ha vissuto le ultime settimane col fiato sospeso in attesa del progress report della Commissione Europea. La campagna elettorale aveva fatto perno su due punti: accelerazione del processo di integrazione e nessun passo indietro sullo status del Kosovo. Il progress report è abbondantemente positivo, ma con una condizione. La data dell’inizio dei negoziati di adesione sarà fissata se e quando ci saranno dei progressi nel dialogo con Pristina. L’Unione Europea, da parte sua, non ha perso l’occasione di dimostrare come le sue idee in politica di vicinato, in particolare nei confronti dei Balcani, siano molto confuse. La consegna al Tribunale dell’Aja degli ultimi latitanti Ratko Mladić e Goran Hadžić pareva essere l’unica condizione politica all’accelerazione del processo di integrazione. Ora spunta la questione Kosovo. Ma sul Kosovo l’UE non ha una posizione univoca. Cinque dei 27 membri ancora non lo hanno riconosciuto come Stato indipendente. Per questo motivo né la Commissione, né il Consiglio possono chiedere alla Serbia di rinunciare alla sua provincia del Sud, ma solo che il dialogo venga ripreso. Sono poi sopravvenuti gli scontri a nord del Kosovo ed il riaccendersi delle tensioni, dopo che l’EULEX e le autorità di polizia Kosovara hanno tentato di prendere possesso dei posti di confine, cosa che ha provocato la reazione e le barricate della minoranza serba. Ed è ormai chiaro che il governo di Belgrado non ha un’influenza determinante su ciò che succede nel nord del Kosovo. In agosto, durante una visita a Belgrado, la Cancelliera tedesca Merkel affermava che se Belgrado non riprende il dialogo con Pristina, non permette alle forze dell’EULEX di riprendere le proprie posizioni sui confini e non smantella le autorità parallele, non sarà concesso lo status di candidato. Ma due mesi dopo la Cancelliera viene smentita dal progress report della Commissione. In conclusione: l’UE ha voluto premiare la Serbia per il suo impegno nelle riforme e per l’arresto dei criminali di guerra, ma, d’ora in poi, la questione Kosovo sarà determinante nei negoziati.
di Alessandro Cisilin
«Non c’è più tempo. Ci saranno conseguenze drammatiche in Belgio se non si avrà un governo in tempi brevissimi». Il monito degli economisti è stato unanime. Ma l’aspetto più interessante, spulciando gli archivi dei media bruxellesi, è stato la sua ripetitività, in un arco che si estende ad almeno gli ultimi cinque anni.
di Alessandro Cisilin
La libertà di un israeliano vale quella di 1027 palestinesi. La sproporzione tra il rilascio del caporale Gilad Shalit, ora sergente, e la scarcerazione di massa (477 detenuti il 18 ottobre scorso, più altri 550 da liberare entro il mese prossimo) rilancia il nodo drammatico dell’anomalia discriminatoria che contraddistingue la politica, le norme e le prigioni di Tel Aviv.
di Federico Simonelli
«Perché sono ancora ottimista?» - Khouloud Bidak si guarda un attimo intorno prima di rispondere, accanto al suo, su un tavolino del vecchio caffè Groppi, al Cairo, un ragazzo e una ragazza bevono Coca Cola: lui è vestito all’occidentale, lei è completamente velata di nero, le si vedono solo gli occhi, fuori, in strada, due camionette cariche di poliziotti oziano all’ombra di un eucalipto - «Lo sono perché ho fiducia nell’Egitto, nelle persone. Ma non nascondo che ho anche molte paure: il Consiglio militare innanzitutto e poi i Fratelli Musulmani e i Salafiti».
di Federico Simonelli
Con la caduta del regime i lavoratori egiziani hanno cominciato a organizzarsi e a preparare la loro rivoluzione nella rivoluzione. Dai medici agli insegnanti, dagli autisti ai lavoratori portuali, in tantissimi sono scesi in piazza negli ultimi mesi, per chiedere maggior sicurezza, più rappresentanza, migliori condizioni salariali.