Prima della ‘rivoluzione’ lavorava al Four Seasons, il più lussuso albergo della capitale, di proprietà di una cordata di imprenditori legata Rami Makhluf, influente cugino del presidente Bashar al Assad e uno degli uomini più ricchi del Paese. «Nidal non fuma. Se fumasse passerebbe il tempo ad accendere e aspirare sigarette», dice Mariam, la moglie, mentre culla la figlia, Hala, di appena cinque mesi, nata durante la rivoluzione. Ha lavorato per anni come guida turistica, ha molti amici all’estero e grazie al loro aiuto riescono ad andare avanti. «Con l’inverno abbiamo bisogno di più mazot (combustibile per riscaldamento domestico) ma le bombole cominciano a scarseggiare anche qui a Damasco. Bisogna cercarle al mercato nero, dove costano anche un terzo di più». Nidal, Mariam e Hala abitano nella casa della famiglia di Mariam. Una vecchia casa damascena, con le stanze che si affacciano su una corte centrale aperta e ornata di una fontana in marmo decorato. Il quartiere è a due passi dal mercato coperto ed è una roccaforte dell’Islam sunnita conservatore. Mariam si è sposata tardi, dopo aver rifiutato un matrimonio combinato con un giovane iracheno emigrato in Svezia che aveva conosciuto via Internet. «Se lo avessi sposato non avrei mai conosciuto Nidal e Hala non sarebbe qui fra le mie braccia». Nidal continua a dormire su un divano in un’altra stanza. La tv è accesa su al-Jazira, una delle due tv panarabe accusate dal regime di Damasco e dai lealisti di agire per conto delle potenze straniere, di diffondere “notizie false e artefatte”. Mariam non è mai stata appassionata di politica, adesso è diverso. «È la paura che ci ha tenuti immobili per anni, da quando siamo nati. È la paura che ci tiene in casa, qui a Damasco, e non ci fa uscire a manifestare come fanno altri fuori città o a Homs». Se non ci fosse la piccola Hala sarebbe in strada. «Anche Nidal non ne può più. Lo sento anche se lui non vuole parlarne». E si chiude nel suo sonno.