Costruito nel 1770 dal funzionario asburgico (di Pressburg in Ungheria) Wolfgang von Kempelen, giunse a battere Benjamin Franklin e Napoleone Bonaparte; lo ereditò Johann Nepomuk Maelzel che lo portò in tournée sino alla morte, nel 1839. Tanto proverbiale, la vicenda, da figurare come allegoria nella prima tesi Sul concetto di storia di Walter Benjamin (dove il manichino è il materialismo storico e il ‘nano gobbo’ al suo interno la teologia). A raccontare questa storia è Tom Standage, in appendice al suo libro avvincente (Il Turco, traduzione di Dora Di Marco, Nutrimenti, pp. 306, €19,50) Filippo Tuena opportunamente ha collocato un articolo proprio di Poe che nel 1836, per smascherare la mistificazione del Turco, per la prima volta adottò il metodo indiziario delle novelle con cui inventava il ‘giallo’ moderno. Naturalmente non era l’automa a giocare, ma un uomo nascosto al suo interno, che con un meccanismo spostava i pezzi sulla scacchiera. Eppure il fior fiore dell’illuminismo, paralizzato dall’onnipotenza presunta della tecnica, aveva rinunciato al suo rigore intellettuale - e creduto alla ‘bufala’. L’ironia della storia è che furono due ammirati spettatori delle false imprese del Turco, Edmund Cartwright e Charles Babbage, a ispirarvisi per ideare davvero il telaio automatico e il calcolatore programmabile, iniziando così il mondo in cui viviamo. Quello in cui per la prima volta un computer, Deep Blue, nel 1997 è riuscito davvero a sconfiggere il campione mondiale di scacchi, Garry Kasparov.