Vista da lontano l’estate israeliana è potuta sembrare una scontata prosecuzione della primavera araba, nonché un rimbalzo della crisi che attanaglia il capitalismo occidentale. Invece c’è dell’altro, in quanto le rivendicazioni tendono a limitarsi all’ambito economico e, al contempo, vengono mosse in un contesto lontano dalla recessione. Nonostante la dipendenza dal commercio estero, Israele ha realizzato tassi di crescita in costante aumento anche negli ultimi tre anni, con cinque punti percentuali di balzo stimati per l’anno in corso, una disoccupazione a scendere di oltre un punto, sul livello frizionale del 6%, nonché un debito in costante calo. Ma il nodo c’è, ed è ancora una volta la distribuzione della ricchezza, perché quel mini-boom si è realizzato alle spalle di lavoratori, pensionati e giovani, tra salari reali diminuiti e tagli alla previdenza, alla sanità e all’edilizia studentesca. Gli stipendi sono rimasti congelati negli ultimi tre anni, mentre i prezzi di alimenti e carburanti volavano, le case rincaravano del 60% e i diritti nel lavoro venivano ridimensionati, tra precarizzazione e riduzioni dei congedi parentali. La rivolta è globale, con quasi nove israeliani su dieci, secondo un rilevamento, ad appoggiare i manifestanti. In picchiata nei sondaggi, l’esecutivo Netanyahu ha risposto col via libera ad altre migliaia di insediamenti abitativi a Gerusalemme Est. E si è tornati alla guerra, con Gaza, Hamas e l’Egitto. Il Cairo ha ritirato il proprio ambasciatore dopo l’uccisione di alcune guardie di frontiera. Netanyahu e il governo della destra cercano di metabolizzare la crisi sociale nell’emergenza bellica. Se comincerà la terza guerra mondiale, comincerà nei territori biblici.