La racija di Novi Sad occupa tre interi giorni: il 21, 22, 23 gennaio del 1942. Il Danubio è gelato, il ghiaccio viene spaccato per buttarci i vivi e i morti, pogrom e strage prendono titolo dall’inverno, quei tre si chiamano da allora I giorni freddi di Novi Sad.
[Danilo Kiš, Salmo 44 «All’interno, a due o tre metri dalle cabine, era stato praticato un buco sopra il quale avevano collocato una tavola - che poi era il vecchio trampolino per i tuffi -, di tanto in tanto uno in abiti civili - che era il custode dello stabilimento -, quando il buco si intasava spingeva i cadaveri sotto il ghiaccio servendosi di una lunga pertica con un uncino in cima»]
La Jugoslavia viene invasa nell’aprile 1941, agli ungheresi la pianura pannonica. La resistenza - dei nazionalisti e dei titini - è subito attiva e le stragi del gennaio 1942 -iniziano con la distruzione di alcuni villaggi e si dispiegano a Novi Sad - sono il tentativo di fermarla. Nonostante la vocazione antisemita degli ungheresi, non si tratta solo del rastrellamento e decimazione della popolazione ebraica (tuttavia 700 gli ebrei uccisi) ma di un massacro indistinto di civili per rappresaglia. La razzia dilaga nelle case e nei quartieri operai, nel quartiere serbo, in quello ebraico e in altri gruppi di case. La pianificano il comandante del V° corpo d’armata ungherese generale Feketehalmy-Czeydner [la sua parabola termina con l’impiccagione. Belgrado 5 novembre 1946] e il luogotenente generale Jozsef Grassy [anche lui impiccato. Belgrado 1946]. Novi Sad viene divisa in otto aree, inizia il rastrellamento e alla fine 3.309 persone tra le quali 147 bambini e 299 anziani vengono massacrate lungo le rive del fiume e presso il cimitero locale. Due scrittori tra i testimoni: Danilo Kiš e Alexandar Tišma.
[Danilo Kiš, post scriputm a Mansarda «I gendarmi ed i soldati irrompono in casa, sui fucili brillano le baionette. Un soldato guarda sotto il letto, poi apre gli armadi, l’altro tiene il fucile in posizione di sparo. Il padre mostra al gendarme i documenti, il gendarme li restituisce, il padre prende dall’attaccapanni il cappotto e il cappello ed esce con loro»]
Tišma: «Avevo 18 anni ed ero in quei giorni a Novi Sad, tenevo, insieme a mio padre e a mia madre, le mani in alto davanti a una pattuglia di soldati ungheresi che ci urlavano in faccia che nascondevamo dei fucili in casa.»
[Alexandar Tišma, Il libro di Blam: «Gli spari eccheggiarono di nuovo, netti e precisi ora e dalla folla risposero grida e lamenti; vide alcuni civili inciampare e cadere e delle uniformi chinarsi su di loro con i fucili spianati che vomitavano fuoco verso terra […] Aggirando i cadaveri ammucchiati sulla neve in prossimità di alcuni incroci confluirono sulla strada diritta che portava allo stabilimento balneare sul Danubio. La strada era già nera della moltitudine di persone, in file di quattro, allineate compatte, rivolte verso il fiume nascosto in lontananza dalle file di cabine bianche come la neve attorno».]