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Venerdì 29 Aprile 2011 10:13
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TANCREDI

Feltre, Galleria d’Arte Moderna “Carlo Rizzarda”, fino al 28 agosto
Info  tel. 199199111, www.mostratancredi.feltre.eu
Catalogo Silvana Editoriale

 

di Adriana Grippiolo

 

Sarebbe da capire perché le affascinanti, vorticose opere di Tancredi Parmeggiani (1927-1966) siano ancora oggi scarsamente conosciute dal grande pubblico  e perché  l’artista abbia quadri esposti nei massimi musei del mondo, ma non altrettanto in Italia.


Si capisce invece benissimo perché negli anni tra primo dopoguerra e i Sessanta, quando muore giovanissimo, abbia creato fastidio e  chiacchiere tra i colleghi e gli addetti. La sua cultura figurativa era negli anni Cinquanta - al di là dell’evidente incidenza dello spazialismo informale e di Fontana- più statunitense che francese, proprio negli anni in cui gli italiani guardavano invece a Parigi, al cubismo, e all’impegno politico. Tancredi era fuori coro, insomma. Poi gli capita - vivendo tra Roma e Venezia - l’avventura di essere apprezzato da Peggy Guggheneim, invidiatissimo caso, tanto più che alla mecenate americana si unisce il gallerista Carlo Cardazzo, che fa conoscere Tancredi ai collezionisti USA. Come accettare nel club dei duri e puri un artista protégé?
La colombaFuori di chiacchiera, che incanto questa antologica feltrina (a Feltre è nato Tancredi) che ripassa non solo la breve vita erratica con fotografie, lettere, disegni (“io non so scrivere, forse riuscirò a dipingere quello che sento”) ma  tutto l’arco dell’opera con 150 presenze tra carte e oli. Si incontrano all’inizio, dopo la serie degli Autoritratti e Ritratti dei “ compagni di  strada e di avventura”, le carte giovanili già segnate da tormenti e leggerezze (Senza titolo del 1951–52, acquarello e inchiostro di china, è un Wols con tracce di speranza. Il gomitolo nero si apre a tenui accenni rossi). Segue la serie delle Primavere che, insieme a  L’avventura internazionale, costituiscono il fulcro della mostra. Qui le sciabolate di Hans Hartung, la scrittura di Mark Tobey (e ancora Mario Deluigi, Georges Mathieu, Jean-Paul Riopelle) diventano forme ariose dove i fili si raccolgono a diventare nido (Senza titolo, guazzo su carta 1951-52), le pennellate violente di colore si organizzano in equilibrio e quasi-geometria, dove cioè il linguaggio dell’automatismo è mediato da una cultura figurativa italiana perfino classica, e dove bellezza e natura con le loro regole chiudono sempre l’opera. Straordinari esempi Natura Vergine del ’54, fasce di colori sontuosi organizzano un tramonto sull’erba Colomba in volo del ’58 , vortici di segni a semiluna sono ali che sbattono in A proposito di Venezia dello stesso anno,   tasselli azzurri di segni “spontanei” si fondono come respirassero aria  e acqua. Seguono la tappe delle Facezie e dei Matti (“tanti  piccoli uomini con grosse teste gonfie di decorazioni, armature e retoriche comuni”) che denunciano l’enorme malessere dell’artista di fronte a una società volgare e feroce, mentre la mostra si conclude con una sezione degli anni dal 1962, felice, sontuosa di colore, col tema dei Fiori. Non soltanto oli, non solo varianti di celebri immagini (Senza titolo del ’61, tempera dal ciclo dei “Diari Paesani” è omaggio e rivisitazione di Monet)  ma anche collages di carta e di stoffa, sovrapposizioni e spessori,  invenzioni e accostamenti straordinari. Eppure, tutte le immagini sono nel segno di una sottesa malinconia, come di qualcosa che, irrecuperabile, sta sfuggendo dalla vita.

 

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