Con tale impeto che perfino il gatto scappa terrorizzato sotto il letto, e la giovane alza le mani come per difendersi. Scrive del quadro, dipinto da Lorenzo Lotto tra 1534 e’35, Francesco Arcangeli “Gli occhi dell’Annunciata di Recanati, si pensa di poter dire siano i più commoventi della pittura, spalancati, con le pupille grandi come laghi cupi nel buio; laghi del cuore, dove un’anima s’affaccia e spaura, timida di confessarsi, torbida quasi per troppa innocenza…”. È opera degli anni Trenta quando Lotto dipinge ritirato nelle Marche, dove muore fra i confratelli domenicani sentendosi solo e malato d’ansia, nel 1556. È nato a Venezia nel 1480, periodicamente tornerà
in Laguna, conservando il segno di quel primo periodo, quando in città per misteriosa coincidenza epocale passano Antonello da Messina, Leonardo e Dürer, opera ancora Giovanni Bellini e già svetta Tiziano. Lorenzo guarda tutti, ma soprattutto i nordici maestri del particolare, e Dürer, dal quale copia, unico in Italia, curiose ali di angeli con una piuma sollevata. Veneto sarà per sempre il culto del paesaggio, quei grandi cieli pieni di nuvole, quelle ombre instabili sui volti (l’angelo scrivano della Pala di San Bernardino), l’Adriatico visto da vicino (il paesaggio marittimo del San Nicola ai Carmini di Venezia, i delfini che saltano nel San Cristoforo di Loreto). Paesaggi che diventano quasi lenticolari, quasi fiamminghi nei dettagli, con masserie, animali al lavoro, granai e depositi. Grande attenzione poi agli oggetti, sia nel loro valore simbolico sia in quello cromatico e narrativo: ecco i bei tappeti orientali (la Santa Caterina di Treviso, l’Elemosina di san Antonino per i domenicani di Venezia), gli oggetti dei Ritratti e soprattutto i dettagli naturalistici, i petali di gelsomino e di rosa bianca, un muro smangiato dal tempo, il muschio sulle piante…Anima inquieta ed erratica, Lotto passa da Venezia alla provincia trevigiana, poi all’inizio del 500 è nella Roma di Giulio II, e forse partecipa al lavoro dell’équipe di Raffaello nelle Stanze, certo vede e assorbe Michelangelo, da quel momento saranno potenziate le anatomie di angeli e santi (la Trasfigurazione di Recanati). Tornerà a Venezia, e ancora muovendosi a Bergamo e in provincia, fin a fermarsi, vecchio, nelle Marche, guadagnando ovunque moltissimo e spendendo di più. Ma il contributo più originale, più definitivo alla storia dell’arte non solo del Rinascimento è quella sua religiosità vera, povera (i miseri dei suoi quadri hanno tale dignità!) e soprattutto originale: inventa soluzioni teologiche mai viste prima, una Trinità dove il Padre è pura ombra luminosa, i santi colloquiali e le madonne attente, gli angeli smettono di suonare per spandere petali di rosa come nelle processioni, e, all’annuncio del tragico futuro del Figlio, Maria sviene sotto il grande portico di una chiesa veneta. Con le vicine che la sorreggono. Fulminante poi, nella tela forse più straordinaria della mostra (la Pala di San Bernardino) la sostituzione della cupola sotto la quale per tradizione è posto il trono della Vergine, con un gran telo verde che gli angeli hanno già steso a metà. In incantevole versione domestica.
