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Home / Archivio / 2011 / Maggio 2011 / Angela Merkel, il dubbio amletico
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Giovedì 28 Aprile 2011 11:42
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Angela Merkel, il dubbio amletico

di Carlo Martinengo

Sono oramai così intrecciate le sorti degli europei che un progetto sgradito di una costruzione ferroviaria a Stoccarda, ha determinato le sorti di una delle maggiori regioni tedesche, che a sua volta ha mandato scosse che hanno raggiunto la capitale federale Berlino e questa ha trasmesso le proprie scosse prima a Bruxelles e poi a tutta Europa.


Il 27 marzo i partiti della coalizione di governo della cancelliera Merkel hanno perso clamorosamente le elezioni nel Baden-Wuerttemberg, una storica roccaforte conservatrice che da 58 anni era stata governata dai cristiano democratici. Sia la Cdu della Merkel, sia il partito liberale hanno subito perdite scioccanti. A stravincere è stato il partito ecologista dei Verdi. Il Baden non è solo una regione tradizionalmente moderata, ma è anche la sede del mitico Mittelstand, le imprese di media dimensione che rappresentano la risorsa nascosta dell’economia tedesca. Dietro i giganti attorno a Stoccarda - o nella non lontana Monaco in Baviera – ci sono migliaia di imprese il cui fatturato superano il mezzo miliardo e arriva fino a quattro o cinque miliardi. Sono produttori specializzati in genere in ingegneria che hanno accompagnato la crescita in tutto il mondo delle grandi multinazionali del paese ma senza mai abbandonare un profilo basso, fatto di azionariati familiari, di rapporti bancari che durano generazioni e di pochi debiti. Un ambiente che si nutre di sicurezza, stabilità e risparmio. Valori che fino alla fine di marzo sembravano inevitabilmente associati ai soli partiti conservatori. Migliaia di cittadini negli ultimi due anni si sono mobilitati per difendere una visione diversa dello sviluppo economico
Un progetto troppo invasivo varato dalle autorità locali per ammodernare le infrastrutture ferroviarie ha invece dato voce a un sentimento di protesta contro il sacrificio di piante secolari e di altre risorse di benessere ecologico. Migliaia di cittadini negli ultimi due anni si sono mobilitati per difendere una visione diversa dello sviluppo economico. Anche in questa visione si fa leva sui principi della sicurezza, della stabilità e del risparmio, ma coniugati con il linguaggio completamente diverso della difesa ecologica. Erano anni che queste due anime del pensiero politico tedesco facevano manovre di avvicinamento. In fondo anche i Verdi possono utilizzare un linguaggio di “conservazione” – dell’ambiente prima di tutto, ma più in generale dei diritti individuali preordinati a quelli finanziari - come la Cdu, ma senza essere conservatori.
Quando a poche settimane dal voto è giunta la notizia del tragico terremoto in Giappone e dell’incidente nucleare che ne è stato prodotto, le motivazioni del partito ecologista e le sensibilità ambientali dei cittadini tedeschi si sono ritrovate ancor più vicine. Il presidente regionale uscente, il cristiano democratico Stefan Mappus era proprio uno dei più accesi sostenitori dell’impegno della Germania nell’energia nucleare. È stato subito chiaro che non aveva scampo. La cancelliera Merkel aveva tentato in extremis un ultimo salvataggio annunciando che avrebbe sospeso sette centrali nucleari, andando incontro ai timori dei tedeschi che hanno seguito la vicenda giapponese con un’attenzione ossessiva ora dopo ora. Ma una tale inversione di rotta è parsa un’ultima esibizione di opportunismo politico da parte della cancelliera e comunque una scelta come minimo strumentale pronta a essere rivista non appena le condizioni politiche fossero cambiate.
Merkel sembra aver perso quel tratto di novità e diversità che ne aveva fatto un personaggio irresistibile nella sua ascesa politica.
Come conseguenza della crisi finanziaria che ha scosso l’intero continente, la Germania è diventata ancor più di prima il centro di riferimento della politica europea, non solo in ragione del proprio ruolo economico predominante. Merkel si è trovata schiacciata dalla difficoltà di condurre una politica all’altezza della leadership europea e al tempo stesso di rappresentare le istanze di una popolazione eterogenea e meno ancorata di un tempo agli schemi politici del passato.
Mentre la crisi dei paesi dell’euro chiedeva una guida certa e lungimirante a Berlino la cancelliera Merkel ha frenato ogni tentativo di maggiore integrazione europea.
Quando a marzo è scoppiata la rivolta nel Nord Africa e in particolare la crisi libica, Berlino incredibilmente si è trovata isolata tra tutti i maggiori paesi occidentali. La Germania ha infatti rifiutato di votare a favore della risoluzione 1713 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il risultato è stato che mentre Francia e Gran Bretagna insieme agli Stati Uniti e ad altri sette paesi si impegnavano nella difesa dei rivoltosi minacciati dalla repressione armata di Gheddafi la Germania astenendosi si è trovata nell’imbarazzante compagnia di Cina, Russia, India e Brasile, paesi che tradizionalmente non ispirano il loro voto alle Nazioni Unite ai principi di difesa dei diritti umani. La Germania è stata accusata, proprio come in occasione della crisi europea, di avere una “politica cinese”, cioè di indifferenza per la cooperazione internazionale. Dopo aver preso atto delle conseguenze dell’isolamento politico Merkel è parsa per la prima volta nella sua vita pubblica sotto scacco e essa stessa consapevole di un errore irrimediabile. Ha cercato anche in questa occasione di uscire dall’impiccio con un’imbarazzante marcia indietro, proponendo di inviare un maggior numero di truppe in Afghanistan per compensare l’impiego di mezzi militari nel Nord Africa dei paesi alleati. Ma anche questa decisione è parsa debole e segno di una carenza di visione e di leadership.
Le conseguenze della politica a zig-zag si sono fatte sentire anche nelle decisioni del Consiglio europeo di primavera dell’Unione Europea. Anche in quell’occasione, Berlino ha bloccato alcune decisioni fondamentali sull’ammontare di finanziamenti a disposizione per aiutare i paesi in crisi che sarebbero dovute essere prese entro il 25 di marzo e che invece sono state rinviate a giugno. Anche in questo caso la motivazione sottostante era quella di evitare di irritare gli elettori tedeschi prima del voto regionale di fine marzo. La prima ragione è che per pensare a un nuovo voto federale Merkel dovrà
prima di tutto ripensare la propria coalizione

Tuttavia si è trattato di troppa incoerenza in un tempo troppo breve per non essere punita dagli elettori. E il voto regionale ha finito per essere una debacle. In questo senso i Verdi erano il peggior avversario elettorale per la cancelliera. Il partito ecologista infatti è riuscito a trasmettere all’elettorato tedesco la sensazione di essere fedele a principi che non sono sempre i meno costosi politicamente. Chiedere a una regione industriale come quella di Stoccarda di rinunciare a fonti energetiche a basso costo come quelle che utilizzano combustibile nucleare non è per forza una scelta facile. Con le loro battaglie strada per strada in difesa degli alberi di Stoccarda, i Verdi sono parsi coerenti e visionari. Esattamente il contrario di quella che era diventata l’immagine della coalizione di governo. Al tempo stesso gli ecologisti sono parsi più trasparenti degli alleati socialdemocratici. Per l’Spd l’identificazione con il partito del lavoro non è più una garanzia di successo. C’è nella contrapposizione con il capitale qualcosa che appartiene al passato e che fatica a rinnovarsi. Nel voto in Renania-Palatinato, contemporaneo a quello del Baden-Wuerttemberg, i socialdemocratici hanno perso il dieci per cento. Secondo gli analisti i socialdemocratici non vengono considerati un partito del futuro.
La vittoria dell’opposizione in Baden-Wuerttemberg e nella Renania-Palatinato significa che il governo si troverà un Bundesrat, la Camera Alta del Parlamento in cui siedono i rappresentanti delle Regioni, compattamente ostile. L’aritmetica elettorale non fa prevedere che per tutto il resto della legislatura il governo possa cambiare gli equilibri parlamentari. In queste circostanze il predecessore della Merkel, il socialdemocratico Gerhard Schroeder, aveva deciso di anticipare le elezioni federali. Ma è improbabile che l’attuale cancelliere segua la stessa strada.
La prima ragione è che per pensare a un nuovo voto federale Merkel dovrà prima di tutto ripensare la propria coalizione. L’alleato liberale si è dimostrato il peggior compagno di strada che potesse scegliersi. I liberali si sono trasformati in un partito a vocazione nazional populista. Hanno cercato di aumentare il proprio consenso declinante con l’opposizione agli impegni europei a cui comunque la cancelliera si era dovuta impegnare. Inoltre il leader del partito, il ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, si è rivelato il più debole tra gli uomini che ricoprono incarichi di responsabilità e porta una sostanziale responsabilità nell’errore di giudizi in occasione della crisi libica. In secondo luogo, Merkel è abbastanza tranquilla all’interno del suo partito dove non sembra che si stiano profilando candidati a prenderne il posto. Infine la cancelliera può puntare sull’inevitabile rivalità che a partire dai prossimi mesi si aprirà tra il partito ecologista e quello socialdemocratico.
Merkel è considerata un’artista della sopravvivenza politica. Ha già passato alcuni lunghi periodi, soprattutto durante il suo primo mandato come capo del governo, senza prendere decisioni importanti. Ora potrebbe addirittura considerare conveniente di fronte ai tanti impegni internazionali apparire come un leader frenato non dalla propria mancanza di coraggio bensì da obiettive difficoltà di natura politica. In fondo l’economia tedesca continua ad avanzare a un ritmo vigoroso. La disoccupazione continua a scendere. Il disavanzo pubblico federale sarà molto al di sotto del 3% del pil. Non è escluso che gli elettori tedeschi possano riaffezionarsi al loro riconquistato benessere e non disturbare il manovratore che non disturba loro.

 

Galatea

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