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Home / Archivio / 2011 / Maggio 2011 / Siria - Gli al-Asad e il potere
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Giovedì 28 Aprile 2011 11:14
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Siria - Gli al-Asad e il potere

di Lorenzo Trombetta

- Dal 15 marzo ad oggi oltre 200 persone sono state uccise durante “proteste popolari” senza precedenti, che hanno scosso per la prima volta in 40 anni il potere della famiglia al-Asad. Hafez al-Asad, “fondatore della Siria moderna” e presidente dal novembre 1970 al giugno 2000 e l’attuale raìs Bashar, salito al trono repubblicano con l’etichetta di “riformatore”.

Le proteste si sono registrate in quasi tutte le città del Paese, da quelle abitate in prevalenza dai curdi nelle regioni nord-orientali al confine con Turchia e Iraq a Dayr al-Zor, capoluogo della provincia orientale dell’Eufrate, fino ai centri agricoli del nord, come Raqqa e Idlib, a quello meridionale di Suwayda’, a maggioranza drusa, e a Hama, città simbolo nel centro della Siria della repressione, nel 1982, dell’opposizione armata dei Fratelli musulmani. Le mobilitazioni hanno lambito Damasco e Aleppo, seconda città del Paese e tradizionale roccaforte della borghesia imprenditoriale sunnita, quasi sempre amica del regime.
Le manifestazioni più massicce si erano verificate all’inizio in città periferiche come Daraa, nel sud, Banias e Latakia nel nord-ovest. Daraa e Banias sono centri di secondaria importanza, sia per numero di abitanti che per peso economico. Daraa, di cui è originario il vice presidente (incarico ormai di facciata) sunnita Faruq al Sharaa, è il capoluogo della regione agricola a maggioranza sunnita dello Hawran, sofferente da quattro anni di siccità e alienata da politiche centrali sempre meno a favore della popolazione locale. Banias, luogo natale di un altro vice presidente sunnita, Abdel Halim Khaddam, ormai un ex da quando è stato epurato nel dicembre 2005, è invece un polo industriale e petrolifero, dove si trova una delle due raffinerie del Paese.
Banias e Latakia, così come le altre località costiere del nord-ovest, sono tradizionalmente dominate dai commercianti sunniti e cristiani, mentre gli alawiti (branca dello sciismo a cui appartiene la famiglia presidenziale degli al-Asad e i clan al potere a lei alleati) delle montange circostanti, da decenni scesi in città, hanno da tempo preso in mano le redini della burocrazia locale e della gestione dei servizi di sicurezza. Il latente conflitto a sfondo confessionale e di classe avrebbe in parte contribuito allo scoppio delle rivolte contro il regime, inevitabilmente identificato da parte dei sunniti nella minoranza alawita. È risuonato sempre più frequente il grido: “ash-Shaab / yurid / isqat an-nizam!” (il popolo / vuole / la caduta del regime!)
A partire dalla terza settimana di proteste, mentre Latakia, Banias e Daraa rimanevano assediate da unità dell’esercito e presidiate dalle forze di sicurezza, Homs, terzo centro del Paese e snodo dell’asse sud-nord che collega Damasco con Aleppo, è divenuto il nuovo fulcro della mobilitazione. Attorno al 18 aprile, decine di migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di alcuni manifestanti uccisi da non meglio precisati agenti in borghese e le esequie si sono trasformate in massicce manifestazioni anti-regime. Nella notte tra il 18 e il 19 marzo, circa 50.000 persone sono riuscite ad organizzare un sit-in nella centrale piazza del Nuovo Orologio, disperso con la forza soltanto poco prima dell’alba.
Fino ad ora il regime siriano, retto dai suoi pilastri dei servizi di controllo e repressione, dell’esercito e del Baath, di fatto il partito unico al potere da quasi mezzo secolo, non è stato scosso al suo interno dalle mobilitazioni. Le élites politiche e quelle commerciali e imprenditoriali, radicate a Damasco e Aleppo, non si sono schierate con la mobilitazione. Gli attivisti che organizzano, partecipano e fanno circolare gli appelli alle proteste sui social network, o attraverso il passaparola, sono giovani studenti, neolaureati o liberi professionisti di età compresa tra i venti e i trentacinque anni, provenienti dalle città medio grandi, con una discreta conoscenza dell’inglese che hanno dimestichezza con computer e smartphone.
Accanto a loro ci sono decine di dissidenti, ex baatisti oppure seguaci dei partiti ideologici (comunisti, social-siriani, fratelli musulmani) di fatto banditi dal regime siriano sin dal suo avvento, oppure professori universitari, avvocati, intellettuali, musulmani per lo più ma non fondamentalisti. La maggior parte di loro, con età che superano i cinquant’anni, hanno passato anni nelle noti carceri politiche della Siria, facendo compagnia ai circa 3.000 detenuti d’opinione (molti dei quali fondamentalisti islamici o attivisti curdi) che ancora languono nelle segrete sotterranee. Infine l’evanescente galassia di oppositori in esilio.
Il dissenso siriano chiede una serie di radicali riforme: l’abrogazione della legge d’emergenza in vigore da 48 anni, la liberazione di tutti i detenuti politici, la fine della militarizzazione della società e dell’asfissiante controllo dei servizi di sicurezza, la messa in stato di accusa dei responsabili della morte, dall’inizio delle proteste ad oggi, di oltre 200 persone, la fine del monopolio economico-commerciale da parte di una ristretta oligarchia legata direttamente o indirettamente alla famiglia al potere, l’elaborazione di una legge che inauguri un’era di multipartitismo, consultazioni amministrative, legislative e presidenziali libere e aperte alla competizione, una legge sulla stampa che tolga il bavaglio ai mezzi d’informazione non allineati.
Dietro a queste “élites del dissenso” ci sono poi migliaia di abitanti (tra cui donne) delle regioni rurali (Daraa, Dayr az-Zor, Raqqa, Idlib, Suwayda’, Qamishli, Amuda, Ayn Arab), delle città minori (Banias, Latakia, Homs, Hama) o dei sobborghi della capitale (Duma, Harasta, Arbin, Daraya), che scendono quasi giornalmente in strada spinti dalla comune appartenenza clanica e familiare, dall’assenza di prospettive future, dal desiderio di un non meglio precisato cambiamento.
Con l’accavallarsi di manifestazioni di protesta ai sempre più frequenti funerali dai “martiri” uccisi dalle forze di sicurezza, la mobilitazione si è fatta più massiccia e generalizzata, mentre gli slogan e l’atteggiamento dei dimostranti si sono radicalizzati: foto, statue ed effigi del presidente Bashar e di suo padre Hafez sono stati presi di mira, distrutti, abbattuti. Non solo a Daraa ma nella gran parte dei teatri delle proteste, dove è risuonato sempre più frequente il grido: “ash-Shaab / yurid / isqat an-nizam!” (il popolo / vuole / la caduta del regime!). 
Nei suoi due discorsi pubblici il 30 marzo e il 16 aprile, il presidente Bashar al-Asad ha, per la prima volta in undici anni di gestione del potere, fatto riferimento esplicito allo stato d’emergenza, in vigore dal 1963, anno dell’avvento del Baath. Nel marzo di quell’anno fu introdotta la legge marziale che limitava fortemente tutte libertà individuali e collettive, e si gettarono le basi per la creazione, cinque anni dopo, di un tribunale speciale, la Suprema corte per la sicurezza dello Stato. il governo ha annunciato l'approvazione di tre progetti di legge

Dopo un mese di proteste di piazza, nella seconda locuzione di fronte al nuovo esecutivo guidato da Adel Safar, il raìs ha annunciato che “entro una settimana” sarebbe stato abrogato lo stato d’emergenza. Il 21 aprile con il decreto 161 ne viene sancita la fine. Il 16 aprile, il governo ha annunciato l’approvazione di tre progetti di legge: l’abolizione della Corte suprema per la sicurezza dello Stato; l’abolizione dello stato d’emergenza propriamente detto; in Siria sarà possibile “manifestare in modo pacifico” chiedendo l’autorizzazione al ministero degli interni, diritto questo negato da quasi mezzo secolo. Il presidente ha affermato che questa nuova legge sulle manifestazioni pacifiche entrerà in vigore solo dopo il completamento del processo di riorganizzazione delle forze dell’ordine: “La polizia deve essere adeguatamente preparata e sostenuta con personale ed equipaggiamento…”. Nè per questa nè per altre due riforme - una legge sui partiti e un’altra sui media - sono stati definiti i tempi di entrata in vigore. In realtà il sistema è irriformabile. Dietro la cortina delle istituzioni di facciata (parlamento, governo, corte di giustizia, esercito regolare, organi del Baath) si nascondono i veri pilastri del regime: le quattro agenzie di controllo e repressione e i corpi pretoriani paramilitari, tutti organi in mano a membri degli al-Asad o dei clan alawiti alleati. Decidere di riformare radicalmente il sistema, liberando di fatto la società siriana dai ceppi con cui è legata da oltre 40 anni, significherebbe per il raìs e i membri dell’oligarchia al potere firmare la propria condanna a morte politica. E forse anche fisica.
In assenza di un consenso internazionale a favore di un cambio di regime (“manca l’interlocutore futuro”, ripetono le cancellerie occidentali) e in attesa di capire se l’ondata di proteste arriverà a investire i luoghi del potere commerciale di Damasco e Aleppo, trasformando le decine di migliaia di manifestanti in milioni di siriani che chiedono “la caduta del dittatore”, gli al-Asad, i loro soci e i loro clienti, tengono ancora saldamente il pugno il Paese.

 

 

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