Il cambiamento fatica a trovare espressione nelle città che hanno pagato il più alto tributo di sangue alla rivoluzione - Kasserine, Thala, Gafsa, Sidi Bouzid. Le case bianche a due piani, i bar gremiti di ragazzi, la piazza centrale, oggi piazza dei martiri. Sidi Bouzid, un avamposto rurale per lo più dimenticato all’interno del Paese. “Abbiamo almeno la libertà” sorride Hassib Omri, uno dei ragazzi che la rivoluzione “dei gelsomini” l’hanno fatta. “Gelsomini? Qui preferiamo chiamarla la rivoluzione del 17 dicembre, che è il giorno in cui Mohamed si è dato fuoco”, dice. Hassib parla cinque lingue e un ottimo italiano. La rivoluzione è stata dettata dalla mancanza di lavoro e di denaro. “A Sidi Bouzid siamo 410 mila, 120 mila nell’area urbana. E non c’è nessuno che possa dirsi benestante. Lo squilibrio tra ricchi e poveri era diventato troppo alto, troppa la differenza tra le agiate città della costa e quelle depresse dell’interno. La corruzione e il lusso ostentati dall’entourage di Ben Ali non potevamo più sopportarli”.
Secondo uno studio condotto lo scorso anno dall’Unione generale dei lavoratori tunisini (Ugtt), il tasso di povertà in questa provincia è di oltre il 12 %, la spesa annua per persona è stata nel 2010 di 1.138 dinari tunisini, meno di 600 euro. La disoccupazione tra i laureati maschi raggiunge il 25%, dieci punti in più rispetto al dato nazionale. Le giovani laureate se la passano anche peggio: quelle senza lavoro sono circa il 45%, mentre la media nazionale è del 20. Nonostante l’emarginazione e la mancanza di risorse, il tasso di istruzione è tra i più alti in Tunisia. Un paradosso sublimato dall’esperienza di Bouazizi, che aveva dovuto lasciare gli studi per guadagnarsi da vivere. Una vicenda che è ormai leggenda. Nel vecchio quartiere di el-Nour, i muri della casa dove Mohamed abitava sono coperti di graffiti. “Qui si ferma il mondo, grazie ai ragazzi di el-Nour”. Povere case che sono oggi meta di giornalisti da tutto il mondo. Si favoleggia di facoltosi uomini d’affari sauditi che avrebbero offerto cifre da capogiro per acquistare il leggendario carretto di Mohamed e la famiglia che avrebbe detto sempre di no.
L’incontro con Manoubia, la mamma di Mohamed, e sua sorella Leila, avviene in un ristorante della capitale, vicino alla loro nuova casa alla Marsa. Vive qui con il suo attuale marito, fratello del padre di Mohamed, e gli altri tre figli. Lei ricorda poco di quel giorno di tre mesi fa, che le ha strappato un figlio di 26 anni, dando il via ad una tempesta rivoluzionaria che ha investito l’intero mondo arabo e non si placa. Le hanno impedito di vederlo, fino al giorno in cui è morto, dopo 18 di agonia, il 4 gennaio. “Il 17 dicembre era sorridente - dice, trattenendo a stento le lacrime - è l’ultimo ricordo che ho di Mohamed. Anche se riesco a rivedere i suoi occhi ogni giorno, nello sguardo di tutti i tunisini che ha contribuito a rendere liberi”.
La nuova Tunisia
Ferve il lavoro per costruire una Tunisia nuova. “C’è un comitato rivoluzionario locale - spiega Hassib - è costituito da 18 membri e si occupa di convocare assemblee e organizzare azioni di protesta, come quella che ci ha visto protagonisti alla casbah di Tunisi, alla fine di febbraio, per chiedere le dimissioni di Ghannouchi. Molte informazioni vengono condivise su Facebook, che è stato uno degli strumenti più importanti per rendere possibile la stessa rivoluzione”. Eppure sono molti coloro che restano scettici di fronte a queste riunioni. “Non si giunge mai a nulla - obbietta Maher, che viene dallo stesso quartiere di Bouazizi - in questo momento è praticamente inesistente una struttura locale dei partiti che parteciperanno alle elezioni il prossimo 24 luglio”. Lo spettro della Rcd, insomma, cui erano iscritti circa metà dei 10 milioni di tunisini, continua ad aleggiare, nonostante il suo scioglimento per legge. E sono pochi i movimenti che tentano di tessere una nuova ragnatela politica su base locale. Tra questi c’è il partito Al Nahdha, il movimento islamico “della Rinascita”, guidato dall’ex esule Rachid Al Ghannouchi. “Hanno aperto una sede qui a Sidi Bouzid - ancora Maher - ma non so che tipo di supporto potranno avere in una città sostanzialmente laica come questa”. I partiti di sinistra che fino ad ora erano stati estromessi dalle competizioni elettorali, appaiono ancora privi di uno scheletro su base locale, come il partito comunista, il movimento Ettajdid (Rinnovamento ex comunista), il Pdp, il Fronte democratico per il lavoro e le libertà (Fdtl), o il Congresso per la Repubblica (Cpr), appartenente alla sinistra laica e guidato dallo storico leader Moncef Marzouki, tornato in Tunisia a gennaio, dopo un lungo esilio in Francia. “In questo momento ci sono circa 55 partiti politici” - rivela Med Outaiel Draief, un professore di Sidi Bouzid, che oggi insegna Diritto all’Università di Tunisi - “almeno una quarantina di questi partiti sono stati fondati dopo il 14 gennaio, per questo hanno una struttura molto debole. Organizzare e, in alcuni casi, contenere la rabbia della gente è un lavoro immenso. Così come laborioso è ora tessere un sistema di circoli locali sul territorio, da parte dei partiti. La dittatura ci ha impedito di imparare a fare politica. E ora è difficile”. Med ha fondato un’associazione di volontariato che si chiama Tunisiens sans frontiers. Raccolgono fondi per riaprire scuole e atenei, rimettendo in moto le attività didattiche e sociali della nuova Tunisia. Cosa sono i comitati rivoluzionari, da chi sono composti? “Associazioni nate in ogni regione - risponde - a livello nazionale fanno capo al Consiglio di Protezione della Rivoluzione, che riunisce importanti forze d’opposizione, molto diverse tra loro, come l’Unione sindacale (Ugtt) e il Fronte 14 Gennaio, che a sua volta raggruppa diversi partiti politici. Nei comitati locali ci sono personaggi di varia estrazione: avvocati, giudici, uomini d’affari e qualche faccia pulita del regime che ha abbandonato Ben Ali in tempo e che non ha le mani sporche di sangue. Alcuni sono rientrati in Tunisia dopo anni di esilio, soprattutto dalla Francia. Vogliono una Tunisia democratica, basata su un sistema costituzionale, parlamentare e partitico, un Paese con libertà di espressione, di associazione, di impresa e di pensiero. Un lavoro lunghissimo”.
I suicidi
Manoubia parla tra le lacrime: “Non ho mai capito molto di politica, ma il mio auspicio è che la situazione a Sidi Bouzid e in tutto il resto della Tunisia possa tornare presto alla normalità. Che i ragazzi tornino a lavorare e a ricostruire questo Paese nuovo, democratico, che appartiene ad ognuno di loro”. Chi può, oggi, cerca di scappare verso la costa, pagare mille euro e imbarcarsi per Lampedusa. E poi ci sono i suicidi, che continuano a mietere giovani vite. Nel momento in cui parlo con la madre del proto-martire della rivoluzione, a Sidi Bouzid si uccide un altro ragazzo. Si chiamava Khaled Ezzafouri ed era anche lui un disoccupato. Si è dato fuoco in un parco della città, per protestare proprio contro la visita di Ban Ki Moon, reo secondo molti di aver guardato con sufficienza alla rivluzione nel momento in cui avveniva. Due giorni dopo, l’intera Sidi Bouzid è tornata in strada, davanti al Palazzo del Governo, per reclamare e ottenere le dimissioni del prefetto. “Tutto questo mi addolora - dice Manoubia - so cosa significa perdere un figlio in quel modo. Voglio lanciare un appello a tutti i giovani tunisini: non buttate più via le vostre vite. È il momento di smetterla, abbiamo avuto troppi morti, causati dal vecchio regime e dai criminali della Polizia di Ben Ali, per i quali nutro solo odio. E’ il momento di scegliere la vita”. “L’unica speranza che abbiamo è che il governo che verrà non sia più corrotto” dice Faycel Negi, fratello di Houcine, il secondo martire della città di Sidi Bouzid, morto dopo essersi lanciato sui cavi dell’alta tensione, il 22 dicembre. Alla sua famiglia il nuovo governo ha inviato 20 mila dinari e una promessa, quella di tirarli fuori da povertà e disoccupazione. Ma a Faycel non basta: “Non saranno questi soldi a restituirmi mio fratello - dice - e non è migliorando la situazione di una sola famiglia che si risolvono i problemi della Tunisia. Bisogna abbattere la disoccupazione che affligge tutti i giovani tunisini. Houcine avrebbe voluto così”.
La ripresa. I problemi
Oggi, nell’entusiasmo del dopo-rivoluzione, qualche risposta sembra giungere dai privati. Una società di capitale americano, la Mass Corporation, vuole costruire un cementificio a risparmio energetico, proprio nella provincia di Sidi Bouzid. Avrebbe già presentato una richiesta ufficiale al Ministero tunisino dell’Industria. Un progetto gigantesco e investimenti industriali per circa 300 milioni di euro. Soprattutto si parla di oltre 1.500 nuovi posti di lavoro. Potrebbero sommarsene altri mille, grazie ad una società tedesca, il Gruppo Leoni, che produce cavi e componenti auto. L’azienda offre già lavoro a circa 12 mila persone negli stabilimenti di Sousse, Biserta e Ben Arous. L’anno prossimo è previsto un nuovo insediamento a Sidi Bouzid. E non è tutto. La più grande azienda lattiero-casearia tunisina corre anch’essa per realizzare uno stabilimento nella provincia madre della rivoluzione. L’impianto dovrebbe iniziare la produzione all’inizio del 2013.
C’è, il più grave, il problema della sanità. “Quasi mezzo milione di abitanti della provincia di Sidi Bouzid è servito da appena 45 medici specialisti” spiega Chiheb Mihoub. Ventisette anni, studente, gestisce un’associazione di volontariato che proprio nel settore sanitario è riuscita ad ottenere primi importanti risultati.
La città martire
Kasserine è la città martire della rivoluzione. Qui in soli tre giorni, tra l’8 e il 10 gennaio, la polizia politica ha ucciso 60 ragazzi. I cento chilometri di strada per raggiungere Kasserine attraversano una campagna piatta, trapuntata di pascoli e piantagioni, soprattutto di olivi. La cittadina è senza storia, identica a tante altre, divisa a metà dalla strada nazionale. Gli edifici che si estendono sulla destra e sulla sinistra, per lo più recenti, non superano i due piani e molte delle case sono senza intonaco. Il quartiere più povero di Kasserine è il rione zuhur, “fiore”. Qui, in una casa fatiscente, con alcune stanze prive persino del tetto, vive la famiglia di Mohamed Kodrawi. Aveva appena 22 anni, cercava di lavorare e di studiare alle scuole serali. Un proiettile in piena testa se lo è portato via il 10 gennaio. Sua sorella mi mostra il berretto che portava quel giorno, ancora intriso di sangue rappreso. Lo tiene in mano come una reliquia, mentre Alì, il padre adottivo di Mohamed, parla del denaro ricevuto dal governo di transizione: “È carta straccia – dice e tiene in mano una foto del ragazzo - ci hanno dato soldi che non serviranno a placare neanche un po’ del dolore che ci è stato inferto. Guardate questa casa, come siamo costretti a vivere, come ci aveva ridotti il regime di Ben Ali. Voglio sperare che il nuovo governo, qualunque esso sia, possa togliere da questa situazione le famiglie che vivono qui”.
I genitori di Belgassem Ghadhbani vivono poco distanti. Aveva 31 anni, si era sposato da due mesi. Meryem, la madre, ha un volto raggelato da un dolore che non le lascia più neanche il conforto del pianto: “Non hanno ucciso solo mio figlio - dice, guardando dritto negli occhi - hanno reso pazza anche me”. Un accenno di sorriso solo quando va a prendere le foto di Belgassem e le sparge sul tavolino. Il marito racconta di aver saputo dai presenti che una donna poliziotto esultava e faceva il segno della vittoria con le dita dopo averlo colpito. La tortura più atroce per le famiglie che piangono dei morti è che non è stato condannato nessun colpevole, finora”. “Ci sono delle inchieste in corso - spiega Alì, il padre di Belgassem - ma sappiamo che non arriveranno a niente. E in fondo non è importante. Importa che le cose cambino davvero. Che tutti questi ragazzi non siano morti perché tutto rimanga come prima”. Quando e come arriverà questo cambiamento? I ragazzi se lo chiedono ormai da mesi, contemplando il nulla della risposta politica. A Kasserine, come in molte altre città, il prefetto è stato costretto a dimettersi. Ora a guidare la città c’è un commissario.
Mentre torniamo alla macchina veniamo accerchiati da un gruppo di ragazzi. Hanno poca fiducia nella stampa nazionale e sono contenti di vedere che i media stranieri si interessano ancora della Tunisia.
404
La televisione di Stato ha cambiato logo, via il vecchio numero 7, che indicava il 7 novembre 1987, data dell’insediamento di Ben Ali alla guida della Repubblica, al suo posto la dicitura “televisione nazionale tunisina”. Non basta. Quasi per istinto, i tunisini continuano a fidarsi maggiormente del web. La rete internet, che negli ultimi anni di dittatura è stata l’unica finestra aperta sul mondo.
Tra i simboli del deposto regime di Ben Ali c’è anche un numero: il 404. È il codice di errore che veniva visualizzato dai provider tunisini ogni volta che qualcuno tentava di aprire siti proibiti. Dai portali di controinformazione come Nawaat, Al Badil o Radio Kalima, ai social network come Vimeo, Dailymotion e Youtube. La censura era così frequente che 404 è diventato un lemma nella lingua parlata dai giovani. Il network al-Arabiya, nei giorni immediatamente successivi il 14 gennaio, ha ospitato un dibattito cui hanno preso parte quattro blogger tunisini, quelli che il Raìs aveva messo fuori legge. Sul tavolo, proprio il ruolo giocato da social network e siti come Facebook, Twitter e Youtube, nel portare alla ribalta internazionale una protesta che il vecchio regime aveva cercato di nascondere il più possibile, attraverso la censura sistematica. “Ciò che è successo in Tunisia - parla uno dei giovani blogger - ha dimostrato che il blackout dell’informazione non è più possibile. Ognuno dei manifestanti, con un semplice telefono cellulare dotato di video-camera, era un potenziale giornalista. Ben Ali è stato deposto da un popolo armato di tecnologia”.
Ras Jdir
Ras Jdir è un viaggio di sei ore in autobus. Dai finestrini continuano a sfilare le piantagioni di olivi. Poco a poco alla terra bruna della Tunisia centrale si sostituiscono le dune sabbiose del deserto. L’ultimo tratto di circa 30 chilometri, tra Ben Guardane e la frontiera, si percorre in taxi su una lunga linea retta d’asfalto, che taglia la sabbia e null’altro. Poco prima del confine, enorme, si estende la tendopoli di Choucha, il campo profughi allestito dall’Unhcr per gli sfollati dalla Libia. “Puoi fare tutte le foto che vuoi, ma questa puzza che fa venire la nausea, come fai a farla sentire?” È l’odore la prima cosa che colpisce quando si arriva a campo Choucha. Buca le narici quella calca di quasi 20 mila corpi, costretti a lavarsi con i secchi, a mangiare e ad espletare i propri bisogni fisiologici nel deserto. Nemmeno Manuel che ha 26 anni ed è uno dei tanti migranti nigeriani che a inizio marzo hanno attraversato la frontiera di Ras Jdir, si è abituato a quell’odore. Quando sono scoppiati gli scontri a Zawiyah, nella Libia occidentale, stava completando il suo turno quotidiano di lavoro come metalmeccanico. Nella fretta di andarsene, ha convinto il suo supervisore libico a restituirgli il passaporto, ma non a pagargli il salario che gli era dovuto. Poi è saltato su un taxi assieme ad altri due connazionali e si è diretto verso il valico doganale, dove un autobus, alla fine, li ha tirati su per condurli a Choucha. “Ora dormo in una tenda con altre dieci persone - dice - ma ringrazio Dio di essere ancora vivo. E il popolo tunisino per avermi accolto qui. In Libia mi hanno rapinato e torturato, solo per il colore della mia pelle”. In questo momento ci sono oltre 18 mila persone accampate a Choucha. Diecimila provengono dal Bangladesh, i restanti 8 mila per lo più da paesi dell’Africa sub-sahariana. Sudan, Mali e Ghana soprattutto. La tanto temuta ondata africana si è presentata ai cancelli che separano la Libia di Gheddafi dalla nuova Tunisia liberata, a partire dalla metà di marzo. Solo l’ultimo capitolo di un’emergenza umanitaria che ha cambiato volto e tratti somatici, settimana dopo settimana, ma che non si è mai placata. Prima i tunisini e gli egiziani, sul finire di febbraio. Quindi i bengalesi. Infine i sub-sahariani. A metà marzo, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, sono già 254 mila le persone che hanno lasciato la Libia, 138 mila sono riparate in Tunisia. “Dobbiamo rendere merito a quello che il governo tunisino è riuscito a fare, in una situazione difficile come quella attuale di transizione. Dall’inizio della crisi, malgrado gli sforzi per rimpatriare tutti, per ogni migrante partito ne è entrato in Tunisia un altro” documenta Firas Kayal, responsabile dell’informazione per l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati. I sudanesi stanno mettendo in scena una colorata protesta nel campo, per chiedere il rimpatrio. “Si lamentano e sono arrivati ieri, cosa dovrei dire io, che sono qui ormai da settimane?” scuote il capo Najib, uno dei bengalesi che hanno atteso per giorni tra il campo e l’aeroporto di Djerba, senza risposte.
L’esercito tunisino, che gestisce il campo, riesce a coordinare la pletora internazionale: il Programma alimentare mondiale dell’Onu, Action contre la Faim, l’Unicef e Islamic Relief. “Al momento - spiega Maher, infermiere della Mezzaluna Rossa, giunto da Biserta - stiamo per lo più trattando casi di raffreddore, influenza e altre infezioni facilmente curabili. Dobbiamo ringraziare l’esercito, che sta coordinando gli sforzi, oltre a garantire la rivoluzione”. Il ruolo dell’esercito, dopo il 14 gennaio, si è fatto centrale nella vita dei tunisini. I militari stanno “proteggendo” la rivoluzione dal giorno in cui Ben Ali se n’è andato. Lo fanno con gli scarsi mezzi che hanno a disposizione, ma con l’appoggio incontrastato del popolo. “L’esercito, in Tunisia - dice Chiheb - è da sempre un’espressione del popolo. La polizia politica, invece, era appannaggio di Ben Ali. Dopo la rivoluzione, tutte le forze armate e dell’ordine, polizia compresa, fanno riferimento al nostro esercito, che si limita a garantire la volontà del popolo”.
Via di qui
La stessa generazione che ha voluto e conseguito la rivoluzione, è quella che sta abbandonando in massa il Paese. Si imbarcano sulle carrette per Lampedusa, tentano la sorte, ogni notte. Lungo la costa orientale si dipana la lunga mappa dei punti di partenza: Kelibia, Chebba, Sfax, specie nella zona di Sakiet Eddaier, le isole Kerkennah, nella località di El Attaya e Djerba. E poi giù lungo il golfo di Gabes, fino a Zarzis. Gli smuggler che stanno gestendo questa nuova tornata migratoria sono diversi da quelli che operavano in Libia fino al 2008. “Sono tunisini - spiega Nidhal, giovane ragazza che lavora in un albergo a Ben Guardane - alcuni di loro si occupano di recuperare una barca e di fare la colletta tra i passeggeri. Poi si imbarcano assieme a loro”. Ma perché se ne vanno, proprio nel momento in cui la Tunisia sta uscendo dalla dittatura? “Ci sono due fattori - spiega Nidhal - uno è più contingente, legato alla crisi economica della costa tunisina, seguita al crollo del turismo. Il secondo l’avventura collettiva. Voi in Europa non riuscite a capirlo, ma c’è chi parte anche solo per tentare la sorte e rifarsi una vita. Anche voi siete stati migranti, del resto, no?” Migliaia di giovani con la rivoluzione hanno imparato che ribellarsi è giusto. E hanno iniziato a ribellarsi all’ingiustizia della frontiera. Vogliono andare a Parigi dai parenti, lavorare qualche mese, vedere la riva nord, vogliono fidanzarsi con un’italiana. Vogliono viaggiare. E nel 2011 l’unico modo per farlo è diventare harraga, “bruciare” la frontiera. Talvolta, però, il prezzo da pagare è altissimo.
A Tunisi ci sono i parenti dei 40 dispersi nel naufragio - uno fra i tanti - del 14 marzo alle Kerkennah, l’arcipelago che si trova di fronte alle coste tunisine di Sfax. Ahmed Nakach aveva 22 anni. In Italia voleva andarci per cercare un lavoro e costruirsi una famiglia. A Lampedusa non è mai arrivato. Il fratello Alì tiene in mano una fototessera che lo ritrae. Assieme agli altri familiari dei dispersi ha dato vita a due distinti sit in di protesta, uno alla casbah, davanti alla sede del Palazzo del Governo, l’altro sotto l’Ambasciata italiana. Chiedono che le autorità tunisine e italiane collaborino per recuperare e restituire loro le salme.
“Dallo scorso lunedì 14 marzo non ho più notizie di Ahmed” spiega Alì, fissando la foto di suo fratello. Si era imbarcato per Lampedusa assieme ad altri connazionali, tutti uomini, per la maggior parte sotto i trent’anni, partiti da Chergui, la maggiore delle isole Kerkennah. Da qui la più grande delle Pelagie dista solo un centinaio di miglia. L’Europa è a meno di due giorni di navigazione, se il mare è calmo. “Ho ricevuto la sua ultima chiamata attorno alle 9 di mattina - racconta Alì - era impaurito, urlava di chiamare la polizia, di chiedere aiuto perché il mare era agitato e la barca stava per rovesciarsi. Da allora non sono più riuscito a mettermi in contatto con lui. E così è andata anche per tutti gli altri familiari dei passeggeri di quella barca”. Da allora, ogni giorno, le famiglie dei naufraghi piantonano il Palazzo del Governo, aspettano di essere ricevute da qualche rappresentante del nuovo esecutivo di transizione. Vogliono sapere che fine hanno fatto i loro cari, fuggiti verso un futuro migliore, dopo aver pagato 2 mila dinari ciascuno (circa mille euro). L’attesa è stata vana. “Nessuno ci ha dato udienza - dice Essayda, sorella di Mondher Ayari, di cui tiene stretta la foto tra le mani - ogni giorno vediamo passare l’auto del premier Beji Caid el Sebsi, che sfreccia via veloce per non fermarsi. Stiamo aiutando i profughi africani e asiatici che fuggono dalla Libia alla frontiera di Ras Jdir, ma dei tunisini a nessuno importa nulla”. Le notizie che giungono da Lampedusa non sono rincuoranti. “Mio cugino Makrem è arrivato sull’isola - rivela Alì - sono riuscito a parlare con lui per telefono. Di quella barca non si sa nulla”.
Dispersi
Almeno cinquanta persone fanno la spola tra la casbah e l’ufficio dell’ambasciatore Pietro Benassi, nel quartiere Barcelone. Madri, padri, sorelle e fratelli dei dispersi. Vengono da ogni parte della Tunisia. Qualcuno, come Alì, vive a Tunisi, altri sono di Sfax, Soussa, Zarzis o Kairouan. Hanno volti tirati per la preoccupazione e per lo scarso sonno. “C’è gente che non mangia e non dorme da giorni - dice Essayda - e la polizia cosa fa? Ogni volta che ci avviciniamo alza i manganelli, persino su donne e bambini. Chiediamo solo di parlare con Sebsi o qualcun’altro del Governo. Ben Ali se n’è andato, la mentalità di questi politici non è per niente cambiata. Andremo avanti finché avremo una risposta. Vogliamo riavere i nostri parenti, vivi o morti”.
Molti ragazzi sono spariti in mare dall’inizio di marzo. Da quando, cioè, è iniziata la seconda ondata migratoria del 2011 verso Lampedusa, dopo quella di metà febbraio. La notizia dei natanti colati a picco è giunta nelle zone più interne della Tunisia, in città depresse come Gafsa, Thala, Tozeur o Ben Guardane, dalle quali sta fuggendo un’intera generazione. “Se ne vanno perché non c’è lavoro qua - spiega Mohamed, fratello di Brahim Nassine, il più piccolo dei dispersi, con i suoi 14 anni - neanche dopo la rivoluzione è migliorato nulla. Tutto è rimasto come prima”.
