Venerdì è il nome con il quale il naufrago battezza l’unico essere umano, un “selvaggio”, con il quale condivide la vita sull’isola. L‘onore del titolo spetta non al protagonista - Robinson - ma a Venerdì una figura che entra in scena soltanto al capitolo settimo, oltre la metà del romanzo. Tournier apre alla storia del naufrago possibilità narrative per Defoe impensabili, dato che alterna brani in terza persona a stralci del diario di Robinson (quindi in prima persona, con fantasticherie e speculazioni filosofiche), in un continuo rimando fra esterno e interno. L’uomo, un quacchero, è stato scaraventato sull’isola dalla furia dell’oceano dopo che la nave sulla quale si trovava ha fatto naufragio. Il relitto del Virginia è ancora lì, sugli scogli, e lui è il solo sopravvissuto. Presa conoscenza della propria condizione di naufrago su un’isola disabitata, Robinson prova a costruire una barca per fuggire di lì, ma il progetto fallisce. E intanto si fa strada in lui il pensiero che l’unica possibilità di non perdere la ragione, di non regredire a uno “stato di natura”, sta nel recuperare e dominare il Tempo. Dopo lo sgomento iniziale per non aver tenuto conto dei giorni trascorsi dal naufragio, Robinson crea nella grotta dove alloggia una clessidra ad acqua e si riempie d’orgoglio al pensiero che il Tempo è «ormai regolato, padroneggiato, in una parola addomesticato, come stava per diventare tutta l’isola, a poco a poco, per la forza d’animo di un solo uomo». Alla sua mentalità da civilizzato occidentale non bastano i quotidiani sorgere e calare del sole. Vuole l’orologio: l’esattezza. Ecco perché la sua ossessiva necessità di incasellare la realtà secondo nozioni di Tempo lo porterà a battezzare l’Altro non con un nome proprio ma con quello di un giorno della settimana. «Inaugurando un calendario», scrive nel suo diario, «ho ripreso possesso di me medesimo». Non basta. Ancor prima dell’arrivo di Venerdì, Robinson comincia a ricostruire sul posto il “sistema” dal quale proviene, diventando a tutti gli effetti il signore assoluto dell’isola, da lui ribattezzata Speranza. Edifica fortificazioni, emana una Costituzione e un Codice penale, poi dà vita a misurazioni dell’isola, registri catastali, classificazioni naturalistiche. Unico sostegno: la Bibbia. A queste attività ufficiali - stravagante quanto perfetta versione del colonialismo - fa riscontro un intimo e a volte mistico rapporto con l’isola. L’ossessiva pianificazione salta con l’avvento di Venerdì, che Robinson salva casualmente dal destino di vittima sacrificale per i riti di una tribù di passaggio. Tournier libera il suo talento nel descrivere l’ambiguo rapporto del naufrago con l’Altro. Da un lato Robinson è contrariato dal Signore, perché al suo bisogno di compagnia ha risposto mandandogli un selvaggio, per di più di sangue misto, un essere che vive esclusivamente nel presente. D’altro lato, lo piega al suo Progetto, civilizzandolo: «È già tracciata la via che devo seguire: incorporare il mio schiavo nel sistema che già da anni vado perfezionando». Nemmeno concepisce che l’Altro sia portatore di un mondo possibile, e per questa ragione la società che Robinson ha costruito pare destinata a fallire. Venerdì è ubbidiente, ma non sempre controlla istinti e curiosità come vorrebbe il suo innervosito padrone, che lo ritiene «invasato dal demonio». Un esempio: il suddito sradica degli arbusti, li ripianta con i rami nella terra eppure questi continuano a vivere. Certi “capovolgimenti” insinuano in Robinson sospetti sulla sensatezza del proprio «nervosismo da uomo bianco». Alla fine il naufrago cambierà la propria condizione in un susseguirsi - anche per il lettore - di novità e stupori.
