Dopo l’exploit di Se consideri le colpe, che nel 2007 - dopo un certo numero di prove non così personali - lo ha definitivamente affermato, rappresenta una conferma non scontata Ogni promessa (Einaudi, pp. 252, € 19.50): romanzo d’impianto più robusto ma dallo stile non meno intenso che, come pure è stato notato da più parti, volge al «maschile» la quête materna che nel libro precedente spingeva il protagonista in una Romania dolentemente vuota e incolore. Ed è in effetti difficile non pensare stavolta a libri come La tregua e Se non ora, quando?, dal momento che l’extralocalizzazione - che materializza, in termini geografici, il senso di perdita e di svuotamento patito dalla voce narrante - incrocia la nostra storia recente, in questo caso, nella Russia del disastro, e dei crimini, dell’Armir. Segnato in famiglia dalla figura di un nonno tornato pazzo e reticente dalla campagna di Russia («erano i morti, che lo tenevano sveglio, era la guerra che fuori era finita ma dentro sparavano ancora»), Pietro si lega a un altro anziano, Olmo, che ha conosciuto per una combinazione «di luogo», e che a sua volta non riesce a smettere di pensare a quei giorni di ormai quasi settant’anni fa. È ossessionato da una certa fotografia - un ragazzo impiccato, soldati che ridono… («Tu quale sei? […] Quello che ha fatto la foto»). Si lascia rivestire, Pietro, dalla sua vecchia uniforme; e, senza sapersi dare un perché, si prende il compito di tornare sui suoi passi, in sua vece, sulla riva del Don. È una ricerca, questa, ancora più astratta e destinata allo scacco di quella di Se consideri le colpe; ma, come quella rappresentata dall’esistenza in generale, finché non la si compie non si può davvero sapere cosa si stia cercando. E in verità, forse, neppure dopo.
