Proprio come Levi (che fu tra i primi a riconoscere l’importanza dello scrittore russo), al colmo della tragedia Šalamov non è mai querimonioso o «gridato», non si abbandona mai (a differenza del Solženicyn di Arcipelago Gulag) all’invettiva, all’elegia, all’enfasi teologica; con puntiglio si sforza sempre, invece, di fare chiarezza nella memoria e nei cortocircuiti morali indotti da una simile esperienza - in questo comprimario di Andrej Sinjavskij. Un incompiuto prologo all’opera maggiore di Šalamov è Vyšera (prefazione di Roberto Saviano, traduzione di Claudia Zonghetti, Adelphi, pp. 234, € 18.00), che narra delle prime esperienze di reclusione (a partire dal ’29). Comune a Levi e Šalamov è altresì la loro attenzione a casi individuali che ritagliano - all’interno del
caos - profili riconoscibili ed esemplari. Mettendola «in situazione», rendono tangibile l’assurdità e la criminosità sociali delle persecuzioni di massa: mirate anzitutto a distorcere la struttura morale degli individui, eliminando da essa ogni traccia di solidarietà e compassione per il prossimo (Šalamov la chiama «riforgiatura»). Una scrittura dunque – come quella dei Sommersi e i salvati di Levi – intimamente «saggistica»: e in questo senso va inteso il sottotitolo «Antiromanzo», che a un lettore occidentale evoca invece i più artificiosi esperimenti letterari. Con la solita asciuttezza afferma Šalamov: «Essere un rivoluzionario significa prima di tutto essere una persona onesta. Di per sé una cosa semplice, eppure così difficile». Proprio rispondendo a questo imperativo etico, anche lui ci fa meditare che «questo è stato».
