Ma il calo nella percezione trova qualche riscontro nella realtà. In Afghanistan, dopo un anno di escalation bellica, l’intensità dello scontro sembra attenuarsi. Nessuna svolta epocale, e anzi prosegue la scandalosa scia di vittime civili del fuoco incrociato. Tuttavia qualcosa si muove davvero, forse per la prima volta dal 2001, sia sul fronte bellico che diplomatico. L’altisonante coalizione internazionale sembra aver deposto le armi nelle aree più delicate del paese. L’offensiva dell’Isaf ha segnato il passo nelle province meridionali di Kandahar, Zabul, Helmand e Uruzgan, ovvero nell’epicentro storico dei talebani. Lo riferiscono “sorpresi” fonti della guerriglia islamica, ma lo confermano anche i vertici istituzionali locali. Il graduale disimpegno militare, annunciato a partire dal luglio prossimo, risulta ai fatti già avviato. Si rinuncia a combattere “casa per casa” limitandosi a presidiare le posizioni - e le centinaia di basi tuttora in costruzione - e a lanciare “bombardamenti mirati”, specie con gli aerei senza pilota. E c’è un’altra novità, che probabilmente non si incrocia casualmente. Otto leader talebani, incluso Mansoor Ahmad, fratello del defunto Dadullah, sarebbero stati rilasciati dalle carceri pakistane. La coincidenza pare suggerire quel che l’Isaf non ammette, e cioè che la trattativa con i nemici, dopo dieci anni di guerra, è finalmente iniziata, a due anni dalle avvisaglie di dialogo sommerse dai raid aerei americani. E cosa resta delle aree del Sud “liberate” dall’Alleanza, dopo le migliaia di morti? Ci sono i talebani. Anche perché, come hanno spiegato più volte le autorità regionali: “Nessuno si sogna a prendere le armi contro di loro dopo aver subito i bombardamenti a tappeto della Nato”.
