L’altro giorno il tabaccaio, che mi conosce da anni, mi ha chiesto se sarei partito per il Giappone.
“Sì, ho solo rimandato di un mese” ho risposto, fermo.
“Io avrei paura”, è intervenuta la moglie che giocava una schedina del Superenalotto.
“Eh, certo” gli ha fatto eco il marito.
Certo. La paura è una sicurezza.
“Ma di cosa?” ho polemizzato.
“Non puoi mangiare niente, non puoi toccare niente, ma che vita è?”
Ho pagato le sigarette e sono uscito facendo del sarcasmo: “Allora addio per sempre”.
Gli aggiornamenti che arrivano quasi quotidianamente dall’Ambasciata italiana a Tokyo e dal Consolato di Osaka sono, tutto sommato, rassicuranti. Uno degli ultimi, datato 6 aprile, riporta: “In totale, [le Autorità giapponesi] hanno deciso di scaricare in mare circa 11.500 tonnellate di acqua con un basso livello di radioattività. È il caso di precisare la definizione di ‘basso’ livello di radioattività in questi termini: il limite ammesso di contenuto di Iodio-131 per acqua che può essere rilasciato nell’ambiente è di 40 Bq/kg. Il valore della contaminazione dell’acqua che si sta rilasciando è di 40 Bq/cc, un fattore mille volte superiore al limite ammesso. Le Autorità giapponesi hanno comunque calcolato che con la diluizione e con il trasporto delle correnti, anche consumando per un intero anno prodotti ittici (pesce, alghe) pescati nella zona, la dose massima a cui si sarebbe esposti è di 0.6 milliSv, che resta così al di sotto della soglia di nocività per la salute (1 milliSv)”.
Il corsivo è mio: Pescati nella zona significa nelle porzioni di oceano attigue alle prefetture di Fukushima e Miyagi. Il Giappone è un Paese molto esteso. L’Asia è un continente immenso. Il mondo, però, è piccolo. Più piccolo delle radiazioni, che sono pure invisibili.
Grazie al “provvidenziale” intervento militare della Nato in Libia, la notizia potenzialmente deflagrante della nube tossica su Roma passò quasi inosservata. Qualcuno ne aveva parlato, ma il timore non si era trasformato in fobia. I periodici e i telegiornali avevano naturalmente riportato la notizia, o meglio avevano tentato di rendere il fattarello una notizia, ma Gheddafi aveva già preso il sopravvento, poi si era aggiunta l’emergenza profughi e, così stando le cose, il Giappone era tornato a essere il luogo distante che era sempre stato. Solo che era off-limits, in quarantena indefinita.
L’Australia, la Nuova Zelanda, l’India, Taiwan, la Cina e altri Paesi avevano deciso di porre controlli severi su qualunque merce proveniente dal Giappone. Il mercato interno stava vivendo una forte crisi dei consumi e ora, dall’esterno, ci si mettevano anche i concorrenti commerciali.
Un amico italiano che vive a Osaka e lavora presso un negozio di giocattoli mi raccontò che su ogni pacco che spedivano, anche e soprattutto verso gli Stati Uniti, erano costretti a esplicitare la dicitura Made in China, o il pacco veniva immediatamente rispedito al mittente. Molti giocattoli erano stati effettivamente costruiti in Cina, ma ora serviva specificarlo. Lo smercio di giocattoli giapponesi (principalmente miniature di robot e altri personaggi dei fumetti) è, come si immagina, enorme. I collezionisti sono molti e sono sparsi per tutto il globo. Adesso, nelle dogane del mondo, i giocattoli giapponesi sono considerati pericolosi e c’è bisogno di assicurarsi che non siano stati prodotti in un Paese radioattivo. Il fatto che ci siano passati, che siano stati esposti a quell’aria pregna di una presunta morte invisibile, era secondario. In ogni caso, era importante essere prudenti. Il mio è sarcasmo.
Ho una cugina xenofoba. Odia tutti: i cinesi, i negri, i pachistani, i bengalesi, i turchi, gli eritrei, gli egiziani, eccetera, e, nonostante sia una persona generalmente taciturna e riservata, di essere razzista lo dice apertamente. Il suo quartiere pullula di minoranze etniche e la sua convivenza con loro è sempre stata, a sentire lei, quanto meno difficile.
Un Natale di alcuni anni fa ero tornato in Italia per le feste. Si indugiava intorno ai pandori e i torroni dopo l’abbuffata, si parlava poco, c’era chi negava di voler mangiare ancora mentre affondava il muso nella zuppa inglese. Un comportamento standard nella mia famiglia è riempirsi la bocca di cibo pur di non parlare, tuttavia quel giorno mi si chiedeva se, tornando a Roma dopo tanto tempo, l’avessi trovata cambiata. Non sapevo cosa rispondere, a Roma e a come fosse diventata non avevo proprio fatto caso. Intervenne mia cugina: “È una fogna”. Disse che la sera non poteva girare, che costringeva i suoi amici a riportarla a casa accompagnandola fino alla porta, che aveva paura di tutti i ceffi che si aggiravano di notte dalle sue parti, che non prendeva la macchina neanche morta dopo il tramonto. Lo disse con astio, un astio vero, certa di trovare consenso.
“Io ho paura”, aggiunse infine. In molti al tavolo annuirono. La madre confermò che era uno schifo.
Il mio rapporto con la paura altrui è difficile: mi sento sempre in dovere di sminuirla, di ridicolizzarla. Si ha paura per giustificare la propria profonda indifferenza alle cose, o l’impulso innato ad allontanarle. Con la paura non si può dialogare, non la si può sciogliere, proprio perché non è una barriera ma una posizione di alterità. Ci si pone su un piano diverso, fintamente coinvolto. È ineluttabile avere paura di ciò che non si conosce (quindi di tutto). Si dà per scontato che il pericolo sia sempre in agguato. Ci si pone sempre al centro di qualunque cosa, si pensa che il pericolo riguardi sempre se stessi. Difatti non ho mai sopportato i gatti, sempre pronti a scattare per qualunque cosa, sempre terrorizzati, sempre sul chi va là. La paura è l’emozione degli egocentrici (quindi di tutti).
A mia cugina non dissi nulla, preferii ignorarla. Scartai un regalo, l’ennesimo dopobarba. Più tardi in balcone a fumare, cedetti alla tentazione e le chiesi se le fosse mai successo qualcosa, se avesse avuto problemi con gli stranieri nel suo quartiere o altrove.
“No”, disse lei seccamente “Ma la televisione la guardo e in giro se ne sentono di tutti i colori”.
Anche in India, a Taiwan e in Nuova Zelanda avevano paura? Leggendo alcuni quotidiani economici internazionali mi infastidivo. Più leggevo più facevo pensieri negativi sul mondo, su cosa fosse diventato. Vedevo una catena di montaggio: gli organi di informazione riportavano le vicende della centrale nucleare di Fukushima in chiave quasi esoterica, da X-Files (la verità è là fuori – ma è segreta), generando paura nel pubblico fino a farla saturare, esplodere, per poi raccogliere i frutti del terrore in ambito economico: si sbaragliava un concorrente fingendo di commiserarlo.
Tempo prima il giornalista e saggista Paolo Barnard aveva detto, parlando de L’Aquila e della sua non-ricostruzione, che “nel grande mare dell’economia siamo tutti come una massa di pesci, che però non sanno nuotare. Non ci capiamo niente, eppure l’economia è tutto. È una cosa voluta [...]”. Anche una massa di pesci radioattivi è gestibile economicamente, si possono dirottare enormi flussi economici se la si sa gestire. A Osaka, distante centinaia di chilometri da Fukushima, i ristoranti di sushi chiudevano a ritmo abbastanza sostenuto. I principali partner economici giapponesi cominciavano a rifiutare i prodotti della terza potenza economica mondiale. Le esportazioni crollavano, i consumi interni scemavano, addirittura a Roma i ristoranti giapponesi erano vuoti. La gente aveva paura. La paura era stata ben indirizzata.
In Giappone c’erano state manifestazioni segrete. I media nazionali avevano deliberatamente ignorato alcune dimostrazioni fatte a Tokyo, ma grazie alla Rete mi era stato possibile reperire dei filmati. Il 20 marzo, a Shibuya, zona tanto famosa quanto cruciale della capitale, un nutrito gruppo di manifestanti aveva sfilato con tanto di striscioni e megafoni, slogan e fischietti, contro il Governo e contro il nucleare. Avevano occupato una delle quattro corsie di una strada e, gestiti dalla polizia che ne assicurava il lento ma regolare deflusso, avevano fatto una cosa che da anni non si vedeva in Giappone: avevano espresso il dissenso in manier rumorosa. In uno dei filmati, naturalmente amatoriale dato che la televisione aveva ignorato l’accaduto, la fila ordinata di manifestanti passava sotto a uno store Zara. La voce di una donna, da un megafono, dirigeva i cori del corteo. Visualizzazioni del filmato su Youtube all’8 aprile: 868. Quattro persone avevano cliccato su “Mi piace”. Una aveva cliccato su “Non mi piace”.
In un altro filmato, sempre amatoriale ma montato e più lungo, non commentato, si vedevano numerose rappresentanze di studenti universitari alternarsi su un palco ben allestito, sempre a Shibuya. Studenti da Kyoto, Osaka, Sendai e altre città si facevano portavoce del malcontento verso il Governo ma anche della solidarietà pubblica alle vittime della catastrofe. Chiedevano cambiamenti radicali. Erano gli eredi degli ultimi veri contestatori giapponesi, quegli Zengakuren e Zenkyoto che, alla fine degli anni Sessanta, avevano messo a ferro e fuoco il Paese sull’onda delle contestazioni in atto in tutto il mondo. Verso la fine del filmato, i manifestanti cantavano abbracciandosi la versione giapponese dell’Internazionale Comunista. Visualizzazioni del filmato su Youtube all’8 aprile: 5370. In sedici avevano cliccato su “Mi piace”, in trentuno su “Non mi piace”. Un dato, questo, abbastanza ambiguo: “non mi piace” si riferiva alla manifestazione in sé o a ciò che, con la manifestazione, si stava contestando? La visibilità tuttavia risultava ancora minima, nonostante le potenzialità di Internet e nonostante il bacino di utenti di lingua giapponese fosse immenso.
Il famoso cantante Saito Kazuyoshi pubblicò su Youtube un brano intitolato Zutto uso datta, cioè “Erano tutte bugie”, in cui denunciava come menzogne le promesse fatte dai governanti del presente e del passato sulla sicurezza dell’energia nucleare. Il video, subito divenuto un virale in Giappone, fu prontamente rimosso e ora circola clandestinamente. Nel testo Saito canta, tra le altre cose:
Camminando per questo Paese
con 54 centrali nucleari
lo dicevano anche i libri di testo e le pubblicità
si è al sicuro
[...]
Erano tutte bugie
Che l’energia nucleare è sicura
[...]
Erano tutte cazzate
Le compagnie elettriche dell’Est, del Nord, del Centro e del Kyūshū
Non rimane che sognare
Un testo di denuncia così esplicito è cosa rara in Giappone, dove le forme di protesta seguono canali tanto sottili e vaghi quanto difficilmente accettabili da un osservatore occidentale. Ma quello era un testo duro al punto da essere considerato pericoloso e quindi da rimuovere.
Il malcontento in un Giappone a ridosso delle importanti elezioni amministrative del 10 e 23 aprile ormai era tangibile. L’altra grande città del Paese, Osaka, si era fatta simbolo di una crisi che, in altre zone, era troppo pressante per essere anche solo raccontata. Oltre ai ristoranti di sushi che risentivano della contaminazione mediatica, i prezzi di vari generi alimentari andavano crescendo. Serpeggiava lo sgomento per un generalizzato rincaro degli immobili, dovuto all’apparente spostamento di una parte della popolazione verso il centro-sud del Paese. Si lamentava l’impossibilità di bere acqua del rubinetto anche laddove non lo si era mai fatto prima. Le esportazioni di macchinari di vario tipo languivano come quelle dei cibi, sempre sull’onda della paranoia radioattiva che, scientemente, andava a danneggiare l’economia giapponese in toto.
Lo spostamento dell’attenzione dell’opinione pubblica non solo giapponese ma mondiale dall’evento catastrofico che aveva colpito il Paese alla sola centrale nucleare di Fukushima aveva messo a repentaglio lo stesso tessuto sociale. Proteste e accuse esplodevano su Internet, Twitter registrava un accumulo impressionante di messaggi indignati, spaventati, mentre la contro-informazione prendeva il sopravvento su quella ufficiale che cominciava a essere ritenuta inutile oltreché inaffidabile. Si aveva l’impressione che il Giappone stesse silenziosamente ribellandosi contro se stesso.
Un giorno, avevo appena finito di rispondere negativamente a diciassette inviti a presentazioni di libri su Facebook, inesorabili nonostante tutto, una addirittura a Ivrea, un’amica americana come me in apprensione per le sorti del Giappone, mi segnalò un filmato datato 24 marzo. Sakurai Katsunobu, Sindaco della città devastata di Minami-Soma, nella prefettura di Fukushima, a 25 chilometri dalla centrale nucleare danneggiata, vedendosi ignorato dalle Autorità giapponesi, aveva deciso di registrarsi in video e fare un appello su Youtube.
La città di Minami-Soma, che contava circa 71mila abitanti prima della catastrofe, fu colpita duramente dal terremoto in prima battuta, per poi essere sommersa da onde che, nelle parole del sindaco, arrivarono fino a venti metri di altezza spazzando via un’area di venti chilometri per due e mezzo. Infine, con una popolazione duramente colpita dalla natura, a causa delle restrizioni imposte dal Governo nelle aree circostanti la centrale nucleare, era finita per trovarsi completamente isolata. Parte della popolazione era stata inghiottita dall’oceano, mentre altri, che il Sindaco quantificava in circa 50mila, erano riusciti a fuggire in diverse zone del Paese. Ma quelli che erano rimasti a Minami-Soma non potevano più allontanarsene perché erano a corto di benzina, perché le Autorità avevano imposto di rimanere chiusi in casa, e perché stavano affrontando anche problemi di approvvigionamento: il cibo scarseggiava, non c’era acqua, i ventimila rimasti stavano letteralmente morendo di fame.
Il Sindaco Sakurai si presentava in video con uno sfondo scialbo, metà poster di una manifestazione equina visibile alle sue spalle, la parete dello stesso emaciato colore del suo viso. Il giubbino celeste come gli occhiali, con una montatura a goccia ma non alla moda, facevano pensare a un uomo degli anni Sessanta. Calvo, lo sguardo spento, ai limiti della rassegnazione, negli undici minuti del suo appello si aggrappò a sentimenti di umanità, mentre nel più monotono dei toni chiedeva a dei volontari, a chiunque, di andare a Minami-Soma a portare benzina, del cibo, beni di prima necessità. I supermercati erano chiusi o distrutti, così come tutti gli altri negozi. Ciò che davvero colpiva del suo appello era il frequente riferimento ai rischi di contaminazione insiti nell’arrivare fino alla sua città. Addirittura disse: “La maggior parte dei media, quasi tutti, raccolgono informazioni su Minami-Soma per via telefonica. Se nessuno viene direttamente qui a valutare la reale entità della situazione, non si potrà mai capire in che condizioni versa la nostra popolazione”.
A circa metà video, il Sindaco Sakurai ricordava che Minami-Soma è la città dell’importante festival Soma-Nomaoi, una millenaria tradizione samurai, e se lui nel ricordarlo rimase impassibile, io non riuscii a trattenere la commozione. Il Sindaco in realtà stava dicendo: “Esistiamo davvero. Anche noi siamo importanti. Aiutateci”. Le ultime parole pronunciate dal Sindaco nel video furono: “Aiutarci a vicenda è ciò che ci rende esseri umani. Vi chiediamo di aiutarci. Grazie”, poi compariva una scritta polemica in cui la municipalità contestava apertamente al Governo di averli abbandonati costringendoli a prendere decisioni cruciali da soli.
Il video, nella sua versione originale, è stato visualizzato all’8 aprile più di 232mila volte, ma è impossibile quantificarne la diffusione dato che è stato in seguito condiviso per altre vie. (1396 persone hanno cliccato su “Mi piace”, 15 su “Non mi piace”).
Sul Corriere della Sera on-line del 12 aprile, in seguito ad alcune potenti scosse di assestamento localizzate intorno alla centrale nucleare di Fukushima, comparve un articolo che equiparava l’emergenza radioattiva della centrale giapponese a quella di Chernobyl. Nel mese trascorso dal primo grande sisma la stampa si era indaffarata a paragonare i due eventi, nella subdola speranza che le cose si somigliassero. L’unico riferimento in termini di terrore nucleare era quello che aveva coinvolto l’Europa negli anni Ottanta (l’altro incidente, quello di Three Mile Island, apparteneva a un decennio meno mediatizzato, i Settanta, e se ne sapeva poco) e sembrava che cercare somiglianze e affinità fosse l’unico modo in cui si poteva informare, e quindi rievocare la paura. Il disastro ucraino determinò, secondo le agenzie dell’Onu che indagarono sulle vittime delle radiazioni, 65 morti direttamente coinvolte nell’incidente e circa 6mila forse riconducibili all’evento, laddove le associazioni ambientaliste e anti-nucleariste parlarono di 6 milioni, come l’Olocausto. Quali fonti erano attendibili? I dati della Questura sulle manifestazioni non sono sempre enormemente più bassi di quelli rilevati dagli organizzatori?
Ma la questione, che provai in quei giorni ad affrontare senza allarmismi, era un’altra: senza il riferimento obbligato a Chernobyl, il ricordo d’infanzia della paura di bere il latte e mangiare le verdure, avevo modo di interpretare cosa stava accadendo in Giappone? Sarei riuscito a ignorare il trionfante titolo del Corriere “È ufficiale: Fukushima come Chernobyl”? Come avrei reagito alla sicure chiacchiere in cui sarei stato coinvolto? (“Hai sentito? Hanno detto che è una nuova Chernobyl”).
L’essere umano è pigro, non vuole essere informato, anziché guardare le cose preferisce che gli si dica a cosa somigliano. Ma la realtà era che, al di là della mia personale antipatia per le equivalenze (“Oggi sta al 1986 come Fukushima sta a Chernobyl”), percepivo il parallelo con l’Ucraina offensivo per i giapponesi. Per le migliaia di persone inghiottite dall’oceano, per gli oggetti personali alla deriva o sommersi dal fango, per gli abitanti di Minami-Soma che morivano di fame, per chi stava guidando ignaro verso casa quando l’onda l’ha spazzato via, per chi aveva raccontato a una telecamera che non aveva più genitori né figli, e in ultima analisi perché l’affetto che nutrivo nei confronti del sistema Giappone mi portava ad addolorarmi più che a spaventarmi. Se mi fossi spaventato avrei fatto risalire tutto il dramma a me e alla mia percezione del dolore altrui, avrei reso me stesso il nucleo del problema. Non dovevo avere paura. Non dovevo essere autoreferenziale. Il terremoto aveva fatto qualche vittima, lo tsunami ne aveva fatte decine di migliaia, le radiazioni erano una minaccia potenziale che cancellava tutto il resto.
Allora scrissi questo racconto sul vuoto:
Miguel Prim è un industriale di Vic, in Catalogna. Una volta produttore di maglie a basso costo, con la crisi del tessile che ha caratterizzato gli ultimi quarant’anni di storia della cittadina si è riciclato nell’alimentare. Ora produce fuet, e con il salame speziato mantiene la famiglia nell’agio. La moglie gli dà una mano con l’amministrazione della società, la Porc de Vic, che ha in totale sedici dipendenti di cui otto impegnati nella lavorazione della carne, quattro nel marketing e nella distribuzione, tre nei trasporti e uno, appunto la moglie, tiene da sola la contabilità (ha un diploma equivalente a quello in Ragioneria). I due figli di Miguel, José e Sara, sono vegetariani. Tutt’e due biondi, al punto da sembrare di un’altra stirpe, riducono le loro giornate al pendolarismo tra la casa e il liceo, dove non ottengono risultati positivi né negativi, esattamente come gli altri studenti dell’istituto: nessuno brilla, nessuno fallisce in modo eclatante. Finito il liceo si iscriveranno tutti all’Università di Vic, che non ha mai regalato al Paese alcuna figura di rilievo e le cui stesse origini sono ignote: non si sa nemmeno chi l’abbia fondata. José è l’unico che ha progetti diversi.
Sara passa il suo tempo libero a casa o da amici guardando video su Youtube. José bene o male fa lo stesso, ma con meno trasporto. A volte la sera escono insieme (sono gemelli). Si incontrano in centro dopo cena, verso le undici e mezza, tornano a casa intorno alle tre (anche durante la settimana). Sara è abbastanza comunicativa, parla molto, spesso animatamente, e tende a ridere rumorosamente alle proprie battute. José è più taciturno, spesso si limita a stare in compagnia con lo sguardo perso nel vuoto. I suoi amici lo chiamano somia truites, “sogna frittate”.
Il giorno del diploma dei gemelli, Miguel Prim fa lo stesso sostanzioso regalo a entrambi: soldi. Sara dapprima pensa di usarli per trasferirsi a Barcellona a studiare, poi le amiche la convincono a restare e lei si compra una Peugeot 106, si rifà il guardaroba estivo, va in vacanza ad Amsterdam con i suoi ex compagni di classe. José, quel giorno, con l’assegno in mano, annuncia di volersi prendere un anno sabbatico. Poi aggiunge che è omosessuale.
I primi giorni dopo la doppia rivelazione sono lugubri: nessuno in casa parla con nessuno. Nei corridoi della villetta dei Prim si sente solo la voce di Sara che canticchia guardando video musicali. Dopo il pranzo, consumato da ognuno separatamente, si sente il rumore delle vettovaglie che Luz, la colf peruviana, raccoglie in giro per la casa.
José non è spaventato dalla reazione dei suoi, si aggira scalzo per la villa cercando qualcuno con cui parlare. Ogni mezz’ora esce dalla sua stanza sperando di trovare la madre o il padre ma si imbatte sempre in Luz, con la quale però non ha voglia di parlare.
Una sera, Miguel Prim e la moglie convocano José in salotto. Il ragazzo si siede, respira lentamente, ha lo stesso sguardo perso di sempre ma anche un accenno di sorriso benevolo, una cosa quasi inconsulta, sembrerebbe una paresi.
Miguel Prim dice: “Tua madre e io abbiamo parlato a lungo. Le nostre vite sono distrutte, ci hai ucciso. Venerdì ci hai fatto a pezzi. Non vogliamo più vedere nessuno, non siamo andati nemmeno alla festa della Camera di Commercio. Noi non sappiamo chi sei, e crediamo che non lo sappia nemmeno tu. Pensiamo che un periodo lontano da qui possa aiutarti a tornare te stesso. Quindi se vuoi andartene, sei libero di farlo”. La madre di José si alza ed esce dalla stanza. La si sente singhiozzare dal corridoio. José non si scompone, si alza anche lui e dice “Sì, voglio partire”.
“Con i soldi che ti abbiamo dato puoi fare ciò che vuoi”.
“Bene”, sorride José.
“Dove andrai?” aggiunge il padre, paralizzato sulla poltrona.
“In Asia. Vorrei andare a vivere in Papua Nuova Guinea per un po’”.
“Bene. Buona fortuna”.
Due mesi dopo, José è perfettamente inserito in un network di surfisti. Si sposta da un Paese all’altro insieme a loro, e pur non sapendo fare surf si rende utile lucidando e tenendo le tavole in ordine. È stato a Siberut, Sipora, Bali, Samoa e in Australia. Ha avuto una breve e silenziosa relazione con un quindicenne indonesiano. Ma l’ambiente dei surfisti non è particolarmente omofilo perciò, nonostante l’attrazione che José sente per alcuni dei suoi nuovi amici, non si è legato sentimentalmente a nessuno. Una sera, ubriaco con John e Cleve, conosciuti sulla Gold Coast e quasi dieci anni più vecchi di lui, ha masturbato entrambi. José tuttavia durante l’esecuzione si è addormentato.
Quando il gruppo decide di spostarsi in Sudafrica, a Jeffreys Bay, “per seguire le onde”, e da lì in Costa Rica, José è costretto ad abbandonarli: il viaggio è troppo caro. Deve rimanere in Asia. Lascia suo malgrado l’Australia e si sposta in Papua Nuova Guinea, come aveva inizialmente annunciato a suo padre (col quale non era in contatto dal giorno della partenza). Sbarcato a Port Moresby, attraverso una guida turistica locale e il pagamento di una consistente somma di denaro, di cui però José non capisce l’entità per problemi di valuta, conosce il capo di una tribù dislocata nel Parco Nazionale di Varirata, a metà strada tra la capitale e la città di Popondetta (poco più che un villaggio di palafitte e baracche, una versione ridotta e ancora più povera di Port Moresby). Grazie al pagamento della somma, il capo tribù accorda a José il permesso di vivere presso il loro villaggio nella giungla per tre mesi. Provvederanno al suo sostentamento, mangerà ciò che mangiano loro, farà la loro vita, gli insegneranno i segreti della foresta. José accetta di buon grado: è, dice alla guida turistica, “esattamente quello che cercavo”.
Il soggiorno di José presso la tribù, la cui modernità in prima battuta lo sorprende e poi lo conforta, si protrae oltre i tre mesi previsti. José fa di tutto per rendersi utile, ma la pigrizia lo porta a prediligere i giochi con i bambini e a passare ore davanti alla televisione nella capanna del capo, alimentata con batterie che lui periodicamente acquista a Popondetta.
Sporadicamente José va a caccia con gli uomini. È costretto a muoversi in mutande per non avere impacci. Si riempie la pelle di graffi e lesioni, particolarmente evidenti sulla sua pelle chiara. Si sforza di non lamentarsi troppo ma a volte, la sera, la moglie del capo tribù lo vede grattarsi e gli passa un unguento sulle ferite. Gli uomini e le donne della tribù sono, a detta del capo, dei fuoriusciti di un’altra tribù, i nomi delle quali José non riesce a memorizzare. Qualche volta la sera studia la lingua locale con Pedro, nome che lui stesso ha dato al ragazzo non riuscendo a imparare quello vero. Nel corso dei mesi al villaggio José si accorge di non provare più alcuno stimolo sessuale. Inoltre non pensa mai alla sua famiglia, nemmeno a sua sorella Sara. L’unica volta in cui lo fa è quando soprannomina Miguel l’anziano del villaggio, un uomo burbero e poco accomodante, che è come lui vede suo padre. Nel corso dei tre mesi a José viene la febbre solo una volta, dopo aver mangiato una merendina avariata. La diarrea gli dura quattro giorni, sembra addirittura peggiorare, poi è di nuovo in forma. José è troppo distratto per avere paura: in preda all’entusiasmo partecipa a una spedizione a piedi di sei giorni a Port Moresby, per comprare una radio. Però se ne pente: al rientro ha i piedi ridotti male nonostante le ciabatte.
Al momento di lasciare la tribù José non si commuove ma promette seriosamente di dare presto sue notizie. Il capo tribù, che José ha soprannominato Javier, organizza una danza per dirgli addio. Dura un’ora, poi José, molto assonnato, viene accompagnato all‘aeroporto di Port Moresby, dove si imbarca alcuni giorni dopo per Kuala Lumpur.
In Malesia José conta i soldi. Può resistere qualche altro mese. Vorrebbe tornare in Indonesia in cerca di surfisti ma non è stagione, ci sono le piogge e ormai sono tutti in Centro America o in California. L’Australia è troppo cara. Poi su Internet scopre un’associazione di volontari che lavorano nelle fattorie biologiche in tutto il mondo. Si iscrive e, scorrendo la lista di Paesi aderenti, decide di spostarsi in Giappone. L’unica considerazione che fa, parlando da solo davanti al monitor, è “Non può fare freddo, è sempre Asia”.
Atterra all’aeroporto di Tokyo a fine febbraio. Nevica e le previsioni del tempo non lasciano spazio a dubbi: suo malgrado José si vede costretto ad accettare che è inverno.
Acquista un giaccone di pile in un negozio dell’aeroporto di Narita e poi, come da indicazioni del fattore con cui aveva preso contatti, prende un treno verso nord. Dopo un’ora l’infinita distesa abitativa di Tokyo cede il passo alla campagna. Le fitte foreste che accompagnano la ferrovia su entrambi i lati lo fanno pensare a Papua, solo che qui fa freddo. Gli manca il villaggio, gli mancano i pomeriggi passati a guardare i Teletubbies con i bambini. José, in quel momento, sul treno che sfreccia tra la neve, ha un vero e proprio fremito di nostalgia: non ha mai amato il freddo.
Arriva alla stazione segnalatagli dal fattore e prende un altro treno locale. In un’ora è a Rikuzen-Takata, la sua destinazione. Alla stazione scende solo lui. Il fattore lo accoglie con un sorriso e lo porta, dopo brevi convenevoli, alla macchina e poi a casa.
Ogni mattina José si sveglia alle sei e va a lavorare con il fattore, Takao, un uomo minuto ma sorprendentemente forte. Caricano casse di cipolle su una camionetta e poi le consegnano a mercati, negozi e ristoranti della zona. Il raccolto dell’autunno scorso è stato particolarmente buono e le richieste sono quasi ingestibili. Fanno tutto il lavoro in due. La moglie di Takao, Chizuko, fa le faccende di casa e fa trovare i pasti pronti in tavola ai due uomini sempre alla stessa ora. La stanza di José è piccola, abbastanza pulita, quasi priva di arredamento.
La sera, dopo il lavoro, José fa passeggiate solitarie prima di cena. Il suo scarso inglese rende difficile la comunicazione con Takao e la moglie, che si esprimono solo in giapponese e usano un dizionario elettronico per tradurre le poche cose che hanno bisogno di comunicargli.
Il Giappone che aveva immaginato non era così. Non c’erano fattorie ma treni monorotaia tra i grattacieli. Non c’erano foreste ma case.
La fattoria sorge ai margini della cittadina di Rikuzen-Takata, è circondata da vari campi piccoli e ordinati che, al tramonto, sono immersi in un silenzio assordante. José ha scoperto una stradina che costeggia le imponenti rocce alle spalle del paese e si arrampica su fino alla sommità di una scogliera. Il paesaggio è maestoso e a lui piace fotografarlo. Il vento soffia nell’insenatura in cui sorge Rikuzen-Takata, che a guardarla sembra la crosta su una ferita della montagna. A cena, poi, José mostra le foto a Takao e Chizuko e quelli le guardano ogni volta stupiti, come se non avessero mai visto la loro città dall’alto. José prova sempre a spiegare a entrambi nella sua lingua il percorso che ha fatto per arrivare lassù. Aggiunge spesso, in inglese, “So good”.
Un giorno leggermente meno freddo degli altri José non ha niente da fare: si è svegliato tardi e Takao per non disturbarlo è partito per le consegne da solo. Chizuko gli ha preparato la colazione e lo guarda mangiare in silenzio, la televisione è accesa su un programma di cucina. José si addormenta davanti al video e si sveglia all’ora di pranzo. Takao e Chizuko stanno parlando all’ingresso. José li sente sussurrare e pensa che sia per non dare fastidio a lui. Pranzano insieme poco dopo, Takao sorride quando il ragazzo gli dice “Sorry” per non essersi svegliato in tempo. Chizuko dice “Okké, okké” e gli versa premurosa un po’ di zuppa.
Dopo pranzo Takao va a dormire, non c’è più niente da fare, e José ne approfitta per fare una passeggiata. Si inerpica per la stradina che porta in cima alla scogliera. Comincia a scattare foto come al solito, poi sente un rombo lontano, ha un capogiro e si siede sull’erba. Deve aver dormito troppo. Resta immobile a guardare l’oceano. Pensa ai suoi amici a Papua. Pensa ai suoi amici che adesso, da qualche parte nel mondo, stanno facendo surf. José sente una sirena e una voce distante da un megafono, non si capacita dello spazio, guarda il mondo dall’alto e subito tutto gli si confonde, lo spazio è i pochi metri intorno al suo corpo. Il panorama dalla scogliera è sfocato, una serie di segni disordinati.
Le barche dei pescatori scivolano lente sull’acqua, le onde si infrangono sorde contro le rocce, macchine sulla strada costiera, sirene lontane, poi un’increspatura del mare, come una linea statica su un monitor, ampia come l’intera costa, supera le barriere del porto, solleva le barche, le porta con sé sulle case, schianta le macchine, le inghiotte, sommerge tutto, sirene impazzite, la fattoria non c’è più, una barca contro un palazzo, case contro case, scompare tutto, José fa una foto all’onda del secolo e pensa al surf.
I genitori di José, a Vic, se sapessero che il figlio è in Giappone proverebbero paura. Ma non lo sanno, e va bene così.
* F. Viola, scrittore, è nato a Roma nel 1975. Dal 2006 al 2010 è vissuto a Osaka, dove ha lavorato come insegnante di italiano. Ha pubblicato il romanzo Gli intervistatori (Ponte alle Grazie, 2010) e, con Cristiano de Majo, il reportage narrativo Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato (minimum fax, 2008). È nelle antologie Sono come tu mi vuoi. Storie di lavori (Laterza, 2009) e Voi siete qui (minimum fax, 2007). Ha curato Effetti collaterali. Dal Caso Ricucci a Vanna Marchi (Autori vari, Giulio Perrone Editore, 2006). Considera il Giappone la sua terra elettiva.
