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GALATEA

Home / Archivio / 2011 / Maggio 2011 / Lampedusa - Sulla porta d’Europa
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Martedì 26 Aprile 2011 12:25
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Lampedusa - Sulla porta d’Europa

testo e foto di Giulia Bondi

- Sul sagrato della chiesa si gioca a calcio. Potrebbe essere Sidi Bouzid contro Sousse, visto che i calciatori sono tutti tunisini, una quindicina dei circa 4mila 500 giovani che sopravvivono accampati sugli scogli, sulla riva e nelle strade dell’isola. All’improvviso cambia il ritmo dell’azione, calciatori e spettatori della partitella dimenticano la palla e corrono verso il bordo della piazza. Una ordinata gara di velocità. Ha appena accostato un’auto che distribuisce vestiti, tutti si accalcano per racimolare qualcosa di pulito, uno strato da aggiungere per difendersi dall’umidità della notte.

A inizio febbraio sono ripresi i viaggi dalla Tunisia nel canale di Sicilia. I barconi, che partono da Sfax e Zarzis, hanno già scaricato 25 mila giovani su questo scoglio sul bordo Nord del Mediterraneo, più vicino alla Tunisia che alla costa siciliana. Sono profughi, sono migranti, fuggono dalla guerra e dalla disoccupazione, dalla crisi degli strati sociali e delle popolazioni povere accelerata dalla guerra. Una parte di loro è stata trasferita in tendopoli, in Sicilia o sul continente. Chi è rimasto a Lampedusa, e non ha posto nel centro di accoglienza sovraffollato, dorme sulle panchine o per la strada o bivacca come può al “cavallo bianco”, la collina a ridosso dell’aeroporto, tra la “Porta d’Europa” scolpita da Mimmo Paladino nel 2008 e la banchina commerciale, dove attraccano i traghetti per Linosa e Porto Empedocle.  Poco distante dalla chiesa, il chiosco di panini ha cambiato menu per i nuovi clienti, riempie le baguette di pollo alla griglia, al posto di salsiccia e salumi. Stefano, 32 anni, e Alessandro, 24, sono due marinai della Guardia costiera, in servizio alla Capitaneria di Palermo, prestati per 15 giorni a Lampedusa per aiutare nelle operazioni di soccorso. Con la motovedetta scortano i barconi dei migranti fino alle coste dell’isola, ma in questi giorni il mare è troppo grosso e nuovi arrivi non ce ne sono. Nel pomeriggio hanno fatto amicizia con Mahmoud, un giovane tunisino che non chiedeva pane e sigarette, ma un collegamento internet. Lo hanno portato in albergo, si è collegato con Facebook e ha detto “Il tuo computer è più lento del mio”, racconta Alessandro. Mario, un pescatore dagli occhi azzurri: “Hanno cercato di entrare in casa di mia madre, hanno forzato le porte degli appartamenti vuoti per andare a dormirci dentro”. Commentano la visita del premier italiano Silvio Berlusconi, due giorni prima: “Meglio il cattivo conosciuto che il buono ancora da conoscere”, dice Pepito in siciliano, e poi conclude: “Adesso ci vorrebbe un bello sbarco di femmine”.  La mattina dopo, il Canale di Sicilia è ancora agitato dal maestrale, i traghetti non riescono ad attraccare, il sole d’aprile picchia forte sulla banchina. I ragazzi che emigrano sono dappertutto, seduti sui muretti, sulle barche, sotto le palme della spiaggetta del porto vecchio. Alcuni protestano ad alta voce, marciano avanti e indietro nei cinquecento metri di molo, gridando “Sicilia, Sicilia, Libertà, Libertà”. Tutti hanno paura, cercano notizie sul proprio destino, fermano giornalisti e fotografi per chiedere che ne sarà di loro, se saranno rimpatriati, quando potranno lasciare l’isola per andare a cercare libertà e fortuna sul continente. Non hanno 30 anni, nessuno immaginava che attraversare le 70 miglia di mare tra Mahdia e Lampedusa li avrebbe trasformati, da giovani eroi che hanno abbattuto un regime, in clandestini che nessuno vuole.

Perché siamo qui
“Ho visto con i miei occhi i campi profughi che la Tunisia ha allestito a Ben Gardane, alla frontiera con la Libia: abbiamo accolto decine di migliaia, centinaia di migliaia, di persone in fuga e gli abbiamo dato tutto”, racconta Tlili, che non si aspettava, dopo 16 ore di mare, di passare dieci giorni all’addiaccio. Ha studiato storia moderna, ma faceva il cameriere a Sidi Bouzid, la provincia tunisina dalla quale è divampata la rivolta del mondo arabo. Per arrivare al giaciglio che divide con altri sei ragazzi, bisogna arrampicarsi su quella che è stata ribattezzata “collina della vergogna”, evitando bottiglie vuote, sacchetti, cartacce, resti. Teli sottili di plastica bianca sono appoggiati su due pali di ferro trovati chissà dove. Molti sassi e qualche pezzo di nastro adesivo, con la scritta “Lampedusa accoglienza”, impediscono che la baracca voli via. La collina è esposta ai venti, l’umidità di notte fa scendere parecchio la temperatura. I ragazzi siedono su vecchie sedie di plastica bianca. Tlili ieri è riuscito persino a farsi la barba. “Ci siamo sbarazzati di questo Ben Ali che era un voleur che in 23 anni non ha dato nulla alla Tunisia ma ha fatto arricchire solo il proprio entourage - dice - ma il nuovo governo è ancora troppo debole per garantire un cambiamento e noi siamo stanchi di aspettare”. In famiglia sono in nove ed è ora che lui trovi un lavoro più redditizio per aiutare i suoi. “La nostra è una delle regioni più povere. Sulla costa, nel Sahel, c’è turismo e qualche industria”, aggiunge. In realtà i ricchi ci sono anche a Sidi Bouzid: “Quadri amministrativi e militari non hanno certo bisogno di emigrare”.  Lui invece mette da parte i soldi, giorno dopo giorno. Per il viaggio servono 1900 dinari, circa 1000 euro, suo cugino, che vive in Francia, gli dà l’aiuto decisivo. Appena arriva il money transfer da 400 euro, Tlili parte per Zarzis, da dove salperà. Come molti della sua regione, non sa nuotare e la traversata gli fa paura. Arrivano tutti a destinazione, a “Lambadusa”, in 140. “Dio ci ha aiutato. Siamo arrivati sani e salvi, ci aiuterà anche ora, non lascerà che ci riportino indietro. Se tutte queste persone tornano indietro, la Tunisia diventa esplosiva”. “Gli isolani ci hanno dato vestiti, cibo, acqua - racconta - ma ora è la Repubblica italiana che ci deve aiutare. Devono lasciarci andare in Sicilia, a Roma, a Bari, a Milano”. Vuole solo lavorare, qualsiasi mestiere purché pulito. “Noi bouzidiennes siamo gente tosta, determinata, non abbiamo avuto paura della polizia e per primi abbiamo fatto scioperi e lotte” cerca il benessere, ma anche la libertà e nuovi amici “nei paesi arabi tutto sta cambiando, dalla Tunisia all’Arabia Saudita Dio aiuterà i musulmani poveri. Ci sono paesi che galleggiano sul petrolio e i governanti continuano ad affamare i loro popoli”. 
Al molo, è iniziata la fila per il pasto. Qualcuno rimane seduto sulla collina, “non ce la faccio a stare in quella calca” - dice Ilyess. Un ragazzo minuto, un bel sorriso, viene da Zarzis, ha 30 anni e un cappellino dell’Inter che gli ha regalato Anna, l’amica che ha trovato a Lampedusa. Lo ha adottato, gli fa il caffè la mattina, lo ha portato a casa a farsi la doccia, gli ha dato abiti puliti. Ilyess ora ha uno zainetto blu perfetto per una gita scolastica, fazzoletti di carta, salviette, merendine, abiti di ricambio, un’agenda con la dedica di Anna, una busta con un po’ di soldi e la scritta “Bonne chance!”. C’è persino una cartina dell’Italia, “per capire come arrivare in Francia, inshallah”. Il fratello di Ilyess vive nella banlieue di Parigi da quattro anni, senza documenti, e fa le consegne a domicilio per una pizzeria. Ilyess vuole raggiungerlo e spera di poter fare il suo lavoro, decoratore d’interni, come spiega mostrando le foto sul cellulare: pavimenti in ceramica e pareti dipinte si alternano ai primi piani della sua ragazza. “Puoi stare sans papier anche per qualche anno - sostiene - basta non dare nell’occhio, non fare mai niente contro la legge, neanche prendere la metro senza biglietto”. Lavorare in Francia qualche anno, mandare soldi a casa, risparmiare, comprare un appartamento. C’è chi si paga il viaggio dalla Tunisia vendendo la macchina o la moto, lui i mille euro li ha risparmiati da solo, sono l’equivalente di quattro o cinque mesi di lavoro. “Non guadagnavo abbastanza per avere una vita mia, per costruirmi qualcosa. Per questo ho deciso di fare harraga, il viaggio da clandestino, a rischio vita”. Ilyess ci aveva già provato una volta, a febbraio, la polizia costiera tunisina li aveva fermati alla partenza, lo scafista gli aveva reso metà soldi. Ci riprova e funziona. “In 23 anni di regime di Ben Ali non ho mai votato per lui - dice - ma ora del nuovo governo non abbiamo ancora visto nessun risultato. Non posso aspettare tutta la vita”. Crede in Dio? “Certo che ci credo, sono musulmano”. L’Islam nessuno lo mette in dubbio: nonostante i rischi corsi e la situazione drammatica che stanno vivendo, tutti si affidano ad Allah. L’unico che si confesserà ateo, vuole restare anonimo “se non sei religioso molti si sentono in diritto di trattarti male”. A Lampedusa sono nate amicizie, per esempio tra Ilyess e Nourredine, un pasticcere di una decina d’anni più vecchio di lui, che ha deciso di emigrare per provare a guadagnare qualcosa di più per i suoi 7 figli. Ilyess ci tiene a dirlo: “Non siamo tutti uguali. Nel nord est e nel centro sono molto più poveri e sono abituati a rubare”. Anche la Tunisia ha i suoi terroni. Qualcuno è stato derubato del cellulare, sull’isola o sul barcone, e quando tra i migranti in attesa del cibo compaiono due ragazze vestite alla moda, ipotizza: “Sono state scippate, e sono qui per riconoscere i colpevoli”. Si sbaglia. La ragazza bruna, fresca di parrucchiere, occhiali da sole e ultimo modello Nike ai piedi, è una giovane tunisina che vive a Verona. È venuta in aereo per aiutare suo fratello, ma non può fare nulla e finisce per prendersela con il responsabile del consorzio Lampedusa Accoglienza, Cono Galipò. Dopo avere passato due ore sotto il sole ad aspettare il sacchetto con il pranzo, molti ragazzi stanno tornando indietro a restituirlo, dicendo che “il riso puzza”. Galipò toglie la pellicola di plastica da uno dei piatti e si mette a mangiare anche lui, davanti agli obiettivi delle telecamere. Il consorzio riceve 33 euro al giorno per ogni immigrato sull’isola - oggi sono 4 mila 500. Per questa cifra dovrebbe fornire un cambio di abiti, l’alloggio nel centro di accoglienza - che da giorni non ha più spazio -, 10 sigarette al giorno e due pasti. Il pranzo di oggi è composto da riso con tonno e funghi, due panini, una bottiglia d’acqua ogni due persone e una brioche. Niente frutta, perché da giorni non arriva la nave da Porto Empedocle, e non arrivano le sigarette che sono razionate - 4 a testa. Il “pacchetto” comprende anche 5 euro di scheda telefonica ogni 10 giorni. “Non lo abbiamo scelto noi di fare questa attività di servizio pasti sul molo - spiega Galipò - ci è stato chiesto data la situazione di emergenza. Noi cuciniamo tutto fresco, c’è una difficoltà oggettiva nel servizio, ma il cibo è buono. Si lamentano perché sono esasperati, vogliono andare via da qui”.

La solidarietà della gente
Dal caos del porto, Ilyess risale a piedi verso il centro, per bere un caffè con Nourredine. Al bar Roma li raggiungono Anna e Giusi, che oltre a loro hanno altri protetti. Ogni sera distribuiscono abiti, pasta e panini sulla strada accanto ai giardinetti. Anna, 57 anni, è un’infermiera in pensione, originaria di Roma. Abita sull’isola da quasi un ventennio. Giusi invece insegna italiano e latino al liceo scientifico. È di Bagheria, in provincia di Palermo, aveva chiesto il trasferimento a Lampedusa, per un anno, è bloccata qui da tre “non mi lamento, anzi, devo ringraziare la Gelmini di questa esperienza”. All’arrivo dei primi minorenni, Giusi ha preparato un gioco e un piccolo progetto didattico da proporre, per tenerli un po’ impegnati. La prefettura di Agrigento le ha negato il permesso di entrare al centro di accoglienza. “L’invasione cosidetta, le cose che succedono, ci hanno fatto cambiare opinione sulla Chiesa - dicono Anna e Giusi - la Caritas ha fatto tantissimo, molto più della Protezione civile, della Croce rossa e dello Stato in generale. Senza la Caritas questi ragazzi sarebbero morti di fame”. La stagione turistica sembra compromessa, ma gli isolani sono stati molto civili: “A subirne le conseguenze saranno le famiglie più umili, quelli che d’estate vanno a dormire dai parenti per affittare l’appartamento ai turisti, e così tirano in là l’inverno. I grandi imprenditori - dice Anna – quelli hanno gli alberghi aperti già a gennaio, pieni di poliziotti e giornalisti”. La solidarietà che ha coinvolto i lampedusani ha episodi divertenti, Dario, il fidanzato di Giusi, è venuto a trovarla dalla Sicilia e si è trovato catapultato nell’emergenza: smistare magliette, catalogare scarpe di seconda mano e via dicendo. L’unico pomeriggio in cui decide di rilassarsi e va a pescare da solo, un giovane tunisino lo raggiunge sugli scogli e gli chiede un amo e un pezzo di filo (!). Cose da raccontare ne hanno tutti. “Uno dei miei tunisini è stato imbarcato ieri - aggiunge Giusi - e mi ha promesso che tornerà a trovarmi in Lamborghini” scuote la testa “ho aiutato un capitalista!”. Si arrotola una sigaretta e si avvia verso casa: qui c’è la calata dei tunisini, ma a scuola stanno facendo i Visigoti, e la lezione è ancora tutta da preparare.
I tavolini del bar Roma sono ancora pieni, anche i gradini e il marciapiede. Gli espressi, serviti nei bicchierini di plastica, come in tutti i locali dell’isola, si bevono tiepidi, lentamente, come fossero caffè turchi, intervallati da chiacchiere e sigarette, chi le ha. Tommaso, il barista, è seduto alla cassa a fare conti, la madre lavora a maglia dietro il bancone. “Gli immigrati sono sempre arrivati - dice -, ma prima la macchina funzionava bene. Al centro c’erano anche 1800 persone, ma nessuno se ne accorgeva. Ora il Governo ha voluto che le cose andassero così: ci ha usato per attirare l’attenzione dell’Unione Europea. Facciamo quello che possiamo, siamo stanchi, cerchiamo di dare una mano.  Per ora regaliamo caffè e coperte. E per quest’estate, speriamo bene”. Un contrappasso: molti dei tunisini arrivati lavoravano nel turismo. Hanno perso il lavoro perché il paese è troppo instabile per i tour operator. Aymon ha 26 anni, è originario di Kasserine, una città ai piedi delle montagne - capelli lunghi, jeans a vita bassa da rapper, l’inglese imparato con i turisti facendo il tatuatore negli hotel. Se n’è andato “per essere più libero e più sicuro” perché “per la gente in Tunisia non è cambiato niente. La polizia è sempre quella”. Lui c’era alle manifestazioni che hanno fatto cadere il regime. “Ho fatto come tutti, ho preso i cartelli e ho gridato ‘freedom’. Mi sono sentito meglio perché siamo riusciti a cacciare quei ladri”. Non sa dove andrà, vorrebbe un lavoro “duro e pulito, perché i soldi che guadagni troppo facilmente se ne vanno in fretta”. Da dieci anni ha lasciato la sua famiglia per cavarsela da solo, vivendo tra Tunisi e la costa. A casa lo stipendio del padre non bastava a mantenere altri 5 fratelli. “Tra i lampedusani - aggiunge - c’è gente razzista e gente che ci ha aiutato. Non è colpa loro, ma del Governo”. Dopo 13 giorni a dormire sotto le stelle, il più grande desiderio è farsi una doccia - “See you later, alligator” - dice, abbassandosi gli occhiali da sole e uscendo dal bar. Finito il caffè, si torna al porto ad aspettare. Oggi c’è una novità. La nave militare San Marco, quella che sarebbe dovuta “restare attraccata a Lampedusa per caricare immediatamente i migranti appena sbarcati”, partirà stasera. È ancorata a poco distanza dal porto e le motozattere, mezzi anfibi che andrebbero bene per un’offensiva bellica, faranno la spola per caricare alcune centinaia di persone.

Partenze
Nourredine il pasticcere è tra i prescelti. La selezione avviene con criteri apparentemente casuali. Al porto volano botte e spintoni. I primi giorni esisteva una sorta di ordine di arrivo, il meccanismo è saltato. I funzionari di polizia scelgono con criteri “meritocratici”, dicono. Prima quelli di una certa età, o forse quelli che potrebbero provocare altri disordini. “Scelgono come i nazisti”, commenta qualcuno “come se questi ragazzi non fossero persone ma oggetti da spostare”. Anna e Giusi, assieme all’amico Maurizio, hanno due macchine parcheggiate con i bagagliai aperti: da un’auto danno i panini, dall’altra l’acqua. Qualche sera hanno dato anche scarpe e magliette. “Il mio compagno ha una salumeria - ride Anna - e abbiamo vestito un sacco di ragazzi con le t-shirt promozionali di un produttore di prosciutti: dopo ci è venuto il dubbio che per loro potesse essere offensivo”. Qualcuno dà una mano a fare una sorta di servizio d’ordine.  Tra loro c’è Naoufel, 32 anni, faceva il fotografo a Djerba, è laureato in commercio internazionale, la prima cosa che farà sul continente sarà comprarsi vestiti alla moda, in tinta, da capo a piedi. Mostra le scarpe di pelle “le altre ho dovute buttarle, con l’acqua di mare si erano tutte rigate”. Sei giorni sull’isola non gli hanno fatto perdere il look da dandy. Ha trovato qualcuno da cui farsi la doccia e un paio di sere è stato ospite di una famiglia. Nella Guardia costiera, c’è chi divide i ragazzi in due macrocategorie: eritrei, somali e subsahariani arrivati dalla Libia “con la morte e il terrore negli occhi” e giovani tunisini “sbarbati e col bancomat in tasca”. Senza dubbio Naoufel è tra questi ultimi. A Djerba, in un mese, scattava 8mila dinari di foto-ricordo ai turisti. In tasca gliene restava il 10%, il resto al “padrone”. In Tunisia, 800 dinari è un buono stipendio, ma di lasciarsi sfruttare Naoufel non ne voleva più sapere. Scioperare o rivendicare qualcosa di più era impossibile - “Tutti gli hotel di Djerba fanno capo a tre persone, e tutti i fotografi lavorano senza contratto. Se te ne vai, uno ti sostituisce. 23 anni fa Ben Ali ha portato il capitalismo in Tunisia e qualcuno lo ha saputo sfruttare molto bene” - conclude. Forse le cose cambieranno, per ora il governo provvisorio “si occupa solo di politica e l’economia va sempre peggio”.  Non è la prima volta che Naoufel tenta di “bruciare il confine”.  A settembre è arrivato in Turchia, ha passato a piedi la frontiera con la Grecia, da lì con in tasca una carta d’identità francese falsa, avrebbe dovuto imbarcarsi per l’Italia. Il documento però non è fatto abbastanza bene e il 13 gennaio Naoufel si ritrova su un aereo per Tunisi. Nella capitale tunisina c’è il coprifuoco ed è il giorno dell’ultimo discorso di Ben Ali. Lo fanno scendere dall’aereo, il rimpatrio è rimandato a cinque giorni dopo, quando il presidente e la sua famiglia sono ormai fuggiti. Passa un mese a Tunisi senza tornare a casa a salutare la madre, ospite di un amico ingegnere che si sta organizzando per trasferirsi in Canada. Nel suo paese, per lui, non c’è più niente da fare. Lascia la capitale e raggiunge la costa, s’imbarca a fine di marzo su uno dei vecchi pescherecci che - a decine - sono all’ormeggio, sotto sequestro, nel porto di “Lambadusa”. Sul barcone sono in 280, 4 donne, per una mezz’ora tiene anche il timone, mentre il “comandante” è impegnato a riparare un guasto. 24 ore di mare, ecco la costa. “Molti dei ragazzi che sono qui finiranno per tornarsene in Tunisia” sostiene “non per i rimpatri, ma perché non hanno un mestiere e non hanno contatti. Anche in Francia gli altri tunisini ti fanno lavorare solo se ti conoscono”. Lui ha un progetto. Gli basta raggiungere l’Italia. Un conoscente lo porterà in auto fino a Roma, un altro fino a Ventimiglia, dove “conosciamo gli orari in cui ci sono meno controlli e si riesce a passare”. Ha trovato un modo per spedire loro del denaro, glielo ridaranno al momento dell’incontro “se viaggi con troppi soldi ti derubano i compagni di viaggio, o è la Polizia a prenderti tutto”. Il business plan di Naoufel non finisce qui. Una volta arrivato in Francia, vuole affiancare all’attività di fotografo un import-export tra Parigi, Tunisi e Dakar. E se i suoi calcoli sono giusti, ci guadagnerà parecchio.

La “Loran”. Altre storie
Ahmed, suo sedicente cugino, impiega 20 minuti d’orologio a tentare di convincere un giornalista a comprargli una bottiglia di whisky. Un’ordinanza del sindaco vieta di vendere alcolici agli stranieri. Da una parte si proibisce, dall’altra si chiude un occhio, se è vero, come assicurano alcuni giovani isolani, che “per non farli sbroccare del tutto, la polizia, quando li perquisisce, gli lascia addosso il fumo”. E’ l’isola delle contraddizioni. La maggior parte dei lampedusani si è fatta in quattro per aiutare “i ragazzi”. Quasi ogni famiglia ha adottato qualcuno, gli prepara da mangiare, lo invita a farsi la doccia. Le strade sono piene di ragazzoni con le sacche da calcio dell’A.S. Lampedusa o gli zainetti di Barbie dismessi da qualche bambina. E quasi tutti hanno bloccato il porto e le strade per impedire che due tendopoli da 500 posti dessero ai tunisini una branda per dormire. “La tendopoli  - spiega Anna - sarebbe rimasta per sempre”. Maurizio, guardia forestale quarantenne, gli amici lo vorrebbero ‘capo della protezione civile’, tanto si è dato da fare per i nuovi arrivati, dice: “L’isola sarebbe tornata una colonia penale, com’era fino al secolo scorso”. Qualcuno disposto a dare credito alle promesse di campi da golf, di premi Nobel per la pace, di esenzioni fiscali, sembra esserci. Ma che la tendopoli sarebbe stata svuotata in fretta, non ci ha creduto nessuno. E così, al posto delle tende blu del Ministero dell’interno, sono spuntate le vele, le coperte, i teli di plastica, i sacchi della spazzatura usati come riparo, sulla “collina della vergogna”. È più dignitosa la sistemazione alla “Loran”, dall’altro capo dell’isola. Ci si arriva dopo qualche chilometro di strada tra capre e scogliere. A sinistra l’indicazione per le spiagge più famose - la Guitgia, l’Isola dei conigli, dove depongono le uova le tartarughe, Cala Pulcino, che si raggiunge solo a piedi o in barca. L’ex base “Loran” della Nato ospita un centinaio di persone. Donne, alcune accompagnate dai giovani mariti, e ragazzi minorenni, la maggior parte adolescenti che le famiglie hanno mandato a cercare fortuna in Europa. Jeans, berretti e giacche a vento, facce sveglie, i ragazzini non hanno niente di diverso dai loro coetanei della Magliana, del Pilastro o di Scampia. Si lamentano del cibo, cattivo e monotono, con lo stesso refrain “macaroni, toujour macaroni”. Anche qui il tormento peggiore non è il mal di pancia, ma l’incertezza e l’attesa. La legge italiana vieta di rimpatriarli e prevede un preciso percorso di integrazione, al termine del quale potranno ricevere il permesso di soggiorno. E’ un cammino pieno di rischi e ostacoli. 700 minori tunisini “non accompagnati” sono sbarcati a Lampedusa tra il 10 febbraio e l’inizio di aprile, sognano un futuro migliore, diverso da quello dei genitori, vorrebbero arrivare in Francia, quasi tutti maschi tra i 12 e i 17 anni, ma c’è anche qualche bambino più piccolo e qualche ragazza. La metà è già stata trasferita in comunità o case famiglia italiane. Hanno diritto a ricevere accoglienza, formazione e tutela legale fino ai 18 anni. Il percorso di integrazione dura due anni e chi lo completa con successo ha diritto a chiedere un permesso di soggiorno. Dal 2009, però, la legge 94, il cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’ che ha introdotto il reato di immigrazione clandestina, ha portato con sé il paradosso che molti di questi ragazzi arrivano in Italia a 17 anni, non fanno in tempo a concludere il percorso, e a 18 diventano automaticamente clandestini. “In Sicilia alcuni sono finiti a fare i corrieri per i pizzini dei mafiosi - racconta Michele Prosperi di Save the children - lo denuncia il procuratore antimafia Piero Grasso”. Dalla base non si può uscire, ma c’è chi va “a comprare le sigarette in centro”, tenta di imbarcarsi per la Sicilia, finge di avere 18 anni. Altri escono dal cancello e si sdraiano sulla strada di accesso come forma di protesta. Ai camionisti che devono entrare coi rifornimenti basta accelerare un po’. Le giornate trascorrono in attesa di notizie, seduti sulle panchine e sui gradini dietro la rete metallica e il filo spinato, o subito fuori, se i sorveglianti chiudono un occhio. La prima ad avvicinarsi alla rete è Hanin, 36 anni, sa un po’ di italiano. A Zarzis aveva aperto un negozio di parrucchiera, ma non ce la faceva a pagare il mutuo. “Non posso ‘aspettare il 2012’, come dice il governo provvisorio, voglio cambiare la mia vita adesso”. E’ disposta a lavorare come domestica, cameriera “o quello che troverò”. Ha venduto il negozio ed è partita, sola, non è sposata “e non ho intenzione di farlo”. La tormenta la mancanza della famiglia e l’incertezza: “Tutti parlano bugie e noi siamo qui da giorni”. Alla “Loran” ci sono alcune giovani coppie. Saima ha 20 anni ma ne dimostra meno, Janed, suo marito, 26 anni, originario di Sousse, è falegname.  Alza la t-shirt per mostrare le ferite che si è procurato da solo, con una lametta “per paura che mi rimandassero in Tunisia”. Via, via, in Francia, a Parigi o Marsiglia “siamo fuggiti - dice lei - perché democrazia e libertà sono ancora soltanto parole. Le nostre famiglie hanno fatto dei sacrifici per noi, abbiamo rischiato la vita in mare per arrivare qui, e ora siamo sospesi. Non si può vivere in questo modo”. Zouhaier, 17 anni, pantaloni mimetici e giubbotto grigio, cappellino con la visiera che gli fa ombra sugli occhi. D’accordo con la madre ha deciso di lasciare la scuola e partire, studiare gli piace, in Italia vorrebbe tanto continuare, fino all’università, diventare un informatico. I suoi non hanno un lavoro, non ce l’avrebbero fatta a dargli un futuro. Gli mancano i pomeriggi all’internet point e non vede l’ora di riaprire il suo Facebook, con la foto che lo ritrae controluce, in kimono e cintura rossa. Di due cose è orgoglioso: la sua città, Sidi Bouzid “dove tutto ha avuto inizio” e le sue medaglie agli ultimi campionati nazionali giovanili di taekwondo, l’arte dei pugni e dei calci. A differenza degli altri, lui non fuma, resta in disparte, parla a voce bassa. Mentre gli altri protestano davanti alla telecamera di “Porta a porta”, resta appoggiato alla recinzione e prende appunti su un piccolo quaderno. Due donne, Rajelamti e Nadia - incitano i ragazzi, dando il via a un coretto di “Italia, Italia”. Sono sbarcate a Lampedusa da pochi giorni. Rajelamti ha lasciato in Tunisia quattro figli - il più grande 23, il più piccolo 7 anni - , vuole raggiungere il marito a Casal Di Principe, lui non riesce più a mandare soldi a casa da quando un incidente sul lavoro l’ha reso invalido. È la più determinata in questa piccola protesta. Ai “Vive l’Italie” che gridano tutti, aggiunge “non sono più tunisina, voglio morire qui”. Pochi minuti prima, da dietro la recinzione, con la stessa grinta, si lamentava del caro-vita: “Che senso ha lavorare per 3 dinari al giorno (€1,5) se una baguette costa 25 centesimi e un litro di latte più di un dinaro?”. L’ha convinta a partire la polizia - “di quel ladro di Ben Ali” -  “Mi hanno picchiata perché ero in giro col coprifuoco e volevo solo trovare qualcosa da mangiare per i figli”. E’ maestra d’asilo, dice, ma qui in Italia è disposta a fare qualsiasi lavoro. Nadia ha una maglia azzurra scollata e pantaloni di una tuta, a tracolla un piccolo marsupio, i capelli raccolti e più rughe dei suoi 35 anni. È di Kef e vuole raggiungere suo fratello a Bari. Rajelamti fa da interprete dall’arabo al francese, alle domande sulla famiglia risponde lei, senza passare per l’interessata: “È divorziata e non ha figli”. Nadia tiene gli occhi bassi e Rajelamti ricomincia a raccontare del viaggio: “Nella traversata sono morti una donna incinta e un bambino”. Nadia stringe le dita attorno alla recinzione e Rajelamti traduce: “Nel viaggio è morto suo figlio, di undici mesi”. Il vigile del fuoco di guardia alla base - Inventano anche tanto - ammonisce. Ma le lacrime si vedono, oltre l’ombra del reticolato. La rete è sottile e separa due mondi, ragazzi in divisa, chiamati a controllare dei coetanei e dall’altra parte un’umanità minore, che non può piangere un figlio senza il sospetto di mentire.

Cala Pisana. Imbarchi e futuro
La differenza tra i due mondi è vistosa anche a Cala Pisana. Dopo giorni di mare grosso è riuscito ad attraccare l’Excelsior per cominciare i trasferimenti dei migranti in Sicilia e in altre tendopoli. I volti dei poliziotti sono tutti coperti dalle mascherine, quelli che non stanno lavorando agli imbarchi salgono tranquilli sulla nave, trascinando il proprio trolley pieno di abiti piegati e stirati. I bagagli dei tunisini sono sacchetti di plastica. Vengono tutti aperti ed esaminati minuziosamente, senza tralasciare nessuna t-shirt, nessun calzino. I pullman fanno la spola dal centro d’accoglienza e dal porto fino a questa banchina, costruita nel 2010 in questa caletta più riparata dal vento. I ritardatari li inseguono per salire, nessuno vuole rischiare di restare sull’isola.  All’accesso della nave, le dodici stelle dell’Unione Europea. I tunisini devono essere perquisiti due volte: prima in modo approfondito poi più sommariamente, per sincerarsi che nelle due ore di attesa sotto il sole, dietro una transenna, non si siano procurati oggetti illeciti. Le operazioni si svolgono con ordine, sotto gli occhi dei lampedusani. Ora dopo ora, aumentano gli spettatori sulla scogliera, arrivano ragazzini in scooter e intere famigliole. Sulla banchina cresce in altezza il mucchio di cinture e lacci da scarpe. Compare anche una sciarpa del Celtic Glasgow, a righe bianche e verdi. Poche ore prima la indossava un ragazzo, al porto, e i poliziotti ci avevano scherzato sopra, scambiando il quadrifoglio del Celtic per il simbolo della Padania. Ora giace in cima al mucchio, come il cappottino rosso della bimba di Schindler’s list. Le perquisizioni sono umilianti, i volti dei ragazzi tunisini sono felici. Lasciano finalmente quest’isola diventata prigione con una nave che non andrà in Tunisia, ma in Italia. Sorridono, scherzano, chiedono sigarette. Ilyess esce dalle righe per farsi fotografare davanti all’Excelsior, e con le dita fa il simbolo della vittoria. Sulle navi partono molti poliziotti e militari, ma l’isola è piena di gente in divisa. Giovanissimi bersaglieri, che fanno la guardia al Centro di accoglienza. Finanzieri e guardia costiera, che si alternano nei recuperi delle barche di migranti. Già stasera, con il mare più calmo, gli sbarchi ricominceranno. Camionette di carabinieri stazionano al porto, danno una mano nella distribuzione di cibo e acqua. I vigili del fuoco fanno i turni  attorno alla base “Loran”. Per tutti i giorni dell’emergenza, il responsabile dell’ordine pubblico al porto è stato il commissario Corrado Empoli ‘l’uomo con gli occhiali da sole’. “Il momento più sorprendente è stato alcuni giorni fa - racconta - ero andato a riposare in albergo, quando ho cominciato a ricevere telefonate e messaggi preoccupati che parlavano di un corteo nel centro di Lampedusa. Sono arrivato, sono riuscito a spiegarmi con i ragazzi, ho garantito che non sarebbero stati rimpatriati e che a poco a poco li avremmo imbarcati verso l’Italia. Come una specie di pifferaio magico, sono riuscito a riportarli dal centro verso il molo e c’erano quelli che gridavano ‘we trust you’. Si rendevano conto di tutto, ma non riuscivano più ad accettarlo”. Forze dell’ordine e Iom - l’Organizzazione internazionale delle migrazioni - concordano nel parlare di un esodo di proporzioni straordinarie e non prevedibili. Fulvio Vassallo Paleologo, che all’Università di Palermo insegna Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero dice: “La situazione è frutto di una scelta del Governo, che ha voluto tenere le persone a Lampedusa nella prospettiva più o meno dichiarata, e poi fallita, di rimpatriarli in Tunisia. Si è voluta creare un’emergenza in vista delle elezioni amministrative, quando invece si sarebbero potuti concedere subito permessi di soggiorno speciali, per motivi umanitari. Attivando la rete di organizzazioni di volontariato che si erano rese disponibili si sarebbero potute evitare anche le tendopoli, che sono di fatto strutture di detenzione, dove le persone vengono private della libertà senza che ci sia stato il provvedimento di un giudice. Con la scusa dell’emergenza, si sta violando la legge e la Costituzione”. Che l’emergenza-Lampedusa sia stata “creata ad arte”, sulla pelle dei lampedusani e dei tunisini, lo pensano in parecchi, sull’isola. L’isola comunque, lunedì 4 aprile, ha cambiato faccia. Le panchine, fino a ieri popolate di ragazzi abbarbicati ai propri borsoni, ricominciano a ospitare pensionati, nessuno gioca a calcio per la strada e i bar pieni sono solo un ricordo. “700 caffè in un giorno non li avevo mai fatti neanche in agosto – dichiara Silvana, titolare del bar Mediterraneo - e se calcoli 45 minuti a caffè puoi avere un’idea di quanto fosse affollato il bar, giorno e notte”. Ha dovuto prendere una persona “altrimenti ogni volta che mi giravo rubavano gli alcolici”, sorride. Con molti, si è creato un bel rapporto e mentre asciuga i bicchieri, nelle sue parole filtrano stanchezza e un’ombra di malinconia. Silvana di caffè ne ha offerti tanti, a chi non riusciva a pagare. “Alcuni ragazzi, i primi giorni, mi hanno ridipinto le pareti per ringraziarmi”, racconta, mentre suo nipote compare sulla porta e scherzando grida: “Hai visto che vuoto, che depressione?”. Silvana è originaria di Roma e ha una laurea in sociologia. Arrivata per lavorare in Comune, ha finito per aprire il cocktail bar. Sulle promesse di Berlusconi la sua opinione è lapidaria: “Ma quale campo da golf, su uno scoglio? Facesse l’ospedale, sto buffone…”.
Ma gli sbarchi già ricominciano, non soltanto di giovani tunisini ma anche di profughi dal Corno d’Africa, via dalla Libia in guerra. Il 6 aprile ne sono morti più di duecento, affogati mentre cercavano di abbandonare il barcone che colava a picco, per salire sulla motovedetta della Guardia costiera. Tra i marinai gira la voce che i maltesi abbiano aspettato 12 ore a dare l’allarme, e che anche questa tragedia si sarebbe potuta evitare. Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Iom (Organizzazione internazionale per le migrazioni), riconosce le contraddizioni dei “decreti flussi”, in base ai quali gli imprenditori, in teoria, dovrebbero assumere gli stranieri senza averli mai visti in faccia, e auspica “nuove leggi, politiche a lungo termine, perché in realtà, di questi lavoratori, l’Europa e l’Italia ne hanno bisogno”. Chi arriva come irregolare, dice, “il lavoro lo trova, ma in condizioni di supersfruttamento, come a Rosarno e a CastelVolturno”.  Per chi è entrato in Italia prima del 5 aprile, il Governo italiano ha stabilito di concedere permessi temporanei. Per tutti gli altri sono cominciati i rimpatri forzati. I ritorni in patria dovrebbero essere volontari e assistiti: “Ci deve essere la volontà della persona, seguita da un programma di reintegrazione nel paese d’origine, per iniziare un’attività lavorativa, aprire un negozio, magari comprare un taxi. È un programma gestito dal Ministero dell’interno con fondi europei - chiarisce Di Giacomo - e quest’anno ha coperto 200 casi”.  Ma “La legge del 2009, stabilendo il reato di immigrazione clandestina, impedisce agli irregolari di beneficiare del programma” e sono loro ad averne più bisogno, chi ha documenti e ha trovato lavoro non ha bisogno di essere rimpatriato. “Gli irregolari non fanno più domanda, perché per loro scatterebbe immediatamente la denuncia. Così - contestano dall’Iom - un’intera fetta di persone che voleva tornare volontariamente finisce in un limbo: non possono restare in Italia per lavorare, non possono essere assistiti nel ritorno. Hanno a carico provvedimenti di espulsione, e se trovano i soldi per partire vengono fermati alla frontiera e denunciati, e di nuovo non possono lasciare il territorio”. Un effetto boomerang che si potrebbe risolvere cambiando la legge, e cancellando il reato di immigrazione clandestina. Così come, forse, morti in mare e umiliazioni si potrebbero evitare, accettando la realtà delle migrazioni, concedendo permessi di soggiorno temporanei per ricerca lavoro e ammettendo il diritto di viaggiare da entrambe le sponde del Mediterraneo. Da Milano a Djerba in volo charter, ma anche viceversa.

 

Altre Informazioni

  • autore: Giulia Bondi
  • fotografo: Giulia Bondi

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