di Francesco Maria Conte
I dannati della terra di Frantz Fanon è uno dei testi più popolari degli anni Sessanta. Nei paesi coloniali è il testo delle lotte di liberazione nazionale. In Europa e negli Usa è uno dei testi-base per l’organizzazione della violenza degli oppressi nello scontro di classe.
di Giuseppe Piacentino
Stiamo per essere travolti dal Grande Gatsby. Baz Luhrmann sta preparando una nuova riduzione cinematografica del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, protagonista Leonardo Di Caprio. Gli editori si sono portati avanti e poi lo scorso dicembre sono scaduti i diritti sui libri di Fitzgerald.
Nel Bronx ne era rimasta unica traccia per un figlio, non a caso chiamato Spartaco. Le altre di Michael “Mike” Schirru - anarchico sardo, emigrato negli Stati Uniti nel 1920 - sono tutte labili. Le rinnova con efficacia il libro del conterraneo Giuseppe Fiori L’anarchico Schirru (ora riedito, Garzanti, Milano), sottotitolo che pensò di uccidere il Duce. Michele Michael “Mike” Schirru infatti, non ha commesso nessun crimine nella sua breve vita (Padria, Sassari, 1899 Roma 1931) ha solo “pensato” di farlo. La sua morte è maggior scandalo per questo.
L’arco storico è questo: 1930, il fascismo è al culmine dei successi, dopo l’Aventino, dopo il Concordato con il Vaticano, il regime è “legale”, promette riforme strutturali e si trasformerà presto in Impero. Il movimento anarchico riceve il colpo di grazia negli Usa con l’arresto e la morte di Sacco e Vanzetti, giustiziati innocenti. In questo orizzonte si forma Schirru, scrive sul periodico di fede L’Adunata dei refrattari “Il fascismo come tutte le dittature o tirannie, mi ha sempre suscitato orrore, Mussolini con le sue vigliaccherie, con le sue feroci persecuzioni […] Quest’odio accumulato da anni e anni di riflessione, compresso nel mio cuore di uomo libero, dovrà un giorno esplodere”.
Decide di partire per l’Europa e di attentare alla vita del Duce. Dopo una sosta a Parigi dove incontra Emilio Lussu, nel gennaio 1931 è a Roma. Un vestito elegante e un certo savoir faire permettono a Schirru di entrare indisturbato in Italia, con l’esplosivo in valigia, celato sotto un abito da sera. Tanto basta a ingannare la polizia fascista, dopo mesi di rapporti riservati inviati dagli Stati Uniti, dove la famiglia di Schirru viene spiata direttamente dal consolato italiano. L’infiltrazione di elementi fascisti tra gli emigranti è prassi, lo stesso Mike, nei suoi itinerari europei, non è certo di potersi fidare dei compagni belgi, francesi e italiani. Mike annota durante il viaggio: “Loro [i fascisti] dicono che l’aumento dei tabacchi è per pagare il debito pubblico. I milioni di dollari che ebbero in prestito sono andati in fumo, e con il fumo vogliono rifarli. I giornali si appellano al patriottismo degli italiani invitandoli a fumare di più”. Continua intanto la corrispondenza per L’Adunata dei refrattari e i compagni di movimento, braccati dalla polizia americana su segnalazione di quella italiana.
L’avventura e la profezia di Schirru finiscono con la fucilazione il 29 maggio 1931 a Casal Braschi, non lontano da Roma. Impassibile in tribunale, lui, la prima vittima del famigerato codice Rocco che prevedeva la medesima pena sia in caso di reato consumato o tentato o intenzionale.
Aveva deciso di colpire il Duce a distanza ravvicinata, con l’esplosivo, durante i percorsi consueti da Villa Torlonia a piazza Venezia, ma non ucciderà Mussolini né tenterà di farlo. Viene arrestato il 3 febbraio del 1931 nella hall dell’Hotel Colonna, in cui da qualche giorno frequenta la ballerina ungherese Anna Lucovszky. Finisce così, in modo difforme dall’impegno di fede anarchica, la sua missione. L’anarchia ne prende le distanze durante il processo farsa allestito al solo scopo di condannarlo a morte.
Eccentrico e poco determinato nella parabola tirannicida, al momento dell’arresto tenta il suicidio con la pistola (il colpo gli trapassa le guance) e il suo comportamento diventa stoico nella gestione del processo, presieduto dal deputato fascista Guido Cristini. Il prigione dichiara con candore: “il mio scopo era uno solo, uccidere Mussolini e liberare l’Italia dalla dittatura fascista”. Tanto basta. Una dichiarazione, una intenzione. Viene portato a morte. Il processo dura due giorni.
In Sardegna, la sorella e il padre di Schirru si affrettano a giurare fedeltà al Duce, al giudice e a quant’altri. L’Unione Sarda, il giorno della sua morte ne scrive: “un senza patria e un senza famiglia, un sanguinario, un amorale che la Giustizia elimina dal consorzio degli uomini.”
Il piccolo Spartaco ha 5 anni alla morte del padre. Non diventerà anarchico ma sergente di fanteria nell’esercito Usa, pensionato dall’esercito, il nostro Spartaco, muore a New York nel 2005 - un caso dei più in cui nomina non sunt consequentia rerum.
(F. Conte)
di Francesco Maria Conte
- Se si dovesse dar retta alle teorie post-11 settembre, allo scontro di civiltà del politologo Samuel Huntington, dovremmo relegare al cassetto delle buone intenzioni Gli Arabi e l’Islam, di Federico Arborio Mella (Mursia, 1981). Piccolo capolavoro, ripercorre cinque secoli di storia con sapiente passione: da Maometto ai Mongoli, passando per Persiani, Berberi, Normanni e Visigoti. È un compendio prezioso per chiunque voglia capire la cultura araba profonda e l’arrivo della civilizzazione sub specie islamica.
di Giuseppe Piacentino
- Ad ogni nuova uscita di La piazza del Diamante, viene ricordato il giudizio che ne aveva dato García Márquez: «Il più bel libro che sia stato pubblicato in Spagna dopo la guerra civile». In questo romanzo Mercè Rodoreda (1909-83), spesso accostata a Virginia Woolf, Thomas Mann e Proust, ha saputo raccontare con fermezza e poesia quella che era la condizione femminile nella Spagna della seconda repubblica e della guerra civil. Inoltre, pur trattando temi dal peso importante, questo è uno di quei miracolosi romanzi che non lasciano indietro nessun tipo di lettore, nemmeno il consumatore della narrativa più commerciale.
di Giuseppe Piacentino
Assieme a Conrad e Kipling, Graham Greene (1904-91) continua nel Novecento una tradizione: quella che fa della letteratura inglese una produttiva fabbrica di storie. È una tradizione ben radicata, vanta nomi illustri, da Shakespeare a Dickens. E affida proprio alla vicenda e alle sue evoluzioni un ruolo fondamentale nella costruzione del romanzo.