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Venerdì 01 Luglio 2011 13:59
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Gatsby e il danaro

di Giuseppe Piacentino

Stiamo per essere travolti dal Grande Gatsby. Baz Luhrmann sta preparando una nuova riduzione cinematografica del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, protagonista Leonardo Di Caprio. Gli editori si sono portati avanti e poi lo scorso dicembre sono scaduti i diritti sui libri di Fitzgerald.

Quattro le nuove traduzioni (Minimum Fax e Marsilio, le migliori) e torna alle stampe quella classica ma piuttosto imprecisa di Fernanda Pivano. Uno dei più diffusi quotidiani italiani porterà Il grande Gatsby nelle edicole. Quello di Luhrmann è il terzo film tratto dal libro, escludendone uno dei tempi del muto. Ci avevano già provato Elliott Nugent e Jack Clayton, rispettivamente con Alan Ladd e Robert Redford nei panni di Gatsby: risultato un po’ vacuo nel primo caso e dolciastro nel secondo (benché Francis Ford Coppola avesse risistemato la sceneggiatura). Perché il cinema sia così attratto dal romanzo di Fitzgerald è presto detto: un amore impossibile, il fascino di un’epoca - i “ruggenti” anni Venti - e il finale segnato da un destino avverso e imprevedibile. Temi di sicuro appeal popolare, che però relegano in secondo piano quello che è il nocciolo del romanzo. Il grande Gatsby rappresenta una delle più profonde riflessioni sul denaro fatte dalla letteratura americana. Di sicuro Fitzgerald - lo pubblicò nel 1925 a ventott’anni - vi mise dentro molto del proprio vissuto, a cominciare dalla conoscenza diretta del bel mondo. E i primissimi anni Venti, epoca nella quale è ambientato il romanzo, sono stati un periodo storico nel quale molte cose prendono un forte abbrivio (poi, lo sappiamo, arriverà la crisi del 1929). La Borsa, per esempio, crea un esercito di giovani arrampicatori e favorisce il sorgere di nuovi ricchi. Una generazione priva di scrupoli. Gatsby cala il sipario sul Sogno americano. Sottolinea come quella che doveva essere l’opportunità offerta a tutti i cittadini di occupare un posto nella società, perfino con successo personale, aveva in realtà aspetti perversi: arrivismo, immoralità, cinismo. Una tra le invenzioni forti di Fitzgerald è l’averne dato una rappresentazione geografica. Eccettuate alcune parti ambientate a New York, la storia si svolge fra due penisole a forma di uova: East Egg, abitata dalle famiglie della vecchia aristocrazia, e West Egg, della quale hanno preso possesso gli arricchiti. Per entrambi questi mondi il denaro sta in cima alla scala dei valori, con il suo corollario di avidità. Vivere il piacere immediato è tutto: feste, alcol, promiscuità sessuale. Jay Gatsby fa leva su tutto questo per coronare il suo sogno privato, cioè riconquistare una donna. Di lui si sa poco, e quel poco passa sottovoce di bocca in bocca: ha fatto la guerra e studiato a Oxford, si è arricchito facendo il gangster, contrabbanda alcolici (c’è il Proibizionismo), ha ucciso un uomo - dicono. Vive in un pacchiano maniero a West Egg e ogni settimana tiene sfarzose feste nelle quali compare molto di rado. Da giovane, benché di umili origini, era stato legato a una ragazza di famiglia ricca, Daisy. Alla fine, avvertendo il divario sociale, lei gli aveva preferito Tom Buchanan, un insulso ma abbiente campione di football che adesso, fra l’altro, la tradisce. Per riconquistarla, Gatsby si è dato ai guadagni illeciti. Dopo anni e ricchezze accumulate, si è stabilito a West Egg, sapendo che Daisy e il marito vivono dall’altra parte della baia. Spera che un giorno lei venga a una delle sue feste, che il passato ritorni. Il che succederà, anche se con tragici sviluppi. Fitzgerald adotta una soluzione narrativa già utilizzata da Conrad e Henry James: a raccontare è uno dei personaggi, Nick Carraway, cugino di Daisy e vicino di casa di Gatsby, che gli diventerà amico. Famoso è rimasto il modo in cui Gatsby si rivolge a lui: «vecchio mio» (old sport). Nick è arrivato dall’Ovest per lavorare in Borsa, e all’Ovest ritornerà alla fine della storia, che dura lo spazio di un’estate: quanto ha visto e vissuto è più che sufficiente per chiudere le sue esperienze sulla Costa orientale. Naturalmente, il suo non è un racconto distaccato. L’intelligenza di Fitzgerald sta proprio nell’aver immerso in un intenso lirismo il suo affresco sulla decadenza morale di quell’America.

 

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