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Venerdì 01 Luglio 2011 13:42
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Un maestro segreto

di Michele Sisto

Per 13 storie inospitali (collana Arno di Lavieri), il curatore Domenico Pinto definisce l’autore «uno dei maestri segreti della prosa del Novecento». Jahnn l’espressionista, aveva esordito (1923) col crudo dramma Pastor Ephraim Magnus, messo in scena da un giovane Bertolt Brecht. Jahnn il modernista, con il romanzo fiume Perrudja (1929), tra i primi a proseguire la rivoluzione joyciana in lingua tedesca, suscitando l’entusiasmo di Alfred Döblin.

Jahnn l’inclassificabile, nelle duemila pagine della trilogia Fluß ohne Ufer (Fiume senza rive), uscita nel 1949-50, si propone di inaugurare un nuovo principio di rappresentazione romanzesca, costruendo i personaggi non sulla base di un «carattere», la cui coerenza considera del tutto fittizia, ma come contraddittoria manifestazione di una natura innanzitutto corporea, come «risultato di un’attività secretiva». Hans Henny Jahnn (Stellingen 1894 - Amburgo 1959) è noto e apprezzato solo in una ristretta cerchia di scrittori, per il resto gode di pessima fama («Non assomiglio per niente a quel che si dice di me», scrive nel ’32). Jahnn è uno scrittore scandaloso. Ma da dove viene questo monstrum, che ha così influenzato la letteratura tedesca dell’ultimo secolo - fino a Peter Weiss, fino a Botho Strauß - pur rimanendone ai margini? Si forma nell’irrazionalismo primonovecentesco. Dopo la Grande guerra, la Germania è un brulicare di correnti di pensiero e artistiche che oppongono alla modernizzazione, percepita come inesorabilmente snaturante e distruttiva, la restaurazione di un passato pre-capitalistico, o di un altrove, variamente idealizzati: il medioevo germanico, la saggezza dell’oriente, il primitivismo religioso, l’antica Grecia, l’antica Roma, l’antico Egitto, la preistoria, e via dicendo. Anche Jahnn prende parte a questa affannosa fuga dalla Zivilisation, non solo avvicinandosi agli espressionisti ma progettando nei primi anni ’20 una comunità di artisti appartata, per una creatività liberata e pacifica. Di questo progetto non rimane che la casa editrice Ugrino, con la quale Jahnn - di mestiere è costruttore d’organi - pubblica partiture di Buxtehude e altri compositori barocchi. Le sue posizioni di questi anni, fino alle battaglie del dopoguerra contro le armi atomiche e gli esperimenti sugli animali, sono ampiamente testimoniate nelle 2569 pagine dei suoi scritti su arte, letteratura e politica, pubblicati nel 1991, ma ne troviamo una sintesi nelle parole del garzone del latte Egil Berg, protagonista dell’ottava storia “inospitale”, I mangiatori di marmellata (1928) «La fede cieca nei benefici dell’ingegneria e della scienza deve crollare. Siamo devastati perché disgiunti dalle energie della terra che ci sostiene».  Si approssima la grande crisi del ’29, il declino della Repubblica di Weimar, l’ascesa al potere di Hitler. Brecht si avvicina al comunismo, Döblin alla religione (al cattolicesimo), Jahnn tenta di azzerare ogni sovrastruttura, ripartendo dalla nuda vita, dal nudo corpo, visto quasi come un aggregato di cellule. Gottfried Benn nei Canti: «Oh se fossimo i nostri avi primevi, / un grumo di muco in una palude calda. / Vita e morte, fecondazione e parto / verrebbero dai nostri muti umori». Non siamo lontani da quell’anticapitalismo romantico che, secondo Lukács, avrebbe nutrito il nazionalsocialismo, o quantomeno è compatibile con esso. Anche Jahnn, sebbene bollato dai nazisti come «pornografo e comunista» ed emigrato in Danimarca già nel ’34, rimane iscritto alla Camera degli scrittori del Reich e continua a pubblicare e viaggiare in Germania per tutto il dodicennio hitleriano. Il desiderio di un mutamento radicale e, al tempo stesso, l’assenza di prospettiva politica concreta sono incisi nell’impianto delle opere maggiori, al limite del farneticante. Perrudja, ultramiliardario e dalla sessualità incerta, progetta una guerra di annientamento per costringere i governi a instaurare finalmente la giustizia e la pace. «Indubbiamente Jahnn è uno scrittore notevole, ma tra genio e pazzia la seconda prevale», scriveva Cesare Cases in un parere di lettura, per Einaudi, nel 1958. Ma ora è possibile rileggere Jahnn meno preoccupati delle sue ambiguità politico-ideologiche e più disponibili verso la sua indagine “antropologica”.
Jahnn dell’animale umano indaga gli impulsi più oscuri: la generazione, la morte, la brama di piacere, la sopraffazione, la dedizione autolesionista, tutto ciò che, se non represso, farebbe saltare le convenzioni su cui si fonda il vivere civile. Solleva il coperchio dei tabù e rimesta nella pentola delle pulsioni che la morale tiene a bada imponendo divieti: incesto, adulterio, omosessualità, zoofilia, necrofilia, cannibalismo. In Jahnn gli esseri umani si annusano come bestie, per riconoscere la rispettiva energia vitale, o la sua assenza: è tutto un lussureggiare di sangue, sudore, seme, di ossa, muscoli e afrori «la danza della vita all’ombra della morte». Solo attraverso rituali, spesso assurdi, il nudo, ingovernabile materiale umano si dà provvisoriamente un ordine, un senso. Rituali di preparazione alla morte (Kebad Kenya), di assoggettamento a un padrone (La storia dello schiavo, Un signore sceglie il suo servo), di dedizione amorosa (Ragna e Nils, Il tuffatore). L’individuo non è l’agente ma il luogo dell’azione (der Schauplatz der Ereignisse). «Vi è più senno nei bagordi di un figlio della terra che nella pia carità di una donna provata e senza più il coraggio di un desiderio pur che sia». Per Jahnn «lo spirito separato dai sensi non può che produrre verità distruttive». Su questo costruisce la sua visione del mondo e, soprattutto, il suo stile. Stile arduo, ciascuna frase tende, con ogni possibile strategia, a tradurre l’astratto in concreto, la parola in esperienza per tutti e cinque i sensi. Se Thomas Mann è lo scrittore del Geist, nonché il volto composto dell’età di Weimar, Jahnn rappresenta il rovescio della medaglia, manda in pezzi quella superficie e si immerge nei Sinne fino a perdere del tutto di vista gli orizzonti valoriali della borghesia, e dunque del suo tempo. Perrudja potrebbe essere letto come controcanto alla Montagna magica, come se Mann, anziché dominarle, avesse scelto di esplorare fino in fondo le oscure tentazioni del sangue velsungo, proseguendo per la ripida china delle Considerazioni di un impolitico. Non siamo all’utopia regressiva di un reazionario. C’è qualcosa che rende impossibile assimilare Jahnn al disumano nichilismo di un Benn o di uno Jünger. Qualcosa che Heiner Müller aveva colto e che in più di un’occasione ha richiamato citando una frase di Jahnn, da questi incisa nel ’34 sulla tomba dell’amato Gottlieb Harms, e nel dopoguerra posta in epigrafe al dramma Armut, Reichtum, Mensch und Tier (Povertà, ricchezza, uomo e bestia): «Allmählich ist die Liebe unser eigentum Geworden». Che suona «a poco a poco l’amore è diventato nostra proprietà», ovvero: passo dopo passo ce ne siamo impadroniti, l’abbiamo conquistato. Il tema centrale di Jahnn è l’amore e c’è un che di adolescenziale in questo. In Mein Werden und mein Werk (1948), scrive «Ho gestito un podere, ho allevato cavalli, la gente che frequentavo non erano intellettuali ma contadini. Nella stalla delle vacche, nelle stanze dei braccianti, nei campi ho conosciuto più da vicino la vita concreta [...] e mi sono convinto che ogni essere vivente è circonfuso dalla sacralità della sua innata costituzione, e che nessuna delle sue manifestazioni - nemmeno quelle aberranti - è innaturale, riprovevole. Credo di vedere che questa mia convinzione, per quanto ad alcuni possa apparire molesta e ripugnante, la possibilità dell’allargamento dell’anima umana». L’amore coincide con un’energia vitale che si estende a tutte le creature, ogni razza di uomini, specie di animali e piante. Jahnn si muove fuori dalla Storia, riesce a far riemergere ciò che la modernizzazione capitalistica (il mondo delle macchine) e la civiltà contemporanea (la riduzione delle potenzialità umane alla ragione strumentale) hanno rimosso e distrutto. Le sue storie sono inospitali - in tedesco nicht geheuer. Mettono a disagio, scomode, inquietanti. Ungeheuer ist viel. Doch nichts / ungeheuerer, als der Mensch, recita il coro dell’Antigone di Sofocle tradotto da Hölderlin (II atto): «Tra quante cose esistono terribili / nessuna è più terribile dell’uomo». Nicht geheuer è la natura stessa di quella «svista della creazione» che è l’essere umano: un fiume senza rive.

 

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