Il piccolo centro abitato di Holtville che tutti ricordano come “capitale della carota” è oggi più sinistramente noto come il luogo di un cimitero di morti non identificati, tutti migranti messicani e centroamericani. I loro corpi, occupano, silenziosamente, il patio posteriore del cimitero municipale, il Terrace Park Cemetery. Nei suoi giardini riposa anche Erik H. Silva, il primo marine di origine messicana, caduto a 24 anni nell’operazione Iraqui Freedom il 4 aprile del 2003, a 15 giorni dall’inizio della guerra.
Prima di essere dislocata qui, la fossa comune della contea era a El Centro, la città più grande e importante della Imperial Valley. Come ricorda Martín Sanchez, il guardiano del panteón di Holtville: «nel 1997 i morti senza nome hanno iniziato ad aumentare come non avevano fatto mai, e in poco tempo lo spazio disponibile a El Centro è diventato insufficiente. Quindi si è aperta questa fossa, qui a Holtville». L’area è grande circa tre mila metri quadrati e sorge a lato del cimitero, verde, tranquillo e pieno di fiori. Si tratta di una spianata di terra rossa, disseminata di centinaia di mattoni grigi o marroni, a circa un metro di distanza l’uno dall’altro.
Ogni mattone identifica il luogo di sepoltura di una persona. A fianco di lunghe file parallele di piccole croci. Le croci sono costruite e decorate dagli studenti delle università di San Diego, che mandano volontari nelle diverse organizzazioni di aiuto ai migranti nate lungo la frontiera.
«È un modo per non dimenticarsi di questi morti - dice Jason, un giovane studente della San Diego State University - già non si conosce la loro identità e non hanno nessuno che viene a visitarli né che li possa ricordare». Da sempre in questa zona di frontiera si sono registrate morti di migranti, dovute alle condizioni estreme del deserto. Chi tenta l’impresa e si lancia per tre giorni nel deserto muore per ipotermia, a causa dell’esposizione al freddo delle notti glaciali, per disidratazione a causa del calore estivo delle giornate, o per annegamento, durante l’attraversamento a nuoto del Río Todo Americano. Quello che è sorprendente è l’aumento esponenziale del numero delle vittime a partire dall’applicazione delle nuove leggi migratorie.
John Doe, Jane Doe
Negli ultimi quattro anni è aumentato il flusso di corpi senza nome, come afferma Martín Sánchez: sono arrivati con più continuità i corpi rinvenuti dalla Border Patrol o da altri - afferma l’impiegato che lavora qui da quando il cimitero è stato aperto - si può trovare un corpo a settimana, o un gruppo di cadaveri tutti insieme. Provengono da qui, dal deserto, o dalle montagne verso San Diego. Non so perché ma negli ultimi quattro anni ci sono stati molti più ritrovamenti. Quando arrivano al cimitero gli assegniamo un numero e un mattone di cemento. E questo è tutto».
I 700 corpi senza nome sepolti a Holtville superano il numero delle tombe con nomi e cognomi.
I corpi sotterrati nella fossa comune in genere li trova la migra, a volte i volontari delle organizzazioni di sostegno ai migranti che operano sulla frontiera, oppure qualche passante.
«Quando li trovano, vengono portati alla morgue della contea - continua a raccontare Martín - e lì i corpi, o le ossa, a seconda di quello che viene rinvenuto, rimangono conservati per alcuni giorni. Vengono fatte le analisi del Dna, se è possibile si registrano le impronte digitali e si aspetta un certo periodo per vedere se qualcuno viene a reclamarli, ma questo non succede mai. Solo una volta è venuta una signora messicana a reclamare un familiare che era scomparso da giorni. Alla morgue sono riusciti a trovare il suo record, la sua traccia negli archivi grazie alle impronte digitali e la signora ha potuto riportarsi il corpo in Messico. È stato l’unico caso che io ricordi. In generale dopo alcuni giorni portiamo il corpo alla fossa comune. Si scrive su un mattone John Doe, se si tratta del cadavere di un uomo o di un bambino, oppure Jane Doe se si tratta di una donna o di una bambina».
Questi nomi sono quelli che vengono usati comunemente negli Stati Uniti per indicare persone non identificate o sconosciute.
Nella contea di Imperial Valley la maggior parte degli abitanti non conosce la fossa comune. Le istituzioni cercano di non pubblicizzare l’argomento, di non avere a che fare con le associazioni di volontari che piantano croci di legno o lasciano fiori ai morti senza nome e fanno azioni di sensibilizzazione e informazione sul fenomeno migratorio.
«I funzionari della contea non vogliono che si parli di questa fossa comune, e in particolare che si rifletta sul fatto che sono ormai più di 700 i morti senza nome - afferma John Hernández, attivista chicano e presidente del centro multiculturale Our Roots di El Centro - che poi in realtà queste persone un nome ce l’hanno, solo che nessuno lo sa o si mette a cercarlo. Molto spesso i responsabili del cimitero tolgono le croci che noi veniamo a piantare, perché dicono che è contro il regolamento. Non vogliono che si faccia rumore su questo luogo, né da parte dei mezzi di comunicazione né da parte delle organizzazioni della società civile. Noi torniamo e ce le rimettiamo, affinché questi morti non siano dimenticati».
L’operazione Guardiano
«I morti hanno cominciato ad aumentare nel 1997 quando si sono cominciati a vedere i primi risultati dell’Operazione Guardiano (Operation Gatekeeper) - spiega Enrique Morones, fondatore dell’organizzazione per i diritti umani statunitense Border Angels, con sede a San Diego e vincitore nel 2009 del premio messicano per i diritti umani - è allora che i migranti messicani e centroamericani hanno cominciato ad attraversare il deserto in questa zona. E a morirvi».
L’Operazione Guardiano, messa in moto nel 1994 dall’amministrazione democratica di Bill Clinton, fu pensata per sviare il flusso di migranti dalla frontiera con la California, in particolare Tijuana, verso cammini più pericolosi, difficili, che facessero rinunciare all’impresa. Secondo dati di diverse associazioni operanti sulla frontiera, dal 1994 a oggi i morti causati direttamente o indirettamente dall’Operazione Guardiano sono più di 4mila. Con la costruzione del muro che corre lungo la frontiera, la creazione della Border Patrol, il corpo di polizia di frontiera che controlla i flussi migratori e gli ingressi illegali, è diventato più difficile attraversare e si sono sviluppati lavori e professioni che dipendono dalla migrazione.
Secondo i dati di un rapporto prodotto dall’associazione per i diritti umani ‘No More Deaths’ e dalla ‘Coalición de Derechos Humanos’, entrambe operanti nella zona di frontiera tra lo stato messicano di Sonora e quello statunitense dell’Arizona, i cadaveri rinvenuti solo nella zona di confine della città di Tucson tra il 1 ottobre del 2009 e il 30 settembre del 2010 sarebbero 253. La maggior parte di questi morti non è stata riconosciuta e rimane senza nome.
La fossa comune di Holtville raccoglie solo alcune delle migliaia di persone che non ce la fanno a raggiungere il loro sogno americano e negli Stati Uniti ci arrivano soltanto da morti.
Molti altri, come rivelano le decine di fosse comuni clandestine rinvenute nei mesi scorsi dal lato messicano, soprattutto negli stati di Durango o di Tamaulipas, non riescono nemmeno a superare la frontiera. Il numero dei corpi ritrovati dalla polizia messicana sfiora il migliaio, e la gran parte si concentrano nella zona di San Fernando, nello stato fronterizo di Tamaulipas, a nord est del paese, una regione che è già stata ribattezzata il “capolinea dei migranti”, dove migliaia di centroamericani in transito verso gli Usa concludono tragicamente il loro viaggio, assassinati in gruppo dai sicari dei cartelli della droga che controllano la zona, il Cártel del Golfo e i famigerati Zetas, che contendono la piazza ai rivali.
Samuel, il pollero
Le cifre dell’affare del traffico dei migranti parlano da sole. Tremila dollari è la media del riscatto richiesto ai familiari dei migranti per ogni individuo sequestrato. Se la famiglia, che spesso vive negli Stati Uniti, non paga, il migrante viene eliminato e buttato in una fossa comune.
L’ultimo calcolo dei corpi nelle fosse comuni clandestine scoperte a San Fernando ammonta a 183 vittime. E non si tratta di vittime dei cartelli del narco, Le istituzioni messicane cercavano di convincere l’opinione pubblica che, nella loro opera di reclutamento di nuove leve, i narco, di fronte a un rifiuto, uccidono i “candidati”. Non è questa la causa di queste morti. «Quando i coyotes, i polleros [guidano i camion o trasportano i migranti centroamericani nel loro viaggio per il Messico e oltre la frontiera con gli Stati Uniti] non pagano il pizzo per passare per lo stato di Tamaulipas nel loro viaggio verso gli Usa, gli Zetas sequestrano e uccidono i migranti. Tutto qui», spiega Samuel, un vecchio pollero in un bar di Tijuana. Samuel trova i suoi clienti per strada, molti stanno nei pressi della Linea, il tratto di muro che separa Tijuana da San Ysidro. «Formiamo gruppi di circa 6 persone, massimo 10, li prepariamo, gli parliamo dei rischi e dei dettagli e parte un gruppo a settimana. Le stagioni migliori per passare sono la primavera e l’autunno, quando la temperatura non arriva agli estremi di caldo dell’estate a più di 55 gradi, e al gelo dell’inverno».
I gruppi formati a Tijuana aspettano il giorno giusto, poi vengono portati in un furgone fino a Altar, nel vicino stato di Sonora, un viaggio di 24 ore. «Ci sono regole in questo lavoro - racconta il pollero - paghi i tuoi mille pesos a quelli che comandano per ogni pollo che trasporti e puoi stare sicuro che non ti succederà nulla di spiacevole. Quelli che vengono sequestrati e uccisi è perché non stanno alle regole. Non puoi decidere tu. Poi c’è la ‘migra’, certo, e la polizia migratoria in Arizona è molto tosta. Davvero io non capisco la cattiveria che sta nel cervello degli agenti migratori in Arizona. Quando beccano un gruppo lo fermano e si portano via la guida, e gli altri, i migranti veri e propri, li lasciano lì nel deserto. È come portare via la gallina a un branco di pulcini, è condannarli a morte, è cattiveria pura e a loro piace fare così. Ci sono certi che ci conoscono e ti fanno passare senza problemi, solo perché magari gli stai simpatico, non ti chiedono nemmeno dei soldi».
Con i 2500 dollari che ogni migrante paga per passare la frontiera, Samuel paga il trasporto al vicino stato di Sonora, le eventuali mazzette a ufficiali messicani e statunitensi, e la parte che bisogna consegnare a “quelli che comandano”. Attraversando in macchina, con un passaporto falso, il prezzo sale a 4/5mila dollari a testa.
Nelle ultime settimane sono state trovate fosse comuni nello stato di Durango, al nord del paese. Il numero di corpi rinvenuti è rilevante, duecento e passa, e il conto non sembra fermarsi. Gli investigatori di Durango continuano a negare di conoscere il motivo di queste morti, e nel frattempo negli Stati Uniti si è in piena stagione del raccolto, che va da aprile a settembre, e ci si aspetta che la violenza e le estorsioni ai danni dei migranti provenienti dal Centroamerica, aumenti, così come il numero dei morti in territorio statunitense - una morte rinviata per i pochi fortunati che riescono a passare. Nel piccolo cimitero di Holtville, tra le file di piccole croci colorate, che vigilano sui mattoni dei molti John e Jane Doe, i volontari di alcune organizzazioni sociali e gli studenti di scuole e università della zona di frontiera si radunano per ricordare le centinaia di morti dimenticati. Almeno qui si fa lo sforzo di ricordare, affinché non si consideri mai un fatto normale la morte dovuta al bisogno di migrare.