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Venerdì 01 Luglio 2011 06:28
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Varosha, dimora della memoria

Testo e foto di Gilberto Mastromatteo

37 anni fa, il 14 agosto 1974 le truppe turche entrano a Famagosta, obbiettivo finale di un’azione militare che taglia in due l’isola di Cipro. A sud nasce la Repubblica di Cipro, a nord la Repubblica turca di Cipro Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. L’intero quartiere di Varosha, la parte più turistica e viva di Famagosta, oggi è una ghost town.37 anni fa, il 14 agosto 1974 le truppe turche entrano a Famagosta, obbiettivo finale di un’azione militare che taglia in due l’isola di Cipro. A sud nasce la Repubblica di Cipro, a nord la Repubblica turca di Cipro Nord, riconosciuta solo dalla Turchia. L’intero quartiere di Varosha, la parte più turistica e viva di Famagosta, oggi è una ghost town.

 

Nicosia. «Faccio un sogno ricorrente: sto ritornando nel quartiere dove sono nato, la strada di casa è invasa dall’erba che ha spaccato l’asfalto, salgo le scale, entro tra sabbia e piccoli arbusti. Tutto è rimasto com’era, la tavola apparecchiata, sotto un dito di polvere, gli occhiali di mio padre in un angolo, i miei vecchi giocattoli. I segni di una fuga precipitosa». Richard Anastasiou, aveva dieci quando è dovuto scappare da Famagosta, assieme alla famiglia e a migliaia di altri greco ciprioti, in seguito all’invasione turca. Viveva a Varosha, il quartiere più vivo e turistico della città. I turchi lo recintano interamente subito dopo il loro ingresso, Varosha è sotto sequestro da 37 anni fa. Un panorama da day after, dove solo i caschi blu dell’Onu possono entrare. Lo fanno di rado, la natura è tornata a impossessarsi del territorio, nelle strade e palazzi, che rischiano di crollare, sono nati arbusti ed erbacce, serpenti e varani. Il Richard Anastasioumare è penetrato nei primi edifici e nelle cantine e garage nidificano le tartarughe marine. «Se entrate là dentro trovate ancora i vestiti negli armadi e le auto nei garage - dice Anastasiou, indicando le prime case al di là del filo spinato - come le abbiamo lasciate a metà agosto 1974».
Tutto inizia a luglio. In Grecia la ‘dittatura dei colonnelli’ è alla fine e il generale Dimitrios Ioannidis tenta di spostare l’attenzione su Cipro. Sull’isola, fino ad allora, vivevano in pace la maggioranza di lingua greca e la minoranza turca. Ioannidis vuole rovesciare il governo dell’arcivescovo cipriota Makarios III, attraverso un colpo di stato condotto dall’organizzazione militare filo-ellenica Eoka. La Turchia reagisce e occupa militarmente la parte nord dell’isola, instaurando un governo filo-turco. «Sapevamo che i turchi erano sull’isola - ricorda Anastasiou - e sapevamo che stavano avanzando. Ma nessuno credeva che sarebbero arrivati fino a Famagosta. La gente continuava ad andare al mare, Glossa Beach era gremita di ombrelloni e bikini. I turisti affollavano le spiagge e i grandi alberghi di Jfk boulevard - il King George, il Florida e l’Hotel Argo, dove andavano Elizabeth Taylor e Richard Burton. Di notte, la zona di Leonida si accendeva di bar e discoteche. La vigilia di ferragosto i parà turchi erano alle porte della città. Pochi colpi d’artiglieria e una fuga di massa. Centomila persone tra residenti e turisti fuggirono in poche ore verso Paralimni, Deryneia, e Larnaca. Mio padre prese mia madre, me e mia sorella, ci mise in auto e andammo via».
Nelli Kronides viveva allora in una delle case basse sul Mediterraneo rimaste in piedi tra la lunga fila di alberghi a più piani del lungomare di Varosha. Pensionata, vive oggi con il marito Savvas a Nicosia, in un piccolo appartamento. Alla parete, incorniciati come reliquie, alcuni arazzi fatti a mano: «Li ho tessuti quando ero a Famagosta e hanno un grande valore per me. Sono riuscita a portarli via assieme a qualche vestito. Quello che stava in un’unica borsa. Certo che avremmo potuto portar via tutto, caricare le auto, ma pensavamo che saremmo stati via pochi giorni». «Un amico - ricorda il marito - lasciò la sua Mercedes in garage. L’aveva pagata all’epoca 60 mila sterline, una delle auto più costose in circolazione. Scappò a bordo di una vecchia Opel Manta, che non valeva 500 sterline».

Nascosta nella sabbia
L’invasione non era nei piani dei turchi, osserva Akis Lordos, del Movimento per la riunificazione di Cipro: «Siamo scappati perché tutti sapevano dei Akis Lordosmassacri turchi di poche settimane prima, a Kyrenia, la prima città occupata sulla costa settentrionale. Avevamo paura che succedesse la stessa cosa. Non era mai successo nella storia che una grande città turistica e industriale come Famagosta venisse quasi completamente evacuata. Oltre alle case, abbiamo perso la nostra giovinezza. Era una città viva, una società innocente e altruista. Avevamo pace e amicizia e tutto questo se n’è andato quell’agosto».
La diplomazia ha mosso poco e niente. La Repubblica turca di Cipro nord, riconosciuta solo dalla Turchia, continua ad essere separata - per una green line gestita dalle forze Onu - dalla Repubblica greco cipriota. L’ingresso di quest’ultima nell’Unione europea, nel 2004, ha fatto sì che territorio d’area Schengen sia l’intera isola, la parte settentrionale “attualmente sotto occupazione”. Un paradosso che l’entrata della Turchia nell’Unione europea potrebbe sbloccare. Nicosia, la capitale, resta tagliata a metà da un muro di separazione come Berlino venti anni fa, strade che si interrompono davanti a vecchie barricate fatte di bidoni, filo spinato e sacchetti di sabbia. Di qua i chioschi di gyros pita sponsorizzati dalla birra Keo, di là i doner kebab, con il marchio della Efes.
«L’unica cosa che unisce le due parti della città è il sistema fognario - sorride Vasia Markides - che è lo stesso del 1974». Vasia si occupa di arti visive è nata e cresciuta nella parte greco cipriota di Nicosia, i suoi genitori abitavano a Varosha e nella chiesa ortodossa di Varosha si sono sposati. Vasia vive negli Stati Uniti, ma non ha dimenticato la sua terra, nel 2008 ha realizzato un documentario incentrato proprio sulla storia di Varosha, dal titolo Hidden in the sand, Nascosta nella sabbia. «È il significato della parola Famagosta in greco, quasi un presagio, data la sorte Vasia Markidestoccata a questa città, che poi è la sorte dell’intera isola. Il Paese sta pagando una divisione forzata delle coscienze, prima ancora che del territorio. I grecociprioti sono cresciuti convinti che tutti i turchi siano dei barbari, calati in città all’improvviso a saccheggiare le loto case. In realtà, la Turchia decide di intervenire dopo che per anni la minoranza turco cipriota di Cipro subisce atrocità, per mano del movimento panellenico Enosis. Naturalmente l’intervento è andato decisamente oltre la semplice protezione umanitaria».
I coniugi turchi Oguz Mustafa Yorgancioglu e moglie Belkiz, costretti a riparare nel Nord di Nicosia, non possono dimenticare: «I problemi a Nicosia iniziarono nel dicembre del 1963 - ricorda Oguz - il 1° gennaio 1964 i greci tornarono ai villaggi con le loro pistole e uccisero i miei quattro fratelli. Scappammo tutti a Paphos, ma lì uccisero anche mio padre». A Famagosta risiede Semen Samantha, rifugiata turco cipriota anche lei proveniente dal sud: «Quando ci siamo resi conto di come un’intera parte della città fosse stata condannata all’oblio, ci siamo sentiti come Edipo. Edipo non poteva liberarsi della realtà che aveva davanti agli occhi. Noi siamo condannati alla contemplazione di quello che la guerra significa, della sua eredità».

Le case dove abitavamo
Ceren Bogac, architetto e psicologa ambientale di Famagosta, ha dedicato un saggio alla psicologia collettiva dei turco ciprioti di Varosha. Vasia e Ceren - pur separate dai rispettivi retaggi culturali - hanno sviluppato una proficua collaborazione. Le tematiche trattate in Hidden in the sand, sono il terreno del Ceren Bogacconfronto. «Quello che abbiamo capito - osserva Vasia - è che più ci si identifica nella dicotomia turco-greco, a Cipro, più lontano si sposta una soluzione della crisi. Siamo un paese indipendente. Siamo un unico paese, abbiamo la nostra bandiera, eppure facciamo sfoggio di quella greca, così come i turco ciprioti si servono di quella turca. Un po’ di orgoglio cipriota potrebbe essere un buon viatico verso la riconciliazione. Se celebriamo alcune delle nostre somiglianze, piuttosto che marcare le differenze, la soluzione è a portata di mano».
La madre di Vasia, Emily Markides, in merito alla crisi di Cipro ha un’idea interessante: «L’Otello di Shakespeare, è ambientata a Famagosta. Profetico a suo modo. Otello uccide l’amata Desdemona, istigato alla gelosia da Iago. Credo che gli inglesi abbiano istigato, allo stesso modo, all’odio reciproco i ciprioti di lingua turca e greca che vivevano d’amore e d’accordo su questa meravigliosa isola. Per gelosia». Con il dito, suo marito Kyriacos, indica strade e palazzi della sua infanzia, sul pc dove campeggia un’immagine satellitare di Varosha: «La cosa peggiore - dice - è sapere che tutto dovrà essere demolito e ricostruito da capo, se e quando ci verrà permesso di ritornare».
Lungo l’area recintata, staziona Mariani, una signora sui cinquant’anni. Fissa la sua casa, rimasta inglobata nella buffer zone, la zona cuscinetto, per una manciata di passi, può quasi accarezzarla. «Cinquanta metri più in qua e vivrei lì. Se oggi abitassi in quella casa non avrei alcun problema economico o familiare. C’erano due palme, le hanno tagliate per installare la recinzione. Erano il mio orgoglio, le aveva piantate mio nonno per me. Sarebbero davvero alte oggi».
Emily MarkidesLa casa di Emira Kostantinou si trova a Strovilia, letteralmente schiacciata tra il check point turco di Famagosta e la Sovereign Base Area di Dhekelia, una delle due basi militari britanniche presenti sull’isola, assieme ad Akrotiri. Due enclave della Regina, sopravvissute alla decolonizzazione del 1960. «Abbiamo imparato a vivere assieme agli inglesi - spiega Eleni - oltre che con i turco ciprioti. Spesso l’uno o l’altro esercito ha tentato di occupare l’intera area. Noi siamo rimasti, abbiamo resistito. Dal 1974 tiriamo avanti con i soldati turchi dietro la porta di casa. Non abbiamo mai avuto problemi con loro, spesso li abbiamo avuti qui a cena assieme a noi. Siamo più arrabbiati con il nostro di Governo, che non ci ha difeso. Non ha mosso un dito per salvare le nostre case e il nostro territorio. Nessuno è venuto a chiederci “come state? di cosa avete bisogno?”. Cipro non è un problema dei turchi, dei greci o degli inglesi. È il nostro problema, di noi ciprioti. Possiamo vivere insieme, nella stessa terra. Lo abbiamo fatto in passato, perché non possiamo farlo oggi?»

La lettera non spedita
Nel 2003, i ciprioti - del nord e del sud - sono stati chiamati a pronunciarsi, attraverso un referendum, ad approvare il piano di riunificazione presentato dall’allora presidente delle Nazioni Unite, Kofi Annan. I turco ciprioti votarono in maggioranza per il “sì”. I greco ciprioti per il “no”, convinti dall’allora presidente della Repubblica Tassos Papadopoulos.
Fino a quattro anni fa era praticamente impossibile ogni passaggio della green line. I turco ciprioti non potevano andare verso sud, i greco ciprioti non potevano accedere alla zona settentrionale. L’ex presidente della Repubblica Glafcos Clerides, in carica per dieci anni dal 1993 al 2003, ricorda le difficoltà di quella trattativa: «Ogni volta il presidente turco cipriota Rauf Denktaş tornava sullo stesso punto “non possiamo aprire le barriere - diceva - e lasciare che la gente circoli liberamente. Si ucciderebbero!” secondo lui ci sarebbero voluti almeno cinquant’anni prima di tornare ad aprire i varchi. Invece, nel 2008 è accaduto. Con l’apertura del Lydra check point a Nicosia, migliaia di turco ciprioti si sono recati verso sud, migliaia di greco ciprioti sono entrati a nord. E neanche un naso si è rotto».
Quel giorno Richard Anastasiou e suo padre Panagiotis hanno deciso che era tempo di andare dall’altra parte e vedere che cosa ne era stato della loro terra. Due ettari affacciati sul Mediterraneo dove il padre sognava di costruire un albergo. Unico punto di riferimento per ritrovarlo, un’enorme quercia. “Attenzione! - gli hanno intimato i militari, mentre si avvicinavano al ckeck point - fate molta attenzione”. Richard e padre hanno mostrato i passaporti, hanno sborsato 12 sterline cipriote e si sono avventurati nel territorio occupato, per cercare la terra che avevano perduto tanto tempo fa. Ad aspettarli c’era un altro mondo. I nomi delle strade, un tempo indicati in inglese, ora erano in turco. Della bella Varosha, la città del turismo e della vita notturna, solo un coacervo di rovine. «È stato surreale - racconta Richard - abbiamo guidato su e giù per le strade del lato turco, sicuri di dove fossimo, ma senza punti di riferimento. Fino a quando mio padre non lo ha visto» il maestoso albero di quercia, il gioiello della Corona incastonato nei suoi due ettari di terreno. Era ancora lì, ma tutt’attorno la terra aveva germinato una distesa di palazzi condominiali. Richard e Panagiotis sono arrivati fin dentro uno di essi. Sono rimasti lì a guardare gli inquilini, giovani coppie turco cipriote, bambini. Con sé Richard aveva una lettera: «Questa terra è di proprietà di mio padre - c’era scritto - l’ha comprata nel 1966. Abbiamo l’atto di proprietà. Di certo possiamo trovare una soluzione ragionevole. Vi preghiamo di mettervi in contatto con noi». Si aspettavano di trovare una casa, due, una cassetta postale, due, dove avrebbero scelto di depositare quella lettera-annuncio. Ma le cassette della posta erano almeno venti. Padre e figlio sono risaliti in macchina e sono tornati, molto serenamente, a casa. La lettera è qui, con loro.

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