Monet, dalle Collezioni
del Musée d’Orsay

GAM Torino, 2 ottobre - 31 gennaio 2016 Catalogo Skira

1628
Monet, Bordighera, 1884.

Nel 1884 Berthe Morisot, pittrice, cognata di Manet, donna di gran fascino, scrive alla sorella Edma:«Comincio a entrare in intimità con i miei colleghi impressionisti. Monet vuole ad ogni costo regalarmi un pannello per il mio salotto. Puoi immaginare quanto tutto questo mi faccia piacere». Al di là della spontanea osservazione che Giardino a Bordighera avrebbe fatto piacere a chiunque, il quadro – presente in mostra a Torino insieme a un’altra quarantina di opere – è interessante in particolare per il metodo con cui Monet negli anni Ottanta affronta il paesaggio di grande formato, e così lavorerà più tardi a Rouen per la cattedrale. Non tutto en plein air (o sur le motif) ma in studio dopo molti bozzetti preparatori. Con effetti totali di immediatezza, trionfo di luce, forme sfrangiate nel sole e verità dell’ora del giorno. Nel caso di questa tela l’intenzione è decorativa – sublime decorazione – tanto che Monet sceglie un formato quadrato per facilitarne l’immissione in uno spazio privato. Il tema è fra i più amati, il giardino: questo rappresentato era di un tal signor Moreno che lasciava crescere liberamente alberi e fiori seguendo l’abitudine inglese, al tempo molto diffusa a Bordighera. Quadro da non perdere per la ricchezza di sensazioni, anche emotive, anche fisiche che trasmette. Ma è questo, sempre, Monet.

Monet, Les villas à Bordighera, 1884
Monet, Les villas à Bordighera, 1884

La mostra, frutto di un accordo fra il Museo d’Orsay, GAM (Galleria d’Arte Moderna di Torino) e Skira che ha già portato a Torino Degas e Renoir, segue il lungo tragitto di Claude Monet (Parigi 1840-Giverny 1926) dalle opere giovanili fino al 1886, comprese alcune di quelle seriali tra ’80 e ’90, con capolavori da contemplazione: una Cattedrale di Rouen del ’92 e una del ’93 e il tardo Parlamento di Londra (1904) del tutto disfatti nella luce. Almeno un paio di altre opere presentano  un ‘valore aggiunto’: La Pie (La gazza, fra 1868 e 1869) che marca la vera nascita dell’impressionismo e il frammento di Le déjeuner sur l’herbe (tra 1865 e 1866) che ha una storia davvero curiosa. La Pie viene eseguita totalmente all’aperto, nel gelo e in varianti ovviamente di piccolo formato, ed è una implicita ‘scommessa’ di gruppo perché nella neve seguono Monet gli amici Pissaro, Sisley e Renoir, protagonisti ancora dubbiosi della rivoluzione di Monet: la realtà scorre, la realtà è il tempo, e questo cambia nelle ore e questo tempo va afferrato per dipingere la vita, della natura e dell’uomo. In quanto a Le déjeuner, è pur vero che subito si pensa a Manet, che ha presentato il tema al ‘Salon Des Refusés’ del 1862 suscitando scandalo ed esclusione – situazione ed eco certa della sua presenza in qualsiasi Salon ufficiale – ma anche  Claude Monet se ne occupa, in parte per mostrare la sua ammirazione a Manet, in parte chiaramente per confrontarsi con lui. Doveva essere una enorme tela di 4 metri per 6 ma lo stesso Monet racconta che la dovette dare ancora incompiuta al padrone di casa come garanzia che prima o poi il pittore avrebbe pagato l’affitto. Ma il tempo passa, il locatario mette la tela ben stretta in cantina e quando Monet la riprende è in gran parte ammuffita. La riporta in studio, la taglia, conserva tre frammenti di cui uno perso, mentre il più grande è oggi, a Torino. In un angolo di bosco qualche raggio di sole penetra a fatica; un gruppo di giovani si prepara al pic-nic; c’è una ragazza luminosamente vestita di bianco e sulla invitante tovaglia candida profuma il pane.