Giotto, l’Italia

Milano, Palazzo Reale, fino al 10 gennaio 2016 info 0039 02 92 800 821 Catalogo Electa

1348
Polittico Stefaneschi, Citta del Vaticano, Musei Vaticani

Giotto lavora a Milano tra il 1335 e il 1336 quando Azzone Visconti, unificata sotto il dominio visconteo la Lombardia, lo chiama ad affrescare il suo palazzo, quello sulle rovine del quale è costruito Palazzo Reale, dove oggi la mostra. Il passaggio della rivoluzione giottesca – dipingere in nuovo linguaggio con i segni del reale e del quotidiano, proprio come Dante che negli stessi anni scrive in volgare – lascia il segno in tutta la Lombardia. A cominciare dal Crocifisso affrescato di San Gottardo, del tutto giottesco e appena restaurato, dove i piedi sovrapposti di Gesù costruiscono spazio come mai prima. Giotto da Bondone era il più famoso artista dell’epoca: ha lavorato a Napoli per Roberto d’Angiò (pagato come nessuno ) e a Roma per il Papa o- meglio – per San Pietro,  dove esegue un polittico a doppia facciata su commissione del cardinale Stefaneschi. L’opera, restaurata, splendente, è una delle quattordici in mostra a Milano, mai viste prima in questa città e, nel caso, mai uscita dal Vaticano. Tutte opere autografe, tutte su tavola a parte i due straordinari  brani di affresco, e impaginate (progetto espositivo Mario Bellini) nella più totale autonomia dei singoli pezzi. Poche strutture di ferro, molto grigio e luce soffusa, ricostruendo così l’ambiente di chiese, conventi, cappelle-illuminate solo da candelabri, cui le opere erano destinate. Le datazioni? Poche sono certissime, e le opere, con prudente chiarezza, sono state composte per gruppi. Quelle giovanili tra Firenze e Assisi; il nucleo di Badia Fiorentina col polittico per l’altar maggiore di Santa Croce in Firenze; il brano di affresco  proveniente da Padova cappella degli Scrovegni. Poi Roma con il polittico bifronte Stefaneschi, sbalorditivo di verità (il Bambino si annoia e vuol giocare con un angelo), di osservazione diretta  (nello scomparto di destra del recto l’armigero al centro – non il santo – ripone la spada in un fodero tutto ricamato) e qui è nuova la distribuzione dello spazio. Non solo per il cavallone grigio in diagonale che Paolo Uccello ‘copierà’ più volte ma per quell’incredibile soluzione scenica: lo spazio è diviso in due da uno sperone di roccia, sotto folla di santi, armigeri, persone con bandiere, anime dolenti; sopra, spazio aperto del cielo (non azzurro ma di un oro spento non più bizantino) con un’unica figura in piedi e una sfilza di alberelli ordinati e verdissimi,  qui veri protagonisti. Un ulteriore approfondimento del vero lo si legge nel Polittico Baroncelli del 1330 circa. Sulla incertezza delle datazioni va fatto un inciso: le datazioni sono per confronti, ipotesi logiche e qualità e questo perché della vita di Giotto si conoscono soltanto documenti, cioè date notarili e riguardano l’incredibile quantità di terreni e di fattorie e di case acquistate negli anni a Firenze e nel Mugello quasi sempre con procura ai figli  e con stesure di richieste durissime, liti comprese. Tornando al polittico Baroncelli dal nome della cappella omonima in Santa Croce, si deve davvero goderne la cromia scintillante, la forza espressiva e gli imperdibili  dettagli: gli angeli  suonano arpe e trombe con le gote gonfie per lo sforzo, uno si appoggia su un fianco per reggere meglio e un altro, indisciplianto, esce dall’ordine  e guarda direttamente  verso di noi…Non solo, fra la folla dello scomparto di sinistra – giovani, vecchi, donne, vescovi – due parlottano tra di loro e uno dei due volta le spalle al gran trionfo centrale dell’Incoronazione della Vergine, in bisso rosa ricamato a piccoli gigli ton sur ton. Perfetta.