Le generazioni nate in Germania dopo il ’45 hanno avuto l’urgenza di dedicare un enorme impegno nell’elaborazione dell’esperienza nazionalsocialista e delle sue conseguenze, elaborazione su cui si è fondata saldamente l’attuale identità tedesca.
Ma la frattura, il Bruch che ha sfigurato la civiltà occidentale tra il 1939 e il 1945, lungi dal relativizzarsi, si allarga sotto i nostri occhi fino a comprendere la carneficina che nel 1914 inaugura l’ininterrotta, sempre più feroce catena di massacri che devastò il “secolo breve”. Fu allora che la guerra si trasformò in industria per l’annientamento di massa, polverizzando il senso della vita e della morte e annullando i loro reciproci confini.

a cura di Eva Banchelli

 

In nessun’altra nazione il progresso tecnologico e industriale impegnato in funzione di una guerra futura ha saputo legarsi all’ideologia militarista e permeare di sé la società intera come nella Germania a cavallo tra i due secoli.
Qui, in un contesto generale più letterario, si danno esempi di come, con l’inizio delle ostilità, quando i massacri sulla Marna e la cruda realtà della guerra di posizione spengono l’esaltazione interventista e la retorica patriottica, ai toni profetici fanno seguito le analisi e le denunce dai fronti più diversi. Voci forti, autorevoli, a volte ferocemente dissacranti come quella del giovane Brecht. Esse – al pari delle frequenti rivolte e dei boicottaggi, che censura e repressione riescono a contenere e nascondere all’opinione pubblica – si ripropongono oggi alla nostra attenzione nella loro forza argomentativa e, insieme, nella loro tragica impotenza. La guerra, che doveva essere una breve, esaltante avventura di conquista, nonostante l’autorevolezza dei moniti, durerà oltre quattro anni.
«Una guerra come il mondo non ne ha mai viste», scrive in una lettera a casa il medico-poeta Wilhelm Klemm già il 3 dicembre 1914.  «Nessuno uscirà da questa guerra senza essere diventato una persona diversa», osserva un soldato tedesco sul fronte occidentale. Dal fuoco delle mitragliatrici, dal sibilo degli shrapnels, dal fango delle trincee e dai grovigli di filo spinato il corpo, la vita e la coscienza del singolo sono stati irrevocabilmente travolti e mutilati per sempre, così come il volto e il corso del mondo.
I testi scelti, nel loro insieme, nella varietà dei registri linguistici e, nel contempo, nel sorprendente richiamarsi delle situazioni, delle impressioni e dei sentimenti, restituiscono la cronaca angosciante di un violento disincanto. Una nuova luce svela agli occhi sbigottiti dei sopravvissuti un territorio esteriore reso irriconoscibile dalle “tempeste d’acciaio” quanto quello interiore: natura devastata, azzerata; così la coscienza dei soldati, così i resti di umanità fatta a pezzi, macerie di identità cancellate. L’unica salvezza diventa allora lo sforzo di dare parola e memoria a quelle esperienze, prendere la penna, rintanati in un angolo sottratto al macello e sfidare l’afasia, estrema condanna che il trauma indicibile può infliggere.
Scritti, dunque, pagine che testimoniano una disperata volontà di dare un ordine al caos.

 

Bertolt Brecht

(1898-1956)

Leggenda del soldato morto
[Legende vom toten Soldaten,1917]

E siccome non c’erano speranze
di pace dopo quattro primavere,
il soldato tirò le conseguenze:
da eroe volle cadere.

Ma la guerra non era ancora in porto,
per questo al Kaiser spiacque
che il suo soldato se ne fosse morto;
in anticipo gli parve.

Mentre l’estate sfiorava le fosse
ed il soldato dormiva di già,
la commissione medico-militare
una notte si mosse.

La commissione medica si spinse
fino al cimitero,
disseppellì con vanga benedetta
il defunto guerriero.

Ed il dottore visitò con scrupolo
il soldato o i resti del soldato.
Dichiarò ch’era “abile-arruolato”
e s’imboscava di fronte al pericolo.

Il soldato si presero con sé
nella bella notte blu.
Senza l’elmo si potevano vedere
le stelle della patria lassù.

Acquavite bruciante gli versarono
nella salma imputridita,
due infermiere appesero al suo braccio
e una donna per metà svestita.

E siccome lui puzza di putredine
davanti un prete zoppica
e sulla testa gli agita un turibolo
perché non puzzi troppo.

Davanti la banda fra il chiasso dei piatti
suona una marcia briosa.
Ed il soldato, esperto del mestiere,
scaraventa le gambe dal sedere.

Il braccio intorno a lui, fraternamente,
due sanitari marciano, se no
lui nella melma gli ripiomberebbe
­­­e questo accadere non può.

Hanno dipinto il sudario del morto
di nero di bianco di rosso
e glielo portano davanti; lo sporco
sotto i colori rimane nascosto.

Precedeva un signore con il frak
e la camicia dura
come ogni buon tedesco che si sa
il dovere non trascura.
Passarono così tra il chiasso dei piatti
per lo stradale ombroso
ed il soldato barcollava come
un bioccolo in un giorno nevoso.

I gatti e i cani gridano
e i topi nei campi con fischio selvaggio:
non saranno mai francesi
sarebbe per loro un oltraggio.
E quando i villaggi traversano
un mucchio di donne era là.
Si chinano le piante. Splende la luna piena.
E tutti gridano hurrà.

Con il chiasso dei piatti e gli arrivederci!
E donna e cane e pretonzolo!
E in mezzo il soldato morto
come uno scimmiotto sbronzo.

E quando i villaggi traversano
nessuno riesce a vederlo
tanti gli stanno in cerchio
con il chiasso dei piatti e gli hurrà.

Tanti ballano e schiamazzano intorno
a lui che nessuno lo vede.
E forse lo vedresti ma dall’alto
dove splendono solo le stelle.

Le stelle non ci sono sempre
e l’aurora sorge.
Marcia il soldato, esperto del mestiere,
verso un’eroica morte.

(traduzione Roberto Fertonani)

 

Fanteria tedesca, 1918
Fanteria tedesca, 1918

 

Georg Trakl

(1887-1914)

Grodek
ottobre 1914

La sera risuonano i boschi autunnali
di armi mortali, le dorate pianure
e gli azzurri laghi e in alto il sole
più cupo precipita il corso; avvolge la notte
guerrieri morenti, il selvaggio lamento
delle lor bocche infrante.
Ma silenziosa raccogliesi nel saliceto
rossa nuvola, dove un dio furente dimora,
Il sangue versato, lunare frescura;
tutte le strade sboccano in nera putredine.
Sotto i rami dorati della notte e di stelle
oscilla l’ombra della sorella per la selva che tace
a salutare gli spiriti degli eroi, i sanguinanti capi;
e sommessi risuonano ne canneto gli oscuri flauti de
l’autunno.
O più fiero lutto! Voi bronzei altari,
l’ardente fiamma dello spirito nutre oggi un possente
dolore,
i nipoti non nati.

(Le poesie, Garzanti,1983. Traduzione Vera degli Alberti e Eduard Innerkofler)

 

Anonimo

Servizio sanitario in Lorena
agosto/settembre 1914

Il nostro ospedale militare entrò in funzione per la prima volta il 20 agosto. Battaglia di Lorena. Nella notte era giunto un ordine del corpo di spedizione, che cominciava con queste parole: “Alle ore 6 inizia la battaglia!”. Ci tremavano i nervi quando, prima delle sei, attendevamo gli ordini per allestire gli ospedali – quattro ospedali militari. Il bagliore dei primi shrapnel! Le esplosioni nell’aria! Nuvolette grigie. Il tremendo rimbombo dei cannoni! Il fumo dei villaggi in fiamme! Il sole sorgeva e irradiava i propri raggi ardenti! Mezzogiorno! I primi feriti e prigionieri! Niente riposo, niente rancio. Uomini e cavalli pronti a marciare. I primi ospedali militari entrano in funzione. Sotto il fuoco! E di sera, Lucy! I vicoli coperti di paglia con Bavaresi e Francesi feriti. Gemiti e lamenti! Entriamo nel paesino alla luce delle fiaccole! La vettura viene aperta con rapidità. In sala operatoria si predispongono strumenti chirurgici, cloroformio, garze e bende. Il collega dell’altro ospedale da campo, che era entrato in funzione qualche ora prima, aveva esaurito quasi tutto il materiale ospedaliero; esausto, si sdraiò per un momento nella propria vettura. […]  Alcuni giorni più tardi arriviamo a Château Salins. In tre giorni 3000 feriti! Dovevano essere curati, bendati, operati e, prima di qualunque altra cosa, sistemati da qualche parte. I medici erano costantemente impegnati. Si dormiva solo qualche ora, dandosi il cambio. Gli ispettori dovevano uscire a recuperare paglia e alimenti.

(traduzione Andrea Rota)

 

autocarro

 

Wilhelm Klemm

(1881-1968)

Lettere dalla ritirata della Marna

27.9.1914

La guerra può essere una cosa talmente spaventosa che si agogna, letteralmente, l’arrivo di una pallottola che ti liberi da queste emozioni e da questi tormenti. Sta qui il segreto che permette di resistere a tanta indicibile sofferenza. I giorni in trincea sotto la pioggia e le intemperie, stipati, senza cibo, non un solo panno asciutto addosso, notte e giorno sotto il fuoco incrociato, i fucili arrugginiti, diarrea e reumatismi. […] Avresti dovuto vederli quelli che rientravano alla spicciolata: il colorito gialloverde dei loro volti scarni, le labbra pallide e bluastre, i movimenti lenti, tutta la figura come rimpicciolita, rattrappita. Faceva paura guardarli.

28.9.1914

Non c’erano dubbi, stavamo ritirandoci precipitosamente. E’ stata una sera orribile: stanchezza e, colonne in ritirata. La gente era di nuovo per le strade e ci guardava con disprezzo, nei boschi dove passavamo si sparava. Abbiamo attraversato campi di battaglia ricoperti di elmetti, zaini, cinghie e carcasse di cavalli che mandavano una puzza di cavolo marcio nonostante la pioggia. […] E di nuovo alle nostre spalle il rombo dei cannoni che ci inseguiva. Cattivi presagi.

(da Tot ist die Kunst. Briefe und Verse aus dem ersten Weltkrieg, Mainz, Dieterich’sche 2013. Traduzione Eva Banchelli).

 

August Stramm

(1874-1915)

Poesie dal fronte occidentale 1914-1915

 

Annientamento
[Vernichtung]

I cieli soffiano
Sangue marchia
Marchia
Su
Mille piedi.
I cieli soffiano
Sangue assalta
Si sfascia
Su
Mille lame.
I cieli soffiano
Sangue cola
Si sfascia
In
Mille fili.
I cieli soffiano
Sangue perde
Si sfascia
In
Mille feritoie.
I cieli soffiano
Sangue dorme
Si sfascia
In
Mille morti.
I cieli soffiano
Morte si sfascia
Si sfascia
In
Mille piedi.

Assalto
[Sturmangriff]

Dappertutto rimbombano paure volere
Strilla
Frusta
La vita
Davanti
A sé
L’ansimo della morte
I cieli si squarciano
Il terrore macella selvaggio i ciechi

Pattuglia (Patrouille)
Le stelle inimicano
Finestra sghignazza tradimento
Rami strozzano
Monti cespugli sfaldano frusciando
Stridulano
Morte.

(traduzione Stefanie Golisch)

 

Cavalli-gas

Max Beckmann

(1884-1950)
20.4.1915
Qui la situazione è molto drammatica. Gli inglesi voglio sfondare proprio da queste parti. Oggi allarme generale. Verso sera uno spaventoso tuonare di cannoni. Ora c’è più calma, ma è la cosa peggiore perché si prepara l’attacco.
Sono appena salito di nuovo sulla collina dove c’è una villa bianca che è stata trasformata in lazzaretto. Sono andato sul tetto e ho potuto avere una visione precisa del fronte intero in tutta la sua vastità. Piccole nuvole fredde, scure, grigie contro il sole al tramonto. In lontananza le alture di Ypres, e lungo tutto l’orizzonte le terrificanti esplosioni di granate e di shrapnel.
Sotto, nel lazzaretto, molti feriti degli ultimi giorni. Uno era stato appena portato e stava morendo con un’enorme fasciatura alla testa ormai di nuovo intrisa di sangue sebbene fosse stata cambiata mezz’ora prima.  Un volto ancora giovane, molto fine. Terribile: vicino all’occhio sinistro la faccia aveva una crepa e sembrava un vaso di porcellana rotto. Completamente privo di coscienza, gemeva forte e muoveva le mani senza requie. Lo hanno sdraiato in una cassa di legno come si fa con i malati di tifo.
Fuori i feriti lievi erano aggrappati alle finestre a guardare lo spettacolo della battaglia. I loro occhi erravano inquieti sull’immensa distesa.

(traduzione Eva Banchelli)

Anonimo

Cronaca della battaglia
Pasqua 1915, tra Mosa e Mosella

Con grande sforzo ero riuscito a lasciarmi dietro la prima linea che già, senza avere ancora ripreso fiato, si avvicinava la seconda. Il comandante nemico doveva aver dato l’ordine di avanzare perché vedemmo distintamente l’espressione di terrore dipinta sui volti dei francesi. Vuoi che l’ordine non fosse stato eseguito, vuoi per un qualche altro motivo, fatto sta che il comandante si voltò e sparò a due dei suoi connazionali. L’energico ufficiale non ebbe tuttavia da compiacersi a lungo della sua azione perché, poco dopo, lo vedemmo crollare sotto le pallottole dei suoi uomini. L’impressione fu che tutti avessero atteso la morte del comandante perché, non appena questi fu caduto, l’intera orda dei soldati gettò i fucili e si precipitò a mani alzate verso la nostra posizione.
Era tempo che i nostri nervi tesi si calmassero. Anche la fame cominciava a poco a poco a farsi sentire. Già mi crogiolavo al pensiero delle prelibatezze che avevo messo da parte in giorni migliori. Nella tasca sinistra del cappotto conservavo due pezzi di pane e forse dieci sigarette. Sarebbe bastato un gesto per entrare in possesso dei miei averi. E invece – ahinoi! – tutta la parte sinistra del pastrano, tasche comprese con le leccornie che contenevano, era stata disintegrata da schegge di granata. La mia delusione fu indescrivibile e ancora adesso faccio fatica a pensarci senza essere sopraffatto dalla rabbia.  Con una speranza in meno, mi accorsi per giunta all’improvviso che mi mancavano gli stivali a entrambi i piedi. La mia prima preoccupazione fu dunque: come diavolo te lo procuri adesso un paio di stivali? Furono i morti che giacevano innumerevoli attorno a me a dare risposta alla mia domanda. Ben presto avevo trovato un camerata caduto i cui stivali a occhio dovevano andarmi abbastanza bene. Glieli sfilai, li ripulii sommariamente del sangue e del fango che li incrostava e constatai che i miei calcoli non erano stati sbagliati: gli stivali infatti mi andavano a pennello. Lieto di avere di nuovo una calzatura conveniente, tornai dai miei camerati a far ammirare il mio bottino. Arrivavo al momento giusto. Il nostro sottotenente stava infatti cercando qualcuno che possedesse un paio di stivali. Naturale che si rallegrasse sinceramente quando mi vide; la sua gioia non aveva tuttavia per oggetto la mia persona, bensì i miei stivali. « “Dal momento che, a quanto vedo, lei è ancora ben messo con i piedi, potrebbe accompagnarmi”. Si trattava di fare una ricognizione per stabilire la posizione del nemico. E così ci mettemmo in marcia».

(traduzione Eva Banchelli)

 

incendio-in-villaggio

Ernst Jünger

(1895-1998)

Nelle tempeste d’acciaio
[In Stahlgewittern, 1920]

Avanti! I gruppi si ammassarono in una strettoia bat­tuta da una violenta pioggia di proiettili. A terra! Un continuo e nauseabondo odore ci rivelò che quel passaggio aveva già fatto numerose vittime. Corremmo inseguiti dalla morte per arrivare a un’altra strettoia, dove si trovava il rico­vero del comandante delle truppe in linea; poi ci sperdemmo ed effettuammo un altro dietro-front in mezzo allo scompiglio dei soldati ormai nervosissimi. A cinque metri al massimo dal punto dove Vogel e io ci trovavamo una granata di medio calibro cadde con un tonfo sordo sul dorso della scar­pata ricoprendoci di terra, mentre brividi mortali ci correvano lungo la schiena. Infine la guida ritrovò la strada grazie al riferimento costituito da un mucchio di cadaveri curio­samente disposto. Uno di quei morti era disteso con le braccia aperte, come su una croce, sul pendio calcareo della scarpata. Quale immaginazione avrebbe potuto trovare un cartello indi­catore più adatto a quel genere di paesaggio?
Avanti! Avanti! Durante la corsa alcuni uomini, improvvi­samente, si lasciavano cadere; con minacce terribili li forzava­mo a tirare dai loro corpi spossati le ultime energie. I feriti ca­devano invocando aiuto, a destra e a sinistra nei crateri scavati dalle granate senza che nessuno vi facesse caso. Si avanzava sempre, gli occhi fissi sull’uomo che era davanti, lungo un fos­sato che ci arrivava appena al ginocchio, costituito da una ca­tena di enormi imbuti dove i morti si susseguivano in fila. Il piede calpestava con disgusto i corpi flaccidi che cedevano sot­to il nostro peso; l’oscurità copriva le loro forme. Il ferito che cadeva lungo il cammino era ugualmente destinato a essere calpestato dagli stivali di quelli che proseguivano in fretta la loro strada.
E sempre quell’odore dolciastro! Il mio aiutante, il piccolo Schmidt, compagno di parecchie avventure pericolose, cominciava a vacillare. Gli tolsi il fucile dalla mano benché quel bra­vo ragazzo si schermisse anche in un simile momento.
Arrivammo finalmente alla prima linea, tenuta da uomini rannicchiati e serrati l’uno contro l’altro nelle buche, e le cui voci atone vibrarono di gioia quando appresero che il cambio era arrivato. Un sottufficiale bavarese mi consegnò, con qual­che parola, il settore e la pistola da segnalazione.
Il settore affidato al mio plotone si trovava sull’ala destra della posizione occupata dal reggimento e consisteva in una strada incassata tra due pareti di scarsa profondità, appiattita dalle bombe, tagliata in terreno scoperto sulla sinistra, a qual­che centinaio di metri, da Guillemont, e sulla destra, a una mi­nore distanza, dal Bois de Trônes. Dall’unità più vicina su questo lato, il 76° reggimento di fanteria, ci separava uno spa­zio vuoto di cinquecento metri, dove nessuno poteva rimanere a causa dell’estrema violenza del fuoco concentrato in quel punto.
Il sottufficiale bavarese era immediatamente scomparso; mi ritrovai dunque solo con la pistola da segnalazione in mano, in mezzo a quel funereo paesaggio a imbuti, velato in maniera minacciosa e misteriosa da strisce di nebbia stagnanti sul ter­reno. Leggeri rumori sordi e snervanti si levavano dietro di me: scoprii che provenivano dal cadavere di un uomo gigante­sco in via di putrefazione.
Non rendendomi conto del luogo dove più o meno poteva trovarsi il nemico, tornai verso i miei uomini e li consigliai di tenersi preparati al peggio. Restammo tutti svegli; trascorsi notte con Paulicke e con i due aiutanti in una tana di volpe non più grande di un metro cubo.
All’alba il paesaggio si svelò a poco a poco ai nostri occhi. La strada ci appariva ora come una serie di enormi imbuti pieni di lembi di uniformi, di armi e di mor­ti; a perdita d’occhio il terreno circostante si presentava scon­volto dai grossi calibri. Non un filo d’erba. Il campo di batta­glia arato a quel modo era spaventoso. I soldati morti giaceva­no in mezzo a quelli vivi. Scavando qualche fosso per proteg­gerci constatammo che i cadaveri erano ammucchiati a strati gli uni sugli altri. Le compagnie rimaste sotto il bombarda­mento erano state falciate una dopo l’altra. I morti erano poi stati sepolti dalle masse di terra sollevate dai proiettili e gli uo­mini giunti per il cambio ne avevano preso il posto. Ora tocca­va a noi.
La strada e il terreno retrostante erano coperti di tedeschi, il terreno antistante di inglesi. Braccia, gambe, teste fuorusci­vano dalla scarpata; davanti alle nostre tane membra strappate e corpi sui quali a volte erano stati gettati, per evitare un con­tinuo spettacolo di facce sfigurate, cappotti o teli da tenda. Nonostante il calore nessuno si sognava di ricoprire di terra i cadaveri.
Il villaggio di Guillemont sembrava completamente scom­parso; soltanto una macchia biancastra tra i crateri indicava ancora il luogo dove la calce delle sue case era stata polverizza­ta. Davanti a noi c’era la stazione, fracassata come un giocat­tolo da bambini; e più in là il bosco di Delville ridotto in trucioli. Appena fatto giorno, un aereo inglese che volava a bassa quota cominciò a girare sopra le nostre teste come un avvol­toio: raggiungemmo in un attimo le nostre tane. Ma l’occhio penetrante dell’osservatore doveva averci egualmente indivi­duati, perché subito dopo udimmo risuonare dall’alto, a brevi intervalli, segnali di sirena bassi e prolungati. Si sarebbe detto l’urlo di un essere fantastico che vola minaccioso su un de­serto.
Una batteria dovette captare quei segnali. Uno dopo l’altro arrivarono fischiando, con una forza incredibile, granate a tiro teso. Restammo nelle tane accendendo di tanto in tanto un si­garo e buttandolo subito via, nell’attesa continua di rimanere seppelliti. Schmidt ebbe la manica della giubba lacerata da una scheggia.
Alla terza salva, l’occupante del fosso accanto al nostro fu sepolto da un colpo violento. Lo dissotterrammo subito; ma il peso della massa di terra lo aveva straziato: il suo viso incavato era simile alla testa di un morto. Si trattava del soldato scelto Simon che, ammaestrato dall’esperienza, quando nel corso della giornata gli uomini si muovevano allo scoperto, e quindi visibili da un aereo, faceva sentire la sua voce furiosa e agitava minacciosamente il pugno attraverso un’apertura del suo fosso mimetizzato da un telo.
Alle tre del pomeriggio gli uomini dislocati sul lato sinistro vennero a riferirmi di non essere più in condizioni di resistere: i loro fossati erano completamente appiattiti dalle granate. Dovetti far sentire il peso della mia autorità per rimandarli ai loro posti. D’altra parte mi trovavo nel punto più pericoloso ed è proprio in questi casi che si acquista una più forte auto­rità.
A sera, poco prima delle dieci, una tempesta di fuoco si ab­batté sull’ala sinistra del reggimento e giunse su di noi venti minuti più tardi. In un attimo fummo completamente som­mersi dal fumo e dalla polvere, ma i colpi cadevano per la mag­gior parte proprio davanti o dietro la trincea, se è possibile da­re questo nome a quella piega del terreno passata al rullo com­pressore. Mentre l’uragano si scatenava attorno a noi, ispezio­nai il settore tenuto dal mio plotone. Gli uomini avevano inne­stato la baionetta sulle canne dei fucili. Stavano in piedi, im­mobili come statue, sulla scarpata anteriore della strada guar­dando in avanti. Di tanto in tanto, alla luce di un razzo, vede­vo gli elmetti d’acciaio serrati l’uno all’altro, le baionette bril­lare lama contro lama. Sentivo nascere dentro di me la co­scienza di essere invulnerabile; ci potevano schiacciare, ma non vincere.
Nel plotone vicino, sulla nostra sinistra, il sergente Hock, lo sfortunato cacciatore di topi di Monchy, decise di tirare un razzo bianco; sbagliò, e un razzo rosso, usato per chiedere tiri di sbarramento, si levò soffiando, ritrasmesso da tutti i lati. In un batter d’occhio la nostra artiglieria iniziò un fuoco fittissimo. Uno dopo l’altro i colpi di mortaio caddero dal cielo urlan­do e frantumandosi in migliaia di schegge e scintille. Un mi­scuglio di polvere, di gas soffocanti e di fetore proveniente dai cadaveri proiettati in aria, si levò dai crateri.
Terminata questa orgia di distruzione, il fuoco ritornò al suo livello normale. Il gesto sconsiderato di un solo uomo ave­va messo in moto l’enorme macchina della guerra. Hock era e restò uno scalognato; quella stessa notte, mentre caricava la pistola da segnalazione, si tirò un razzo sullo stivale e dovette essere allontanato per le gravi ustioni che si era provocate.
L’indomani piovve a dirotto, il che non ci fu affatto sgradi­to perché le nostre gole secche soffrirono meno quando la pol­vere si posò, bagnata, e le grosse mosche di color blu-nero, che si erano raccolte in masse enormi nei luoghi assolati, formando come cuscini di velluto scuro, dovettero velocemente battere in ritirata. Restai seduto quasi tutto il giorno davanti alla mia tana a fumare e, nonostante lo scenario, mangiai con buon ap­petito.

(Nelle tempeste d’acciaio, Parma, Guanda 1990. Traduzione Giorgio Zampaglione)

 

Lanciafiamme

Diario da Verdun del soldato Fiedler
96. reggimento di fanteria

8 maggio 1916

Quota 304. Si fa buio. Avanziamo col nostro battaglione in direzione dell’altura. L’operazione procede abbastanza bene, ma nella valle finiamo sotto il fuoco di sbarramento. Veniamo sbaragliati. Perdiamo i contatti tra di noi. Chi ancora è in grado cerca di avanzare. Salto tra i buchi prodotti dalle granate. Ovunque morti e feriti.
Nella trincea ci sono già dei camerati. Salto dentro anch’io, felice di poter finalmente tirare il respiro. Ma quello che è arrivato poi è stato l’inferno. Stavamo stretti l’uno all’altro, lo zaino sulla testa, mentre le granate francesi ininterrottamente piovevano su di noi sibilando. Molti camerati caddero, furono feriti, sepolti. Ogni minuto qualcuno che era stato colpito urlava. Esplosioni, grida, lamenti. Terribile. E a ogni nuova granata ognuno pensava: adesso tocca a me. Siamo rimasti così per tutta la lunga notte e l’ancora più lungo giorno seguente. Nessuno di quanti vissero quelle venti ore pensò a mangiare.
Finalmente si fa buio. Colgo l’occasione, avanzo e m’infilo nel cratere scavato da una granata. Lì non arrivano gli spari dei francesi. Nonostante il rombo dei cannoni riesco a dormire un po’ durante la notte.
Così mi appare l’altura il mattino del 20 maggio: una voragine dopo l’altra. Sparita l’erba verde, sparito il boschetto che c’era prima. Solo terra e pietre. Buchi su buchi. E senza sosta e granate si abbattono e sconvolgono la terra. La nostra artiglieria ha infuriato spaventosamente. Sul terreno è come fosse passato un aratro.  La valle davanti all’altura è sotto il fuoco di sbarramento dei francesi. I cannoni tuonano giorno e notte. Nessuno si azzarda a scendere per recuperare dei viveri. Il 20 maggio succede anche che ci arriva fuoco dalla nostra stessa artiglieria, proiettili di 21 cm. A sera la 27esima e la 96esima compagnia danno battaglia ai francesi a colpi di bombe a mano.

[…]
Il 3 settembre ci appostiamo di nuovo a quota 304. I francesi ci accolgono di nuovo con granate da fucile e mine. Sto ancora portando le conseguenze della granata che mi ha ferito il 17 agosto. Io e un camerata siamo alloggiati in una galleria che ha solo tre gradini di accesso. Stavamo appollaiati sul gradino più basso. Mi ero appena appena appisolato, quando ho avuto un sussulto. Qualcosa deve essere caduto sulla piastra di ferro del lanciagranate, penso. E in quel momento ecco una granata da fucile rotolare sul primo gradino. Un pensiero mi attraversa la mente: gettare via quella roba, in fretta, ma poi… La granata sta là, sul primo gradino in alto, noi siamo seduti sotto, sul terzo. Urlo al mio camerata: «Attento!» e mi piego più che posso su me stesso. Tutto in una frazione di secondi. Poi l’esplosione, io che esco barcollando dalla trincea e i camerati fuori che mi gridano qualcosa. Credo di aver perso l’udito. Solo molto più tardi riprendo a sentire. Si è capito allora che ho una lieve ferita al fianco, mentre il mio camerata è ferito gravemente alla mano e alla testa. Dormiva già profondamente e non è riuscito a rannicchiarsi come me…

(da Frontalltag Verdun Tagebuch Fiedler. Traduzione di Eva Banchelli)

 

Lettera dal fronte del soldato Paul Diekmann
Trincea davanti a Beaucourt sur Ancre – B6, U.29

Sabato, 16 settembre 1916, ore 7 di sera

Cara, adorata Lieschen!
Ieri sera non ho ricevuto posta ma la foto di te e di Bubi basta, per il momento, a non farmene sentire troppo la mancanza. Tengo sempre la bella fotografia davanti a me sul tavolo e la sera le dedico il mio ultimo sguardo. Non mi sazio mai di guardare il mio piccolo e non mi sembra possibile di vedermelo davanti già così grande e giudizioso. La foto qui è una gioia per tutti. E come gli stanno bene quei suoi vestitini coi calzoncini e il grembiule! E che atteggiamento libero e spontaneo! Non sei anche tu sempre in adorazione del tuo bambino?
Ogni volta che fuori incomincia il fuoco dell’artiglieria, io mando uno sguardo a voi due. Allora so perché guardo in faccia la morte, e poi ripongo la foto nel portafoglio. Vorrei averla con me nell’ultimo istante o se dovessi cadere in mano nemica. Mi sarebbe di aiuto.
Dell’attacco di ieri mattina ti ho già raccontato.  Ieri sera si è ripetuta la stessa cosa. Stavolta ne è stata bersaglio la 12ma compagnia alla mia sinistra. Un’agguerrita pattuglia inglese ha cercato di attaccare ma è stata scoperta per tempo e bloccata. Un tenente inglese è stato fatto prigioniero insieme al suo attendente. Il tenente era gravemente ferito ed è morto poco dopo. In quel mentre il mio settore è stato raggiunto da uno spaventoso fuoco di mine e di artiglieria. Mi ero appena coricato, sfinito. La vostra foto accanto a me. Un attimo dopo ero di nuovo in armi e con l’elmo in testa. Nel medesimo istante c’è stata una scossa nell’intera trincea e dalla scala è venuta giù una massa di pietre e detriti…
Mi hanno appena chiamato perché dobbiamo attaccare Thiepval con il gas. Non l’avevo ancora visto da vicino. Il gas, verde e venefico, striscia lentamente sulle linee inglesi, portando morte e devastazione. E intanto i nostri stanno lì a fregarsi le mani e a fare battute pesanti.  Così riduce la guerra. Gli inglesi, del resto, farebbero di certo altrettanto. Ma adesso sono laggiù che tremano in attesa del nostro attacco. La loro artiglieria attacca con un fuoco di sbarramento come non ne avevo mai visti le nostre trincee sull’altura a sinistra di Thiepval. Intanto, a occidente, il sole tramonta quieto e pacifico come sempre nelle belle serate di settembre, quasi non vedesse tutto questo sangue e la disperazione e la morte.
Devo raggiungere in fretta la compagnia. Arrivederci, Lies, e ‘Dio t’assista’! Saluti e baci a te e ai nostri ragazzi con tutto il mio amore e gratitudine
Tuo Paul

(Traduzione Eva Banchelli)

 

Trincea-gas

Ludwig Renn

(1889-1979)
[pseud. di Arnold Friedrich Vieth von Golβenau]

[…]

«Che hai?»
Nessuna risposta; ma ora vedo che la coperta ha un gran strappo. La sollevo da un lato e vedo la faccia di Sander e della carne rossa senza forma. Non voglio pensarci. So che sta morendo.
Adesso tocca a me occuparmi del plotone. Tro­vo Weickert nel suo buco con un viso pieno di ter­rore.
«Eri solo qua dentro?»
«No, c’era anche Elsner»
«Che gli è successo?»
«Una granata gli ha aperto il cranio. Aveva tutto fuori»
«Ma è ancor vivo?»
«Non so, se ne è andato via tranquillamente da solo. Che orrore!»
Weickert continua a guar­darmi con gli occhi sbarrati.
Più in là stanno fasciando dei feriti. Tutta una squadra se ne è andata, fe­riti o morti.
Di nuovo la pioggia dei razzi «Giù nelle bu­che!» grido e mi precipito nella nostra tana. Hänsel non c’è più.
Gente corre verso di me; uno tiene alzata in aria una mano rossa come una torcia.
Bramm! krapp! rams! pè-arr!
Passano due ufficiali. Uno è il nostro colonnello, cammina diritto; si guarda spau­rito attorno.
Ramm! App! Ramms! Karr!
Ho l’impressione che l’attacco sia fallito.
Un volo di schegge di pietra attorno; mi rannic­chio ancor più nella tana. Ma che fa Hänsel an­cora fuori?
E scoppi ancora, più vicini, più lontani; i nuvoloni dei colpi passavano bassi su di noi, e attorno  un forte odore di polvere.
Ecco un colpo sulla mia gamba sinistra rannic­chiata. Qualcosa cade a terra. Faccio per raccoglierlo, ma faccio un salto inditero, è; e rovente.
Uno passa di corsa urlando; ma non è Hänsel.
La scheggia di granata non mi ha fatto nulla grazie alla coperta ben ripiegata, che ha ceduto. Bisogna sempre stare attenti a piegarsi bene ad­dosso la coperta. Aggiungo alla mia anche la coperta di Hänsel ed esamino la scheggia di prima – è grossa come una lama di pugnale e con due spigoli seghettati.
A un tratto sento un suono legnoso avvicinarsi, sem­pre più forte. App! Dev’essere un grosso calibro che non è scoppiato – penso.
Ma no. Ra…um…pa…pa! La terra trema. È invece uno di quei granatoni che scoppiano solo entro terra. Sento grida da più parti e un colpo sulla coperta. La scheggia stavolta non è più grande di una gomma da cancellare.
L’odor di polvere è sempre più forte.
Guardo l’orologio. Da un’ora che sparano ininterrottamente. Andranno avanti così tutta la gior­nata? E se a furia di tirare…Già, bisogna bene aspettarsela una volta o l’altra. Heee-iu! così vicina questa, che zolloni di terra m’arrivano sulla coperta. E quando si è feriti, si può andarsene da qui. Ma che pensieri son questi? Bisogna tener duro! Wramms! Mi scuoto. Ma perché mi spavento così? E Hänsel dov’è?
Il bombardamento sembra calmarsi, mi alzo. Ancora un paio di granate nella valletta. C’è luce ormai, e il sole vuole sbucare dalle nuvole.
«Avete visto Hänsel? » chiedo a Brand.
«No»
Ho una paura per lui che mi paralizzava.
«Vieni un po’ qua» mi grida Hartenstein «abbiamo trovato laggiù un deposito di viveri con acqua di soda e gallette; è vero che sono un po’ muffite, ma van sempre bene»
Mi mostra un sacchetto di gallette.
«Sai niente di Hänsel?»
«No»
Prendo un po’ di galletta e una bottiglia di soda. Arriva Lamm: «La quarta compagnia ha avuto delle brutte perdite. Il nostro comandante di battaglione e il comandante della seconda sono feriti»
«E l’attacco?»
«Fallito, quasi tutti i comandanti uccisi. Nel buio sono andati troppo a destra e son passati di fianco ai Francesi. Mancano ancora notizie esatte. I superstiti stanno dentro alle buche delle granate, vicinissimi ai Francesi»
«Attenti che ricominciano!» saltiamo nelle nostre tane.
Granate passano ronzando, schegge cigolano e sibilano tutt’attorno. Arrivano con uno scroscio pigro di ferraglia granatoni che scuotono la terra e schiz­zano zolle tutt’attorno. Mi rannicchio in fondo alla mia buca e sgranocchio gallette. Forse lo sapranno i portaferiti che cosa è successo di Hänsel.
Il fuoco dura fino alle dodici e dieci; ma mi pare più debole di quello prima. Quando esco dal mio buco vedo alzarsi anche Lamm.
Il sergente Poehner del secondo plotone arriva tra­scinandosi e cade ai ginocchi di Lamm, premendosi il petto con le mani:
«Ah signor tenente» geme «una granata mi ha colpito…. io… il petto….»
«Non parli» dice Lamm «Lei non ha bisogno di scusarsi! Renn, conduci un po’ il sergente al posto di medicazione»
Lo prendo per il braccio e lo conduco giù per il dirupo alle nostre spalle; scendo prima io un passo alla volta e poi lo aiuto. Può appena muoversi. Appoggio Poehner all’ingresso del ricovero, ove si sta abbastanza riparati.
«Avete notizie di Hänsel?»
«Sì, è qui. Ma»  sussurra il portaferiti «parlagli poco. Gli ha portato via mezzo il sedere»
«È grave?»
«L’articolazione sembra intatta, ma è una ferita così grande che fa paura»
Vado avanti per la galleria e lo vedo a bocconi sopra un pancone con le scarpe verso di me.
«Hansel» chiamo piano.
Gira il capo e mi guarda.
«Sei stato gentile a venire. Ma adesso è meglio che te ne vada. Hai da fare. Te la caverai sempre, tu»
Non riesco a rispondere. Fuori è molto chiaro. Alcune betulle ancor nude si levano dal pendio.
Lamm mi chiama; ha già altri due accanto a lui.
«Bisogna riformare la compagnia. Tre coman­danti di plotone e un terzo della compagnia non ci sono più. Il caporalmaggiore Renn riunisce in un solo plotone al suo comando il primo e il secondo plotone che hanno avuto le maggiori perdite. Il terzo plotone lo conserva il sergente Trepte, e il quarto lo prende il caporalmaggiore Langenohl. C’è una dif­ficoltà; il caporalmaggiore Busch è più anziano di Renn, ma arriva adesso per la prima volta alla fronte e non posso dargli un plotone. Passa al plotone Trepte. Glielo dirò io stesso, non voglio che qualcuno faccia insinuazioni su Busch.
Riordino le mie squadre e prendo come portaordini Israel e Wolf che colloco nella buca ormai vuota accanto alla mia per averli sempre sottomano.
Il fuoco dell’artiglieria ricomincia. Di nuovo puzza di granate, scoppi, ronzio di schegge, vulcani di terra. Dopo mezz’ora torna la calma. Tutt’attorno coperte, vanghette, bombe a mano, elmi, cinghie, fu­cili, zaini, brandelli sanguinosi di stoffa. Ad uno gli è arrivata una scheggia nella bomba a mano che teneva alla cintura e lo scoppio gli aveva squarciato il ventre. L’altro che era con lui nel buco corre at­torno urlando, uscito di senno. Lo faccio portare via. Chissà dove può finire così esaltato.

(La guerra, Milano, Fratelli Treves Editori, 1929. Traduzione di Paolo Monelli)