In piazza Lenin il sole batte con forza sull’acciaio della struttura del palazzo del governo. Poco più in là, dall’altra parte della strada, in questo spazio enorme costruito seguendo le linee del realismo socialista, svetta, insieme a una gigantesca statua del politico e rivoluzionario russo, una colonna in marmo sulla quale è incisa una frase: “Donbass, non una semplice regione ma una regione senza la quale la costruzione del comunismo sarebbe rimasta soltanto una pia speranza”. All’entrata dell’edificio si trovano di guardia diversi miliziani, alcuni con le toppe del battaglione di appartenenza, come l’Oplot o il Vostok. C’è anche un cosacco, con la lunga barba e gli stivaloni da cavallerizzo. Una miscellanea di nazionalità, di combattenti locali e di internazionalisti, di volontari russi, con la loro croce ortodossa appesa al collo, e musulmani abkhazi e ceceni che invocano Allah prima della battaglia; di antimperialisti europei e innamorati dello zar di un tempo e del nuovo zar Vladimir Putin; di fascisti e comunisti: tutti uniti da un incerto panslavismo e da un informale ancora più bislacco antiamericanismo.

testo e foto di Luca Pistone e Cristiano Tinazzi

 

Così è per ‘Toro’, nome di battaglia di Alejandro, nato a Barcellona sessant’anni fa. Mentre si prepara una sigaretta sotto la statua del fondatore dell’Unione Sovietica, Toro racconta come e perché dalla Spagna si trova ora a combattere nel Donbass. «Sono venuto perché dovevo farlo, me lo sentivo dentro. Sapevo che c’era una guerra ingiusta e che una parte aveva ragione e un’altra torto. Ho iniziato a interessarmene l’anno scorso. Non ero d’accordo con le bugie dei media sull’invasione russa in Ucraina. Tutto è iniziato perché la popolazione locale non ha accettato il cambio di governo, nato da una operazione della Nato». Ammette di provare ammirazione per Putin. «È un uomo che sta facendo tanto per il suo popolo – dice e si accende la sigaretta – a me piace, è l’unico che si oppone al capitalismo americano. I governi europei difendono solo le grandi industrie, le banche e non gli esseri umani». La visione di Toro è lineare e semplice: da una parte i cattivi e dall’altra i buoni, in uno schema che ricorda la propaganda ideologica del muro di Berlino e l’Europa in piena Guerra Fredda. È un volontario delle brigate internazionali, venuto qui insieme ad altri suoi compagni nel 2014. Per arruolarsi, racconta, prima era tutto molto più semplice. Si arrivava a Mosca presso alcuni uffici di reclutamento per volontari o direttamente nel Donbass, presentandosi di persona al battaglione di cui si voleva far parte. «Ora tutto è più complesso perché c’è una struttura burocratica e si esige un minimo di esperienza militare. Quelli che vengono qui senza esperienza devono seguire dei corsi di addestramento. Molti arrivano con in tasca il biglietto di ritorno. Se lo scopriamo li rimandiamo a casa, perché non possiamo perdere tempo ad addestrare qualcuno che dopo poco tempo riparte».

Il carbone
Donetsk, la quarta città dell’Ucraina, è il simbolo dell’industria e del lavoro sin dalla sua fondazione, nel 1869, quando il gallese John Hughes, conscio dell’enorme potenzialità della regione ricchissima di giacimenti carboniferi, costruì la prima acciaieria vicino a Olexandrivka. Un detto a Donetsk recita: «I minatori non piangono lacrime dai loro occhi, ma pezzetti di carbone». Visto il lavoro massacrante che fanno nelle miniere, tra le più profonde del mondo. Chi lavora sottoterra è riconoscibile dal contorno degli occhi, quasi un kajal indiano usato per bellezza. Invece è carbone. Donetsk vive di questo, di carbone e di acciaio, tanto che nel 1924 la città venne chiamata Stalino, non in onore di Stalin ma proprio per  rendere merito all’acciaio, in russo ‘stal’. È in una delle miniere poco fuori Donetsk, circondata da montagne di carbone, che incontriamo Ugin Mykola, capo produzione della Scheglovskaya-glubokaya, una delle miniere più profonde di tutto il Donbass, 1200 metri.

Lavoratrici della miniera

Per scendere fino in fondo ci si deve preparare con attenzione. È necessario fasciare con cura i piedi prima di procedere alla vestizione con panni di cotone chiaro. Poi gli stivali, di gomma, e l’elmetto. E la torcia e una piccola bombola di ossigeno. L’ascensore si apre con un clangore di ferri e acciaio diretto verso il centro della terra. Si scende in silenzio, nel buio più totale per oltre novecento metri. Quando le porte dell’ascensore vengono spalancate si viene investiti da una corrente di aria pesante e calda. È la bocca dell’inferno che da qui si percorre a piedi o sdraiati sui rulli che trasportano il carbone, utilizzati per salire e scendere in velocità. A un certo punto è necessario utilizzare la mascherina, l’aria è impregnata di polvere scura, i vestiti e ogni parte del corpo, anche quelle coperte, si colorano di nero.

«Bisogna avere buoni e pressanti motivi per venire a lavorare in questo posto»

«Il lavoro qui è molto vario, dipende dalle mansioni che ti affidano – racconta Ugin, che da pochi anni ha smesso di scendere sottoterra per occuparsi di questioni amministrative – bisogna avere buoni e pressanti motivi per venire a lavorare in questo posto. Grande è il dispendio di energie.  Il lavoro è diviso per turni. Dopo un breve briefing, una volta ricevute le istruzioni, la squadra di turno va a cambiarsi i vestiti e poi si scende nella miniera». Il caldo, nonostante la corrente di aria fresca pompata dalla superficie, è opprimente. Il sudore cola sulla fronte e molti lavorano a petto nudo –   iconografia in carne ed ossa del lavoratore socialista. Martelli pneumatici, picconi ed enormi macchine per il taglio del carbone scuotono l’aria di rumori. Oro nero, che toglie anni di vita agli operai, migliaia di famiglie che vivono di questo lavoro.
Nemici sul campo di battaglia, separatisti filorussi e governativi filoccidentali sono partner a livello commerciale. «Gli affari sono affari. E, in base agli accordi di Minsk non possiamo commerciare con altri partner se non con l’Ucraina. Da qui partono treni merci carichi di carbone verso Kiev e altri luoghi», spiega Yuriy Popovkin, direttore della miniera, mentre sorseggia una vodka davanti a una tavola di fortuna, imbandita con sottaceti, lardo e salame. Tra le due grandi miniere di proprietà dell’azienda, sono almeno circa duecento i lavoratori che hanno lasciato il lavoro per andare a combattere. I minatori avevano anche formato un loro battaglione, il ‘Kalmius’. «A causa della guerra la produzione è rimasta bloccata per due mesi consecutivi e, dato che non c’erano garanzie, la gente ha preferito andare a cercare lavoro altrove. Dopo la tregua le cose vanno per il meglio, molti stanno rientrando».
Area strategica, centro minerario ed industriale tra i più importanti dell’ex Unione Sovietica, il Donbass è stato anche il fulcro di uno dei primi esperimenti del comunismo. Nel 1918 i bolscevichi formano la ‘Repubblica Sovietica del Donetsk-Krivoy Rog’. Dura poco, dal 12 di febbraio al 20 di marzo, poco più di un mese, e non viene riconosciuta da nessuno, nemmeno dalla Russia bolscevica. Una situazione che oggi sembra tornata. Mosca ha evitato di riconoscere la Repubblica Popolare di Donetsk, a differenza di quanto avvenuto in Crimea.

Una grande stella rossa sul tetto di un edificio dell'impianto minerario
Una grande stella rossa sul tetto di un edificio dell’impianto minerario

Stakanovismo, stelle rosse
Altre evocazioni. Il 31 di agosto del 1935 Aleksej Grigor’evič Stachanov, che lavorava in una delle miniere del bacino di Donetsk, raccolse 102 tonnellate di carbone in cinque ore e quarantacinque minuti. Da allora quella è la ‘Giornata del minatore di carbone’. Sugli edifici degli impianti minerari, nella parte più alta, ancora oggi sono presenti grandi stelle rosse in acciaio e vetro. Venivano accese o spente in base ai livelli di produzione delle miniere. Le estrazioni più meritevoli, venivano riconosciute per quelle grandi, imponenti strutture luminose che si stagliavano nella notte. Le stelle rosse sono spesso presenti sulle giacche delle uniformi e sulle bustine militari. Nel quartiere di Petrovsky, Elena, comandante di un gruppo-mortai del ‘Battaglione Vostok’, la esibisce con fierezza sul suo copricapo. «La portava mia nonna, quando combatteva contro i nazisti, ora la porto io. Era conservata in un cassetto, qui nella sua casa. Quando hanno iniziato a bombardare il quartiere ho preso mia nonna e l’ho portata in una zona più sicura. Le ho detto: “nonna, questa la prendo io”. Ora lei è morta e io continuo a combattere la nostra guerra. Oggi è diverso, siamo fratelli contro fratelli. Ma non abbiamo iniziato noi». Il checkpoint dove si trova Elena è poco distante dalla stazione degli autobus. La parte di quartiere che si trova oltre lo sbarramento militare è ormai disabitata. I colpi di mortaio cadono tutti i giorni, la linea di combattimento è a soli pochi chilometri da qui. Dalle prime ore della sera fino al mattino, le strade si svuotano e le posizioni dei governativi incominciano a martellare la zona. Diverse granate arrivano anche oltre il checkpoint. Poco distante c’è un bunker dell’era sovietica utilizzato dai residenti come riparo.  Svetlana è nata e cresciuta a Petrovsky. Ha cinquantacinque anni, è vedova e vive con il figlio trentenne di nome Denis. La loro casa è stata distrutta quasi un anno fa da un colpo di mortaio insieme ad un piccolo spaccio alimentare, l’attività commerciale di famiglia. Le mura del bunker sono tappezzate di volantini e manifesti pieni di illustrazioni e dettagli tecnici relativi a norme di comportamento e regole da seguire a seguito di attacchi aerei, attacchi chimici, cura dei feriti. C’è una piccola televisione accesa, sintonizzata su un canale russo. Nella sala si vedono una decina di lettini di legno, brande e una teiera. Svetlana è demoralizzata. «Siamo scappati perché c’era la guerra, siamo tornati e c’è ancora. Non vogliono smettere. Davvero non so che cosa pensare riguardo al nostro futuro. Siamo seduti in un bunker qui a Petrovsky e bombardano tutto il tempo. La gente che vive nel centro della città – spiega ancora – conduce una vita normale, va a lavorare e sente ogni tanto qualche esplosione da lontano. Noi siamo qui sottotiro tutto il tempo».

Denis fuori dal bunker
Denis fuori dal bunker

Prima della guerra Denis lavorava come collaudatore di frigoriferi. Oggi è disoccupato. Tutti i giorni va in centro in cerca di lavoro e di qualcosa da mangiare da portare alla madre: «Non riceviamo soldi dallo stato. Riceviamo solo aiuti umanitari, pochi, dalla Russia. Ci sballottano da un’amministrazione all’altra, da un’organizzazione all’altra. La situazione peggiora di giorno in giorno: per quanto tempo ancora potremo andare avanti così?» si chiede «non avremo mai i soldi per ricostruire la nostra casa. La fabbrica per cui lavoravo è andata distrutta». Denis è uno dei pochi giovani che ha deciso di non imbracciare le armi contro l’esercito ucraino a difesa della Repubblica Popolare di Donetsk. «Credo che questa guerra non dovrebbe proprio esistere perché è un conflitto voluto dai politici e da quegli uomini d’affari che vogliono fare soldi sulla sofferenza della gente. Per questo motivo non ho voluto entrare nell’esercito e i ragazzi della mia età, anche quelli più giovani o più vecchi, non dovrebbero arruolarsi. Non si tratta di una guerra come quella contro Hitler, qui è una cosa totalmente differente. È solo una guerra mossa dal denaro. Non so chi delle due parti abbia dato inizio a tutto ciò, so solo che questa non è una guerra giusta».

L’ospedale ‘21’. Roman
Si trova nel distretto di Oktyabrsky, a poco meno di un chilometro dall’aeroporto. Teoricamente non dovrebbe esserci nessun ospedale civile attivo qui, ma la struttura è rimasta aperta per garantire un servizio di chirurgia e pronto soccorso per la popolazione rimasta nel quartiere. Per arrivare all’ospedale si passa davanti ad abitazioni popolari, diverse delle quali segnate dai colpi di mortaio. Il mercato coperto locale è completamente distrutto. L’ospedale è fatiscente, alcuni cani randagi stazionano all’entrata, muri scrostati, tappezzerie scollate, macchie di umidità sulle pareti e mobili rotti. Più un vecchio ambulatorio di provincia che un ospedale. Non ci sono ricoverati, si lavora solo sulle prime urgenze o a livello ambulatoriale per le necessità sanitarie di base. La sala operatoria è all’ultimo piano.

«Non so perché continuano a bombardare qui e a lanciare missili. Questo è un villaggio, non ci sono obiettivi militari.

Il personale si raccoglie in due stanze. Molti di loro abitano nella zona, come l’infermiera Ludmila Melnichuc: «Non so perché continuano a bombardare qui e a lanciare missili. Questo è un villaggio, non ci sono obiettivi militari. Molti dei pazienti che arrivano qui sono donne di mezza età».

L'infemiera Ludmila
L’infemiera Ludmila

Ludmila abita a qualche centinaio di metri dall’ospedale «no, non ho paura, dopo un po’ ci fai l’abitudine – indica i segni lasciati dalle schegge di un colpo di mortaio su una finestra – questo è successo un paio di giorni fa». Poco distante si trova Marinka, un villaggio sotto il controllo delle truppe di Kiev. Questa è una guerra fatta di bunker e trincee, un guerra di posizione, dove ci si confronta quotidianamente sfidandosi a colpi di mortaio e cecchini e dove quando si avanza si va all’attacco in massa, preceduti da intensi bombardamenti di artiglieria che spazzano via le difese nemiche. Da manuale di fanteria russa, insomma. Ne sa qualcosa Roman, detto il ‘georgiano’. Roman è un mastino di guerra. Medaglie al valore ne ha già collezionate diverse. Una foto lo ritrae insieme a veterani dell’Armata Rossa talmente carichi di onorificenze da far quasi sparire la giacca dell’uniforme. «Alla loro età ne avrò ancora di più» scherza, mentre fa vedere sul suo portatile una cerimonia dove il presidente Aleksandr Zakharchenko in persona gli appunta una medaglia al petto. Ex militare professionista durante l’Unione Sovietica,  racconta che questa non è la sua prima guerra civile. La Georgia è stata la sua prima palestra di combattimento.

Roman "Il Georgiano"
Roman “Il Georgiano”

Tutta la famiglia di Roman è impegnata in prima linea. La moglie e il figlio sono con lui fin dall’inizio della guerra. Ecco che arriva il figlio. Il ragazzo, ventenne, viene redarguito dal padre appena arriva alla sede di comando avanzato nel villaggio di Spartak, poco distante da ciò che rimane dell’aeroporto internazionale. «Perché non hai l’elmetto? – gli urla Roman – corri dentro a prenderlo». Un padre è sempre un padre, anche sotto le armi. Le linee nemiche in questa zona sono tenute dal famigerato Battaglione Azov. Nell’area non è difficile imbattersi in granate di mortaio inesplose, conficcate nel terreno. In giro sono sparsi resti di missili Grad. Spartak, a parte un paio di residenti, è disabitato. Troppo pericoloso vivere qui. La morte può arrivare quando meno te lo aspetti. Il comandante Roman spiega che vengono anche utilizzati lanciarazzi BM-21 e colpi di mortaio superiori ai 100mm, in evidente violazione degli accordi di Minsk, che prevedono la rimozione di tutte le armi pesanti a quindici chilometri dietro la linea di contatto per creare una zona smilitarizzata di circa trenta km. Violazioni continue e che avvengono da ambo le parti. Guadagnare o perdere anche un solo metro di terreno sembra essere di vitale importanza per questi soldati. Mentre camminiamo lungo una delle strade del villaggio, tra le case distrutte e i rottami di un carrarmato, Roman si ferma in un punto preciso e fissa una buca nel terreno. Poi tira fuori un fazzolettino bianco di tela: «Ecco, le vedi queste? Sono schegge che ho tirato fuori dalla faccia di uno dei miei ragazzi. Proprio qui è caduta la granata. È successo l’altro ieri. Abbiamo avuto un morto e due feriti». Il giovanissimo Artyom, 19 anni, nome di battaglia ‘Lo Scuro’ per il colore dei suoi capelli, ha lasciato gli studi universitari per aderire alla causa separatista. Si è sentito a casa non appena giunto a Spartak come volontario: «Sono arrivato a combattere qui sei mesi fa. Al principio i miei genitori erano contrari a questa mia scelta, ma poi hanno capito e adesso mi sostengono. Qui sono il più giovane di tutti. Inizialmente non avevo esperienza militare ma col tempo i compagni più grandi mi hanno aiutato e insegnato. Sono diventati la mia nuova famiglia, dico sul serio». La frontline di Spartak è una delle più calde. I colpi di mortaio cadono a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro, interrotti saltuariamente dal crepitio delle mitragliatrici e da singoli secchi spari dei cecchini. Qui, come in altre zone, è il Battaglione Vostok che tiene duro in trincea. L’influenza anche nei simboli dell’ex Unione Sovietica è mitigata da una forte aderenza al cristianesimo ortodosso del Patriarcato di Mosca, alcuni battaglioni si richiamano direttamente alla fede come il ‘Russian Orthodox Army’. Figure religiose sono presenti dappertutto e si riallacciano anche al panslavismo della ‘Santa Madre Russia’, protettrice delle genti slave. Il nastro di San Giorgio ad esempio, è il simbolo di continuità che parte dal periodo imperiale fino ad arrivare alla presidenza Putin. Un simbolo che racchiude oggi il variegato mondo dell’estremismo nazionalista russo e mescola forze anche distanti politicamente e culturalmente.

Le formazioni filonaziste
Nel magma di sigle e simboli spuntano anche rune e svastiche. Il battaglione ‘Rusich’ ad esempio, è formato da volontari nazisti provenienti dal nord Europa e dalla Russia. Hanno come simbolo il Kolovrat, la svastica solare dalle molteplici braccia. Il loro leader è il russo Alexei Milchakov. Il vicecomandante è un russo-norvegese,Yan Petrovsky. Entrambi erano presenti il 27 marzo scorso a San Pietroburgo al raduno delle destre estreme europee, dove si sono fatti vedere anche diversi ufficiali cosacchi che operano in Donbass e vari leader europei di movimenti fascisti come Roberto Fiore di Forza Nuova e Nick Griffin del British National Party. Il Rusich è un battaglione stimatissimo nella Repubblica Popolare di Lugansk, la ‘sorella povera’ di quella di Donetsk. I loro video di azioni militari, agguati, uccisioni e addestramenti sono tranquillamente reperibili su Youtube e documentano la loro preparazione militare. Molti di loro infatti provengono dalle fila dell’esercito russo o dalle forze di polizia. Il Rusich è una unità di élite integrata nel battaglione ‘Batman’, guidato dal famigerato  Alexander Bednov, ucciso nel gennaio scorso in uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza della Repubblica di Lugansk. Bednov era accusato di vari crimini, tra cui rapimenti, saccheggi e violenze su prigionieri di guerra. Altre milizie di estrema destra presenti con le forze separatiste sono il battaglione Kornilov, formato da russi estremisti di destra e skinhead, i francesi di ‘Unitè Continentale’, guidati dall’ex para Viktor Lenta, veterano con numerose missioni in Africa e Afghanistan. Diversi italiani nei battaglioni di volontari cosacchi, tutti localizzati nell’altra repubblica, a Lugansk. Come Gabriele Carugati, Massimiliano Cavalieri, Andrea Palmeri (ex leader dei Bulldog di Lucca, pluripregiudicato e sorvegliato speciale), Antonio Cataldo, Vittorio Rangeloni, tutti provenienti da gruppi di estrema destra o movimenti fascisti. La domanda che viene spontanea da fare qui – visto che anche nel fronte avverso ci sono interi battaglioni (come l’Azov) formati da estremisti di destra, nazionalisti e fascisti sia ucraini che europei – è cosa succederebbe se si trovassero l’uno di fronte all’altro. Camerati contro camerati. La domanda la facciamo ai francesi. «Uno dei due deve morire. È la guerra», dice Michel, che insieme a Victor, Nicolas e Guillame è seduto a chiacchierare in un bar del centro di Donetsk in attesa di ordini. Da Lugansk il gruppo si è spostato per motivi non meglio precisati (forse dissapori con gli altri internazionalisti di estrema sinistra) qui nella capitale. «La nostra è una missione. Noi siamo soldati e il nostro senso dell’onore ci ha portato fin qui nel Donbass per combattere il piano atlantista e antieuropeo americano», dice Nicolas. Quelli di ‘Unitè Continentale’ si rifanno alle teorie della ‘Jeune Europe’ di Jean Thiriart (in Italia la sezione di riferimento negli anni ‘70 era il movimento di estrema destra ‘Giovane Europa’). I francesi provengono tutti da varie esperienze politiche nazionaliste riconducibili a destra. Insieme a Viktor Lenta, altri due ex para francesi sono ora impiegati in un campo di addestramento dell’artiglieria di Donetsk. Fanno anche propaganda sul web e hanno lanciato un appello internazionale per invitare i ‘patrioti europei’ a raggiungerli per combattere il governo di Kiev. «Non credo che torneremo in Francia – dice Guillame – lì ci aspetta sicuramente la galera. Siamo sulla lista nera dell’Ato (Anti Terrorism Operation). Meglio restare qui, anche se la vita è difficile e soldi non ne riceviamo, a parte un piccolo rimborso spese». Nel Donbass si trovano anche diversi gruppi di Rodnovery, comunità di pagani molto diffuse nell’oblast di Donetsk (ma anche nel resto dell’Ucraina e in numerosi paesi slavi).

Con gli uomini di Rodnovery
Con gli uomini di Rodnovery

I Rodnovery si rifanno ai culti slavi precristiani. Il loro credo è un misto di razzismo, nazionalismo, antisemitismo panslavismo e un rifacimento della storia basato su tesi complottiste o mitologiche. A vederli di persona però non sembrano pericolosi. Quando non sono al fronte passano il tempo tra di loro nei boschi, specialmente la domenica, in luoghi con “forti cariche energetiche” dove hanno eretto alcuni totem che rappresentano i loro dei. Nell’oblast di Donetsk i Rodnoverj però hanno anche formato un battaglione che ha avuto circa 1200 combattenti: il battaglione Svarog (nella cosmogonia slava è paragonabile al dio del fuoco parente di Vulcano, Efesto), poi inglobato nel ‘Vostok battalion’ dopo una serie di repulisti e giri di vite che hanno visto diversi comandanti di brigate autonome incarcerati (sorte toccata anche al loro leader Oleg Orchikov, accusato di omicidio e altri reati). Anche per loro la svastica è uno dei simboli più utilizzati, insieme al nastro di San Giorgio e a lettere dell’alfabeto runico. Certo, ci sono anche i comunisti internazionalisti in questa guerra, ma sono una netta minoranza rispetto alle varie forme di nazionalismo che nel Donbass si intrecciano l’una con l’altra creando una matassa difficile da districare.

Le milizie in campo
Secondo gli accordi relativi al Protocollo di Minsk, la Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) non può avere una forza armata regolare. L’esercito, quindi, è definito ‘Milizia del Popolo’. Nella DPR si trovano tre strutture militari distinte. La prima ha come referente il Ministero della Difesa, che ha il controllo della cosiddetta ‘Milizia del Popolo’. Dalle informazioni disponibili esiste l’equivalente di un 1° Corpo d’Armata che comprende brigate quali  la Slavyanskaya (ex uomini di Igor Strelkov, monarchico, ufficiale in pensione russo, per alcuni mesi comandante dei ribelli nella città di Slovyansk e in seguito comandante delle forze della ‘Milizia Popolare’ di Donetsk); la ‘Berkut’, costituita dalle unità che hanno combattuto a Gorlovka sotto il comando di Igor Bezler (soprannominato Demone, accusato di essere il responsabile dell’abbattimento dell’aeroplano di linea della Malaysian airlines MH17, 298 morti); il battaglione ‘Oplot’, formato dagli ex membri del battaglione pagano Svarog e dai membri del ‘Russian Orthodox Army’ più altre unità; il ‘Vostok’ battalion. La seconda struttura è costituita dalle Guardia Repubblicana, un battaglione di forze speciali subordinate al leader della DPR Alexander Zacharchenko (formate per sua precisa volontà nel gennaio 2015). È costituita da quattro, cinque battaglioni tattici formati da elementi del battaglione Oplot, dal Russian Orthodox Army e altre unità tra cui la brigata internazionalista Pyatnashka (‘Quindici’, per il fatto che al suo interno ci sarebbero quindici nazionalità diverse)  ed è considerata una sorte di forza di élite con armamenti ed equipaggiamenti speciali. La terza struttura è legata al Ministero degli Affari Interni che ha numerose brigate sotto il suo controllo chiamate ‘truppe interne’. Si occupano di fornire supporto alla polizia, effettuare operazioni speciali e svolgere compiti di polizia militare. Due battaglioni poi, anche se sono formalmente sotto il Ministero della Difesa, hanno una sorta di status speciale: sono il battaglione tattico ‘Somalia’ di Mikhail ‘Givi’ Tolstykh e il battaglione marines Sparta di Arseny ‘Motorola’ Pavlov. Givi e Motorola sono due icone, quasi considerati alla stregua di supereroi, invincibili e temerari. È stato grazie al ‘Somalia’ se i separatisti sono riusciti a conquistare l’aeroporto costringendo alla ritirata le forze speciali ucraine. Givi e Motorola sono accusati di gravi crimini, tra questi il maltrattamento dei prigionieri di guerra. Dettagli a quanto pare trascurabili se si considera che il primo francobollo emesso dalle poste del Donbass è stato proprio dedicato ai due comandanti militari.  Come in ogni vero esercito, ogni brigata include due o tre battaglioni di fanteria motorizzata, due o tre compagnie di carri, uno o due divisioni di artiglieria (dai 12 ai 24 cannoni, inclusi lanciamissili BM-21 Grad e Howitzer) o un gruppo di artiglieria composto dai 30 ai 50 cannoni. Inoltre sono presenti battaglioni di ricognizione e di supporto tattico e logistico.

 

La guerra continua
Dall’inizio del conflitto sono morte almeno novemila persone (tra civili e militari) e almeno 17mila sono i feriti, riferisce l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e fonti ufficiali di Kiev.

«Molti non riescono a tornare alla vita civile, continuano a mantenere un comportamento ostile o manifestano veri e propri squilibri psichici»

«Dall’inizio della guerra in queste sale sono passati più di diecimila pazienti, due terzi dei quali hanno riportato traumi e ferite sul campo di battaglia» dice Bornislav Cepreu, direttore del Primo Ospedale Militare della capitale «molti hanno anche manifestato sintomi di ‘disturbo post traumatico’.

 Bornisvlav Cepreu, direttore dell'ospedale militare
Bornisvlav Cepreu, direttore dell’ospedale militare

Abbiamo psicologi e psichiatri che li seguono costantemente. Questo è un grosso problema, molti non riescono a tornare alla vita civile, continuano a mantenere un comportamento ostile o manifestano veri e propri squilibri psichici. Per curarli li trattiamo anche con l’agopuntura. Sembra che dia effetti positivi sulla loro stabilità mentale» negli ultimi mesi i ricoveri sono drasticamente diminuiti «l’ultima grossa ondata di feriti risale alla battaglia per il controllo dell’aeroporto del gennaio scorso». La tregua stipulata con il Protocollo di Minsk il 5 settembre 2014 non è mai entrata in vigore. Se è vero che alcune voci dell’accordo in parte sono state rispettate, come ad esempio quella relativa al monitoraggio OSCE, e sono state rimosse le armi pesanti (quindici chilometri dietro la linea di contatto) come previsto nel memorandum supplementare concordato il 29 settembre 2014, non si è proceduto a creare una zona smilitarizzata e neanche a imporre un effettivo cessate il fuoco. C’è un continuo e quotidiano utilizzo di mortai sotto i 100 mm (ma spesso vengo usati calibri maggiori) e un continuo fuoco di armi leggere, mitragliatrici pesanti e utilizzo di cecchini. Nella periferia di Donetsk, ad esempio, il quartiere di Petrovsky è sottoposto ad un quotidiano bombardamento soprattutto nelle ore serali, bombardamento che colpisce anche abitazioni civili poste dietro le linee di combattimento. Attualmente i punti più caldi dove si affrontano i due eserciti sono nella zona di Donetsk: Pisky e Spartak (adiacenti l’aeroporto) e Marinka alla periferia cittadina dopo Petrovsky District. A sud invece, sulla strada costiera che porta a Mariupol, si è creata una no man’s land di circa cinque chilometri tra Shirokino e Sakhanka, dopo che le forze della DPR si sono ritirate dal primo villaggio. Nel nord-est invece le zone calde sono fuori Gorlovka e Debaltsevo.
A differenza della Crimea, inglobata nella Russia, il Donbass sembra destinato a diventare un terreno sul quale fare un braccio di ferro tra Stati Uniti, Unione Europea e Russia. Lo ha capito anche lo speaker del parlamentino di Donetsk e responsabile per gli accordi di Minsk Igor Pushilin: «Ovviamente noi preferiremmo essere integrati nel territorio russo, ma sappiamo bene che ciò non succederà a differenza di quanto successo in Crimea. Ora dobbiamo solo cercare di trovare una soluzione con Kiev. Ma loro non vogliono parlare con noi e non rispettano gli accordi presi per il cessate il fuoco. Noi siamo aperti al dialogo ma il presidente Poroshenko invece di parlare con noi sta chiedendo armi pesanti agli Stati Uniti».
Più che una guerra questa sembra essere diventata una resistenza. Da una parte l’Ucraina, con una economia non proprio in positivo: secondo le prime stime del FMI, il PIL dell’Ucraina nel 2015 avrebbe subito un calo del 5.5% (ma alcuni analisti parlano addirittura di un meno 9%), con una inflazione che arriva al 46%. Una situazione prossima alla bancarotta che preoccupa più del debito greco. La guerra in atto avrebbe fatto perdere al Paese il 20% della propria economia, calo dovuto in buona parte anche alla perdita dei legami economici con Mosca.