Non capita sovente che un autore del livello di Volker Braun, poeta e narratore insignito del prestigioso Premio Büchner nel 2000, si cimenti con un tema non solo attuale ma addirittura in fieri, quale il rapporto tra la Grecia e l’Unione Europea. Ma se le recenti vicende greche hanno coinvolto molti intellettuali, sono in primis i tedeschi a sentirsi chiamati in causa: in quanto hanno in memoria l’eco sinistra dell’occupazione nazista – e lo strascico dei danni di guerra, oggi rivendicati dalla pericolante economia ellenica. D’altra parte, da Hölderlin a Nietzsche – ma l’elenco sarebbe lungo – la cultura classica continua ad avere su quella tedesca un’incidenza incontrovertibile. In particolare il ricorso alla mitologia in quanto strumento di scrittura metaforica è più diffuso rispetto alle altre letterature europee. Lo stesso Braun ha ritagliato la sua riflessione sulla riunificazione tedesca nell’ombra del mito di Ifigenia (Iphigenie in Freiheit, Suhrkamp, 1990). E l’inedito che qui pubblichiamo è denso di riferimenti a grandi figure dell’Ellade, da Omero a Erodoto ed Euripide: un sostrato a tratti emergente di luce marina, che nella redazione originale si accende nella forma classica dell’esametro. C’è però un tema specifico che attraversa tutta l’opera di Braun ed è il rapporto tra l’individuo e la polis, il lavoro e la società. Il lettore di Galatea ricorderà la pièce dedicata all’Ilva di Taranto [3/2013]. Ora, per affrontare la questione greca, Braun parte da un fatto di cronaca attinente appunto al lavoro, il licenziamento delle donne addette alla pulizia del Ministero della Finanza di Atene. Il dato viene utilizzato in funzione polifonica, investendo il conflitto con la EU, le attese non prive di vis comica nei confronti dei tribuni politici – qui rappresentati da Varoufakis – e il gioco a specchio deformante dei media, cui Braun assegna, attraverso la sarcastica definizione di Wasserkopf (idrocefalo) una sorta di persistente carattere patologico. Sospesa sui versi finali, la comparsa del profugo sposta l’orizzonte europeo, rinchiuso dalle vertenze economiche in un’avara gabbia contabile, a una dimensione di più ampia e diversa fratellanza umana.

a cura di Anna Chiarloni

 

Volker Braun*

LE DONNE DELLA PULIZIA­­­

Personaggi

Donna della pulizia
Tribuno / Profugo
Eurotauro (su sedia a rotelle)
Media (un idrocefalo)

Mostraci, o scena, le donne col loro possente sedere
appollaiate sui gradini del leggendario Ufficio Finanza
tempio di debiti e di tasse sottratte1.
400 donne della pulizia, messe alla porta, ignare
che la famigerata austerità
punisca la loro squadra. E che al loro posto arriverà
un subappalto a prezzo stracciato.
Guardale, non si schiodano dalla soglia
e nettano l’aria coi loro guanti rossi di gomma
aspettando che si faccia giustizia.
Ma ecco dal risciacquo elettorale saltar fuori i Giusti
tirati a liscivia e ora regnano i loro ripuliti rampolli
con in cassa tutti i 400 voti delle madri/femmine.
Ai sodali hanno promesso mare e monti e per quelle mani rosse:
lavoro, felicità. E così le femmine impazienti
siedono in attesa su loro culo marmoreo.
Quando la mattina il tribuno passa tra le donne, carezzandole
sulle zampe di gomma, son pronte loro a insediarlo in Ufficio.
Noi 400 forze di pulizia aspettiamo qui speranzose,
speranzose di riprendere il nostro posto con straccio e scopa.
Di questo parlate, meravigliosi media!

E i media – il nostro idrocefalo – ben lo sa: quando un capo
della Troika passa senza omaggiarle, i loro guanti rossi
lavorano il calesse a pugno chiuso e il Troiko si raggomitola sul fondo come un giovanetto pallido e spaventato. Solo con il pass bagnato o una
banconota si riesce ad arrivare al tempio infame.
Nemmeno il suo vero nome è ormai permesso all’odiosa Troika
le resta solo quello più orrendo: “Istituzioni”,“Istanze”.

Ma ecco Varoufakis, il rappresentante del popolo, che appunto
davanti al popolo si sgranchisce le gambe. In sandali.
Ancheggiando, la mano in tasca. Che look, la
camicia fuori dai calzoni. senza cravatta, un giovanotto scapigliato.
Guardate come si atteggia
come un Greco davanti a Troia/Bruxelles. Costui
ce lo cucchiamo noi media. Autentica scuola per attori!
SI MUOVE VANESIO. L’orgoglioso accattone
ovvero: l’orgoglio mendico. Questa entrata è un po’ troppo
pro/mettente per il Casting in scena ad Atene. Dai,
fai vedere dove ha origine il mito, abile seduttore2.

E subito le donne della pulizia: ben fatto, ci piacciono
i nostri insolenti maschi che abbiamo eletto
ovvero i figli, degni del magro latte materno.
Resta così, compagno e tratta in maniche di camicia
svelta la lingua e inflessibile come la tua matita mordicchiata.
Non come a letto, che lì non ce la fai. Perché i maschi in genere
rinunciano subito, rassegnati, senza discutere.
Stai saldo, ti diciamo, come la mia scopa: Pericle
statua di un Greco che guarda dall’alto
l’ispido nemico, la feccia, le cosiddette sostanze!
:blaterano le dame, troneggiando sul loro marmo, rossa
la manina alzata, aspettando con pazienza che il secchio
si svuoti sulla loro compatta assemblea rossa.
Ma il secchio è vuoto. Cosa soffia ringhia laggiù?
Semmai è pieno all’orlo di debiti.
Che la Grecia mai estingue e il misfatto
si eredita. E i media maligni abbaiano:
Fate i compiti a casa, voi Greci. Se il massimo per voi
è una buona vita allora è d’obbligo sacrificare al Sommo
ciò che pretende. Buttatevi in ginocchio e calcolate
quanto gli dovete, a cominciare dalle tasse e diteci
come sradicate la semina delle spese, i megastipendi
e come tagliate le pensioni, e analoghi sprechi.
Avanti,calcolate con le dita, se non sapete fare di meglio.
E lui alza il dito medio. Avete visto
il dito del culo mostra lui, il Greco all’Europa
lui tratta come se l’Europa in fin dei conti fosse dei Greci
come se toccasse ai Greci rimproverare l’Europa.
Mantenete i vostri impegni. Chi ha fede nel Sommo
deve soddisfare i creditori. Dovete erogare, voi Greci.

E le femmine in coro: Fermo, taci ora tu astuto
fantasioso. Sogghigna senza dire né sì né no e soprattutto
non precisare mai i tuoi sforzi concreti
e le riforme formulale chiaramente confuse.
Attieniti alle tue promesse ma non promettere nulla
non mettere loro nulla in mano, solo ambigui segnali.
Così come a noi piace: sicuro ma più o meno questo e quello.
Resta vago e solo ai tuoi fedele.
Mostra solo il dito medio, tribuno, e tratta
contando su quel dito i nostri debiti: vadano in culo quelli.

Dico trattare? Cosa ringhia ancora laggiù? Trattare su cosa, poi?
Su riforme esangui e crediti più sanguinosi.
Avide le banche, senza che un centesimo resti a l’Ellade.
Qui c’è la linea rossa – là i vasi colmi d’oro.
Linea insuperabile, irraggiungibile la salvezza.
Ma le donne della pulizia aspettano pazienti dicendo:
fino a che non ha la cravatta è dei nostri.
E lui si avvia e mette il piede sulla linea. I piedi
sono i proletari delle membra – si dice – e le dita del piede
devono avere anche loro spazio.
Bruxelles non fa una piega.
Lui mostra il suo bronzeo petto e sorride premuroso
tenendo d’occhio le donne e arrischia un passo oltre
e cauto un passettino, o è una torsione del piede,
rischiando di andare troppo in là o troppo poco.
Meglio troppo poco, tenuto conto del periglio in cui rema!
Sentite il ruggito. DOVETE DARVI UNA MOSSA!
Lui inciampa
qualcuno gli fa lo sgambetto. Che barbari! – e lui, il Greco,
tende la mano, uno gliela stringe fino a farlo cadere in ginocchio.
SE NON PAGATE MORITE! E noi diffidenti
sediamo indomite qui, tenendolo d’occhio. E però
se il Greco cede, ecco che i Barbari non lo assecondano.
Come i Barbari scattano, non un moto scuote i Greci.
TENETELI SULLA CORDA, I GRECI. E i media lo inseguono
e lo cacciano come Furie da una capitale all’altra
a pregare per un tempo migliore. Una mite pioggia. La benedizione
di quelle maledette istituzioni. Ma lui è ora un reietto
lui eroga/ e non eroga, troppo è sempre troppo poco.
Se lo vogliono sgranocchiare fino all’osso. Le nostre ossa.
E lui si serve del rischio e cavalca l’onda.
Il rischio è il veicolo sicuro che lo spinge in avanti
e alla fine…ossa. Quelli non vogliono la nostra vittoria
semmai che la scelta vada di botto a favor loro. Altro non vogliono –
questo è certo. Mettetevelo in testa.
E noi con costoro non vogliamo un accordo. Noi irremovibili.
Ma lui si si getta nella morsa che lo vuol strangolare
e dal petto squassato rantola GREXIT
è questo che volete! Voi servi del Minotauro. Intimoriti
sentiamo il ringhio, che mostro arriva ruotando

…non a caso le banche hanno il portale simile a un tempio dorico. Si sono date l’aspetto di un santuario in cui si entra con rispetto come davanti a un altare sacrificale…Quella figlia di Agamennone, Ifigenia, promessa nella bonaccia a Artemide che la sostituì con la carne di manzo…I templi sorgono lungo le radiali e noi crediamo nel dio che ha saldi mezzi, il potere e la forza di mutare ogni giorno le quotazioni. Quella grana immaginaria la si prende per moneta sonante come usuali banconote nei luoghi di culto, nei grandi magazzini o al cinema. Novennale arriva poi la crisi, e si fanno sacrifici al Minotauro.

Nulla si muove se non i loro corpi ansanti.
Questo è l’intreccio. Ossia loro sono pazienti, inesorabili nella
loro attesa millenaria così che la storia non abbia mai fine.
Ma chi arriva di corsa? È  lui!
Sembra in affanno. È  sfiancato
senza fiato il nostro tribuno, e alla gola…
cos’ha alla gola che lo strozza? una cravatta
é in maniche di camicia, scalzo nei sandali
Cosa? Come? che compromesso….che si lasci addomesticare?
Le donne sbigottite e orripilate guardano altrove.
Tutto sembra perduto. E già, ci fa veder la cravatta:
perché quest’uomo l’osso del collo non lo rischia più
le va con la moda. Da noi lui non è più di moda.
E le donne se ne vanno a capo chino.
Ma lui, astuto, si mischia tra loro, serio, affonda
le mani in tasca e gliele rovescia davanti: sono vuote.
Siete assunte, tutte 400, voi donne della pulizia
da lunedì nel leggendario Ufficio Finanza.

Silenzio. Giubilo. Metticele in scena le donne che alzano
il culo. E compatte veleggiano
come redente e denudano…cosa? Il termine alabastro
non ti è certo familiare. Culi di alabastro.
Noi 400 donne non stiamo più qui in felice attesa
con spazzole e scope, ci insediamo di nuovo nei nostri Uffici
esatto: Uffici! Annunciatelo, media! E l’idrocefalo, scuotendo il capo, sboccheggia: questo branco di femmine ce l’ha fatta stando a sedere e ora si frega le rosse zampe. Con i loro secchi di plastica hanno accesso
al santuario. Lavoro. Di nuovo ben pagato dalle vuote
casse, come abbiamo constatato con ‘ste donne.
La Grecia va a fondo e loro fanno il bagno nel risciacquo.
Che razza di accordo, Erodoto, feccia e storia fino a che
non si dissolvono le chimere dei vertici di Bruxelles.
E la squadra intera se ne sta lì svergognata e ben pagata.

Entra in scena la belva con orribile frastuono (: il ringhio)
davanti alle donne incarriolato nella sua sedia –
Attenti! Chi mai sarà? Che cos’è? Il Minotauro. È  lui.

Piazzato sulla sedia a rotelle. Il mostro. Dove ha le grinfie –
Malandato, offeso nella lotta per moccoli e denari
ricurvo sul poggiapiedi parla con voce amica
e le donne a bocca aperta guardano pietrificate il vecchio.
Oh voi, figlie di Egeo, vanamente sognanti, senza pari il ventre!3

Noi, figlie di Egeo, vanamente sognanti, il ventre senza pari
la chioma inanellata e agile il passo alato.
Proto e allo stesso tempo Eucrate, e Amfitrite, anche Sao
Teti e Galena , insieme Eudora con Glauce
Speo poi Cimotoe, anche Talia, Melite dolce e graziosa
poi fascinosa, Eulimene dappresso e Agave
poi Erato, e poi Pasitea con la bella Eunice
allo stesso tempo Doto e Proto, poi Dinamene e Ferusa
anche Actea, allo stesso tempo Nesea e Protomedea
Doride e Panope poi la nobile figura di Galatea
anche Ippotoe e poi Ipponome dalle braccia di rosa
anche Cimodoce che con Cimatolege sa calmare
dolcemente le onde nel buio flutto marino
e il mutevole soffio del vento, e l’arzilla Cimo
poi Eione e in splendida corona Alimede
insieme Pontoporea e Glauconome, il gentile sorriso di
Laomedea, anche Leagore, a lei accanto Evagore
con Polinome poi Autonoe, Lisianassa
anche Evarne piacente per statura, di aspetto immacolato
Psamate con soave figura,e la fine Menippe
Neso, allo stesso tempo Eupompe, anche Pronoe, insieme a Temisto
anche Nemerte dallo spirito animata, e le Gree dalle gote rosa,
grigie fin dalla nascita, da cui il nome!
(Esiodo)

Cos’è ‘sta pazzia delle femmine?

Tornano le donne al loro posto deserto
una dopo l’altra, incerte, di colpo straniere tra i Greci
avulse dalle ansie altrui –
la buona uscita ci è stata pagata, e solo a noi
proprio con noi! hanno mantenuto la parola. E così
stanno come reiette le donne con la paga regalata
poiché innumerevoli se ne stanno, come rapinati, i senza paga.
O sono sulla strada i giovani
accademici, i cui posti le donne scopano via, 400
donne spazzanti spazzano via 400 scienziati.
I quali: gemono. Così succede quando giustizia è fatta.
Ora è la donna che sistema i maschi. Quel
Kostas, ferroviere a Sparta, 900 euro
di pensione ridotti a 350 può, spartano
com’è, mantenere la sua tribù, figli e nipoti
e per la magra zuppa acquosa pagare pure la tassa sul grasso.
Ma ecco che lui disperato minaccia di buttarsi dal tetto
e allora si chiama la polizia che per legittima difesa
tira giù l’idiota a fucilate. Di solito
i Greci si gettano dall’Acropoli. Litsas
sua figlia, ha partorito. Costo – 600 euro
ma lei non li possiede. Il taglio cesareo 1200 euro.
Corsa in ospedale. Con le prime doglie subito
partorisce: un maschio, e ancor prima di esser registrata
lei è fuori dalla sala parto, sparita col bottino
il pupo che pesa 3 chili e mezzo.
E questa notizia come la servite?

I Media
Il vostro tribuno – quel clown fantasioso.
Ora ve l’ha fatta vedere. E voi cosa gli date in cambio?

Tacciono loro come sepolte sotto la lava.
Ellade. Fosse almeno sul mare, giace invece maculata di piscine.
Un’isola che galleggia nel grasso. Che si bagna nel cemento fresco.
Ossia lì dove noi in ginocchio strusciamo col cencio.
Questa classe il comunismo lo vede nell’arco della vita.
Almeno lo pensa. Ovvero: come definire l’azione connessa
col bisogno del prossimo senza la mediazione del denaro?
Il denaro non conosce il bisogno. E loro sempre a struscio per terra.
Io posso pagare, a che servono i tuoi concetti. Con cosa paghi?
Ecco la banca: sotto la mia biancheria.
Ma come – addosso? E questo non è tutto.
I soldi li ho nascosti anche in cucina, in cantina.
Nel panico preleviamo tutto il denaro, il conto è più leggero.
Noi siamo al sicuro. E le banche in deficit. Sono
dissanguate. Mentre noi stiamo a galla,
lo so per certo, e non paghiamo nulla
delle tasse che comunque han promesso di tagliare.

Zitti, ecco che arriva Varoufakis, pesante il passo. E scalzo.
Nascondete il denaro liquido. Sollevato sembra lui, in qualche modo.
Davvero, sogghigna. Ci maledirà perché il nostro panico
lo mette in pericolo. Già – dice lui. Le pensate tutte, voi corvacci,
Ora la faccenda è sospesa, per dirla gentilmente, e i nostri debiti –
merda, ora li posseggono gli altri.
E c’è il rischio ben più grande che ci spingano nel baratro
è lì che andremo a sbattere. Perché poi, vedete? Un passo ancora
e riusciamo a trattare. Le donne ascoltano livide
tentando un sorriso: paiono teste della Gorgona.
È  proprio da noi. La nostra ostinazione lui ce l’ha sulla fronte.
È  pur sempre un nostro figlio e come noi strofina in terra
fino alla fine. Veniamo tutti dalla stessa greppia.
La nostra libertà vive nella sua sovrana insolenza
siamo con lui finché indossiamo questo figo guanto rosso4.
Cosa vogliamo noi, altri maschi? Loro ne hanno scelto uno solo
lui – tutti. Il suo volere s’intrica nelle femmine
in quel loro forte sesso che conosce la pazienza. Così lui vive
nel rischio crescente di quest’onda travolgente.

E l’idrocefalo con logora lingua:
È  cretino? Rifiutare il dono degli dei, l’euro,
così che in sette giorni andiamo in bancarotta.
Saltiamo fuori dal Bancomat-Europa in un’altra moneta.
Siamo degli sciocchi integrali se non si dà e non si prende
il tempo corre contando il denaro. E i finanziatori
dal canto loro sono a terra perché il dare e l’avere toglie
loro il nerbo. Ateniesi! Per quanto ancora può salvarvi
la gloria dei vostri padri dall’autodistruzione?
Sui campi di Farsalo ossia a Bruxelles
diciotto nazioni senza gloria lottano con noi contro di noi.
Vogliono tenere la Grecia in Europa giacché
furono i Greci a inventarla o a immaginarla, da gran sognatori.
E ora l’Europa pensa senza i Greci. Impensabile.

Jannis, stai saldo a Bruxelles e non lasciarti provocare.
Voglio vederle, Alexis, le 18 teste regnanti
più le Somme Istituzioni, cacciarmi nel più alto basso fondo5.
Sciocchino, il Fondo Monetario parla solo con gli adulti
guardati alle spalle se ti sfottono. Appena detto
ecco che l’Euro-nonno6 gli carezza la gota sullo schermo.
Tutto è ora pronto per lo showdown. E il leggendario
Ministero delle Finanze raccoglie dallo scolo i resti
delle viscere e impacchetta cuore e reni: eccoli
per voi, controllate – a parte i polmoni che ora
sono molto deboli, e il fiato è corto.
Ma i cappoccia di stato e delle finanze
già afferrano il secondo boccone con dita unte di grasso.
Non si tratta di leggere fino allo sfinimento e decidere un piano.
Loro son venuti per farsi e fargliela vedere.
E quelli non hanno pazienza. Barbaro
sloggia col tuo ragù, ci fa schifo. Noi ragioniamo con i numeri.
Puoi cambiare il conto del tempo, lattaia, ma non lo spreco
che ne fai perché noi abbiamo contabilizzato tutto.
Scegli, testa o croce? Le donne levano il capo.
Rassegnati senza furbate. E allora il Furbo
con la loro voce: noi teniamo alta la testa. Che con la sua
lui non sa più che dire, e sbircia verso le donne.
Cosa sarà di un popolo ignorato?
Ecco il grido di Alexis, l’altro tribuno, il celebre
TSIPRAS, COME UN LIMPIDO GRIDO D’UCCELLO RISUONA
IL SUO NOME:
Qui devono votare – tutti. Che ansito si sente laggiù
un ringhio bestiale! Sì, voi Stati, ride Jannis
è così che noi trattiamo. Detto questo – abbandona il festino.

Due miti si fronteggiano da sempre. Così potenti che l’uomo ci crede. Il diritto dei popoli, la loro primigenia libertà, contro la potenza del mercato, immortale come le sue leggi. I due pavidi violenti lottano irredenti e inestricabile appare il destino. La colpa7 che si trascina, per quanto spesso amaramente pagata: poiché non solo il debito si paga dente per dente, ma anche gli interessi – senza scampo. Ora è evidente, nell’Attica i due stanno di fronte. Chi ha più peso, chi ha più fiato? Chi li riconcilia? Sarebbe come cambiare l’ordine del mondo. Divisa è l’arte che li canta, celebra le armi e la spiga, il mercato comune e la comunità umana.

Qual giorno mai si leva che posi il suo ardore su di loro?
Non una nuvola sulla scena illuminata.
Ognuno li vede, terrei come figure dissepolte.
Voci scavate dal sottosuolo.
Cielo, cosa sta succedendo? Nessun lo sa. Proprio quella, la stessa –
come un tempo remoto minacciosa, la mitica squadra.
Nel pericolo che comporta trattare la splendida libertà
di colpo l’onda li travolge tutti.
Quando il governo lo richiede, popolo, non puoi dire no.
Ma lui t’invita a votare per il NO.
Ma tu l’hai votato, ergo devi dirgli di sì.
Ma se voti Sì, il governo si dimette subito.
D’altronde, se dici NO, non sai più per cosa stai votando.
Pernottiamo ancora in Europa o ci svegliamo in Asia?
E se facciamo volare la dracma, la nostra moneta decotta?
Basta che non mi sbagli nel decidere pro o contra.
Io la penso così: la mattina mi nego al vergognoso ricatto
per la siesta mi dondolo sull’amaca
ma la sera eccomi pronto col Sì nel becco.
Prima di metterci a scagliare pietre piuttosto raccogliamo i voti.
Voti, zampe e fiche le diamo ai Giusti
domani capiremo meglio quello che conta e viene contato
quando nessuno più c’interpella e allora diciamo di nuovo

Eurotauro, umane le gambe, la testa taurina.
Quelle là lui vuol vedere, le odiose femmine.
Il loro tribuno Varoufakis lo fionda giù nei vicoli.
[Varoufakis]
Attento, qui fan festa – si rischia.
[Eurotauro]
Una tal festa che scampanano i tacchi a spillo
[V]
Non ti laveranno i piedi. Dicono qualcosa:
[Donne della pulizia]
Ha l’aria deboluccia, ti han tagliato le balle?
[E]
No, il collo – un pazzo. Siete pazze anche voi – giusto?.
[D]
Stai composto e indossa un vestito più comodo.
[E]
Già, è la situazione che regola il bisogno.
[D]
C’è ancora chi sostiene che sulla terra vivevano degli dei? Non ce n’è uno.
[E]
Che folli. Vogliono riordinare il mondo. Ripulirlo – figurati.
[V]
Chiedimi qualcosa di più facile dell’umana libertà.
[E]
Non ho bisogno di parlare in versi. Maledizione, eccone uno.
[V]
Loro, ignari d’arte, preferiscono parlare come mangiano.
[E]
Cosa vogliono sentire che noi non vogliamo dire?
[V]
Nulla di tutto questo. Capiscono solo la cosa più semplice.
[E]
Questa massa facile da appagare, che mangia male
dorme peggio e si vende per poco – quanto conta?
[V]
Poco. Ma la loro follia non è così strana come pensi.
[E]
Devo vestirmi da donna? Via con quel vestitino!8
[V]
È  meglio che tu lo prenda. Almeno non ti accoppano.
[E]
Paesi donatori siamo. Già, dare e prendere.
[D]
Il taglio non era profondo, davvero. È  un taglio al debito.
Ma il grembiule lo prendi se vuoi mettertelo di tua sponte.
[E]
Vogliono essere liberi dall’obbligo che regola tutto. Sarebbe
come se si rovesciasse il mercato perché si ha fame.
[D]
Noi resistiamo nella nostra ottusità popolare
[E]
Taglio dei debiti vogliono ‘sti matti, e mille scuse9.
[V]
Altrimenti non vinceranno mai.
[E]
Quindi liberiamoci del tutto da ogni obbligo.
[D]
Dobbiamo spogliarci e svelare i nostri crediti?
[E]
E in un attimo tutta la Grecia elude il dilemma.
[V]
E la maledizione è belle scansata.
[D]
E i maligni diventano benevoli media.
[E]
Significa liberare la storia dalle catene. Follia.
[V]
Oltre le catene non hai nulla da perdere.
[E]
Perché carezzate la mia azzimata chioma?
[D]
Ti ripugnano le nostre eleganti mani inguantate?
[E]
Giù in ginocchio, sugli stracci! Il senso è non senso.
[V]
Cioè dove mira il loro senso.
[E]
Sragione: popolo!

Orsù giovani donne, ecco l’empio
che sprezza la nostra dignità.
Quieta è l’aria e le figlie di Tebe come colombe
volavano in teso volo /

Donne, quest’uomo è finito. velategli prima i sensi e insufflategli una lieve rabbia. Perché se in sé non si deciderà mai a travestirsi da donna. Lo può fare solo da folle. Vogliamo consegnarlo all’ironia dei Tebani, dopo le sue minacce. Dall’alto seggio vola lui rapido, getta la fascia della fronte, così che io Agaue lo riconosca e non lo strozzi. Supplicando sfiora le mie guance: non uccidere tuo figlio a causa dei miei misfatti.
La schiuma alla bocca, ho lo sguardo fisso: non sento nulla. Gli afferro con le braccia la mano sinistra, il piede contro le costole gli squarto una spalla. E Ino lo attacca di fianco strappandogli le membra Autonoe accorre con tutto il gruppo. Un groviglio di grida e gemiti perché lui ancora giubilando respira. Una gli strappa un braccio, l’altra il piede con il calzare, quella le nude costole. Ognuna con le mani insanguinate lancia come palle le membra di Penteo, il suo cadavere giace sulle pietre, tra i cespugli, introvabile. La sua testa è nelle mani della madre

(Euripide)

Ora che il Demos ha parlato e infarcito le schede
NO alla misera zuppa del risparmio e alla storica tassa sul grasso
i tribuni del popolo incassano una potente vittoria
sul pur sempre marcio granaio vuoto.
Un brivido di gioia panica coglie le donne.
Qualcosa di grande, sublime e come un delitto
arde nell’aria, e le strade odorano in modo sospetto. I media
nella loro gioia maligna non sanno tenere la piscia
e a valanga rovesciano sul vulgo il liquame.

 

ELLADE IN MALORA PER IL VOTO POPOLARE

Eccola ora, stanca del travaglio
impaziente allo sportello, la vulva delle banche.
Quelli fanno vacanza. Nessuna banconota: l’illusione
del futuro. Come se entrasse,
la riflessiva sguinzagliata libertà
e dietro di lei il cieco divorante.
Perché le cosiddette e dette democrazie
tolgono la spina dopo il cortocircuito democratico.
Perso il contatto con quel popolo di matti.
Ed ecco, appunto, l’eroe Varoufakis sgusciato
dal suo ufficio deserto, catturare il loro sguardo.
Talmente energico che appena riesce a camminare. Loro di nuovo indeboliti lo portano in palma di mano. Lui non è più sop-portabile
poiché tutti odiano il furbo alternativo. Lui lo sa e sa
la soluzione. È  come dite voi, non vogliono che vinciamo
ansima lui. Non possono volerlo, quelli. Mai. Mettetevelo in testa,
e noi con quel loro volere non saremo mai d’accordo.
GREXIT, rantola lui. GREXIT, osate il disastro! No
noi 400 forzalavoro aspettiamo qui in allegria
contente con secchio e scopa che tu come noi
faccia il tuo lavoro là dentro. Lui ascolta sorridendo
guardandole come figure modellate nel limo.
Questa forte e selvaggia esperienza della massa in attesa
che la giustizia trionfi. E il Fantasioso di nuovo
si rivolge a loro, come il figlioletto alla madre e spiega:
nessuno parla più con me. Utile sarebbe che me ne andassi.
Serve che io scompaia. Mi dimetto, io il malfattore.

Autentici bambini erano i Greci, dice Marx, e davvero lo sono.
E le nazioni mature sono ormai storpi brutali
che spietati ricominciano da capo le trattative.
Non fateceli vedere in scena. Terroristi. Turisti.
Accomodati ormai in un mondo corroso.
Chi è là? rispondimi. No parla tu. È  un profugo.

Uno solo? E no. 400 ne scorgo a un rapido sguardo
sulla scena di Atene. Un’entrata promettente…
Lavoro, felicità. E così
li vediamo di colpo risciacquati fuori dal secchio.
In sandali. Ballando, la mano nelle nostre tasche.
Dovete sgranchirvi qui le gambe, senza cravatta.
E subito le donne: fermo, ora taci tu Fantasioso.
Resta qui come sei, compagno. E tratta sbracato.
Trattare – ho detto.
Cosa soffia là ancora. Trattare cosa?
Su riforme più sanguinose e crediti esangui.
Puniti saremo dalle istanze leggendarie
e Alexis Tsipras sarà spinto oltre le linee
fino a che lui – ahi! acconsente a mete ancora più aspre.
Welcome, straniero, guardati attorno sulla terraferma d’Europa
eccoci,siamo qui. E gli altri suoi figli, gli Ingiusti,
camminano al soldo di ogni governo abituato
a carezzare con neri manganelli.
Stai ritto, ti diciamo, come la mia scopa: Pericle.
Siamo tutti profughi di sciagura, o umana gente.
Ciascuno di noi se ne scelga uno,
sono dei nostri, finché indossiamo i rossi guanti
perché volere altri uomini? Datene notizia, media sfolgoranti

 

Note:

  1. Licenziate nel 2013, le operatrici addette al Ministero della Finanza di Atene assursero rapidamente a icona della rivolta dei dipendenti statali, inscenando una protesta permanente sulla scalinata dell’edificio. Il loro gesto distintivo: il pugno chiuso nel guanto di gomma. Nel 2014 ottennero una buona uscita, determinando una sperequazione rispetto ad altre categorie. L’elemento della trattativa separata viene ripreso da Braun nella seconda parte. Si calcola che il numero degli impiegati greci che hanno perso il posto a seguito delle misure restrittive imposte dalla Troika sia di ca.10.000.
  2. Varoufakis è un fintenreicher Verführer: un astuto seduttore, ha un tratto positivo che rimanda a Ulisse ma il personaggio di Braun ha un fondo ambiguo, inaffidabile.
  3. Entrano in scena le Nereidi, ninfe marine frequenti nella letteratura greca da Omero a Igino. L’iterazione delle congiunzioni accentua il tono ansante, a sottolineare il difficile recupero di una remota grazia perduta.
  4. Utilizzo qui un vocabolo tipico del linguaggio giovanile: geil [lascivo] ha infatti assunto recentemente un significato positivo.
  5. herab auf die höchste Ebene mich lassend: s’intuisce la visione politica del poeta: un eventuale veto della Troika implica una vittoria morale dei Greci.
  6. Eur-Opa: Opa significa nonno.
  7. Intraducibile gioco di parole: Schuld significa sia colpa che debito.
  8. Il riferimento è a una caricatura comparsa sulla stampa greca: Varoufakis riesce a far entrare nel Ministero i colleghi della Troika camuffandoli da donne delle pulizie.
  9. Gioco di parole: Entschuldung [taglio dei debiti] Entschuldigung [scuse]. Cfr. nota 5

 

Volker Braun
Volker Braun
* Volker Braun (Dresda 1939) poeta, narratore, autore di teatro. La sua opera ha ragione d’essere quale strumento di conoscenza e rappresentazione della realtà sociale. La formazione nella Germania dell’est avviene secondo la cultura critica e di insubordinazione di scrittori come Christa Wolf, Uwe Johnson, Heiner Müller. Braun è consapevole della tragica realtà e ipocrisia del socialismo reale quanto della quotidiana ingiustizia e della parabola distruttiva del capitalismo.
Per un profilo identitario del suo lavoro, valgano la citazione: “dobbiamo pensare un nuovo ’89 [caduta del muro di Berlino], una svolta finalmente consona all’andatura della specie umana” e il distico: “La mia proprietà ora è nelle vostre grinfie. / Quando tornerò a dire mio e a intendere di tutti?”. In italiano La sponda occidentale, a cura di Anna Chiarloni (Donzelli), Racconti brevi (Mimesis) e La storia incompiuta e la sua fine (Mimesis).