Breve viaggio sulle pratiche di ‘ospitalità diffusa’, per immigrati e rifugiati richiedenti asilo, in una piccola regione del nord-est italiano, il Friuli-Venezia Giulia. Regione questa che conosce molto bene i processi migratori – costitutivi, in ogni caso, della storia dell’umanità. C’è tanto Friuli nei confini regionali odierni, quanto nel mondo. Tanti residenti quanti emigranti e là magari riuniti in ‘famiglie’ e ‘focolari’. Il Friuli-Venezia Giulia è oggi il laboratorio avanzato delle nuove politiche sulla immigrazione. Questo breve viaggio parla di rifugiati richiedenti asilo che – se riconosciuti come tali – partiranno per altri paesi europei, si parla cioè di transeunti. Ma le ‘ospitalità diffuse’ confliggono apertamente con le grosse ridotte di reclusione come i CARA, con le piccole xenofobie dei luoghi, con le spinte autarchiche che la crisi induce. Nuovi modelli, nuove pratiche che la Regione sollecita e anche impone, convinti i suoi amministratori che la relazione democratica tra le persone sia più praticabile, più concreta messa nella rete delle piccole comunità. Diranno le prossime settimane e i prossimi mesi quanto poi il ‘modello furlano di ospitalità’ si possa adottare o possa concorrere con la necessità di nuovi modelli, urgenti all’Europa, per aprire rifugio e protezione alle intere popolazioni che premono ai suoi confini.

di Piero Del Giudice foto di Tiziano Neppi

 

Gianni Torrenti è l’assessore alla cultura, sport e solidarietà della Regione Friuli-Venezia Giulia (Fvg). Per l’ultima articolazione della delega, la ‘solidarietà’, oltre che della complessa cultura di una piccola regione divisa tra fascia adriatica e furlanìa pedemontana, si occupa del mondo del volontariato, di problemi sociali e tra questi, in particolare da mesi, di immigrazione.

Gianni Torrenti
Gianni Torrenti

Le linee su cui si muove la Regione e su cui lavora Torrenti sono scritte – precisa subito – nel diritto internazionale “di protezione” in senso lato. Una piccola regione come il Friuli Venezia Giulia (1.200.000 abitanti) è garante di questo diritto, contrasta ogni pretestuosa discussione che nega o ridimensiona  le “basi del nostro vivere civile internazionale”. «La Regione – dice Torrenti – si sta assumendo responsabilità superiori a quelle normative, lasciare in mano l’articolata questione dei migranti e dei rifugiati politici solamente a prefetture e comuni va bene su una numerosità bassa che non ha un impatto sociale rilevante, ma non va bene adesso. Adesso siamo di fronte non solo a numerose guerre ‘locali’ – la terza guerra mondiale di cui parla Papa Bergoglio – ma a una mutazione inedita della popolazione in Europa, come tutte le cronache delle ultime settimane e tempi chiariscono. È una mutazione che cambia la convivenza nel Continente. Non tanto, almeno per questa Regione, per la numerosità. Non dobbiamo spaventarci della crescita di emigranti. Le persone che chiedono protezione qui sono più che gestibili, in questo momento presenti sul territorio i richiedenti asilo sono circa 3000 (400 minori 2600 maggiorenni), parlo delle persone presenti nella Regione, le persone che sono transitate e non si sono fermate sono il doppio, i minori che transitano sono cinque volte superiori a quelli che restano, per loro la prima necessità è ricongiungersi alle famiglie. La maggioranza dei migranti arriva dall’Afghanistan e dal Pakistan. Zone che vengono riconosciute come zone di guerra, dunque la maggioranza di queste persone ha diritto di essere accolta. Fanno dei viaggi molto lunghi, a volte di tre anni per arrivare qui, hanno allora un problema non banale di adattamento dopo un lungo tempo di vita ‘nomade’, mentre viaggiano lavorano, camminano, si stancano in maniera micidiale, hanno esperienze molto serie anche dal punto di vista psicologico. Portano con sé e a noi la volontà di lavorare, di poter dare maggiore sicurezza alle proprie famiglie rispetto all’insicurezza lasciata a casa, non solo economica. Si confonde spesso e si parla spesso di migrazione economica, che è tutt’altro fenomeno. Nessuna delle persone di cui parliamo va via dal proprio paese per motivi economici, se ne va per motivi umanitari per diventare poi, in un secondo tempo, anche punto di riferimento della propria famiglia dal punto di vista economico. Famiglie che molti lasciano indietro, interviene allora e spesso  il problema di ricongiungimento. È una emergenza, poi magari torneranno da dove vengono».

«Nei flussi c’è di tutto, a vario grado e cultura, analfabeti e laureati,
e molti ritengono giustamente di non volersi assimilare ai paesi occidentali, cercando di mantenere una propria fisionomia culturale»

L’accertamento della status di ‘rifugiato politico’, quando Regione e Stato si trovano di fronte un richiedente asilo, è una pratica lunga, insolitamente onerosa. Perché? «La cosa funziona così: i richiedenti asilo, i migranti, quando arrivano in un Paese devono essere ancorati, fotosegnalati in quel paese, devono presentarsi al posto di polizia, impronte digitali etc. In quel paese devono fare la richiesta di asilo e debbono attendere lì, questo vale per tutta Europa. Dovrebbero attendere 35 giorni massimo, attendono in media un anno, con i ricorsi anche tre anni. A parte altre intervenute inerzie, quelle norme sono state fatte per gli arrivi di qualche migliaia di persone. Adesso ne arrivano centinaia di migliaia e le commissioni non sono adeguate. A Gorizia da tempo esiste una commissione territoriale che serve tutto il triveneto. Evidentemente una struttura limitata, per altri tempi. Adesso ne hanno costituita una nuova in Veneto, ma rimangono sempre mille pratiche. Intanto che aspetta la risposta, il richiedente asilo deve rimanere libero sul territorio, mantenuto dallo Stato con soldi propri ed europei e non può né lavorare né far niente, quindi si ozia».
Ma proprio su questa permanenza, su questo ‘spazio vuoto’ e sul suo nonsenso è intervenuta la Regione e a riempire di senso questo vuoto si applica l’assessore Torrenti. Il titolo che si dà alle attività cui applicare la giornata dei migranti è “lavori socialmente utili”:«In Fvg, rispetto al progetto di lavori ‘socialmente utili’ ha votato a favore anche la Lega.
Siamo intervenuti sulla fase ‘di attesa’. Corsi di italiano, corsi di sicurezza sul lavoro, lavori socialmente utili e attività di integrazione culturale…. Una volta che viene riconosciuto lo status di accoglienza – continuo sull’iter del richiedente asilo – il rifugiato è libero di girare l’Europa. La stragrande parte se ne va da questo paese, per varie ragioni, la maggior parte si dirige verso la Germania. Non pensano di integrarsi qua. Questa è la parte, diciamo, più frustrante del nostro lavoro, ti applichi, inventi, cerchi e crei integrazione e compatibilità con il territorio, ma pochissimi rimangono. Poi, tra quelli che hanno diritto a fare la domanda di asilo, ci sono quelli respinti. Due terzi vedono accolta la loro domanda, un terzo viene respinto».

Le nuove culture
Dalle parole di Torrenti viene che l’immigrazione non è solo un problema, ma soprattutto una possibilità. Dice Torrenti quello che molti amministratori pensano o cominciano a pensare. «Portano una importante e significativa cultura di manualità, capacità artigianale che potrebbe essere ben utilizzata e anche qualcosa in più. Nei flussi c’è di tutto, a vario grado e cultura, analfabeti e laureati, e molti ritengono giustamente di non volersi assimilare ai paesi occidentali, cercando di mantenere una propria fisionomia culturale. La migrazione italiana o irlandese negli Usa aveva le stesse caratteristiche. Portare e conservare la propria cultura senza volerla mettere in discussione è un arricchimento della società. In ogni caso il problema è quello di aprire, scambiare, mantenendo il proprio bagaglio costitutivo – religioso, culturale – senza metterlo in discussione. Noi possiamo e dobbiamo intervenire portando – senza timori – le norme del diritto laico, la laicità dello Stato, la uguale cittadinanza della donna, la tutela dei minori, la libertà sessuale etc. Tutto ciò è fondamentale, ma dobbiamo rispettare i loro usi.
I problemi nascono quando, invece di aprire e consegnare il mondo dei migranti alle comunità regionali, costruiamo campi  profughi, compound di diseredati, residenze coatte, posti chiusi – posti dove, tra l’altro, accade di tutto. Come è per i CARA (Centro di Accaglienza Richiedenti Asilo). Non parlo tanto del CARA di Mineo travolto dagli scandali, mi basta pensare a quello di Gradisca dove non si può entrare, l’Imam non può entrare, e la gente dentro – ci sono circa 200 persone – si fa il suo imam, un inadeguato e spesso un esagitato». Questo è il modello della ‘accoglienza diffusa’ che si mette in piano nella Regione Fvg. Significa investire tutto il territorio della situazione «Se ospitiamo 30 minori in un Comune, questi devono essere adottati dal Sindaco – che poi viene rimborsato – e devono essere un problema di tutta la comunità. Tutto il territorio dà una risposta generale. Intanto eliminiamo interessi economici ‘grandi’, legati a centri con migliaia di persone, i Comuni con grandi centri di accoglienza vanno poi in crisi». Gli immigrati regolari in Fvg sono 108.000, i richiedenti asili sono 3000 e Torrenti sigilla il problema così: «Là dove noi abbiamo dei migranti residenti in territorio, concretamente a contatto con istituzioni e comunità locali, lì  non abbiamo disagi. Sono gli autoctoni che non hanno sul territorio queste pratiche, non conoscono e non praticano, che manifestano ‘paure’. Quelli che li hanno non hanno mai avuto problemi».
Il Libano ospita 2 milioni di profughi, la metà della popolazione; 2 milioni li ospita la Turchia; 1,2 milioni il Kurdistan…rispetto a questi numeri l’Italia – che ne ospita 85.000 – è solo sfiorata dal problema. La Regione Fvg, ne ospita 3000. «Quelli che arrivano qua – continua Torrenti – sono filtrati da difficoltà, costi, pericoli, dopo aver passato numerossimi confini. Insomma, parliamo sempre di una parte residuale. Dire “l’Europa è sotto” anche dopo la notevole crescita della migrazione siriana nell’estate, è falso. Siamo sfiorato non investiti da questo problema.
Noi abbiamo altrettanto friulani all’estero che in Regione. L’abbiamo vissuta, la conosciamo la vicenda della migrazione. Da quando esiste l’umanità ci sono migrazioni, abbiamo molta più paura di queste migrazioni al Nord che al Sud. La Sicilia da un punto di vista familiare e sociale è pronta, il Friuli no. Qui si vive l’ospitalità come ‘disturbo’, se non fossimo insicuri di noi stessi, ospitare 3000 persone neanche te ne accorgi. Qui c’è un continuo arrivo quotidiano di persone superiore ai migranti, allora è un problema di ‘percezione’ insieme al rifiuto di farsene carico. La paura della invasione dell’Islam è diventata prevalente rispetto ad altre culture. Una regione che spende più per i giochi e telefonini che per mangiare, è insicura. Nel momento in cui dobbiamo prendere atto che ci sono persone che hanno diritto di essere ospitate ci spaventiamo».
Ma, non certo secondario, anzi vincente, è il coté economico. È nato nella Regione e sta crescendo l’interesse di piccole strutture alberghiere, di piccole comunità, ad ospitare i rifugiati. Il richiedente asilo è diventata una risorsa. Tremila ospitati a € 35,00 per diem, alla fine sono 40 milioni di euro all’anno che la Regione riceve dallo Stato e lo Stato dall’Europa. Quaranta milioni significano 800 posti di lavoro. Ristoratori, commercio alimentare, cuochi e personale delle pulizie, piccola edilizia alberghiera, hanno ripreso ossigeno in Friuli Venezia Giulia grazie all’arrivo dei rifugiati.

La piazza di Palmanova
La piazza di Palmanova

Palmanova
La piazza di Palmanova – grande, assolata e deserta nel pomeriggio agostano –  è lo spazio di una piazza d’armi. La città è stata sempre questo: una macchina da guerra. L’hanno costruita dal niente i veneziani della Repubblica in permanente confronto con gli austriaci: tre ordini di cinte murarie a forma stellare, al confine con l’Austria. Città ‘stellare’, allora, punta di lancia tra Venezia e l’Austria, a varie amministrazioni, anche quella napoleonica. I francesi la ristrutturano e ne modernizzano le difese e gli spazi urbani. I suoi abitanti si chiamano ‘palmarini’ e si distinguono tra ‘dentro le mura’ e ‘fuori dalle mura’. È gestita da una amministrazione di centro-sinistra, sindaco è Francesco Martines, di origini siciliane – ispano/sicule si direbbe. «Sono nato a San Fratello, in provincia di Messina, emigro a tredici anni per studiare al Nord e arrivo qua perché qua ho una sorella che ha spostato una persona di Palmanova. Mi sono fernato qui e ho sposato una ragazza di Trevignan Udinese».

Francesco Martines
Francesco Martines

Martines è un uomo gentile, preciso, ci accompagna nella principale residenza dei richiedenti asilo e camminando:«Attualmente abbiamo 47 migranti, sono tutti afghani e tutti giovani. L’anno scorso la prima esperienza con i migranti. Nell’area dell’ospedale la Croce Rossa ha approntato un campo di primo intervento sanitario, punto di prima accoglienza sanitaria, il medico prima spiegava di che tipo di visite si trattasse e poi li visitava per un primo screening sanitario. Ogni tre giorni arrivavano migranti, gran parte siriani, una parte afghani, È stata una esperienza interessantissima con tanti bambini, le donne arrivavano qua di notte dagli aereoporti vicini in pulman, la mattina si alzavano e lavavano le lenzuola, grande dignità, si sentivano in dovere di lavarle. La gente di Palmanova andava a chiedere se avevano bisogno. Dopo questa esperienza, l’albergo Commercio in città si è dichiarato disponibile ad ospitare persone.

«Abbiamo dato l’ok per 47 migranti, con l’impegno di avviare progetti di lavoro volontario»

Abbiamo dato l’ok per 47 migranti, con l’impegno di avviare progetti di lavoro volontario.

Diamo agli ospiti, ma agli ospiti chiediamo di restituire qualcosa alla città». Facciamo due conti. Come si regge, economicamente parlando, questa ospitalità? «L’albergo con questi 47 migranti, alla fine dell’anno incassa 400.000 euro. Un beneficio. In questo albergo che era in difficoltà, adesso ci lavorano sei persone, la ricaduta c’è. Gli acquisti vengono fatti da parte della Croce Rossa. Si aggiungono poi i corsi di formazione, i corsi di italiano, con insegnanti che vengono pagati. Sono tutti posti di lavoro, sia pure precari, che danno ricadute importanti». Il grande problema è riempire la giornata del richiedente asilo in attesa dell’accoglimento o meno della sua richiesta. Qui a Palmanova come lo affrontate? «Abbiamo gestito bene la situazione, affidando tutto alla Croce Rossa. Come dicevo, abbiamo allestito corsi di italiano, corsi di infortunistica e siamo partiti con otto cantieri di lavoro. Previo accordo con i Comuni del circondario e reperimento di volontari: sei cantieri sono a Palmanova, uno a Torviscosa, uno a  Bagnaria Arsa. Cosa fanno? Pulizia, tinteggiatura, orti urbani, e, nelle giornate libere, sport, in particolare il cricket – il loro sport nazionale. E ancora, lavori di manutenzione ordinaria, magazzini da mettere a posto, scuole da riordinare. Abbiamo fatto convegni – in particolare sugli aspetti culturali e su quelli giuridici di questa nuova scena. Funziona. Importante, nella realizzazione del progetto, il contributo della parrocchia di Palmanova. Monsignore Angelo Del Zotto, in più occasioni, nelle cerimonie religiose ha sollecitato la popolazione, all’oratorio si fanno corsi di italiano, la Caritas trova abbigliamento, scarpe. Un movimento corale di solidarietà intelligente. Pochi i contrasti, qui c’è un ‘movimento indipendentista friulano’ che si è fatto vivo con qualche manifesto, poi è scomparso dalla discussione. Quando abbiamo accolto queste persone ho chiamato tutte le associazioni del territorio. Alle associazioni culturali ho chiesto di creare delle occasioni di scambio, ma rimane il fatto, e pesa come un macigno, che questi giovani sono qui da ben otto mesi in attesa di essere chiamati  dalla commissione per ‘rifugiato politico’ – e che se ne andranno. Età media 25-28 anni, tutti maggiorenni quelli in albergo e poi ci sono sei minori che vengono ospitati da famiglie. Ci sono stati già dei minori, ragazzi. Erano in quattro, sono scappati».

Migranti a Palmanova. La partenza per il lavoro
Migranti a Palmanova. La partenza per il lavoro

Il Commercio
L’albergo Commercio è in centro, a qualche isolato dalla grande piazza già d’armi. Un albergo come tanti a due stelle che funziona anche per l’ordinaria ospitalità e che ha trovato nella cinquantina di rifugiati ospitati la ragione economica, della propria sopravvivenza. Il direttore dell’albergo e della sala ristorante interna si chiama Federico Zecchini. Zecchini difende con convinzione – argomenti un po’ di routine in un vocabolario aggiornato ai tempi – la sua scelta. È probabile che abbia avuto qualche contestazione, ma il bilancio della piccola attività è quello che è, e i rifugiati hanno riportato la lancetta al bel tempo «Del resto – dice – i clienti ordinari non sono diminuiti, l’andirivieni è sempre lo stesso». Gli ospiti sono tutti molto giovani: sani, robusti, in età militare, pronti al reclutamento vuoi delle formazioni talebane vuoi del cosidetto esercito regolare.  Ed è da questo che fuggono, dall’obbligo alla guerra. Secondo i precetti dei volontari e dei responsabili della Croce Rossa è vietato sia fotografarli, sia intervistarli. Qualcosa si riesce a fare e a capire, come per la breve conversazione con Abdulah Rahman, 23 anni, di Konar. È qui da parecchi mesi, qualche frase in italiano la sa, tipo: «Voglio rimanere in Italia e fare pizzeria. Mio padre è morto, mia madre è viva, ho moglie e due bambini, una bambina di tre anni e un maschio di un anno e mezzo». Fine della conversazione, anche perché i volontari CRI intervengono. Sono giovani e pieni di speranza, questi rifugiati. Ahmed, che ha i capelli stirati in avanti a mezza faccia, dice «Shakira style» indicandoli. Un giovane con una djellaba azzurra dice di essere l’imam – un giovanissimo imam – un altro dice che è in fuga dai talebani. Ci vorrebbe tempo, un interprete, la messa in mora dei ragazzi della CRI, per parlare a lungo con loro. Le loro vite incuriosiscono, la loro vicenda umana è degna di nota, desta una nuova attenzione, suscita interesse nel panorama di deja vu e della omologazione dei giovani italiani. I volti, gli occhi, mettono voglia di sapere, di partecipare, di stare con queste energie. Ma si può fare solo qualche fotografia alla partenza per il lavoro e su un cantiere di lavoro. Oggi non giocano a cricket ma hanno due squadre e un campo. Non tutti, qualcuno con energia dice “no cricket!”, come direbbe da noi qualcuno “no balera!”. Qualcuno – poco convinto – vorrebbe imbastire una solfa sui talebani, ma basta un po’ di ironia per aprire un discorso più generale sulla guerra. Poche frasi, italiano e un po’ di inglese. Una cosa è però molto chiara “Germania, Svezia”, ad ogni domanda sulle loro future destinazioni».

Palmanova. Lavori socialmente utili
Palmanova. Lavori socialmente utili

Venzone
Anche Venzone, valle del Tagliamento, è una cittadina circondata da mura, doppia cinta muraria. Sarebbero quelle medievali tenacemente volute da Glizoio dei Mels – dei signori Mels legati alle fortune del patriarcato di Aquileia – se il terremoto non avesse distrutto tutto, case e chiese, nel 1976. Venzù in veneto, Vençon in friuliano, evoca subito le formazioni degli alpini e le pagine di Rigoni Stern, Venzone ricostruita come era sette secoli fa dopo il terremoto che l’ha rasa al suolo è oggi ‘monumento nazionale’, ne è sindaco Fabio di Bernardo, eletto con la lista ‘Insieme per Venzone’.

Fabio di Bernardo
Fabio di Bernardo

Nonostante le frasi di circostanza e di professionale neutralità amministrativa del sindaco, la lista ‘Insieme per Venzone’ è in origine una lista di destra, tenacemente provinciale. Di Bernardo è un sindaco abbastanza giovane e sta aprendo nuovi discorsi nella piccola comunità. Venzone ha 2230 abitanti, vive di turismo, non c’è qui una zona industriale come a Tolmezzo e Gemona – i due maggiori Comuni vicini –  c’è una piccola zona artigianale, ci sono le mura doppie intorno all’antico nucleo urbano e tre frazioni. «Abbiamo 29 richiedenti asilo politico, sono qui da metà gennaio 2015, giovani afghani, più un pachistano e un minore. Età media tra i 20 e i 30 anni, tutti maschi. In un primo momento il Consiglio comunale e la maggioranza che rappresento erano contrari ad ospitare rifugiati, anzi avevamo avanzato critiche al metodo di assegnazione ed elaborato una delibera in proposito. In sostanza, questi ospiti sono stati imposti dalla regione e dalla prefettura.  Una ulteriore riflessione ci ha avvicinato al progetto, maggioranza e sindaco hanno cambiato idea. Ho preso in mano la situazione e, senza ulteriori ripensamenti, ho firmato un protocollo di intesa con la regione e l’assessore Torrenti.

«Ho preteso da subito che questi giovani avessero un lavoro, una attività»

Sono consapevole che le difficoltà non stanno nella ospitalità – spazi, confronto culturale etc. – le difficoltà stanno nel dare una motivazione alla giornata dell’ospite, nel farli sentire utili alla comunità che li ospita.  Ho preteso da subito che questi giovani avessero un lavoro, una attività. Li ho messi al lavoro per mezza giornata e nell’altra mezza giornata ho organizzato dei corsi d’italiano. Al mattino puliscono le strade, i cestini dei rifiuti, fanno la manutenzione del verde, tagliano le aiuole, puliscono le aiuole, naturalmente guidati da personale del Comune. Si sono integrati bene, fanno turni operativi a gruppi di quattro-cinque.  Presto inizieranno a dipingere muri, affrescare interni sempre in spazi e luoghi del Comune, in autunno c’è il lavoro di pulizia dei parchi, dei giardini che hanno bisogno di manutenzione, d’inverno c’è lo sgombero della neve, lo spargisale, la pulizia delle strade etc. Non abbiamo avuto nessun tipo di problema, né di sicurezza né di integrazione. Ho voluto gestire personalmente il progetto e seguo ogni giorno la vita dei ragazzi ospitati. Stanno in un albergo dismesso che ha ripreso l’attività – si chiamava Mirafiori – alle porte del Comune, appena fuori le mura. La loro presenza fa bilancio, l’aiuto di questi ragazzi, i lavori che fanno è un aiuto per il nostro bilancio comunale. Il paese è pulito e tenuto in ordine. Poi ci sono le risorse proprie alla ospitalità. Se rimangono nel mio territorio rinnoverò ancora per un anno il protocollo con regione e prefettura.  È la Croce Rossa che ne ha la responsabilità pratica. Sta funzionando».

Locanda ex-Mirafiori
Locanda ex-Mirafiori

Locanda ex-Mirafiori ultima meta. Una costruzione bianca alle porte della cittadina medievale ricostruita. Facile entrare, le porte a vetri sono aperte. Un gruppo di ragazzi sta davanti a un televisore dove scorrono nastri di Al Jazira. Sembra una predica. Sarebbe il gruppo dei credenti e pensanti. Pochi metri più in là il gruppo dei ludici che gioca a carte, un gioco che somiglia a scala quaranta. Quelli di turno al lavoro sono fuori da qualche ora. C’è un padre con il figlio tra questi rifugiati, una coppia triste. C’è il tavolo da gioco del ‘calcio balilla’, c’è un ragazzone simpatico, dal bel sorriso, di incerta sessualità, di morbide forme, i capelli cotonati con due chignons per parte della testa, come topolino. C’è una mensa già apparecchiata con una mela davvero striminzita per ogni posto a tavola. E sempre la frustrazione di non poter parlare con loro e la convinzione che se c’è un futuro pensabile, pende dalla loro parte.

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