L’arte dell’impazienza

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Nanni Balestrini
Nanni Balestrini

Reca la data ‘2 Ottobre 1963’, al colophon, il numero 27 della collana ‘Le Comete’, che qualche anno prima Gian Giacomo Feltrinelli aveva lanciato con lo specifico intento di documentare quanto di più nuovo, e più vivo, agitasse la scena italiana ed europea. In alto, in campo azzurro, il nome dell’autore – semplicemente ‘Balestrini’ -seguito dal titolo – Come si agisce (un abbastanza enigmatico sottotitolo, poemi piani, è scritto in verticale al margine sinistro della copertina; dall’altra parte scorre il nome dell’editore: entrambi in campo arancio). Nella parte superiore della copertina figurano cinque disegni semi-astratti di Achille Perilli, cinque vortici di china nervosi e allusivi; sotto, fra le due bande laterali su sfondo marrone, una serie di blurb spavaldi e provocatori: «PER IL GROSSO PUBBLICO Nanni Balestrini è stato il primo a scrivere versi servendosi (scandalo!) delle facoltà combinatorie di un cervello elettronico della IBM. PER LA BUONA SOCIETÀ LETTERARIA è uno dei ‘cavalieri dell’Apocalisse’ della post-avanguardia in Italia». Una dote nessuno potrà mai disconoscere a Nanni Balestrini: la tempestività. Precisamente in quei giorni caldi di ottobre, all’Hotel Zagarella di Palermo, si tenevano infatti le prime, tumultuose assise del Gruppo 63. E qualche mese prima Alberto Arbasino – che a maggio dello stesso anno, nella medesima collana, era uscito con Fratelli d’Italia – aveva lanciato la parola d’ordine della «gita a Chiasso». Non era in effetti questo il primo libro di Balestrini: che due anni prima, complice Vanni Scheiwiller, era già uscito col Sasso appeso (entrando nello stesso ’61 fra i cinque Novissimi allineati da Alfredo Giuliani nella cruciale antologia omonima); ma sin dalla copertina, e poi con quel titolo, Come si agisce pare voler dimostrare – proprio in questa forma didattica, quasi manualistica – la vocazione interdisciplinare e cosmopolita al ‘movimento’, che quella generazione a tutti i costi voleva incarnare; e, in effetti, incarnò. Un voler stare precisamente al fuoco del tempo, nella corsa dei giorni. Non volersi fermare mai, per nessun motivo. Questo il senso del ‘movimento’, in senso artistico e poi politico, che, da cinquant’anni e più, anima fiammeggiante quella cosa che è Nanni Balestrini: ancor oggi, che di anni lui ne ha appena compiuti (lo scorso luglio) il venerando numero di ottanta. Nelle pagine destrutturate di Ma noi facciamone un’altra, opera esplosa che con la solita puntualità esce giusto nel ’68, si leggono versi che gli faranno, sempre, da insegne araldiche: «mentre passiamo bruciando», «non c’è più tempo da perdere», «l’arte dell’impazienza». Nessun nesso lega fra loro queste frasi, che si ripetono e si accavallano, «nel paesaggio verbale della pagina», come flash d’ultima ora su una colonna al neon nella pubblica piazza; ma esprimono con brutale nettezza il senso di un’urgenza che è storica, stavolta, prima che stilistica. La stessa che a partire dall’elegantissimo Tristano – ‘romanzo multiplo’ prima solo virtuale, e poi realizzato in migliaia di esemplari uno diverso dall’altro grazie alle più moderne tecniche di stampa – si versa anche in una dimensione ‘epica’, da cronista d’un nuovo Medioevo: con una narrativa che in molti casi è parsa l’unica a poter stare nel vivo di tempi difficili e per ciò interessanti Nanni Balestrini Vogliamo -tutto(si pensi solo a titoli come Vogliamo tutto, La violenza illustrata, Gli invisibili). Un’arte dell’impazienza, davvero, resta quella di Balestrini: nella sua incessante attività di artista, anche visivo (dai Cronogrammi anni Sessanta sino al Tristanoil presentato all’ultimo Documenta, e all’ultima Tempesta perfetta fresca di vernice veneziana), e forse ancor di più nella mai doma volontà di appunto movimentare un paesaggio culturale che – comunque si vogliano giudicare le sue scelte, e le sue idiosincrasie – senza di lui sarebbe stato negli ultimi decenni, e sarebbe tuttora, molto più piatto. Non si contano le iniziative in tal senso, a cavallo fra media e format, sempre cercando di interpretare – come il segnavento nella poesia famosa di Hölderlin – il senso del presente. Sulle riviste (dal Verri, dove bambino è segretario di redazione di Luciano Anceschi suo prof di liceo, a Quindici, dalla prima alla seconda alfabeta), a teatro, nelle collaborazioni cogli artisti visivi e coi musicisti, con ogni mezzo e in ogni maniera Balestrini, da quando c’è, e fin quando avrà fiato in corpo, insisterà a dimostrare l’assunto d’un altro suo celebre incipit: «che un’altra storia è possibile».