I desaparecidos del mondo

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Desaparecidos

Carlos Gustavo Cortiñas aveva 24 anni e un figlio piccolo quando scomparve nel nulla, il 15 aprile del 1977. Sua madre, Nora Morales de Cortiñas, oggi ha 85 anni e porta lo stesso pañuelo blanco legato attorno al volto, il simbolo delle madri di plaza de Mayo. C’era anche lei tra le prime che manifestavano, alla fine di quell’aprile, quasi quaranta anni fa. Era un giovedì e continua a farlo ogni settimana. «Non smetterò finché sarò viva – dice – devono dirmi che fine ha fatto mio figlio». Nella casa Rosada, là a pochi metri, si sono succeduti negli anni Raul Alfonsin, Menem e i Kirchner, marito e moglie. Ma non si è mai giunti ad una verità definitiva e ad una giustizia certa circa la sorte di Carlos Gustavo e degli altri 30 mila ‘desaparecidos’ argentini, rapiti tra il 1976 e il 1983, durante gli anni della dittatura militare. Gli anni del plan Condor, dei regimi fantoccio e degli stermini impuniti, voluti e gestiti per mano locale dagli Stati Uniti per contenere la minaccia rossa in America latina.
«Ogni anno che passa mio figlio mi manca di più – dice Nora, con un microfono in mano, mentre procede in corteo con le altre madri – ad ogni pronunciamento dei tribunali mi accontento di meno. Io non perdono, non dimentico e non mi riconcilio. Non lo farò finché non mi daranno tutte le informazioni che hanno». Il megafono elenca i nomi degli scomparsi, il coro delle madri risponde “presente”. Camminano attorno all’obelisco della piazza, de ronda, girando, come intimava la polizia durante i primi raduni. Sugli striscioni che chiedono giustizia, appesi attorno alle aiuole, si leggono cognomi italiani: Rossi, Milani, cioè l’attuale capo dell’esercito, César Milani e il ministro della Difesa, Agustín Rossi. Sono chiamati in causa per avere accesso agli archivi militari. All’inizio dell’anno, Nora ha presentato un nuovo habeas corpus per la scomparsa di suo figlio Carlos Gustavo. L’atto attraverso il quale, anche secondo la Costituzione argentina, un giudice può ordinare di portare un prigioniero al proprio cospetto, per verificarne le condizioni. Habeas corpus, letteralmente “che si abbia il corpo”. L’ultima volta che lo aveva fatto era stato nel 2012 e il giudice lo aveva archiviato. Vizi di forma. Alla fine del 2014 un nuovo atto. Instancabile e implacabile, Norita continua a resistere e a domandare giustizia. Anche e soprattutto per il suo Paese. Come docente di psicologia sociale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Buenos Aires, sono molti gli studi che Nora ha condotto sul rapporto tra la dittatura militare, il debito estero corrotto e la crisi economica in Argentina. «Grazie all’attuale governo abbiamo ottenuto molti successi – afferma – si sono aperte investigazioni in tutto il Paese per appurare natura e responsabili del genocidio argentino. Tuttavia, finora non sono stati aperti i file, i fascicoli che venivano redatti dai militari su ciascun rapito. È lì che dobbiamo arrivare. È solo leggendo quei documenti che possiamo sapere cosa sia successo a tutti e a ciascuno dei desaparecidos». Un dramma che in poco tempo ha inghiottito decine di migliaia di attivisti, sindacalisti, ma anche semplici studenti e operai non allineati. Ragazzi e ragazze, un’intera generazione estirpata. «Le ragazze violentate durante la prigionia hanno messo al mondo dei bambini – ancora la Cortinas – ai quali è stata rubata l’identità. Li hanno consegnati a famiglie estranee, militari, polizia e uomini d’affari. Oggi, con l’esame del dna è possibile giungere alla verità. Dobbiamo continuare a lottare per sapere. L’habeas corpus è l’unico strumento giuridico che abbiamo a disposizione. Ogni volta che ne archiviano uno è una nuova sconfitta per la giustizia. Ma noi continueremo, finché non la raggiungeremo».
Carlos Gustavo fa capolino dalla fotografia, appesa al collo di Norita. Un sorriso incorniciato da un paio di baffi folti, secondo la moda degli anni Settanta. Aveva studiato Economia ed era un militante del partito peronista. Era al lavoro presso l’Istituto Nazionale di Statistica e Censimenti (Indec), quando alcuni agenti delle forze armate lo hanno prelevato, facendolo scomparire. Nonostante l’impegno implacabile, la sua famiglia non è stata in grado di ottenere alcuna informazione sulla sua sorte, neanche quelle riguardanti il ​​centro clandestino dove potrebbe essere stato detenuto. Da qui l’importanza dell’apertura dei file. «Migliaia di famiglie continuano a chiedere informazioni da decenni – ancora Norita – credo che sia arrivato il tempo di rispondere. Penso che ci meritiamo la verità da questa nazione che asserisce di essere democratica. Vogliamo una democrazia senza impunità e con la piena verità e giustizia».
Eduardo Galeano, scomparso di recente e anch’egli vittima della dittatura militare, dall’altra parte del Rio de la Plata, scrive «se il mondo sopravvivrà, i professori di Storia spiegheranno il XX secolo mediante i suoi simboli: mostreranno agli alunni la bottiglia della Coca Cola, il pallone da calcio, il televisore, il computer, la bomba a neutroni. E per spiegare cosa sia la dignità mostreranno il pañuelo blanco delle ronde di plaza de Mayo». Negli anni la lotta delle Madri ha assunto un carattere simbolico per gli argentini. E le stesse madri sono diventate ambasciatrici di valori che esulano dal drammatico contesto degli anni Settanta e Ottanta argentini. Nora in questi ultimi mesi è stata dall’altra parte dell’emisfero, a portare solidarietà e testimonianza in altri ambiti dove la parola ‘desaparecido’ continua ad essere in uso. Il Kurdistan, la Bosnia-Erzegovina e la Repubblica dei Saharawi. Con le ‘madri del sabato’ curde, che da trent’anni si radunano ogni settimana a Istanbul, nel quartiere di Galatasaray, la vicinanza è massima: «Siamo gemelle – dice Nora – molte di loro hanno perso le tracce dei propri figli durante gli anni della repressione turca. La nostra lotta è la stessa, anche se la lingua è diversa». A Srebrenica, all’inizio di maggio, l’incontro con l’associazione delle famiglie dei sequestrati scomparsi, delle donne violentate, durante la sanguinosa guerra degli anni Novanta. «Anche qui ho scoperto una vicinanza che non sospettavo. I serbi hanno sequestrato e ucciso anche molti altri serbi. In Argentina abbiamo vissuto qualcosa di simile. Un governo dittatoriale che ha dichiarato guerra a un’intera generazione di cittadini». Infine il popolo saharawi, condannato a non avere una terra, nonostante i pronunciamenti ufficiali della comunità internazionale. Nonostante i suoi 85 anni, Nora ha preso parte alla XII edizione del Festival Internazionale del Film del Sahara (FiSahara), nell’accampamento saharawi di Dakhla, dedicato quest’anno al tema della giustizia universale. «Anche qui famiglie separate, anche qui desaparecidos» testimonia, raccontando del suo incontro con alcune sorelle, madri e mogli di prigionieri politici, coordinate nell’associazione Afapredesa. «Il Marocco continua ad occupare un territorio che non è il suo – dice Nora – e a commettere impunemente ogni violazione dei diritti umani nei territori occupati. Ho visto il muro che hanno eretto per dividere i Saharawi, per quasi 3 mila chilometri e con il corredo di quasi 10 milioni di mine anti-uomo. È un’infamia e una crudeltà. Anch’io provengo da un paese colonizzato dagli spagnoli. Penso che nel XXI secolo questo non dovrebbe più esistere. Come madri di plaza de Mayo abbiamo spesso lottato per i diritti degli Indios, che vengono tutt’oggi calpestati e ignorati. Non possiamo voltare lo sguardo di fronte a chi vive la stessa ingiustizia». La Linea Fundadora si sta impegnando per appoggiare la campagna Un fiore per ogni mina, dedicata proprio dei diritti negati nel deserto dei deserti.  «Il caso della Repubblica Araba Saharawi Democratica è molto doloroso. L’Argentina non ha ancora votato a favore della libertà di questo popolo, ma deve farlo. Stiamo chiedendo che il governo di Cristina Fernandez sostenga l’autodeterminazione del popolo saharawi. Non si può più permettere che un’intera popolazione continui a vivere sotto un governo d’occupazione assassino, che viola i diritti umani e commette crimini contro l’umanità. I trentamila desaparecidos argentini chiedono che anche questa infamia cessi. Lo domandano da dove sono sotterrati».