Casamonica

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Boss Vittorio Casamonica

In una chiesa e in una piazza di rara bruttezza, già sfondo metafisico per film di Fellini e Pasolini, si è svolto un funerale, impostato come fiction di serie B e diventato, nei suoi echi politici e mediatici, una sintesi di tutte le contraddizioni di Roma e dell’Italia (ma anche del cattolicesimo). Esequie di un patriarca in pensione del clan sinti Casamonica, uno delle quattro principali componenti della costellazione mafiosa autoctona che governa Roma in accordo con le grandi strutture nazionali del crimine organizzato e con una cospicua parte dei poteri pubblici e dei principali partiti a livello cittadino e regionale. Sei cavalli neri, carro funebre di lusso, kitsch funerario che associa scenografia zingaresca e citazioni filmiche d’obbligo (la musica del Padrino), elicottero che spargeva petali di rosa, servizio d’ordine dei vigili urbani distolti dai compiti abituali (lo sgombero dei profughi e dei senzatetto) e da quelli che dovrebbero assolvere, insolito attivismo dei solitamente sonnacchiosi addetti alla nettezza urbana. Scandalo immediato, non privo di accenti legalistico-forcaioli e di razzismo anti-nomadi, scaricabarile delle responsabilità  fra polizia, carabinieri, prefetto, questore, ministro degli Interni Alfano, sindaco Marino. Unico punito: il pilota dell’elicottero per sorvolo abusivo oltre il raccordo anulare e spargimento di materiali (i petali suddetti), richiamo a un paio di sottufficiali per “mancata veicolazione” della notizia dei funerali alle autorità superiori – l’orrore del linguaggio burocratese che propone “un nuovo modello di alimentazione e ranking delle informazioni” condensa già l’intera vicenda. Vediamo ora il prisma delle contraddizioni. Consideriamo il funerale spettacolare per quello che è: un’esibizione di potere mafioso, un’installazione mobile con elementi dell’immaginario mainstream e alcuni simboli arcaici della tradizione cavallara dei Casamonica (le gigantografie del patriarca re di Roma affisse sui muri della chiesa mescolano un appellativo tradizionale zingaresco, la citazione del Romanzo criminale televisivo e l’iconografia papale). Tutto risulta indubbiamente kitsch, ma più efficace e schietto di analoghe performances mediatiche del potere. Per esempio, delle scenografie delle Leopolde, delle cene di finanziamento o di propaganda del Pd e delle Coop, cui peraltro partecipano alla grande proprio i Buzzi e i Casamonica, che oggi destano ribrezzo nei benpensanti che ieri li frequentavano (e mungevano) “a loro insaputa”. Tanto per dire che l’osmosi fra ceto politico e malavitoso non è soltanto strutturale, ma anche stilistica. E neppure a vantaggio del primo. Secondo groppo di contraddizioni. Dietro l’imbarazzo, il “non sapevo niente”­­­, “sì sapevo ma mi ero distratto”,  c’è uno scontro di potere a somma zero. Non fra ceto politico e mafia, ma all’interno del ceto politico (colluso). Renzi vorrebbe cogliere l’occasione per cacciare o indebolire Marino e Alfano, ma non può rischiare elezioni anticipate disastrose a Roma (se cade Marino) o nazionali (se Alfano rompe la maggioranza). Orfini, che ha commissariato il Pd romano in odore di favoreggiamento mafioso o di inerzia, punta nel medio periodo a un’alternativa a Renzi e non vuole regalargli la testa di Marino; inoltre contende al prefetto Gabrielli l’organizzazione del Giubileo e cerca di segargli le gambe con l’affare Casamonica. In scena, bene o male, un Pd inquinato e fiancheggiatore da cui deve proteggersi con una scorta armata (vedi le vicende di Mafia Capitale) e che non può dare lezioni di trasparenza e legalità a nessuno, e – del resto – come si fa a ridurre a tali categorie la crisi sociale e politica di Roma e dell’Italia? La paralisi che ne consegue (e in cui la criminalità organizzata continua a sguazzare) è un’eccellente allegoria del blocco politico in tutto il Paese e perfino della stagnazione economica e ideale dell’intera Europa. Certo, il crollo delle borse e dell’occupazione o la subalternità al neoliberalismo europeo sono fenomeni ben più determinanti, ma in piccolo quelle grottesche esequie fanno toccare con mano che certi nodi sono venuti a piena leggibilità, delineando un futuro tutt’altro che promettente.