Briganti, tumulti e un funerale

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VITTORIO CASAMONICA

Se Roma, nella sua forma archetipica, si definisce per  un nodo localizzato entro mura di antichi sentieri laziali e da cui in seguito si dirama un reticolo di strade che tagliano, organizzano, sottomettono e integrano un impero repubblicano, allora segnaliamo subito, fra mito e storia, le due tracce iscritte nel suo destino: un covo di fuggiaschi e una fucina di conflitti produttivi di istituzioni. Dalle lotte fra patrizi e plebei fino alle occupazioni abitative e sociali di oggi. Tali conflitti, sin dall’inizio, si danno come secessione e tensione fra centro e periferia, uso costituente dell’altrove dal centro.  Roma nacque come asilo sacro per i fuggitivi, rifugio per una multitudo obscura atque humilis, una turba facinorosa auida novarum rerum, (Livio I 8). Nascita “libera” (Machiavelli, Discorsi I 1) per l’origine migrante dei fuggiaschi troiani e dei briganti laziali che eleggono una nuova sede. Questo tratto di libertà si mantiene nella successiva lotta secolare fra patrizi e plebei che divampa dopo la morte in esilio di Tarquinio il Superbo, quando i primi non hanno più timore di un ritorno dei re appoggiato dai ceti popolari. Il contrasto esplode con la secessione della plebe nel 494 a.C. per protesta contro la tracotanza patrizia e l’ostinata persecuzione dei poveri  mediante la schiavitù per debiti. Alla resa dei conti soldati e plebei si ritirano sul Monte Sacro, allora estrema periferia dell’Urbe, fino all’istituzione compromissoria di un contropotere permanente, i tribuni della plebe, magistratura interdetta ai patrizi e caratterizzata da inviolabilità e potere di veto. Machiavelli esaltò quei tumulti, mostrando nel cap. 4 dei Discorsi che «la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella repubblica» e sostenendo che la libertà poggia sul conflitto permanente fra gli ‘umori’ del popolo e dei grandi, costituendosi i primi a guardia del vivere civile per la loro resistenza all’oppressione. Quella dinamica tumultuosa consistette non solo nell’istituzione del tribunato, ma anche nell’espansione demografica e territoriale di un popolo in armi. Oggi le strade regionali e consolari, che avevano scaricato  il conflitto in propagazione a raggio sempre più esteso, convogliano in senso inverso masse di pellegrini e turisti seriali verso un semplice scenario spettacolare, senza esperienza dell’urbanesimo industriale di altre capitali europee.  Solo con il fascismo nasce una vera periferia (le borgate ufficiali), rigonfiata dall’afflusso di operai edili dal resto d’Italia e a lungo mantenuta sotto il tallone di una ferrea legislazione contro l’urbanizzazione. Tale periferia, deformata dalla speculazione edilizia selvaggia dei palazzinari e dall’abusivismo dal basso, riceve, a partire dalla fine del secondo millennio, un nuova ondata migratoria di origine extra-comunitaria, con i soliti sbocchi nell’edilizia e nel terziario, essendosi ulteriormente indebolite le fragili strutture industriali degli anni ’40-’70. Su quell’insieme “generico”, popolato da precari di ogni sorta, si esercita l’amministrazione biopolitica della vita, il milieu dove vanno in scena estrazione di plusvalore e resistenze, rendita e mitologie post-urbane, street art e multiculturalismo, movida e accessi xenofobi, parodie di gated communities, campi rom e nuove sedi universitarie. Insomma, tutto quanto è innovazione politica, sociale e di consumo, nel bene e nel male. Il conflitto, lievito della potenza antica di Roma, ha continuato a manifestarsi nelle sedi del potere, entro le mura aureliane e l’immediato extra pomerium (il recinto della Sapienza), ma già l’Onda del 2010, dopo gli scontri del 14 dicembre nel centro storico, si prese la rivincita sfilando sulla tangenziale, inaugurando così un nuovo spazio periferico di rappresentazione, che continuerà a vivere nella pratica dei centri sociali, delle scuole e sportelli per migranti e delle occupazioni abitative. A suo modo, il corteo funerario Casamonica, snodatosi dalla Romanina (fuori Gra) alla classica periferia di Cinecittà, seguendo l’antica via Tuscolana, è stata la più recente testimonianza di quell’insopprimibile  virulenza plebea che attraversa sin dagli esordi la costituzione materiale di Roma. Ben più fulgente, anche se spesso complice, del decaduto splendore del Centro.