Ancora carcere e schiavitù

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Biram Abeid
Biram Abeid

Biram Abeid, il Madiba di Mauritania è ancora in carcere. Due anni di carcere per aver preso parte a una manifestazione, in realtà per aver sfidato il presidente Mohamed Ould Abdel Aziz alle scorse presidenziali. Il paladino del popolo degli ex schiavi haratine, è tornato in cella e lo scorso 20 agosto gli è stato negato anche l’appello. Così si toglie ancora una volta dalla circolazione il leader antischiavista dell’Initiative de résurgence du mouvement abolitionniste (Ira), che alle elezioni del 21 giugno 2014 aveva sfidato il presidente Mohamed Ould Abdel Aziz. Una vita trascorsa a denunciare le pratiche schiaviste in Mauritania, Abeid è stato arrestato l’11 novembre di un anno fa, assieme ad alcuni suoi collaboratori, a seguito di una carovana di protesta organizzata a Rosso, al confine con il Senegal. Per lui, per il suo braccio destro Ould Brahim Bilal Ramdane e di Djiby Sow, leader di un’altra Ngo abolizionista, la Kawtal ngam Yellitaare,  l’accusa è anche di resistenza alla forza pubblica. «Ho assistito, sin dall’inizio, ad un processo politico – commenta il senatore Youssouf Sylla, tra i pochissimi esponenti della comunità nero africana presenti in Parlamento – questo verdetto non va affatto nella direzione dell’unità nazionale. E provocherà reazioni anche a livello internazionale». La pioggia di critiche è durata qualche mese, da parte di Amnesty International e del Parlamento europeo oltre che di alcuni senatori del Congresso americano, vicini al presidente Obama, che con Abeid aveva avuto un colloquio privato, nel 2014, alla Casa Bianca.
A Rosso, la folla radunatasi per protestare contro la sentenza è stata dispersa dalle forze dell’ordine con i lacrimogeni. Poi nuovi arresti e nuove intimidazioni. Lo scorso 18 luglio l’attivista Yacoub Diarra, rappresentante della costola italiana del movimento, è stato prelevato dalle forze dell’ordine, in piena notte, trascinato al commissariato di Dar-Naïm, poi rilasciato. Era tornato in Mauritania per celebrare la fine del Ramadan e far visita a Biram nel carcere di Aleg, la ‘Guantanamo d’Africa’. «Mesi fa, una delegazione del partito d’opposizione Ufp si è recata a trovarlo -testimonia Ivana Dama, moglie di Yacoub Diarra e anch’essa portavoce di Ira/Italia – lo trovarono estremamente e stranamente affaticato. Tanto da richiederne l’immediata scarcerazione. Lui però non si arrende. E non fa che invitarci a proseguire la lotta non violenta». «La sentenza era scontata – dice il magistrato italiano Nicola Quatrano, dell’associazione indipendente ‘Osservatorio internazionale (Ossin)’, che da tempo segue le vicende, giudiziarie e non, di Biram Abeid – la sua lotta contro la schiavitù ha qualcosa di intrinsecamente sovversivo in un paese come la Mauritania, dove vige una complicatissima gerarchia sociale che assicura il predominio degli arabo-berberi». I cosiddetti bidanes (letteralmente, ‘i bianchi’), che si contrappongono agli abd (gli schiavi neri) o haratine (gli schiavi liberati), che invece hanno origine affine alle native etnie wolof, soninke e bambara. Sono 700 mila coloro che nel Paese vivono in parziale schiavitù, malgrado essa sia stata abolita per legge nel 1981. Nel 2012 Abeid era finito in galera per aver dato fuoco in pubblico ad alcune presunte pagine di Corano, mediante le quali venivano indottrinati gli schiavi ad essere fieri della loro condizione. Un reato tra i più gravi nella Repubblica di Mauritania, che è una delle quattro al mondo a definirsi ‘islamica’, assieme ad Afghanistan, Iran e Pakistan. La base della legge è la shari’ah e chi commette apostasia rischia la pena di morte. È il caso di un ingegnere di 28 anni, Mohamed Cheikh Ould M’kheitir, condannato alla fucilazione da un tribunale di Nouadhibou, lo scorso 24 dicembre, per aver citato il profeta Maometto sul suo blog. Il ragazzo, la cui ritrattazione non è valsa il perdono, intendeva denunciare la discriminazione cui viene sottoposta la casta professionale dei maalemine (i maniscalchi), all’interno dell’etnia bidane. «La logica è la stessa – commenta Quatrano – è insopportabile, per il potere mauritano, che si mettano in discussione quelle molto interessate interpretazioni ufficiali delle Scritture, che giustificano la presunta superiorità dei bianchi».