La repressione di Teetsa

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Chi legge i giornali indiani rimane d’istinto sorpreso dai pessimi voti solitamente assegnati dalle agenzie internazionali alla libertà d’informazione. Mai come per la cosiddetta ‘più grande democrazia al mondo’ vale tuttavia la regola che tali classifiche tendono a rappresentare l’inverso rispetto alle qualità di indipendenza e coraggio messe in campo dai cronisti. Teesta Setalvad, 53nne mumbaiana di origine gujarati, ne aveva meno della metà quand’era una giornalista in carriera nella megalopoli del Maharashtra, scrivendo per testate di rilievo quali il popolare The Indian Express. Aveva sfidato la pesante tradizione familiare, studiando filosofia anziché legge, mestiere del padre avvocato e soprattutto del nonno, primo Procuratore Generale dell’India indipendente. Poi, come spesso accade qui come altrove, ricompose le origini lasciando il giornalismo mainstream e avvicinandosi al diritto, purché quello dei deboli. Fondò, assieme al marito-collega Javed Anand, una rivista militante che univa i due mestieri, il Communalism Combat, per contrastare gli architetti e i burattinai della catena di violenze tra indù e musulmani innescata all’inizio degli anni ’90. Poi varcò definitivamente il Rubicone fondando una Ong, la ‘Citizens for Justice and Peace’, consacrata all’assistenza legale sui temi più scottanti per i potenti. E la fece anzitutto per lottare a fianco delle vittime contro la catena di archiviazioni che ha scagionato la regìa politica della più grave strage interreligiosa perpetrata in questo secolo nel Subcontinente.
Il tema è il pogrom anti-musulmano del 2002 nel Gujarat, che fece oltre mille morti. Il suo bersaglio numero uno era l’allora governatore statale. Si chiamava Narendra Modi e dall’anno scorso, con l’aiuto dell’ultradestra induista e delle cancellerie occidentali (che gradiscono le sue inclinazioni verso il grande capitale, inclusi i settori più aggressivi verso l’ambiente – le foreste e i loro abitanti), è diventato primo ministro. Lei, Teesta Setalvad, rimane il suo scheletro nell’armadio, perché non si china al trionfo e ne paga le conseguenze. È grazie soprattutto al lavoro di questa donna e altri militanti che sono stati identificati molti dei responsabili del massacro con le relative prove. Centodiciassette i condannati, inclusi uomini vicinissimi all’allora governatore regionale, il quale invece ne è uscito indenne nel 2012, con la Corte Suprema a decretarne l’insufficienza di prove contro di lui. Teesta ha collezionato negli anni una dozzina di premi di massimo rilievo al coraggio, ma al contempo ha subito la vendetta politica e giudiziaria della controparte, tra attacchi mediatici e una serie di denunce improbabili, sempre archiviate. E poi non poche minacce, che hanno indotto lo Stato a concederle una guardia di scorta. L’ultima denuncia è stata avviata l’anno scorso. L’accusa è di aver utilizzato a fini personali alcune donazioni internazionali (in particolare dalla Fondazione Ford) destinate alla sua Ong. Ad avanzarla, alcuni ex collaboratori sotto inchiesta per appropriazione indebita. Lo scorso aprile poliziotti giubilanti hanno arrestato la coppia, salvo doverla presto rilasciare perché nessun giudice aveva dato l’assenso. Poi, una sera di luglio, altri 16 agenti le hanno devastato la casa, in una perquisizione protrattasi fino all’alba. E, di nuovo, ancora nulla, nemmeno un indizio che si avvicini a una prova. Tuttavia, il caso rimane aperto, e Teesta si ritrova ancora col conto bancario bloccato, senza poter neppure pagare un legale. Le offensive giudiziarie contro i giornalisti (per non parlare di quelle fisiche – tre i colleghi scomodi finiti in ospedale solo quest’anno) sono prassi consueta in India, benché quasi mai con l’epilogo della condanna. Ma l’oggetto del caso è stavolta dirompente. I soldi contestati erano destinati perlopiù a trasformare un palazzo di Ahmedabad in un museo della memoria. Fu il luogo della strage più efferata. Vi morirono nel 2002, 69 musulmani che vi si erano rifugiati per sfuggire alla furia induista. Il padrone di casa che tentò di salvarli e venne ucciso era un ex parlamentare del Congresso, Ehsan Jafri, la vedova  di Ehsan, Zakia,  è diventata amica di Teesta. Insieme stanno raccogliendo migliaia di documenti e testimonianze per riaprire il caso, rimasto senza colpevoli.