Il 22 maggio 2013 è morto a Genova, la sua città, a 84 anni, don Andrea Gallo, sacerdote salesiano, prete degli umili e degli emarginati.
Bandiere rosse al suo funerale, folla per salutarlo dentro la Chiesa del Carmine e fuori della Chiesa, migliaia e migliaia di persone. I portuali hanno trasportato la bara – leggera, certo, per come negli ultimi mesi era diventato Andrea, ammalato da tempo. Gli abitanti del Centro storico hanno presidiato la camera ardente. Giovani e meno giovani della comunità di San Benedetto al Porto – fondata da don Gallo quasi mezzo secolo fa – hanno seguito il ‘piccolo padre’ sino alla sepoltura. Prostitute, tossicodipendenti, transgender, centri sociali, tutti in Chiesa per l’ultimo abbraccio. E autorità. Il Sindaco Marco Doria tra queste, il cardinale Bagnasco arcivescovo della città che ha celebrato Messa. Fischi e ‘Bella ciao’, bandiere della pace e fazzoletti rossi per lui. E ‘vergogna, bugiardo, vattene!’ per lui, quando Bagnasco ha sprovvedutamente citato il predecessore cardinale Siri – gerarca della Chieda genovese in sistematico conflitto con il prete salesiano. Una rivolta di popolo dentro la Chiesa e fuori della chiesa senza precedenti, una insurrezione di fedeli che cova da tempo e oggi si accende di luce particolare nella crisi economica, sociale e istituzionale.
Salutiamo don Gallo. Gli sia lieve la terra avara della Sua città di mare. Ha certo amato tutti, ma soprattutto Genova: dalle prostitute dei carrugi alla squadra di calcio, dalle mulattiere del mare (le crêuze de mä di De André), all’entroterra di montagna.
Lo ricordiamo con due incontri, l’uno (Galatea febbraio 1999) su aborto, libertà di coscienza e Chiesa; l’altro su guerra in Iraq e predicazione della Chiesa (Galatea aprile 2003).

di Piero Del Giudice, foto di Giovanni Mereghetti

 

Allora i discepoli gli si accostarono dicendogli: “Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?” Ed egli rispose: “Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco tutti e due cadranno in un fosso”

Matteo XV, 12-14.

Se la predicazione evangelica è scandalo, Don Andrea Gallo è il prete degli scandali. Il suo carisma passa immutato e cresce, tra bufere che si accendono attorno alle sue affermazioni e ai suoi atti. Se mai la gerarchia della Chiesa ha voluto punirlo, non ha avuto il coraggio di farlo. Un prete che non è neppure parroco, ospite da 28 anni con la sua comunità di Don Federico Rebora, parroco di San Benedetto al Porto. Don Andrea è invece Tenente Cappellano, lo è diventato sul ponte della nave correzionale ‘Garaventa’. Estrosa e forse geniale invenzione per rimuovere dalla città e correggere attraverso le regole e la disciplina del mare, giovani disadattati, piccoli criminali. “Fai il bravo se no ti mando sulla Garaventa!” dicono le vecchie famiglie genovesi ai propri figli. Sul ponte della nave dei reprobi, Don Gallo, fa il suo apprendistato.
Poi, ventotto anni fa, l’inizio della ‘comunità’ di tutti. Comunità aperta ai tossicodipendenti, disagiati psichici, poveri, extracomunitari, prostitute, marginali. Qui ci si è battuti contro il proibizionismo, per le pratiche di contraccezione e profilassi, si è organizzato l’aiuto verso l’esterno, le pratiche di lavoro e di cooperazione. Don Andrea si mette di traverso, contro le categorie, i principi della rigidità e della ipocrisia della sua Chiesa, di continuo porta nella sua Chiesa le voci dei disperati, il fango della strada. Ha appena affermato che aiuta ad abortire le prostitute albanesi. Una canea latrante di fondamentalisti e di moralisti d’accatto come il leader dei commercianti di Udine, Diego Volpe Pasini, ne chiede la ‘sospensione a divinis’. Lo stesso Pasini che la Pretura di Udine ha di recente condannato per avere assunto una domestica marocchina senza autorizzazione al lavoro. L’addetto stampa della curia di Genova, monsignor Venturini, scrive: «Nessuna circostanza può rendere obiettivamente lecito il compimento di un’azione di sua natura malvagia, come è l’aborto procurato. È immorale aiutare in qualsiasi modo qualcuno a compiere il male». Nel dibattito interviene anche Carla Corso, leader delle lucciole: «Le ragazze che hanno lasciato il marciapiede ed ora hanno una famiglia, sono molte di più di quante si immagini. Per molte di loro non si è trattato di una scelta, ma di una costrizione».
Mentre i marciapiedi delle notti italiane si lordano del sangue delle rese dei conti tra gruppi di macros, Don Gallo apre con parole di buon senso e di speranza.

Don Andrea questa storia dell’aborto comincia con un Suo commento ad una iniziativa della Questura di Genova…
Esatto, mi telefona un giornalista del Secolo XIX per chiedere cosa ne penso di un fatto accaduto a Genova la sera prima. Uno zelante funzionario di polizia ha la brillante idea nella notte – tarda notte – di portarsi dietro i pompieri e arrivare nei luoghi dove lavorano le prostitute straniere Per il freddo hanno acceso piccoli falò, focherelli di legno e cartaccia. I pompieri innaffiano i fuochi ed anche le ragazze, in una fuga generale seguita a identificazione. Come comunità è trent’anni che siamo sul territorio, sulla strada; da sei anni, con i ragazzi, usciamo due o tre volte alla settimana con una ‘unità mobile’, cioè con un pulmino fornito di bevande calde d’inverno, fresche d’estate, preservativi, ciò che è necessario. Abbiamo scoperto questo pianeta di schiavitù, questo pianeta che la gente finge non esista. Nascono crociate, si sperimentano delle multe etc.

«Quando ci siamo trovati di fronte alle giovani albanesi, picchiate e rese schiave, a volte in cinta e con il terrore di presentarsi a qualunque struttura pubblica, le abbiamo accompagnate alle strutture ospedaliere dove ci sono équipe di ginecologi, psicologi e così via, in grado di accoglierle»

E io dico al giornalista «Mi meraviglio, non mi sembra una grande idea, anzi sentiamo il bisogno insieme al Comune di cercare nuovi modi, allargare il nostro gruppo operativo sino alla assistenza legale, sanitaria, della salute» e aggiungo «Quando ci siamo trovati di fronte alle giovani albanesi, picchiate e rese schiave, a volte in cinta e con il terrore di presentarsi a qualunque struttura pubblica, le abbiamo accompagnate alle strutture ospedaliere dove ci sono équipe di ginecologi, psicologi e così via, in grado di accoglierle». Da quel momento, dall’uscita sul giornale, sono stato messo al centro di una bufera che non ho cercato. Articoli, televisioni, servizi giornalistici, dibattiti, centinaia e centinaia di fax. Ma soltanto tre lettere cattivissime, anonime…
Noi cerchiamo soltanto di mettere al centro la persona come soggetto di diritti. Mi sembra di fare cose semplici per rispondere alla mia dignitià umana, cristiana, presbiterale, di appartenenza a questa Chiesa che è per gli ultimi. Sono, voglio essere una piccola fiammella, che vuole tenere acceso e vivo quello che è nelle tre parole chiave rivolte oggi soprattutto agli stranieri ‘accoglienza, assimilazione, integrazione’.

Che cosa dice la Chiesa cattolica rispetto all’aborto?
La Curia ha reagito subito mandando fuori un comunicato dove ribadisce i principi della dottrina etica della Chiesa cattolica in riferimento all’aborto. La Chiesa cattolica proibisce – nella difesa del primo concepimento – qualunque attività in favore dell’aborto, qualunque partecipazione alla procura dell’aborto. Questa è la dottrina agganciata subito alla contraccezione: ‘no’ rigidi, assoluti. Io uomo cristiano e prete continuo a proporre questa dottrina, continuo a difendere questa dottrina; la nostra dottrina è questa, cerchiamo – con sacrificio – di rispettarla. Ma nella Chiesa c’è anche la libertà di coscienza, nella mia Santa Madre Chiesa – nominandola mi commuovo, mi è stata trasmessa dai miei vecchi – il primato della libertà di coscienza è dottrina certa!
Allora, in queste situazioni terrificanti, con ragazze che rischiano di subire l’aborto con calci in pancia o con sistemi clandestini, mi chiedo se sono il Samaritano che accompagna sino all’ultimo o un sacerdote Levita, quelli del Tempio che passa oltre? Io non passo oltre. Sono disposto ad accettare le correzioni, quindi le mie responsabilità nei riguardi della mia Chiesa. Vivo nella strada, la mia voce arriva nei palazzi lindi, puliti dal fango lì porto questa istanza, queste grida di dolore.

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C’è chi chiede la sua scomunica…
Sono fiero della mia Chiesa quando è baluardo di principi, ma il principio va inserito in una realtà oggettiva ed è lì che ci si verifica. Da un anno ricevo tutti i mesi una lettera – anonima – che così comincia: “A Don Gallo, protettore delle prostitute e degli extracomunitari, Dio lo maledica!”. Invocano Dio per maledirmi e firmano ‘Il centro storico’. Mi fanno tenerezza! Io ho libera circolazione per il centro storico, certe notti passo verso le 2, le 3, non ho mai ricevuto minacce, né sgarbi. Conosco i miei insuccessi, conosco i miei errori, però ogni mattina voglio rinnovare il diritto alla non-sofferenza. Chi si sente attirato dal Vangelo e fa la scelta dei poveri non sbaglia mai. Gesù dice ‘beati i poveri’, Gesù è povero; gli idoli vengono abbattuti ed il più idolatrato è il denaro.
Proprio domenica scorsa fuori di una Chiesa cittadina Alleanza Nazionale ha distribuito un foglio, firmato, dove chiede espressamente la mia scomunica. L’arcivescovo si è premurato di telefonarmi, dicendo di restare “molto sereno, prudente, vigilante”. Il cardinale, ai suoi preti nuovi, pur ribadendo difficoltà e principi ha sottolineato la libertà di coscienza.

Lei non è parroco, l’unico titolo che ha è quello di Tenente Cappellano. I gradi se li è guadagnati sulla ‘Garaventa’…
Ancora giovane prete nel 1960 fui designato Tenente Cappellano a bordo di questa antica istituzione genovese, la nave scuola ‘Garaventa’. Ordinato prete nel ‘59, mi sono trovato subito in mezzo a un centinaio di ragazzi, definiti volta a volta ‘piccoli delinquenti’ o ‘ragazzi difficili’, si può immaginare con che famiglie alle spalle: madri prostitute, povertà spaventose. Questa nave era un luogo importante per Genova. Ma poi mi sono accorto che invece di prendere coscienza la città, ancora una volta, allontanava il problema, lo delegava. Un tempo la ‘Garaventa’ era un fiore all’occhiello, con la sua piccola fanfara, ma gli istruttori spesso erano avanzi della marina militare; poi con i nuovi sistemi e nuove tecnologie, la nave scuola è scomparsa. Esperienza per me di grande arricchimento. Ho dovuto cucirmi i gradi da solo, su questa nave vigeva in modo totale e completo la disciplina della marina militare italiana: alzabandiera, squilli di tromba, riti etc.

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Come commenta Lei la parola ‘comunità’?
La parola ‘comunità’ l’ho respirata con il Concilio Vaticano II. Il Concilio Vaticano II lancia la scelta non ‘per’ i poveri ma ‘con’ i poveri. Da studente salesiano ero stato due anni in Brasile; la conferenza panamericana dei vescovi a Medellin nel ’68 fa nascere le ‘comunità ecclesiali di base’, cioè la ‘teologia della Liberazione’ e riconosce che in ciascun essere umano Dio creatore ha donato tutte le virtù, tutte le energie per svilupparsi in una sfida continua di Libertà e Giustizia. La parola ‘comunità’ parte dai primi contatti, dai primi testi delle comunità ecclesiali di base, la riscoperta del cristianesimo attraverso le ‘comunità di base’ che sono aperte. Noi cominciammo proprio qui a San Benedetto, in questa chiesa, 28 anni fa, l’8 dicembre. Erano già presenti i non credenti, le altre Chiese e religioni. Sei anni fa siamo riusciti a inserire una piccola comunità nella Repubblica Domenicana ed un’altra piccola comunità in San Salvador di Bahia con i niños de rua.
Sul problema delle ‘comunità’ sono nati equivoci e società parallele. Grandi comunità chiuse alla società, che ricreano una società chiusa. La domanda che vado facendo da oltre dieci anni è: «Che cultura trasmettiamo?». Oggi il cardinale Martini illumina dicendo che questo non è più sufficiente che bisogna entrare in una partecipazione democratica. È a partire dalle comunità di base, dalle piccole comunità autogestite che si va ai parlamenti locali, comunali, regionali. Non il rovescio, non la chiusura. Sentirsi ‘volontari’, appartenenti al terzo settore, significa essere ‘cittadini volontari’, partecipare, rivendicare diritti, esercitare obblighi.
Democrazia, rispetto, non violenza, non coercizione, amicizia, gioia, canto. Se siamo ancora qui dopo 28 anni a raccontarla vuol dire che abbiamo seminato, questo sogno continua, noi siamo una piccola comunità a porte aperte con 130 residenti e centinaia, migliaia di frequentatori, di simpatizzanti.

Lei insiste sul primato della ‘libertà di coscienza’. Architrave del Suo pensiero…
Nessuno che abbia potere terreno, può sradicare questa libertà di coscienza, le energie che sono implicite nel dono della vita.

«La libertà è tormentosa, tormentata, è libertà anche di sbagliare, ma con la libertà si riconosce anche l’errore, si può ripartire, consapevoli del bisogno d’aiuto»

La libertà è tormentosa, tormentata, è libertà anche di sbagliare, ma con la libertà si riconosce anche l’errore, si può ripartire, consapevoli del bisogno d’aiuto. La preghiera ti fa accedere a questa fonte cristallina, al rapporto con il trascendente che nessun potere terreno può inficiare, togliere la libertà di coscienza. Nella Chiesa è stata una conquista dolorosa, ma se -per fare un esempio – non è ancora dottrina certa la non-violenza assoluta (nonostante il ‘non uccidere’ dei Dieci Comandamenti), la libertà di coscienza è primato.

Altra Sua parola è ‘disciplina’, no?
Conosco anche l’aspetto della disciplina; ho sempre detto ai miei vescovi che ero disponibile a rispettare qualunque ordine preciso assunto davanti a tutti. Però ‘coram populo’, pubblicamente, non di nascosto. Non esistono chiese acefale, il capo della Chiesa è il vescovo, non ci sono chiese senza testa. Ed io sono la Chiesa, mi sento Chiesa, l’essenzialità del Vangelo, il mio primo amore è Dio il secondo amore è la mia Chiesa cattolica

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Il vostro lavoro continua. Come va la Comunità San Benedetto?
Sappiamo che qualunque coercizione fisica o psicologica non porta a nessuna terapia, nessun cambiamento. Camminiamo insieme senza aspettarci risposte adeguate, ma soltanto ciò che chiamiamo ‘riduzione del danno’, ‘riduzione del rischio’. Ricominciamo da zero tutti i giorni: con le nostre lotte antiproibizioniste, contro la demonizzazione delle sostanze, adesso la demonizzazione delle prostitute straniere, le crociate contro l’aborto. Siamo contro tutte le crociate, adesso c’è quella della ‘scuola privata’ oppure ‘pubblica’. Siamo per donare e ricevere amicizia, soprattutto con i devianti di qualsiasi tipo, senza nessuna preoccupazione di guarigione, ogni giorno camminare insieme fuori di ogni ipocrisia e ogni inganno. Abbiamo una base, una coscienza politica, gli articoli della Costituzione per la tutela di tutti i cittadini. Il servizio pubblico è centralità, e noi ci mettiamo come cittadini volontari presenti sul territorio ogni giorno, non solo nel tempo libero. Nessuno può fare emergere il proprio privatismo, noi continuiamo a difendere e sostenere la centralità del servizio pubblico: consultori, carceri, giustizia, tribunali di sorveglianza, tutto deve essere migliorato. Solo uno Stato sufficientemente forte può dare al cittadino volontario lo spazio della collaborazione alla trasformazione della democrazia, a un nuovo stato sociale.

Galatea, febbraio 1999

Don Gallo contro la guerra

Lei parla di “due terrorismi “ che dominano il mondo, cosa intende?
Dopo la tragedia delle torri di Manhattan, nel discorso del presidente americano Bush c’è la richiesta pressante di fare una scelta ineludibile: o con noi o contro di noi, o con la civiltà
o con la barbarie. Parole, mezzi, che accecano masse, le ammorbano, le attirano dalla loro
parte per una scelta ‘ineludibile’. Sono le stesse parole del fondamentalismo islamico. C’è una
affinità continua tra i due progetti di dominio. Sono progetti entrambi oggettivamente criminali, vanno entrambi respinti in nome della forza del diritto.

Come mai il papa dei cattolici si è così apertamente battuto contro questa guerra?
Parlando con dei Carismatici mi hanno voluto dire che questo è il contenuto dell’ultimo segreto di Fatima. Una situazione apocalittica, facendo riferimento alla Apocalisse di Giovanni che faceva riferimento – allora – alla decadenza dell’impero romano. I responsabili del potere alla Casa Bianca si sono accorti di questa decadenza – negli USA c’è crisi economica, recessione. Entriamo in una fase in cui i responsabili sono assaliti da una forma di disperazione. Entriamo in una follia.

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Sensi di colpa nella chiesa occidentale?
Wojtila si è sentito di essere l’ultimo papa ‘bianco’, cioè occidentale. Il papa profeta scopre a questo punto la cultura mediorientale – parla di Baghdad come “terra dei profeti” – sente il bisogno di questo rapporto con le religioni monoteiste. La questione israelo-palestinese è al centro non in periferia. Questo profeta ci ricorda che su queste culture c’è il Sinai, cioè le tavole della legge. Il papa diventa la ‘voce’ di Dio e dice “non uccidere!”. Mentre la tragedia apocalittica è in corso l’ultimo papa ‘bianco’ grida non licet. È l’ultimo grido di speranza perché l’apocalisse è in corso – il problema dell’acqua, il problema energetico, il rifiuto dei migranti, la creazione del nemico. Si erge il profeta che dice “No!”.

Quali sono i “no” della Chiesa?
No al neoliberismo, no al terrorismo, no alla guerra. La chiesa non vuole imporre la civiltà cristiana – vedi il dibattito sullo statuto europeo – la chiesa è “colui che serve”, colui che lava i piedi, la chiesa è sale, è lievito. La chiesa si inserisce, va a testimoniare la propria fede tra gli uomini, non porta più una superiorità culturale, una egemonia, ma vuole vivificare tutte le culture. La Chiesa ha buttato tutto il suo prestigio nella cultura della pace. È possibile l’uomo mite? È possibile! Nessuno può fermare questo grido.

Bush parla in nome di Dio…
E bestemmia. Lo stesso Hitler metteva sui cinturoni della Wermacht “dio è con noi” e le crociate venivano fatte in nome di dio. Il dio è il dio della pace, il principe della pace. Capitolo 25 dei proverbi “Un nemico ti chiede da mangiare, dagli da mangiare. Un nemico ti chiede da bere dagli da bere”.

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L’opposizione laica in Italia è senza parole profetiche…
Dell’opposizione l’unico elemento che emerge costantemente è la divisione. Non c’è ascolto verso i movimenti, verso i giovani. I partiti, che sono elementi insostituibili, non hanno ancora scoperto che la loro funzione è di servizio nei confronti della società. Non si ascolta.

Il governo italiano…
L’attestato di fedeltà e alleanza agli Usa dell’Italia si è trasformato in vassallaggio. L’Italia non ha una politica europea e non fa politica verso i paesi del medioriente.
Comunque è un governo che tiene molto ai sondaggi, in Italia solo il 3% ha sostenuto la guerra, ed è questo che ha impedito l’adesione militare attiva.

Galatea, aprile 2003