Dai Visconti agli Sforza

Milano, Palazzo Reale, fino al 28 giugno 2015
info 0039 02 92800375 e www.viscontisforza.it
Catalogo Skira

1459
Michelino da Besozzo. Madonna del roseto, particolare

Coinvolgente, esemplare per chiarezza, splendida di opere, marmi, pietre, affreschi, tavole, orificeria, miniature, codici, legni scolpiti e carte dei tarocchi (quelle del Bembo in primis). Divisa in cinque sezioni cronologiche, la mostra abbraccia un percorso di due secoli,  dalla presa del potere di Azzone Visconti – fine del Trecento – agli anni di Ludovico il Moro e sua fuga da Milano prima dell’ingresso dei Francesi nel 1499 (morirà nel 1508, prigioniero in Francia). I curatori della mostra Marco Natale e Serena Romano hanno   ‘riletto’ l’esposizione di Roberto Longhi e Gian Alberto dell’Acqua del 1958, aggiunta di tutte le nuove possibili acquisizioni e con uno sguardo aperto a nuovi paradigmi storiografici come quelli francesi degli Annales, mirati alla storia anche delle classi deboli. Si è capito come far parlare muri e reperti, ori e tessuti, abazie e castelli.

Michelino da Besozzo. Madonna del roseto
Michelino da Besozzo. Madonna del roseto

Gli oggetti esposti, fanno storia anche attraverso l’impaginazione degli spazi, dove ogni pezzo si percepisce come isolato e tuttavia all’interno di una totale coerenza di racconto. E che racconto. La bellezza scorre dentro il fiume del potere, tra rivalità, delitti, tradimenti, rovesciamenti di fronte, alleanze dinastiche e sottinteso fragore di armi. Il ducato si apre alle esperienze straniere più significative, in Italia da Venezia – quindi Padova e Ferrara – alla Toscana tutta, ma anche a Francia, ‘Allemagna’ e terre slave. Volontà di affermazione facilitata dalla situazione storica, geografica ed economica della Lombardia e nascita dei grandi cantieri, prima di tutto la Fabbrica del Duomo e quella della Certosa di Pavia, allora capitale del Ducato. Se all’inizio della mostra si vede solo scultura, ecco poi qualche affresco staccato, colorato e giottesco come Le nozze di santa Caterina (1335 circa), seguono le prime tavole religiose (e disegni, miniature, codici), ma i committenti hanno anche bisogno di laiche affermazioni e compaiono i ritratti. Con esiti alterni: Andrea Mantegna ritrae Galeazzo nel 1475, ma il duca brucia il dipinto, gli sembra che “non l’havesse facto bene”, meglio il profilo sui ducati  d’oro. Si costruiscono chiese e palazzi stracolmi di arte, come quello Borromeo, lavorano per i Visconti i toscani Giotto e Giovanni di Balduccio e Giusto de’ Menabuoi. I rapporti di Giangaleazzo con le corti europee importano la cultura gotica internazionale dove, tra lacche e gioielli applicati alle tavole, fondi oro e broccati, figure ondulanti, astratte, aristocratiche e fiori che passeranno quattro secoli dopo ai preraffaelliti inglesi, si trova a suo agio Michelino da Besozzo, maestro assoluto, e basti la sua Madonna del roseto proveniente dal museo di Castelvecchio. Con Ludovico il Moro la spaccatura netta col passato, la grande svolta della normalizzazione: è arrivato Bramante e con lui la prospettiva, il rigore, lo spazio. Sarà il costruttore della Milano rinascimentale,  anche se curiosamente ferma il lavoro da architetto quando arriva Leonardo. Con queste radicali novità si chiude la mostra, per proseguire idealmente in quella su Leonardo, cui seguirà Giotto, da Assisi a Milano.