Ha rivoluzionato l’organizzazione dell’astrofisica in Italia, ha dedicato la vita alla ricerca, studio, insegnamento, alla saggistica scientifica e divulgativa, all’impegno civile nella battaglia politica per la democrazia e la Costituzione. Sino alla fine tra piante da giardino e animali domestici, vegetariana per amore del ‘vivente’, atea ‘per fede’. Margherita Hack, nata a Firenze il 12 giugno 1922 è morta il 29 giugno del 2013. La ricordiamo riprendendo questo incontro-intervista dell’aprile 1999, in Trieste.

di Piero Del Giudice  foto Tiziano Neppi

 

Margherita Hack, la prima domanda riguarda la famiglia e l’ambiente della prima formazione.
Porto un cognome svizzero-tedesco perché il mio bisnonno paterno era di Winterthur; mio padre fiorentino e mia madre toscana. Mio padre era contabile, impiegato in una azienda che oggi corrisponderebbe all’ENEL, l’azienda che forniva l’energia elettrica alla Toscana. Da quel posto fu mandato via nel ‘29, perché non si era mai iscritto al partito fascista e perché era sindacalista. La scusa fu che, siccome aveva avuto la pleurite, era ‘infetto’. Lo mandarono via e poi non ha mai più avuto un posto. La mamma era diplomata maestra, aveva fatto l’accademia di Belle Arti. Impiegata al telegrafo lasciò l’impiego quando nacqui, ma poi, quando il babbo fu licenziato, cominciò ad andare agli Uffizi a fare la miniaturista: copiava i quadri su avorio, su miniature e li vendeva ai turisti. Siamo campati sempre con il lavoro suo, e con impieghi saltuari del babbo. Non è che fosse un militante di qualche partito, ma era sempre stato sindacalista e non si era mai iscritto al fascio. Gli bastava quello per essere licenziato. Se uno voleva mangiare doveva avere il ‘brigidino’.

Il brigidino?
A Firenze lo si chiamava il ‘brigidino’, il distintivo del fascio. Era un quadratino bianco, rosso e verde con il fascio littorio. I fiorentini lo chiamavano ‘brigidino’, i brigidini sono dei biscotti che si fanno per Santa Brigida e questo lo si chiamava così.

Come era l’ambiente familiare?
Ero figlia unica e i miei erano estremamente liberali. Mi hanno sempre lasciato molto libera e sempre responsabilizzato. Il babbo era nato di religione protestante, la mamma di religione cattolica, però tutti e due erano estremamente scontenti delle loro religioni, non erano praticanti. Cominciarono a credere a queste filosofie indiane, seguivano la teosofia, che oggi va molto di moda, queste filosofie allora era una rarità. C’erano dei gruppi teosofici a Firenze di cui il babbo diventò anche presidente. Fu una delle sue maggiori attività. Credevano nella reincarnazione e a tante ‘bubbole’. Li chiamavo i matti. Però la teosofia ci aveva di buono che come principio non ci dovevano essere distinzioni, né di razza, né di sesso, né di religione, quindi aveva questa base che è stata estremamente importante per me, questo sì. Poi c’è anche il rispetto per gli animali, infatti i teosofi sono vegetariani, non mangiano carne, né pesce. Mangiano sì, uova, latte, formaggio; proteine sì, ma non animali, non direttamente, senza uccidere, ecco.
Sino a 17, 18 anni, credevo sì, vagamente; anzi, seguivo anche la religione cattolica, più per conformismo, per non sentirmi diversa. A scuola quando siamo diversi ci pigliano in giro; però della religione in realtà non me n’è mai fregato nulla.

«Facendo la tesi ho capito cosa voleva dire fare ricerca e ho pensato che così mi sarebbe piaciuto seguitare»

Margherita Hack
©Tiziano Neppi

Lei ha fatto gli studi classici, poi si è iscritta, sia pure per poco, alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Che cosa determina la sua scelta per la Fisica e l’Astrofisica?
Sono nata vicino a Campo di Marte, in una strada all’angolo con via Cento Stelle. Si trovava tra via Cento Stelle e viale Alessandro Volta. Poi, quando fu licenziato mio padre, si andò a vivere vicino a Poggio Imperiale, dove la mamma aveva una casa ereditata dal nonno. La via si chiamava Ximenes, il quale Ximenes era un astronomo anche lui… ma questi sono tutti casi, un caso anche la mia scelta finale. Una volta finito il liceo si pensava che avrei fatto Lettere, che avrei fatto magari giornalismo, data la mia facilità nello scrivere – ero davvero brava a scrivere resoconti sportivi, ed ero e sono tifosa della Fiorentina. Mi iscrissi, infatti, a Lettere; però ci stetti un’ora sola, perché mi sembrarono tutte chiacchiere, e questo non faceva per me. L’altra cosa studiata a scuola che mi interessava era la fisica. Quindi mi iscrissi a Fisica, sia perché avevo questo interesse e sia perché la mia compagna di banco, quella con cui ero più affiatata, s’era iscritta a Fisica. Mi ci sono trovata subito bene e quando ho dovuto scegliere l’argomento di tesi, volevo un argomento sperimentale. C’era vicino l’osservatorio di Arcetri, avevo fatto l’esame di astronomia, mi piaceva, mi interessava e così ho chiesto una tesi in astrofisica. Così è cominciato. Facendo la tesi ho capito cosa voleva dire fare ricerca e ho pensato che così mi sarebbe piaciuto seguitare. Poi, dopo un certo numero di anni di precariato, sono riuscita…appunto ho avuto un posto da assistente incaricato, ho vinto il concorso per assistente di ruolo alla cattedra di astronomia e ho seguitato. E alla fine arrivo a Trieste, dove ho vinto la cattedra, dove oggi abito e dove ci incontriamo.

Lei è nota come scienziata, come donna impegnata e divertita polemista.
Dal punto di vista scientifico quale è stato il Suo maggiore contributo?
Ho abbastanza fama in campo internazionale. Ho lavorato parecchio all’estero, con i migliori scienziati della mia epoca, ho pubblicato parecchio su riviste internazionali, sono stata invitata a far parte di parecchi consigli scientifici, dell’agenzia spaziale europea, dell’osservatorio europeo per l’emisfero australe, della European Science Foundation. In Italia ho avuto posizioni di rilievo, sia per la direzione dell’Osservatorio qui di Trieste, sia perché sono sempre stata attiva in questi organismi che decidevano della politica scientifica, come il GNA, il Gruppo Nazionale di Astronomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il GNA ha permesso di rinnovare l’ambiente astronomico, che era molto chiuso, molto baronale, il GNA ha permesso il decollo dell’astrofisica italiana, perché ha permesso di avere una politica nazionale, l’incontro tra giovani, la discussione sui filoni di ricerca, assegnando fondi ai ricercatori direttamente, liberandoli dalla schiavitù dei direttori spesso anziani, con idee vecchie, con programmi di ricerca non attuali. Ho avuto la fortuna di avere ad Arcetri un direttore molto liberale, Giorgio Abetti. Era l’unico astrofisico, gli altri erano tutti più meccanici celesti, cioè seguivano una branca dell’astronomia sorpassata, allora.

«Come la fisica italiana è sempre stata una delle migliori in campo internazionale, così l’astrofisica è diventata una delle migliori a partire dagli anni ’70»

Oggi la meccanica celeste è tornata di attualità per i satelliti, per le sonde spaziali. Di astrofisici c’era allora solo Giorgio Abetti; ho avuto fortuna, perché, appunto, io sono astrofisica. Ma in generale solo grazie al Gruppo Nazionale Astronomia, è stato possibile rinnovare la ricerca e permettere ai giovani di vari osservatori di andare a specializzarsi in istituti dove si faceva una ricerca avanzata. Questo rinnovamento ha fatto sì che oggi l’astrofisica italiana sia una delle migliori in campo internazionale. Come la fisica italiana – si risale ai tempi di Fermi – è sempre stata una delle migliori in campo internazionale, così l’astrofisica è diventata una delle migliori a partire dagli anni ’70. Questo significa pubblicazioni, lavori di ricerca, presenza dei ricercatori italiani in tutti i vari organismi internazionali.
È nato, con quel lavoro, un soggetto nuovo, una ‘politica nazionale’. Una volta, quando i direttori erano onnipotenti e stavano chiusi nelle loro parrocchie, nei loro osservatori, ognuno si faceva magari gli stessi strumenti o ne voleva uno un po’ più bello dell’altro, senza che ci fosse una programmazione. Con il GNA s’è cercato di utilizzare gli scarsi fondi per fare della strumentazione nazionale. Per fare un esempio: a Napoli e poi a Trieste c’è stato uno strumento per l’analisi degli spettri che non era di Napoli o di Trieste, ma era nazionale e quindi i ricercatori che avevano bisogno di questo strumento venivano a Trieste o a Napoli. Quando si è trattato di fare un osservatorio nazionale i vecchi direttori volevano per forza posizionarlo in Italia – dove non c’è un luogo adatto, cioè non ci sono sufficienti notti serene, non c’è un cielo abbastanza calmo e non ci sono zone sufficientemente oscure. Questo strumento è poi stato fatto alle Canarie; il telescopio è finito, ma mancano ancora gli strumenti ausiliari, però, appunto, queste imprese, sono andate avanti, proprio perché c’era un lavoro di coesione fra i ricercatori di tutta Italia.
Ormai gli osservatori sono istituti in cui si analizzano i dati che si prendono dai satelliti o dai grandi osservatori internazionali. Quello europeo è in Cile, sulle montagne cilene, oppure alle Hawaii, oppure anche alle Canarie…

Quindi la vecchia immagine dell’astrofisico…
…che sta a guardare? No. Andiamo una, due volte l’anno, abbiamo qualche notte di osservazione in Cile, sulle Ande, sul Paranà, a più di 6.000 metri, oppure alle Canarie oppure alle Hawaii. Lì sono gli strumenti richiestissimi, uno può avere una o due notti. Però sono tanto potenti che in una, due notti si può fare molto di più di quanto si poteva fare in un anno con i vecchi telescopi. Il lavoro che si fa qua, negli osservatori nostrani, consiste nell’analizzare con il computer i dati presi con questi grossi strumenti. Fondamentale è il computer e la biblioteca. Anzi fra poco non avremo nemmeno più la biblioteca, perché ormai tutto arriva via Internet, anche se io trovo ancora più comodo avere il libro su cui scribacchiarci sopra…
L’immagine popolare è davvero desueta. Quando ho fatto la tesi nel ’44, non si guardava, si fotografava in ogni caso. Si analizzavano le foto, nemmeno si guardavano le foto. Le foto le si guardava all’inizio del ’900. Quando ho cominciato io le fotografie venivano già analizzate con degli strumenti che si chiamano microfotometri, che misurano l’intensità, l’annerimento, diciamo, in funzione della posizione o della lunghezza d’onda se si tratta di spettri stellari.

Margherita Hack
©Tiziano Neppi

Oggi la vera rivoluzione l’hanno fatta i satelliti?
Sì, e anche i rivelatori. Non è più la lastra fotografica, ma sono rivelatori elettronici. La risposta, diciamo, è proporzionale, è lineare, cresce proporzionalmente all’intensità della radiazione che arriva. Con la lastra fotografica, la risposta non è lineare, bisogna fare una calibrazione, bisogna stare attenti a non sovraesporre né a sottoesporre, e quindi ci sono, c’erano, problemi. Con i rivelatori elettronici sono stati molto ridotti.
Per tornare alla fascinazione del telescopio che scruta il cielo, debbo dire che il cielo è più bello a occhio nudo. A occhio nudo si vede tutto il cielo, mentre al telescopio noi si guardava la stellina. I telescopi, soprattutto quelli di una volta, intanto debbono seguire il moto apparente delle stelle da est a ovest, quindi il telescopio deve ruotare intorno ad un asse che è parallelo all’asse di rotazione della terra, e ha un moto angolare che è uguale al moto di rotazione della terra. Questo moto è un motore elettrico; sono motori elettronici, insomma, qualcosa di mai perfetto. Un po’ come gli orologi di un tempo, un orologio che un po’ andava avanti e un po’ indietro. L’astrologo doveva guardare, cioè doveva stare attaccato ad un cannocchiale parallelo al telescopio – il telescopio ci aveva in fondo la lastra fotografica, mentre oggi c’è il rivelatore elettronico –  e guardare con quello che si chiamava il cannocchiale di guida, l’immagine della stella che veniva portata su un crocicchio di fili di ragno e correggere il moto del telescopio perché la stella resta ferma. E questo si doveva fare in realtà sempre, perché ogni dieci minuti, un quarto d’ora, il telescopio tendeva un po’ ad accelerare o a ritardare e quindi la stella si spostava dal crocicchio e quindi la luce della stella non andava più a finire sulla lastra fotografica…Più che una fascinazione una grande sofferenza ed un “pallino” da osservare.

Non sembra così affascinante…
Il fascino non c’è. Il fascino, casomai, è guardare il cielo da profani a occhio nudo. Quello che ha un certo fascino per la gente è la Luna, perché si vedono i crateri, le montagne, le pianure, che a occhio nudo non si vedono. Su Marte si riusciva a malapena a vedere le calotte polari, perché c’è l’atmosfera nostra sempre perturbata, poi c’è l’atmosfera di Marte; su Giove si intravvedeva la macchia rossa; su Saturno, ecco, su Saturno magari si vedevano gli anelli.

«Non è quello che si immagina la gente, dire “Ah che bello il cielo!”, l’interesse è di capire questo oggetto fisico che è la stella»

Oggi che si possono vedere le immagini dei pianeti come ce le hanno mandate le varie sonde, quello che si vede a occhio con il cannocchiale è molto misero in confronto. Il bello è la ricerca, cioè di capire. Non è quello che si immagina la gente, dire “Ah che bello il cielo!”, l’interesse è di capire questo oggetto fisico che è la stella, che è poi un blocco di gas, come funziona, cioè quali sono le sorgenti di energia che lo fanno brillare? Sono le reazioni nucleari. Come queste reazioni nucleari nel corso della vita di una stella la modificano e quindi la fanno evolvere? Come dalle osservazioni della luce che esce dalla stella, cioè dallo spettro, e la luce in funzione della lunghezza d’onda; come da questo spettro si può ricavare la temperatura, la densità, la composizione chimica, i moti che ci sono nell’atmosfera stellare e da questi risalire alla struttura interna e alla sua evoluzione? I problemi interessanti sono questi, non di guardare il cielo e dire: “Ah come è bello, che poesia!”. Di quello non ce ne frega nulla.
La cosiddetta conquista dello spazio poi, da un punto di vista astronomico, ha significato avere molte più informazioni. Invece di analizzare quel po’ di radiazione che va dal rosso al violetto, cioè quella che passa attraverso l’atmosfera e a cui è sensibile l’occhio, si possono osservare i raggi gamma, i raggi X, ultravioletto, infrarosso, radio, che ci danno tutti informazioni complementari e molto più abbondanti di quelle che si potevano osservare solo dalla luce. Riunire tutti questi pezzettini d’osservazione delle stelle delle galassie, mettendo insieme tutti i pezzi di osservazioni nei vari campi, nelle varie bande dello spazio elettromagnetico, dei vari ricercatori e arrivare ad una visione d’insieme dell’universo e quindi della cosmologia. Come s’è formato l’universo? Come evolve? Che età ha? È infinito? È finito? Queste sono le grosse domande.

E c’è qualche risposta?
In parte sì, date proprio dall’osservazione. In gran parte sì. Oggi si sa che l’universo è in espansione. Si sa che quell’universo che noi osserviamo è stato originato da una fase di altissima temperatura e densità e quindi paragonabile a quello che potrebbe essere un acceleratore di particelle. Doveva essere una zuppa di particelle elementari e di fotoni ad altissima energia. Che questo universo è in espansione lo si osserva proprio da dati fisici. Si prevedeva che questo universo iniziale, dalle altissime temperature, espandendosi doveva raffreddarsi e si dovevano trovare le tracce di questo raffreddamento. E queste sono state trovate grazie alla radioastronomia. Oggi si sa che la temperatura media dell’universo è di 3 gradi assoluti, si conosce la densità media e quindi si può calcolare come dovevano essere le condizioni fisiche nell’universo primordiale e quindi si trovano tanti riscontri osservativi a riprova del nostro modello di universo.

In declino l’idea del Big Bang?
L’età dell’universo è di 150 miliardi di anni. L’idea classica della sua origine non è in declino, ci sono delle modifiche al modello più standard, più semplice. Anzi le osservazioni suggeriscono proprio che sia originato da questa fase di altissima temperatura e densità, cioè il Big Bang. Ma si comincia a pensare che quello che noi osserviamo non sia tutto l’universo, che il nostro sia un universo fra tanti. Siamo partiti dall’idea, nel passato, della Terra come centro del mondo, poi si è trovato che il Sole era il centro – Copernico, Galileo. All’inizio di questo secolo si pensava ancora che il sistema solare fosse al centro della Via Lattea e che la Via Lattea riempisse tutto l’universo. All’inizio di questo secolo invece si è visto che il Sole è in una posizione periferica della Via Lattea e che la Via Lattea è una galassia tra miliardi di altre galassie che insieme costituiscono tutto l’universo. Oggi si pensa addirittura che l’universo sia uno fra tanti e in realtà in uno spazio-tempo infinito ci siano infiniti altri universi. Quindi l’idea più copernicana possibile. Da quella tolemaica siamo passati ad un’estensione dell’idea copernicana.

Lei si definisce materialista, atea. Che cosa vuol dire in concreto?
Non credo in un aldilà di nessuna specie. Il mio essere atea – scusi l’apparente paradosso – è una forma di ‘fede’. Se fossi perfettamente razionale, dovrei essere agnostica, perché la scienza non è tenuta a dimostrare né se Dio c’è né se non c’è. Ma l’idea di Dio, di un aldilà non mi soddisfa, mi convince di più che tutto sia venuto dal caso, dall’incontro di particelle di materia. Non so perché ci sono queste particelle di materia o di energia, ma andarle a spiegare con Dio non mi soddisfa. La mia è una posizione irrazionale, è una ‘fede’ che mi soddisfa di più. Una ‘fede’ perché non possa dimostrarlo. Non credo a nessuna forma di soprannaturale, nell’Universo c’è materia ed energia, ma non le identifico in qualcosa di soprannaturale, è la natura, e basta. La mia morale è il rispetto per degli altri esseri viventi, che sono simili a me, che siano esseri umani o animali, che hanno capacità di affetto, capacità di soffrire  e quindi il rispetto di tutti gli esseri viventi: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”,”ama il prossimo tuo come te stesso”, questo va benissimo anche per un ateo.
Direi che quando in una macchina si rompe il motore, il cervello non esiste più, la persona non esiste più; esisteranno le sue molecole, gli atomi, che sono eterni. Andranno a formare altre aggregazioni, altre piante, altri esseri viventi o resteranno liberi nell’atmosfera, ma la persona non c’è più: tutto comincia e finisce.