Tutto è cambiato

Giovanni Orelli

1975
Giovanni Orelli

Romanziere, poeta, critico letterario, debutta a metà degli anni Sessanta con il romanzo L’anno della valanga. Libro fortemente voluto nei tipi della Mondadori da Vittorio Sereni – “il poeta e l’intellettuale più vicino alla letteratura svizzero-italiana” dice di lui lo scrittore ticinese. Nato a Bedretto in Leventina, nel Ticino profondo e vallerano, Giovanni Orelli si forma in un mondo in mutazione radicale e in via di estinzione. Dall’origine contadina e dalla educazione cattolica lo emancipano, in un itinerario complesso, gli studi di filologia con Giuseppe Billanovich, la duttilità di una scrittura costante e plurale (romanzo, poesia anche dialettale, critica letteraria), l’impegno civile. Così è il divenire – in un mondo che cambia – di uno dei maggiori scrittori svizzeri del novecento. Sino a questa stagione – 85 anni appena compiuti – che Orelli festeggia con l’uscita di due libri: in poesia Frantumi (alla chiara fonte editore, Lugano) in prosa I mirtilli del Moléson (Aragno editore, Torino).

di Piero Del Giudice gennaio 2014

 

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Il padre Leo

Lei è sempre stato legato a Bedretto, borgo della nascita e della origine…
Il paese adesso avrà una trentina di abitanti, la municipalità – Bedretto, Ronco, Villa, Ossasco – ne ha poco più di ottanta. Il suo nome è una pessima traduzione di quello che nell’Ottocento chiamavano ‘Bedreto’, ‘Bedoleto’, dal latino betulleto, così come un villaggio dell’Onsernone Vergeletto, Virgultum.
Mio padre si chiamava Leo – forse in omaggio a papa Leone XIII -, mia madre Anselmina Forni. La ricordo nella poesia Selma nella raccolta appena uscita Frantumi.

Mio padre come tutti gli abitanti della valle faceva il contadino. Non avevamo un libro – né Bibbia, né Dante. Durante l’inverno emigrava in Francia a vendere castagne. Leo e Selma hanno avuto otto figli. Gestivano anche un’osteria. L’osteria di mio padre è stata un po’ la mia prima università. C’era un falegname, Plinio Vella, che dopo avere bevuto un po’ parlava di Dante e l’unico che lo ascoltava ero io. Un primo insegnante e informatore. Mio padre sapeva che mi piacevano i libri. Nel ’39 gli emigranti della valle hanno dovuto smettere di andare in Francia per la guerra. Allora si sposta a vendere castagne a Zurigo e lì, una volta, un acquirente di castagne che aveva fame gli dice: “se mi dai un po’ di castagne ti do questo libro”. Mio padre accettò, quel libro era Retour de l’URSS di André Gide che mi aprì a Valéry, a Racine.

La madre Anselmina, la nonna materna Giacinta, la sorella Livia primogenita con due figli, Fernando e Vittore.
La madre Anselmina, la nonna materna Giacinta, la sorella Livia primogenita con due figli, Fernando e Vittore.

Avevo buona memoria e agli esami scolastici ero un allievo brillante ricordavo le date di geografia, di Storia – ma non conoscevamo comunque niente di Lombardia, di Piemonte. Gli esiti per un figlio di contadini studente erano: andare in seminario e fare il prete o fare il maestro. Feci il maestro, nel mio stesso paese, in una scuola di 8 classi tenute insieme. Fu un esperimento interessantissimo, era una specie di scuola-colloquio, erano in quindici, l’ho fatto per cinque anni, mi è piaciuto moltissimo, una specie di seminario interclassi. Quindici tra ragazzi e ragazze che andavano dalla prima all’ottava. Esclusa religione e lavoro femminile, facevo tutto io. Lì ho risparmiato anche un po’ di soldi. Allora Bedretto aveva 80 abitanti.

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Villa

Nel teatro montano di Bedretto nasce il Suo primo romanzo L’anno della valanga. Al centro di questo libro, ancora prima dell’umana vicenda della piccola comunità, c’è la fascinazione della neve…
La neve è la forma della bellezza. Il granello di neve è un granello esagonale come un diamante, una bellezza incredibile. Esempio della bellezza, un diamante della natura. I cristalli di neve, per la loro incredibile simmetria e varietà, hanno sempre interessato gli scienziati. C’è una traccia del 1611 ed è di Keplero. Keplero tenta una descrizione scientifica nel trattato Strena Seu de Nive Sexangula, e mi sembra che sia lì la storia-metafora del cristallo di neve in regalo alla amata, come diamante.

Giovanni Orelli a 11 anni primo a sinistra, in piedi la cugina Rosita, ultimo a destra il fratello Diego oggi sindaco di Bedretto, in primo piano con il berretto il fratello Vittore (protagonista del tema-racconto Hanno le cose unanima?)

Alla fine della guerra gli amici italiani mi dicevano “Voi svizzeri non avete sofferto niente, siete dei fortunati, ma siete rimasti indietro. Avete solo l’orologio cucù”. Rispondevo «Cari amici vi sbagliate. Non abbiamo avuto la guerra, ma se parliamo della paura, del rischio della vita, dei timori, avevamo quei granelli di neve che diventando centinaia di migliaia potevano diventare valanga». Per avere una vita intensa non è necessario fare delle guerre.
Per noi la neve era la natura, il tempo naturale, fine delle attività e del lavoro, ma anche bellezza. Ho vissuto in montagna l’inverno del ’51, un inverno di pericolo e di valanga, siamo dovuti andare in una specie di cantina per settimane. Da quell’inverno e da altri nasce il libro di cui parliamo. Non c’è bisogno della guerra. Ci pensa la natura, con uno dei suoi troppo generosi doni.

Tutto è cambiato in poco più di mezzo secolo, nelle valli e nelle pianure. Come parlare di questa mutazione?
Sono cambiato io ed è cambiata la situazione, ho sostituito un po’ alla forza della natura la forza della Storia. Anni capitali della mia mutazione e della mia formazione sono stati quelli passati all’università Cattolica di Milano. Ero andato alla cattolica con l’idea di fare Italo Svevo, ma Billanovich mi ha insegnato il mestiere del filologo. Ho scelto la tesi sui ‘Volgarizzamenti dai padri della Chiesa’ e mi sono occupato soprattutto di Ambrogio, Agostino e Ilario. Medioevo e umanesimo. Oltre all’insegnamento di Billanovich dovevo recuperare sul latino, ero in ritardo nei confronti dei compagni italiani. Ho passato un anno a studiare latino.

Il campanile di Villa

Tutto è cambiato. Il cambiamento qui, in Val Leventina, nel Canton Ticino, come nel resto del mondo, è il passaggio da una società agricola-borghese a una borghese, con la scomparsa del mondo contadino.  L’ho vissuta sulla pelle. Quando ho finito gli studi per diventare o prete o maestro e ho insegnato per cinque anni nelle pluriclassi di montagna, ho vissuto ancora una realtà contadina. Non lo dico per nostalgia. Era una civiltà civile, rispettabile. Potrei citare il campanile di Villa fatto a pentagono con una punta acuta, un campanile così fatto per tagliare la valanga, un’opera fuori dal comune, da gente che aveva la testa. Questa civiltà è pressoché finita tanto è vero che nella mia valle, dove c’erano più classi elementari in corsi misti, le scuole hanno cominciato a scomparire, il che voleva dire che la gente di montagna cominciava a scomparire e il mondo contadino stava trasmigrando nella civiltà borghese. Ho dovuto accettare questa cambiamento, l’ho fatto rimettendomi negli studi. Mi sono pagato gli studi universitari facendo prima il maestro e sono ritornato poi per necessità di vita nel Canton Ticino e mi sono inserito nella scuola. La ‘sconfitta’ del mondo contadino a cui appartenevo, l’ho superata entrando nella società borghese, ma scegliendo come indirizzo politico e ideologico la sinistra del partito socialista. Da qui alcune difficoltà professionali superate per motivi letterari, e il definitivo inserimento nel movimento scolastico. Ho insegnato in parecchi ordini di scuole e finalmente al Liceo di Lugano.

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Il matrimonio della sorella Pola secondogenita

Dalla origine contadina e da una educazione cattolica all’impegno civile nella sinistra…
Uno dei momenti fondamentali del mio cambiamento ideologico è la messa in crisi del manifesto dei cattolici di professione di fede sul quale era fondata la mia educazione. Ero cattolico, ho frequentato l’università cattolica, ma mi sono posto su una posizione diversa. Non credo più alla seconda parte del manifesto dei cattolici che recita “credo la santa chiesa cattolica etc.” È saltato in aria, è tra le cose che sono in un certo senso saltate in aria. Come la supervalutazione che nell’insegnamento religioso davano sul cosidetto peccato sessuale “non commettere atti impuri”. I momenti principali della vita sono nascita, copula, morte. La nascita è un fatto fondamentale, ma la nascita non la scegliamo noi, sulla morte sono in attesa, e condivido.

Maestro a Bedretto con la pluriclasse.

Ricordo il pensiero di Lucrezio “Nihil est igitur mors ad nos…”, ma problematico rimane il meno importante dei tre: la copula. Ho avuto un matrimonio felice. Ho avuto tre figli che sono migliori di me. Non della mia esperienza discuto, ma l’atteggiamento della chiesa cattolica che è in notevole ritardo, debitrice di un atteggiamento conservativo.

Quali sono i Suoi padri letterari?
Sono tanti, il più importante di tutti è Dante. Il discorso avviene tra parola e cosa, “parole che signoreggiano la cosa” (Tasso). Dante è quello che più degli altri è riuscito a signoreggiare l’uso della parola, che sceglie il contenuto che vuole dire. Uno ha qualcosa da dire e deve dire qualcosa per distaccarsi dalle banalità che si dicono e si scrivono. La brevitas dei latini. Ho passato un anno lavorando sul latino. Mi lessi tutto Virgilio e tutto Lucrezio. Il maestro di Dante è Virgilio. Per non parlare del grande Tacito, di Cicerone. Ho un debito grandissimo per la letteratura latina.

Per un indovinello

Ero al tomorrow and tomorrow, al domani:
non ti ho sentita venirmi alla spalle
a piedi (morti?) da ragazza piuma
quando mi hai messo le mani sugli occhi.
Mi davi cinque nomi e…
E poi l’indovinello del “chi sono?”, due minuti e via!
-Sei Giuditta che giuoca
con Oloferne, poi gli taglia la testa?
Sei Betsabea con occhi suoi come li vide Rembrandt?
E tre: la fedelissima in eterno, del
“questi che mai da me non fia diviso”
Dante-Francesca-Paradiso-Non-Inferno.
Sei Eloisa, come specie: di Dio,
ma come donna di Abelardo: mia!
Ti resta un nome solo.
E se indovino il premio?
Il premio? Un fiore come quello
che mettevo in lettere perdute
per farti indovinare in quale prato
ero stata a nettare a primavera
resti della valanga, della melma.
Perché da figliol prodigo, la sera
vi sentissi il profumo della casa,
quello delle mie mani.
Ho vinto. Sei mam. Il nome è Selma1.

1     L’indovinare chi, non visto, ti mette mani sugli occhi perché tu dica chi è, è parte, qui, di un sogno, nel quale torna mia madre, di nome Anselmina (Selma: a cinquant’anni dalla morte).

Manzoni, Tessa, Gadda?
Nomi che mi sono veramente cari. Manzoni l’ho sperimentato nella scuola, è complicato, troppo ricco, troppo al di sopra della possibilità conoscitiva di un ragazzo di scuola. Il Manzoni descrive con precisione il concetto di mafia, nei primi capitoli dei Promessi sposi: gli sgherri, i servitori di don Rodrigo e dell’Innominato, zelanti verso i padroni, braccio armato contro la povera gente.

In Festa del ringraziamento, ne L’anno della valanga la griglia generale del libro si può leggere come metafora…
Tutta la nostra scrittura è una metafora, si cerca di dire la verità, raggiungibile attraverso la metafora.

In Festa del ringraziamento c’è una esplicita critica all’esercito. Solo lì o in generale?
Giuseppe Billanovich puntando il dito e rivolgendosi a me disse, a confronto con gli studenti milanesi italiani, “figlio di benedetto e fortunato paese”. Elogio non opportunistico, ma giudizio di valore sul grado di attuazione e sulle forme di civiltà attuate dai politici. Mi sono sempre dichiarato contento di essere cittadino svizzero. Ma non tutto è meritevole. Sono sempre stato avverso all’ingerenza nello Stato di quello stato che è il sistema militare. Un potere eccessivo, con spese che vanno a detrimento di altre possibili spese neglette e molte riguardano bisogni della povera gente. Ma non sono per l’annullamento dell’esercito. Sono avverso al potenziamento del servizio militare anche se il servizio militare mi ha consentito di conoscere altra gente e problemi.

Il Suo Il treno delle italiane è un libro sulla immigrazione. Uscito nel 1995 è un testo molto attuale…

È un argomento di grande attualità, oggetto di una recente votazione nel nostro Paese. Mettere un freno alla immigrazione di altre popolazioni: bulgare, rumene, italiane o conservare la purezza della svizzerità? Sono per la liberalizzazione controllata della immigrazione. Siamo cittadini del mondo, non solo svizzeri. È un problema che riguarda tutta l’Europa. Sulla ‘svizzerità’ una risposta sintetica l’ha data Gianfranco Contini che abilmente diceva: “La Svizzera si sente un po’ in colpa, non avendo fatto guerre, non avendo fatto parte dei club dei vincitori o dei perdenti, la Svizzera si è sentita messa in disparte”.
La svizzera-italiana era, sino a metà Novecento, un paese sottosviluppato, poco culturale. La storia della nostra cultura è stata scritta tra 800 e 900, soprattutto negli anni del fascismo e post-fascismo e la nostra cultura tendeva ovviamente a privilegiare un aspetto svizzero e non un aspetto lombardo. Però se qualcuno viveva qui emigrava in Italia e poteva essere attivo a Milano, a Padova, a Venezia. L’insegnamento nella scuola – geografia, politica – all’inizio del 900 era svizzero. Si dimenticava la nostra vicinanza all’Italia. La politica svizzera era allora intimidita dal fascismo.Giovanni_Orelli_02Nei dintorni dei Suoi 85 anni ha licenziato per le stampe il libro Frantumi e il libro di racconti I mirtilli del Moléson. Perché il Moléson? Perché Frantumi?
Il Moléson sta nel titolo di uno dei racconti, una specie di ricordo. È una montagna del Canton Friburgo. I miei genitori avevano deciso che non avrei dovuto fare il contadino, che avrei continuato gli studi e che dovevo imparare un po’ di francese. Mi mandarono per questo in un collegio di preti ai piedi del Moléson.
Per la raccolta dei sonetti o di nugae, non ho mai tenuto un diario e sono, contrariamente a quello che pensano i miei amici milanesi, uno svizzero disordinato. “Debbo cominciare a mettere un certo ordine”, mi sono detto, e ho cominciato con queste poesie che non avevo mai raccolto. Ne è saltato una sorta di “facciamo un poco i conti con la vita”, ho tirato fuori una trentina-quarantina di testi sparsi, Frantumi, appunto, e li ho raccolti sotto questo titolo.

La capramatta

Se vivo da passivo ti dà ai nervi?
Se rido come Sc’vèik con i nazisti?
Se penso come quel che disse: vivere?
lo faranno per noi i nostri servi.
E chi servi non ha? Questo è il punto.

Agli anni oltre gli ottanta eccomi giunto.
Non sono il Matto dei tarocchi salvatutto.
Non sono Peppatencia-tutto-mangia.
O birillo che oscilla ma si sforza di star su.
La Capramatta sì; a Carnevale è un forte atout.

 

 

Hanno le cose un’anima?

Giovanni Orelli traduce qui, dalla originaria versione francese Les choses ont-elles un âme?, il tema-racconto presentato agli esami di ‘patente’ alla Magistrale di Locarno il 22 giugno 1949. Il fratello Vittore era morto a 24 anni, a Zurigo, nel febbraio di quell’anno. Dice Orelli: «Il tema che può essere visto come mio esordio alla ‘narrativa’ piacque a Piero Bianconi, insegnante di francese e a Francesco Chiesa esaminatore».

Mi sono detto e ridetto che questa primavera è stata primavera di sorprese. Sono qui a studiarmi, poso mani su muscoli delle gambe, del petto. Mi pettino i capelli con dita secche. Non è narcisismo, è una sorta di stupore per il fatto di sentirmi vivo. In questo stato di quasi-ozio, le cose mie sono lì, fedeli, anche loro occupate a guardarmi. Le prendo in mano, le tocco, poi le rimetto sul tavolo. In ciascuna di loro c’è un pezzo della mia giovinezza.
Sono pochissime cose che ne richiamano altre. È come se tutte le cose richiamate si dessero la mano e girassero intorno a me, io in mezzo a loro. Ritmicamente, una cosa avanza, le altre fanno un passo indietro.
Un giorno è bastato che mia madre lasciasse cadere nel pacco della biancheria lavata e stirata un botton d’oro perché mi sentissi in mezzo alla stagione e al prato dove era andata a lavorare. Quasi ai piedi riavessi l’erba verde ancora più dolce dell’acqua. Mi fu naturale che lasciassi correre i miei pensieri come volevano, come le vacche quando fa la comparsa, dopo l’inverno, il primo verde. Ho pensato alle capre. Un tempo non le avevamo, ma poi mio padre pensò che sarebbe stata cosa degna e giusta e salutare averne. Il botton d’oro appassisce? Che fa? Aveva un compito suo, una missione?, e l’ha fatta bene. Vedo una camicia rosa che non era la mia, un vestito grigio quasi ancora nuovo, calze e scarpe che un giorno vennero davanti a me e dissero: “Non siamo più di nessuno. Lui aveva la tua statura, prendici! Per piacere”.
Le ho prese con dolore, come se altro non fossero che il pugno di terra che si getta sulla bara di un morto di casa. Ma non finiva lì. A dirmi, a insistere, era mia madre lì, con voce sua come portata dal vento. Alla fine pareva solo un’eco: “L’orologio, prendilo. Sei tu che vieni dopo di lui”. Così ho preso l’orologio, cravatta, scarpe; e tutto. Tutto, e sono ripartito da casa, ho continuato a mettermi mani su muscoli delle gambe, del petto, e anche sugli occhi per vedere se erano ancora quelli che mia madre mi ha dato quando mi ha messo al mondo.
Quelli che sapevano mi hanno guardato con un po’ di compassione, non hanno detto niente. Altri, che non sapevano, hanno detto: “To’, hai un orologio nuovo, e anche una camicia nuova”. E io: «Sì, ma questa me l’hanno regalata». “Il solito fortunato”, dicono e stop. Io guardavo il mio orologio come nuovo, palpavo la stoffa della camicia come nuova, e avrei voluto vedere se i miei occhi sarebbero stati capaci o no di dichiarare la mia povertà.
Una cosa di tutti i giorni, inevitabile.
La mattina: calze, pantaloni, camicia, scarpe, tutto. L’orologio da ricaricare: così si fa l’abitudine alle cose ‘nuove’.
E un giorno è arrivata la primavera. C’era stato il botton d’oro e tante altre cose che nel loro farsi avanti dicevano che erano sorelle.

 


 

Giovanni Orelli (Bedretto, val Leventina, 30 ottobre del 1928) studia a Zurigo e a Milano, dove  si laurea in filologia medioevale e umanistica con Giuseppe Billanovich. Prima è maestro e poi docente al liceo cantonale di Lugano fino all’età del pensionamento. Come scrittore esordisce nel 1965 con il romanzo L’anno della valanga (collana Tornasole diretta da Vittorio Sereni, Milano, Mondadori). Della sua varia e vasta produzione ricordiamo La festa del ringraziamento (Milano, Mondadori, 1972; Bellinzona, Casagrande, 1991), Il sogno di Walacek (Torino, Einaudi, 1991), Il treno delle italiane (Roma, Donzelli, 1995), Di una sirena in Parlamento (Bellinzona, Casagrande, 1999), Gli occhiali di Gionata Lerolieff  (Roma, Donzelli, 2000), Da quaresime lontane (Bellinzona, Casagrande, 2006), Un eterno imperfetto (poesie, Milano, Garzanti, 2006), Immensee, (Bellinzona, Messaggi Brevi, 2008). È da poco uscita una sua raccolta di nugae con il titolo Frantumi (Lugano, alla chiara fonte editore, 2014). L’editore Aragno di Torino edita i nuovi racconti I mirtilli del Moléson. Due anni fa a Soletta la Fondazione Schiller ha conferito a Orelli il Gran Premio Schiller, per l’insieme della sua produzione letteraria. Cugino del poeta e critico Giorgio Orelli, da poco scomparso, era a lui molto legato.