Sironi, la vita

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Mario Sironi (Sassari, 1885 – Milano 1961) formatosi in una famiglia tosco-lombarda di architetti, artisti, musicisti, venuto all’arte nei decenni più tumultuosi del ‘secolo breve’,  è probabilmente l’artista italiano più discusso e conteso della metà secolo. Scultore, architetto, illustratore, scenografo, grafico e anche teorico. Sironi, molto coinvolto dal lavoro di Boccioni negli anni della formazione romana (la morte prematura di Boccioni nel 1916 sarà un duro passaggio della sua maturità virile), partecipa apertamente al futurismo, è amico di Marinetti, è interventista e combatte nella Grande guerra, partecipandovi nel famoso quanto effimero battaglione dei ‘volontari ciclisti’ (si vedano i disegni di Bucci): “Si ingrossa la quantità dei volontari ciclisti agli ordini del capitano Monticelli rappresentante di commercio d’olio cubico però e ardente soprannominato napoleoncino e con lui ci addestriamo Boccioni Russolo Piatti Sironi Funi Erba”.  Pontiggia_Mario-SironiOpera tra Roma e Milano. Aderisce al fascismo, e sarà “religione senza speranza” (Bontempelli), è amico personale di Mussolini. Il Duce mito e alter ego nel progetto artistico. La devozione per il condottiero matura alla vigilia della guerra – mallevadrice Margherita Sarfatti -, artista del regime fedele sino alla Repubblica di Salò. Per questo candidato alla fucilazione nella Liberazione. Il 25 aprile del 1945, in stato confusionale e in cammino, intercettato da una pattuglia partigiana viene salvato Gianni Rodari – partigiano – che rilascia il suo salvacondotto. Fonda il ‘Novecento italiano’ con Bucci, Funi, Oppo e Dudreville, predica sino alla fine la pittura murale, la dimensione illustrativa e didattica che didascalizza il progetto fascista. Ne narra in dettaglio la vita Elena Pontiggia in Mario Sironi. La grandezza dell’arte, la tragedia della storia (Johan&Levi editore pag. 304 € 28). Eppure uno dei grandi del ‘900. Coscienza cupa del tempo, pittore del nero e di densa materia, dà il meglio di sé negli scorci di panorami metropolitani di traccia espressionista, nelle periferie fordiste – tra cupe e minacciose – di traccia metafisica e mistero, in grandi tele di malinconia e consapevolezza come Vittorio alata, Cavallo in fuga e caduto.