La guerra e la Repubblica

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Resta in effetti aperta, in molti sensi, la questione del ’43-45. A partire dal suo nome. Quando Fenoglio presenta la sua opera prima, il titolo che pone sul manoscritto è Racconti della guerra civile. Einaudi, con cautela, ripiega su I ventitré giorni della città di Alba, anche se a quell’altezza il sintagma guerra civile non era ancora appannaggio esclusivo degli ex- e neo-fascisti, che lo useranno per delegittimare la Resistenza. Fatto sta che nel ’91, quando uscì l’opus magnum di Claudio Pavone, fece scalpore anzitutto il titolo: Una guerra civile, appunto. Una-guerra-civileLeggendo ora la silloge degli scritti dispersi e le lettere di due protagonisti come Norberto Bobbio e lo stesso Pavone (Sulla guerra civile. La Resistenza a due voci, a cura di David Bidussa, Bollati Boringhieri, pp. XXIII-177, € 15), compresi fra il ’65 e il 2001, si capisce lo sfondo ‘morale’, ma in primo luogo politico, di quel titolo. Il Sessantotto vide infatti una profonda ridiscussione, a sinistra (d’una sinistra non comunista, Bobbio; a sinistra del PCI, Pavone: entrambi ex-partigiani), di quello che la liturgia repubblicana aveva posto a fondamento dello Stato, ma che col tempo s’era irrigidito in un monumento retorico e inerte. Fra gli stereotipi, la Resistenza come ‘guerra patriottica’; laddove Pavone spiegherà che c’erano state anche una ‘guerra di classe’ e, appunto, una ‘guerra civile’: occultata era in quel modo la tragedia «che vide italiani combattere contro italiani». Nel libro di Pavone assai citato è Fenoglio, che specie dal ’68 – quando con preterintenzionale tempestività esce Il partigiano Johnny – per la sinistra, lui decisamente non-comunista, fu in tal senso un maestro di realismo. La Resistenza come la raccontava lui, ‘non agiografica’ e ‘non oleografica’ (così Gianfranco Contini), finalmente si mostrava nella sua luce epica, grandiosa, luttuosa. In una parola, tragica. La Repubblica era fondata non su una memoria condivisa (come si è poi preteso sino alla noia) ma precisamente su una divisione, su un conflitto mai davvero ricomposto. Su una questione aperta, appunto.