La guerra e la Morte

823

Se aveva un problema, Fenoglio, era coi finali. La sua stessa vita, troncata da un cancro mentre lavorava ad almeno tre libri diversi (le cui stesure intrecciate rendono inestricabile la questione filologica), ci si presenta crudelmente incompiuta. Ma parlare di un problema, di una questione dei finali non vuol dire che Fenoglio non li sapesse scrivere, anzi. Quelli del Johnny e soprattutto di Una questione privata sono i più belli (insieme all’‘apocope drammatica’ del Pasticciaccio, appunto) del Novecento italiano. Solo che lo stato delle sue carte non ci consente di sapere con certezza quali siano, in effetti, questi finali. Fenoglio-Il-partigiano-JonnyEra così bravo a scriverli, Fenoglio, che ne preparava diversi, alternativi. E quando nel ’59 catastroficamente getta in aria il castello di carte del «libro grosso» sulla Resistenza, separa dal resto, dal grosso (che uscirà postumo, nel ’68, col titolo Il partigiano Johnny), la prima parte – pubblicata da Garzanti come Primavera di bellezza – appiccicandovi tre ultimi capitoli nei quali trova la Morte, Johnny. Il quale la incontra molto più avanti, nell’ultima redazione del Partigiano; così come Milton nell’ultima pagina di Una questione privata. Di una cosa sola era sicuro Fenoglio, insomma: il Partigiano, il multiforme suo avatar col coraggio di esserlo fino in fondo («partigiano, come poeta», insegna Cocito nel dialogo platonico all’inizio del romanzo, «è parola assoluta, rigettante ogni gradualità»), doveva morire. Una morte con una quantità di sovrasensi – letterari, morali, persino spirituali – che Alberto Casadei ricostruisce con acutezza nell’ultima monografia a Fenoglio dedicata (Ritratto di Fenoglio da scrittore, ETS, pp. 112, € 10). Ma a sorpresa, nella nuova edizione (affinché si possa saldare il ciclo del «libro grosso»), Johnny non muore. È un trauma che da lettore, lo confesso, fatico a digerire. In questo modo, però, il romanzo di Fenoglio, e con esso l’intero «campo resistenziale» (per dirla con una sua celebre lettera), ci si mostra di nuovo aperto: e un campo aperto è un campo che si può percorrere ancora.