La guerra in Casa

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Giorgio Agamben
Giorgio Agamben

La guerra civile è il luogo del Terrore. Ci atterrisce anche solo che venga evocata, ma la si censura quanto più essa è all’ordine del giorno. Lo diceva già Hannah Arendt, che con la Seconda guerra mondiale (il giro di vite che ha reso irreparabili, definitivamente istituendoli come arcana dell’imperium oggi vigente, i dispositivi introdotti dalla Prima) «una specie di guerra civile» si era «scatenata su tutta la superficie della terra» e, nello stesso 1963, Carl Schmitt spiegava, nella sua Teoria del partigiano, che con la fine dello Jus publicum Europæum – iniziata appunto con la Grande guerra – era ormai cessata la possibilità di distinguere fra guerra e pace, militari e civili, nemici e criminali. Nella prima delle due conferenze risalenti all’annus terribilis in cui la guerra civile mondiale s’è imposta come nuovo nomos del pianeta, il 2001, e che ora compongono l’ultimo tassello, per il momento, del trattato filosofico-politico cui da vent’anni lavora sotto l’insegna di Homo sacer (Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer, II, 2, Bollati Boringhieri, pp. 84, € 14), di questo paradigma Giorgio Agamben ricerca – com’è sua collaudata strategia – insieme le origini, l’arché, e la chiave concettuale, il dispositivo che lo fa vigere nella concreta prassi politica di oggi. È Nicole Loraux, la grande antichista scomparsa nel 2003, ad aver gettato le basi di quella disciplina che, a differenza della polemologia (la teoria della guerra) e dell’irenologia (la teoria della pace, per la verità così meno di moda), dice Agamben oggi mancare gravemente, e cioè la stasiologia. Stasis, chiamavano appunto gli antichi la guerra civile: per distinguerla dalla guerra fra Stati (polemos). Se lo Stato, la polis, è superamento e antitesi della Famiglia, l’oikos, la stasis nell’opporli li congiunge. Rivela l’arcano di violenza e sopraffazione che soggiace alla Casa, ma anche quello di segreta e perturbante familiarità che riposa nella Guerra. «Funziona», commenta Agamben, «come un reagente che rivela l’elemento politico nel caso estremo».